Frugalità, non povertà

Grazia Cacciola - cucina a legna - Frugalità, non povertà.

Sfornando pane dalla mia cucina a legna del 1950, che per sette mesi l’anno fa da cucina, forno e riscaldamento.

 

La differenza tra una persona frugale e un povero? Tra povertà e frugalità? Tra mancanza di mezzi e decrescita? Chi la conosce?

Molti sembrano non afferrare questa differenza. Forse parte della colpa, parlo dell’Italia, sta nel fatto che come decrescitori si identifichino per primi certi soggetti, giornalisti e scrittori, che parlano incessantemente di decrescita ma non la attuano affatto. Oppure dipende dal fatto che il concetto è entrato a far parte di alcuni circoli radical-chic che ne hanno fatto la propria bandiera ma che continuano a vivere e apparire esattamente come prima: intellettuali benestanti e agiati, con abitazioni cittadine riscaldate a gas fossili, che al massimo fanno il pane in casa e impestano facebook con i loro “esperimenti” di panificazione gloriosa in forno elettrico… ora sì che il pianeta è salvo!

Lo dico non tanto per puntare il dito contro questi verbalizzatori della decrescita, quanto per darmi una spiegazione sulla confusione che regna tra le persone nomali nel distinguere tra chi, senza volontà di sorta, si è ritrovato senza mezzi e chi, come noi, ha deciso di vivere in un altro modo, con meno mezzi ma più sostanza. In pratica, è difficile la distinzione tra chi è povero e chi decide di vivere in modo frugale, di decrescere, e lo fa con precise idee che vanno dalla sostenibilità personale al pesare meno sull’ambiente.

Ma siamo in un momento di cambiamento, sta a noi far capire dov’è e qual’è la differenza. Pensandoci, mi sono ricordata di un episodio buffo che mi è capitato anni fa e che ora mi fa ridere. Io, come ormai sanno anche i sassi, lavoro in uno studio situato al piano di sopra della mia casa. Mi occupo, per farla breve, di architetture di contenuti online. Ok, si siti internet. Sì, so che sono tutti convinti che anche il nipote in prima media sappia fare un sito internet, se non addirittura voi stessi nel tempo libero, ma da questa parte del monitor capita che certi siti internet necessitino la professionalità di una ventina di persone o più. Non questo blog ma altri siti sì. Così, grazie al fatto di aver passato molto tempo a studiare e praticare la materia in alcune grosse aziende, ora riesco a fare lo stesso lavoro di progettazione e gestione del team da casa mia, pur lavorando maggiormente con aziende straniere. Il che, a mio esclusivo parere, è uno dei risultati migliori che ho ottenuto nella vita finora.
Agli occhi di molti però rientro invece in una delle seguenti categorie. La prima, la categoria più buonista: sono una beata mantenuta a casa a curare i fiorellini per hobby, così pigra da non volere nemmeno dei figli. La seconda, il giudizio divino:  sono una povera derelitta caduta in disgrazia, una disoccupata cronica che si arrangia alla meglio con lavoretti di scarsa qualifica.

E da quest’ultima categorizzazione si è originato anche un episodio buffo. Qualche anno fa, quando vivevamo ancora nella terribile terra pavese – la terra delle Mercedes in cento comode rate perché l’importante è apparire – e conducevo la mia vita incomprensibile ai più, ho ricevuto una proposta di lavoro. Un giorno passo a trovare i miei suoceri e mi allungano il biglietto di una loro amica: “Ha detto Tizia che questa azienda sta cercando persone come te“. E lì si è generato l’equivoco.
Io per “persone come te” ho capito: content manager, project manager, copywriter, al limite redattori, giornalisti, autori. Così ho telefonato convinta di parlare con una casa editrice o una web agency, una internet company. Una rivista di settore, almeno.
Il tizio dall’altro capo del telefono mi ha spiattellato una presentazione di quelle assolutamente vuote e adatte a ogni azienda, in cui non si contavano le parole “innovativo”, “forte ascesa” e “branding“. Ok, mi son detta, gli serve decisamente un copy, andiamo a sentire. Mi sono presentata all’appuntamento in tenuta cittadina tailleur-tacchi e con il mio portfolio pronto sul portatile. Ed era un colloquio per venditori porta-a-porta di aspirapolvere.

Me ne sono andata, stizzita verso la persona che aveva elaborato così tanti pensieri sulla nostra supposta povertà, fino al punto da pensare che vivessi nella disperazione della disoccupazione, al punto di propormi un lavoro di venditrice porta a porta! Con tutto il rispetto per chi fa questo lavoro seriamente, ma sapete anche voi che ci approdano una quantità di disoccupati senza più speranza. Quindi perché proporre me che un lavoro ce l’avevo? Non era di suo gradimento? Pensava che guadagnassi troppo poco in base al non andare in giro firmata da capo a piedi e con i capelli fritti da quattro tinte al mese?

Ho pensato di dirle qualcosa di epocale, ho pensato a una frase che la facesse sentire una caccolina secca, ma poi mi sono resa conto di una cosa più importante. Mi stavo preoccupando della valutazione di una donna mantenuta per tutta la vita dal marito che come unico interesse ha i pettegolezzi del paese. Non avrebbe mai capito, nemmeno se avessi partorito la frase migliore del mondo. Ai suoi occhi, se hai i soldi ti compri una borsa Vuitton, se non li hai stringi i denti e cerchi di comprartela lo stesso. Cosa vuoi far capire a una con questa logica?
Ho lasciato perdere. Oggi l’episodio mi fa ridere e lo citavamo a cena proprio ieri sera: ti ricordi quella volta che mi sono presentata con il portfolio ed era un colloquio per rappresentanti di aspirapolvere?

L’importante è quello che capiamo noi. Come ci percepiscono gli altri, ricchi o poveri, intellettuali o ignoranti, pigri o laboriosi, sarà sempre e solo un loro problema. Non nostro.

Queste persone che giudicano, passano la vita a spendere soldi che non hanno ancora guadagnato per comprare cose che altri gli hanno imposto di desiderare, il tutto per farsi accettare da gente che come loro cerca di restare a galla in questo gioco infinito di apparire come e di più di altri. Io da questo gioco sono uscita molti anni fa. Non ci rientro.
Non capiscono chi è un decrescitore e la loro mente limitata gli fa elaborare solo che siamo poveri perché non abbiamo il Mercedes a rate. O dei lazzaroni perdigiorno perché non passiamo otto ore a settimana in trasferimenti da pendolari. E allora? Problemi loro. Non ci possiamo far carico dell’ignoranza altrui.

L’unica persona di cui temo davvero l’opinione sono io. Ma una volta che io sono soddisfatta, non c’è davvero nessun altro da accontentare.  Per me la frugalità non è solo il possedere poche cose. E’ avere tutto quello di cui si ha bisogno davvero e nulla di quello di cui non si avrebbe bisogno ma che altri vogliono imporre di avere per annetterti a un certo ambiente. La frugalità mi permette di crescere nel mio essere, libera dalle zavorre dell’apparire.

E a dirla tutta, credo di essere anche più ricca di molte di queste persone: ho tutto quello di cui ho realmente bisogno, non ho debiti, non ho carte di credito, non ho mutui. E ho molto tempo libero, che dedico al fare ciò che mi piace, senza aspettare la pensione. Frugalità, non povertà.
Chi è il povero ora?

—-

Ne approfitto per segnalare a chi ancora non lo sapesse ed è in zona, che domenica 26 aprile sarò a Ethic Street con una veloce conferenza alle 17.30 “Autoproduzione e decrescita: la rivoluzione autonoma per una battaglia globale“. qui tutte le informazioni 

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Minimalismo concreto e minimalismo apparente

Pentole Bionatural nuove, la casseruola da 20 cm e la olla da 25 cm

I miei lavori di semplificazione in casa si sono arrestati a beneficio di giorni di intenso, intensissimo, lavoro. Molti progetti stanno arrivando a termine, molti impegni tendono ad accavallarsi e devo essere sempre pronta per far fronte a tutto. Periodi che capitano e che affronto ormai con la serenità mentale di chi sa che arrivano a un termine e ci sarà tempo per occuparsi di altro. A tal proposito, ho aggiornato la pagina degli eventi con le prossime date, ci incroceremo da qualche parte?

Intanto penso e osservo quanta strada ho percorso e le nuove mete da raggiungere. Ormai mi sembra sempre più imperativo semplificare maggiormente tutto, vita e lavoro, cose concrete e pensieri, gli attrezzi della cucina come il modo di affrontare la giornata, il lavoro, i progetti.

Ho già semplificato molto negli anni e so per esperienza che semplificare non è un lavoro conclusivo. Ci saranno sempre periodi in cui, come appena successo, mi renderò conto di aver accumulato troppe cose e che queste mi stanno dando un senso di oppressione. Perché le cose non occupano solo spazio fisico, occupano anche e soprattutto spazio mentale. Sapere cosa si ha. Se lo si ha. Come funziona. Dove è stato riposto. Tutti slot mentali che vengono occupati da oggetti, magari utili e funzionali. Ridurli al minimo necessario è il mio traguardo attuale.

mobile in legno massello restaurato

Poi c’è quello che io chiamo “minimalismo apparente“. Case all’apparenza ordinatissime e ripiani privi di oggetti inutili, linearità ovunque. Salvo aprire ante e armadi scoprendo che ci sono otto frullatori dimenticati, cinquanta vestiti non indossati da anni, libri mai letti… e la mente continuamente impegnata nell’identificazione di questa massa di oggetti ogni volta che si cerca qualcosa.

Sto tendendo pericolosamente a un minimalismo zen? Non credo. Per quanto possa essere affascinata dal design contemporaneo e dalle linee pulite e nette di certi ambienti, non mi sentirei mai a casa in un posto del genere.
Ho bisogno di un ambiente caldo, colorato, che mi rispecchi sia nell’uso che nel gusto. Ho bisogno fibre naturali, legno, luci calde, oggetti recuperati e tutto ciò che mi fa sentire a mio agio.

zona pranzo

Il minimalismo concreto per me è non avere nulla di più di quello che mi serve e mi piace, ma nulla di più di quello che può stare in casa senza renderla scomoda.
Sembra una meta semplice da raggiungere ma tutti tendiamo a non buttare l’orrenda statuetta regalata da qualcuno di affettuoso. Alcuni come me la chiudono in un cassetto, salvo poi trovarsi con più cassetti pieni di gingilli assurdi che non rispecchiano il proprio gusto o l’ambiente. (E questa, tra l’altro, è una delle ragioni per cui, salvo richieste specifiche, regalo solo cibo o cose utili, mai soprammobili, quadri e cose da esporre, lo trovo ineducato).

Poi in Italia abbiamo altre usanze che tendono ad estirpare il minimalismo da ogni casa: per esempio le bomboniere. Sebbene tutti siano convinti che la propria bomboniera sia superlativa, la verità è che qualunque bomboniera infligge un duro colpo al gusto e alla pazienza di almeno metà degli invitati. Ho adorato l’idea di due amiche per il loro matrimonio: una piantina di limone in un bel vasetto per una e un sapone artigianale alla lavanda in una scatolina di legno per l’altra. E i miei cassetti felicemente leggeri.

Non avere nulla di più di ciò che ci piace… in Italia è un lavoro di pubbliche relazioni in cui non si deve offendere la zia che ci ha regalato una cassettina porta chiavi da muro che a lei piaceva tanto, mentre tu detesti anche solo l’idea dell’oggetto e non ci sarà mai una forma o un colore in grado di convincerti all’esposizione di tale ammennicolo (l’esempio è squisitamente personale). Ma è un lavoro di mediazione che va fatto. Se avessi appeso quel portachiavi, avrei una pessima sensazione ogni volta che entro in casa.
Magari qualcuno può pensare che io sia superficiale, che si possa vivere ovunque benissimo. Secondo me non è così. Plasmiamo il nostro ambiente circostante e ne subiamo l’influenza in un gioco continuo di dare e avere.
Alcuni lo plasmano in modo che si uniformi al gusto comune, perché la paura di non piacere a chi entra è preponderante. Purtroppo, se l’esigenza è quella di ricevere l’approvazione della massa, finiremo per avere una casa uniformata e lo sarà anche il nostro pensiero. Difficilmente chi ha un pensiero creativo e indipendente può trovarsi a suo agio in una casa conformata alle regole borghesi dell’arredamento. Più facilmente, si troverà a suo agio in una casa in cui colori e oggetti sono scelti in base al suo pensiero, al suo sentire, ai suoi bisogni.

Ma la vita è complicata, le cose tendono ad accumularsi soprattutto se si vive in coppia, così ogni tanto c’è da ricordarsi quali benefici si traggono da una casa davvero minimalista. Ho deciso di appuntarmeli a lavori in corso, per ricordarmi.

Mako alla finestra con le sue tendite crochet
Questa è la mia lista e, come vedete dalle foto, la mia casa non si può definire minimalista nel senso dell’interior design, ma rispecchia me, l’uso che ne faccio e il senso di pace e tranquillità che ne traggo vivendoci. Questo è il minimalismo concreto, reale, quello che preferisco.

Benefici della riduzione di oggetti e di un minimalismo concreto della casa

  1. Serenità mentale. Gli oggetti che non ci piacciono davvero o di cui non siamo convinti, sono una distrazione continua per la mente. Meno ne abbiamo, meno saremo inconsciamente stressati dal fatto che ci vengono continuamente riportati alla mente e la mente, che lo vogliamo o no, si sofferma a pensare “Che brutta quella roba, devo trovare una soluzione, devo devo devo…“.
  2. Facilità di vita domestica. Avere solo le cose che servono vuol dire trovarle subito quando se ne ha bisogno. Avere un cumulo di cose che “potrebbero servirmi un giorno” o di cose non utilizzate da anni è solo un ostacolo tra noi e la serenità mentale, perché ogni volta che cercheremo qualcosa dovremo scalare la montagna dei “potrebbero servirmi” nella lunga ricerca dei “mi serve ora ma non lo trovo“.
  3. Più tempo libero. Pensiamo di faticare a trovare un oggetto una volta a settimana, per cinque minuti. “Dove sono le forbici? chi ha preso le forbici? Dovrebbero essere qui oppure qui…“. Cinque minuti passano in fretta. Ma sono più di 4 ore all’anno e 6 giornate lavorative ogni 10 anni. L’idea di passare un’intera settimana di lavoro ogni 10 anni a cercare oggetti in casa la trovo un’ottima motivazione per liberarmi di quello che non uso o non mi piace! Preferisco una settimana di vacanza, voi no?
  4. Una casa che ci rispecchia. Che sia piena zeppa di ninnoli o vuota come un monastero buddista, l’importante è che il luogo in cui abitiamo ci rispecchi. Ma se è piena di ninnoli perché dobbiamo esporre le bomboniere dei nostri cento parenti che non oseremmo mai contrariare, oppure se è liscia e lineare perché la moda o l’architetto vogliono così, o perché vogliamo essere valutati come persone di stile sperando che lo stile di un mobile sovrascriva la percezione della nostra persona, questa non sarà mai una casa rilassante e confortevole. Per la nostra mente sarà un continuo esercizio di sopravvivenza e questo tipo di esercizi sul lungo periodo sono i più stressanti, anche se non ce ne rendiamo conto.
  5. Accettazione di sé. Permettere alle persone l’ingresso in una casa che ci rispecchia ma che non rispecchia gli ultimi dettami dell’interior design è un atto di coraggio ma anche l’affermazione che non si ha necessità di assomigliare a nessuno per esistere. Ogni volta che apriamo la nostra casa a qualcuno, gli permettiamo di vedere una parte importante del nostro mondo. Quello che mostriamo può essere omologazione alla massa o concretizzazione del nostro gusto e pensiero. E’ una nostra scelta che va ben oltre lo stile dell’arredo.

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