Star Wars e Superman l’ectoplasma

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08/2006

Star Wars e Superman l’ectoplasma

Immagine 1.jpgQuesta è in assoluto la migliore recensione antropologica e socio-politica che abbia mai letto a proposito di StarWars:

Beh, la storia la sapete gia’. Anakin da semplice bambino prodigio infelice, diventa cattivo, brutto e nero, un Calimero anfetaminizzato. Il premier diventa orrendo, fa fuori tutti i buoni con un inganno (mi ricorda qualcuno, Lord Bandana) e si autoproclama imperatore. I buoni superstiti vanno in esilio con la speranza che almeno Fabio Fazio li inviti per una sera, i gemelli Skywalker vengono nascosti. Se non sapevate questo, vi mancano le basi. Meritereste di andare a ripetizione dal neo-comunista Vittorio Sgarbi.
Trovata qui, il sito è brutto ma inversamente proporzionale al contenuto. Incomprensibile da chi non conosce Lovecraft (ottimo sistema di selezione). Cthulhu è un grande!

***

17 agosto, multisala di Melzo, un Superman Returns in prima visione con thx. Cinema tutto esaurito (no, i milanesi non sono andati via, mai visto un cinema pieno il 17 di agosto. Peraltro ci sono anche io; mai vista me stessa in agosto a milano, stiamo proprio messi male).
Film lento, a trattini si velocizza ma con azioni e dialoghi degni dei fumetti DC, ovvero una noia. Colpo di scena: Clark Kent si cambia dentro la cabina dell’ascensore ed esce dal tetto dell’ascensore stesso. Ce lo troviamo davanti che sfreccia lasciandosi alle spalle il tetto dell’ascensore chiuso e intatto. E cos’è diventato, un ectoplasma? Vuoi vedere che adesso Superman passa attraverso i muri? Ma niente paura, dopo un paio di minuti ritorna normale, spaccando muri e vetrate per passarci attraverso. Per la scena dell’aereo a cui evita lo schianto si ringrazia Spiderman 2 (era un treno), per la scena di lois lane, figlio e marito che rischiano di annegare in una cabina allagata si ringrazia Titanic, mentre per la scena iniziale si ringraziano tutti i registi e sceneggiatori americani, che dagli esordi a Lost non hanno ancora imparato che se un aereo si apre in volo i suoi passeggeri devono essere risucchiati fuori (nozioni di fisica di base) e se proprio qualcuno deve rimanere attaccato con il bostik al sedile, bisogna che crepi assiderato (mai viaggiato su un boing? ogni tanto vi dicono “siamo a 6000 mt, temperatura esterna -40°”). Ma soprattutto, Lois Lane deve almeno spettinarsi dopo essere stata shakerata per tutto l’aereo.
Non bastasse, la lagna amorosa con Lois Lane stessa prende 3/4 del film e fa rimpiangere Veronica Castro in “Anche i ricchi piangono”, con la variante che Veronica Castro recitava meglio. Mentre Clark se ne è andato al paesello, lei si è sposata guardacaso il pezzo grosso della rivista, fighissimo, hanno avuto un figlio (ma in realtà no, perchè è di un altro) ma non appena ritorna Clark tempo due minuti la prode madre di famiglia è di nuovo languida tra le braccia di Superman. Sviluppato così, potevano mettere come sottotitolo “Quel troione di Lois Lane” e raccogliere più pubblico con l’onestà.
Speriamo che la stagione offra di meglio…

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08/2006

Donne dududù

tel11.gifPare che Donne di Zucchero sia tra le canzoni che incassano di più in diritti SIAE. Una di quelle che si usano di più per le pubblicità e che passano di più nelle radio.
Io non la sopporto quella canzone.

In generale non sopporto le canzoni che parlano di donne in termini generali, soprattutto se sono canticchiate al mare da donne cretine quanto la canzone. Intendo quel genere che subito dopo averti portato alla pancreatite con la loro radio (l’uso di cuffie sarà entrato negli out di Cosmopolitan) spengono la radio e attaccano con il cellulare. Di solito allo stesso volume della radio o di più alto, dipende se parlano con il fidanzato/marito rimasto a casa dicendo che senza di lui si annoiano e gli manca tanto puccipucci (sopportabile non fosse per il contenuto), o con la mamma dicendo che si divertono al mare e vanno a letto dopo cena e hanno una verruca purulenta sotto l’alluce (volume medio) o se chiamano l’amica per vantarsi della nottata con il ballerino hip hop della sera prima (volume da rave party). Poi spegne, riattacca la radio e via di Donne dududù in cerca di guai. A parte questo tipo di umanoide denominata zoccolas recidivas, il resto del genere femminile tende a non sopportare donnedududù in cerca di guai. Il testo tra l’altro è tra i più dementi nella storia della canzone italiana. (Poi è arrivato Povia, ma per fortuna la canzone del piccione è difficile da canticchiare)

Donne, dududù in cerca di guai
Beh oddio, certo, se una accetta un passaggio da due tipi che non conosce, alla stazione centrale di Milano a mezzanotte, i guai se li cerca di proposito. Di solito infatti a mezzanotte alla stazione centrale c’è la meglio società di Milano ad elargire passaggi. Anzi, è risaputo che i milanesi non vanno più nei locali, vanno alla stazione centrale a dare i passaggi. (Piccolo inciso: ma a queste due che dovevano fare la vacanza della loro vita, le parole “ostello”, “taxi”, “bed & breakfast” ecc erano del tutto sconosciute? Io ho girato l’europa, ho perso treni e aerei, ma non mi è mai sembrata un’idea geniale accettare un passaggio da due magrebini casualmente alla stazione centrale a mezzanotte. Nessuna donna dovrebbe mai subire violenze, d’accordo, ma sarebbe anche da prendere in considerazione ogni tanto la realtà in cui si vive, più che la filosofia del come dovrebbe essere.)
Quindi sarà che qualcuna è in cerca di guai, magari senza neanche saperlo (le avranno allevate nella Casa nella Prateria, in Francia), ma questo concetto delle donne in generale in cerca di guai non mi sta bene, sig. Fornaciari. Ne abbiamo già abbastanza tra lavori precari, cococo, cocopro, temporanei e indeterminati. L’altro giorno son passata all’Esselunga superstore di Vigevano e nella vetrina della profumeria stava scritto: “Assumiamo commessa per sabato 26 e domenica 27 agosto”. Che altri guai ci dovremmo cercare?
Donne a un telefono che non suona mai..
Questa è fantascienza. Prima di tutto basta girare per Milano all’ora di punta per avere la prova empirica che a ogni donna dotata di auto e cellulare, il cellulare suona in continuazione. Il picco massimo di frequenza di chiamate di solito lo raggiunge quando si trova davanti a me mentre svolta a sinistra sulla corsia per girare a destra. Riceve ancora più chiamate se quel giorno si è dimenticata a casa l’auricolare, così da eseguire la svolta a sinitra in quarta. Se poi ha un suv, è scientificamente impossibile che non stia parlando al telefono. Quindi il binomio “donna” e “telefono che non suona mai” è già di per sé impossibile. Un sillogismo con queste due ipotesi risulterebbe comunque falso.
Inoltre, si tratta di rispolverare nozioni banali di base. Se sei al telefono, non suona.
Se deve suonare mentre sei al telefono, ti metti l’avviso di chiamata. Ogni donna, anche quelle che non sanno usare il videoregistatore e cambiare le marce, sa che se sta al telefono, il telefono non squilla. Se vuole che il telefono suoni, mette giù. Persino l’esemplare di zoccolas recidivas sa le basi del telefono, anzi le sa meglio di tutte. Quindi non è possibile che una donna stia a un telefono che non suona mai, caro il mio sig. Fornaciari.

Donne dududù in mezzo alla via …
questo è veramente offensivo. ma sua sorella starà in mezzo alla via!

Donne allo sbando senza compagnia
Torniamo al discorso di prima. Una donna senza compagnia? Ma che gente conosce il sig. Fornaciari? Anche la peggior racchia conosce il modo per avere compagnia. Magari c’è anche chi sceglie di non averne di compagnia, sig. autore che conosce le donne, e senza per questo essere allo sbando. E’ anzi più facile che allo sbando ci siano gli esemplari di cui sopra, che di compagnia ne hanno parecchia di solito.

Non mi dilungo, ma dalla sua visione delle donne si direbbe che abiti nel braccio femminile di Regina Coeli :
Le vedi camminare insieme, nella pioggia o sotto il sole, dentro pomeriggi opachi, senza gioia né dolore.
Quando non è totalmente ermetico (Poviano, più che ermetico):
Negli occhi hanno gli aeroplani Per volare ad alta quota Dove si respira l’aria E la vita non è vuota
Non so se l’autore di questa quartina è mai stato ad alta quota, soprattutto con gli aeroplani che noi avremmo negli occhi. Ad alta quota non si respira l’aria, tanto per cominciare, e in compenso la vita è effettivamente vuota datosi che sono presenti solo ossigeno, vapor acqueo e un freddo da rimanerci secchi.
E questo sarebbe il nostro sogno di vita quando ci aggiriamo insieme sotto la pioggia in pomeriggi opachi senza gioia né dolore?!

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08/2006

IL GIARDINO HARDCORE

tortora3.jpgMa che bella la natura… Ci sono animali che copulano per tutto il giardino. Ovviamente solo nel nostro giardino che sembra la sede di un rottamaio, non in quello ordinato dei vicini. Solo nel nostro. Quasi imbarazzante.

La prima è stata la gatta dei vicini del lato sud, che il primo giorno ci ha dato il benvenuto con tre amplessi con due gatti diversi proprio davanti al garage. E uno passi, e due ok ma anche con l’amante… vabbé.
Poi è stata la volta della gatta dei vicini del lato ovest che, si è scoperto poi dai pargoli, non andava con il fidanzato gattotuttonero ma con il gattogrigio dall’aria vissuta, una specie di Renegade dei gatti. Effettivamente gattotuttonero sembrava un fighetto milanese all’happy hour e adesso ha anche l’alopecia da stress e se ne va in giro mezzo pelato. Comunque la signora gatta dei vicini del lato ovest, non solo ha trovato posto per i suoi amplessi clandestini nel nostro orto ma ci ha anche sfornato 4 pargoli nel prato (qui, che carini!). Servizio completo.

E’ stata poi la volta delle tortore, una coppia simpatica che ha fatto il nido in un vaso dopo aver sradicato la mia edera. Nella foto qui sopra i due pargoli che hanno dato alla luce, un maschio (quello grosso) e una femmina (quella con il collo lungo sottile). Ho appena fatto in tempo a fotografarli e se ne sono andati una notte, dopo la baraonda che hanno fatto i gatti stupratori con i miei due gatti idioti e ingenui, anche loro ex milanesi abituati all’appartamento. Una sera ho lasciato aperta una porta finestra ed è rimasto solo un vetro a separare i miei due ingenuotti gatti di città dai due gatti stupratori di campagna. I miei due tonti hanno visto altri due gatti al di là del vetro e hanno cercato di fare amicizia esattamente come tentano di farla da tre anni con le loro immagini nello specchio. I gatti stupratori tentavano una gangbang con la mia gatta, ma il mio gatto ha sentito rinascere dal profondo del dna il suo istinto di protezione e non potendo fare amicizia ha assalito chiunque lì intorno, compresi noi che eravamo accorsi per il baccano.

Poi è tornata la gatta dei vicini di fronte che dopo una notte di lagne ha finalmente ritrovato gattogrigio con cui si è data da fare tutto il giorno davanti al garage. Una tempra non indifferente, ormai la chiamo Jenna perché ha anche gli occhi azzurri come la  famosa pornostar. Io capisco che per la povera gatta Jenna non sia facile copulare a casa sua, soprattutto quando i suoi padroni invitano mezza parrocchia per il rosario cantato nel cortile di casa. Però con tutti i campi che ci sono, potrebbe anche non venire sotto la mia finestra. Soprattutto contanto che noi stiamo ancora lavorando, che spesso lavoriamo fino a notte fonda e che cominciamo a guardarla con una certa invidia… Se provo a guardarla si ferma stecchita e mi fissa, nella posa in cui è. Sembra una gatto-statua del kamasutra.

Oggi, mentre stavo pensando a come convincere Jenna che il mio giardino non è il suo set hard, sono tornati i due colombi del vaso, quelli grandi. E lì sul filo della telecom, quello che ci serve per lavorare, dondolandosi beatamente, si sono accoppiati per un’oretta, come due trapezisti.
Niente, ho deciso di aprire un motel per animali. Con l’oasi lipu e il parco del ticino qui di fianco gli affari dovrebbero andare a gonfie vele.

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08/2006

MINIKEA DI CORSICO, REPUBBLICA POPOLARE CINESE

ikea.jpgDomenica avevo appena finito di dire a un amico perchè non andavo più all’Ikea.

Primo perchè l’Ikea è stata la fase da single milanese. Con l’appartamento identico agli altri single milanesi sotto i 30: riciclaggio di pezzi anni 70 e via di ikea. Alla fine era imbarazzante. Conoscevi qualcuno e la prima volta che vedevi casa sua sapevi esattamente dov’è la pattumiera, come funziona il portarotolidicartaigienica gigante, come si beve dalle gigatazze senza versare metà contenuto nella scollatura, come appoggiarsi alla panca dell’ingresso senza farla ribaltare e che se toccherai il serpentone verde poi non riuscirai a rimetterlo a posto. Si perde la poesia.

Soprattutto, si svelano cose che non vorresti sapere dei tuoi amici. Tipo che quella è la cassettiera che costa meno di tutte (tirchi!) oppure che quella tenda non è più in vendita da cinque anni e questo tavolino è di quest’anno (allora sono monotoni, 5 anni a comprare nello stesso posto!) e infine che tu le maniglie per quella cucina le avresti messe dell’altro tipo, vuoi mettere l’estetica. Oppure che quella mensola è mezza rotta, per 5 euro potrebbe anche cambiarla.

Che tristezza, si salvavano di più quelli che facevano riciclaggio dei mobili anni 70, quelli che i fortunati prendevano dagli scarti dei genitori (inflazione di cucine arancioni, allegrissime) e i meno fortunati trovavano nei mercatini e ridipingevano con i girasoli giganti, le posate rotanti e le pecore volanti. Io preferisco entrare nelle case con le pecore volanti.
Non è l’unica ragione perchè non voglio più andarci, spiegavo. E’ anche perchè i mobili sono tutti spudorate imitazioni di design altrui, saccheggi di altrui ingegni a cui appiccicano nomi impronunciabili. Tanto per fare un esempio, il tavolo Docksta è una spudorata copia del famoso tavolo di Saarinen, una pietra miliare del design contemporaneo. Infatti, molti si chiedono perchè mai un tavolo di plastica dell’Ikea debba costare la bellezza di 149,00 euro. La ragione è semplice: se moltiplichi per 10 puoi comprarti un Saarinen usato e buttato in una discarica per 20 anni.
Quando vado all’Ikea mi piace sentire i commenti altrui: su questo tavolo la migliore è stata una che ha apostrofato la figlia, aspirante single con monolocale ikea, con: “Ma 150 euro per ’sto tavolino da bar?”. Si signora, 150 euro. Esattamente come le borse false vuitton di plastica le vendono a 50 euro. Perchè sembra un affare, 50 euro invece di 1500. Ma 50 euro per una borsa di plastica qualsiasi, li spenderebbe signora? No? Ecco, ha visto. Abbiamo capito perchè il tavolino da bar costa 150 euro. Si figuri, ci mancherebbe, arrivederci.

Bene dicevo, faccio appena in tempo a dire che io non ci vado più e neanche 24 ore dopo entro nell’Ikea di Corsico, che come dice il cartello è (sarà) la più grande d’Italia e dove stanno lavorando per noi. Ho bisogno solo 2 vaschette per il ghiaccio e un bollitore, l’ikea è di strada, il fatto che stanno lavorando per me mi rincuora. E’ il primo agosto e loro stanno lavorando proprio per me. Che teneri!

Accediamo al parcheggio della più grande ikea d’Italia che stanno facendo per noi e ci fermiamo subito: parcheggio completo. Una distesa di auto, caravan, jeep, suv, motocarri che neanche a Mirafiori ai tempi di Fantozzi. Ma i milanesi non erano tutti partiti per le vacanze? Ho sentito io che il 50% dei milanesi è partito! Saran partiti tutti per Corsico e faranno le vacanze all’Ikea. Lavorano per noi, è giusto un sostegno morale. A saperlo portavo la tenda e il campingaz.

Finalmente raggiungiamo un microparcheggio dal lato opposto all’entrata e ci avviamo baldanzosi alla conquista dei nostri formaghiaccio siliconici. Ci sono 38 gradi, l’asfalto che bolle, ondeggia e fuma e almeno un km che ci separa dall’entrata. Non ci scoraggiamo, dai, lo fanno per noi. Un po’ di moto non fa male. Guadagnamo marci e fumanti l’entrata doppiando una coppia che discute sul fatto che 100 parcheggi davanti siano riservati a mamme con bambini, stanno progettando di tornare con un Cicciobello.

Et voilà, eccoci! Si aprono le porte del circolo polare artico, ci investe una tormenta di ghiaccio svedese travestita da aria condizionata ma che meraviglia! I nostri portaghiaccio sono esattamente la prima cosa che ci accoglie! Per l’entusiasmo la mia metà non si limita a due, come gesto di stima verso ikea che lavora per noi, ne prende una per colore, vuole quello che fa il ghiaccio a forma di pezzi del puzzle (poi scoprirà a casa che escono dal portaghiaccio solo se liberi di volare dall’altra parte della cucina o di centrare il gatto), quello che lo fa a forma di bottiglia e quello che lo fa a triangolo. E’ così entusiasta che si dimentica persino di sbuffare quando prendo la borsa gialla portaoggetti auto-ribaltante.

Procediamo ormai carichi di fiducia, la nostra lista si allunga: mi ricorda che vogliamo il wok (gli è venuta la passione della cucina e adesso siamo più attrezzati di un set del Gambero Rosso Channel), io mi ricordo che non posso proprio fare a meno di una certa pirofila per il microonde, lui in un crescendo mi ricorda ancora che volevo anche il bollitore, io ci aggiungo quelle certe mensole (lui sa anche il nome a memoria, che uomo!) e lo shaker che il mio si è rotto e in due minuti abbiamo compilato il “prendi nota degli articoli che hai scelto” con la precisione dei navigati ikea-dipendenti e l’euforia del tossico che si fa di nuovo l’ultima dose.

Ci rechiamo per una meritata pausa al bar, dove aleggia ancora l’odore di aringhe svedesi marinate alla senape del pranzo (con quaranta gradi all’ombra ?!) e ci aggiudichiamo due Coco-ball. Prendiamo sempre le Coco-ball, dei dolcetti al cocco che sanno di caffè, mi sorge il dubbio che in svedese ‘caffè’ si dica ‘coco’. Per i vegetariani non c’è molto di più, a parte un panino e un paio di dolcetti. Per i vegani non c’è niente, l’Ikea è vegani-free. I cani si lasciano all’ingresso, i bambini si sbattono nelle palline colorate e i vegani mangiano a casa loro.

Ci avviamo rifocillati alla scoperta dell’Ikea più grande d’Italia e …dobbiamo aver sbagliato posto. Siamo alla MiniIkea, tipo la Minitalia ma senza le giostre. E’ 1/3 della vecchia ikea, tutto è stipato e ammassato ovunque, in vero stile casa-ikea cioè come sarà la tua casa dopo che ti sarai drogato di sogni con gli ambientini “tutto in 25 mq” degli architetti espositori ikea ma si saranno realizzati nella tua realtà. In quegli ambientini infatti non ci sono mai le tue due tonnellate di libri, la collezione di tazze, le marionette balinesi, 10 paia di infradito e 20 di snikers, tre annate di Vogue, 2 stivali tacco 12, due sci, il cane di ceramica della zia Pina, due caschi, lo stereo, l’home theatre, il materassino per lo yoga e l’elettrostimolatore per le chiappe. Gli architetti dell’Ikea in casa tengono 2 mutande, 2 calzini, 1 camicia, 1 maglione e 1 cappotto. Così tu se hai un bikini, una borsa o l’asciugamano sei già incasinata. Le scarpe è previsto che le lasci libere di odorare all’ingresso, come in Svezia, al massimo su una panchetta a listelli di legno stile piscina comunale e il computer lo usa il tuo compagno sul tavolo della cucina mentre tu ci fa la pasta all’uovo sorridendo beata ai germi e due bambini di etnia diversa dalla vostra dipingono con le mani, esattamente come sul catalogo Ikea. Che cosa avranno da ridere ’sti papà Ikea…

In pratica realizziamo dopo poco che l’Ikea più grande la stanno solo costruendo, per il momento possiamo ammirare l’Ikea più piccola del mondo e la nostra avventura si conclude tragicamente. Le mensole non le prendiamo perchè non sono più da prendere negli scaffali segnati appositamente di fianco a ogni articolo. Adesso di fianco a ogni articolo c’è un cartellino ikea che dice di rivolgersi al personale al computer. Ogni personale con computer è attorniato da una quarantina di visitors che chiedono a voce alta oggetti con nomi svedesi pronunciati in inglese, sardo, sardo e siciliano, veniamo travolti da una battaglia tra Sartre, segno e significante e decidiamo di lasciar perdere.

Raggiungiamo il piano inferiore seguendo le freccette per terra in questo mercato di Rabat che sembra casa nostra il giorno dopo il trasloco (50 metri cubi di roba e avevamo un appartamento di 40 metri quadri, l’ikea a me fa un baffo) e iniziamo la ricerca del resto della lista. Il bollitore è l’unico rinvenuto. O, meglio, quello che avevo visto sul catalogo è meno resistente della teiera di Barbie quindi opto per la brutta copia del bollitore Mami di Giovannoni (Alessi), che qui si chiama 365+ . Non posso comprare quello di Giovannoni, devo comprare un bollitore da poco per usarlo tutti i giorni, al fine di preservare dall’usura il nostro provato 9093 di Graves. Se comprassi quello di Giovannoni, avrei poi bisogno un altro bollitore per non usurare quello di Giovannoni e diventerebbe un circolo vizioso.

La tragicommedia volge al fine con la ricerca del wok. Lo troviamo ma senza “La griglia asportabile che tiene in caldo gli alimenti”. Che è una cosa fondamentale del wok. Guardiamo ovunque ma neanche l’ombra, ci sono solo una pila di wok nudi, senza griglia asportabile. Come sfottò, sopra la nostra testa pende un wok completo di griglia ma troppo in alto per acchiapparlo. Mi metto allora alla ricerca di una signorina ikea ma neanche l’ombra. attraverso il reparto, trovo solo una sciura ikea. Le sciure ikea sono poche, rare, ma come i fantasmini di pacman quando ti capitano hanno il potere di rovinarti il gioco. Sono mine vaganti, messe lì apposta per ricordarti che qualunque cosa tu pensi o immagini, non sei in una puntata di Friends ma in Italia. Tu non sei una single creativa o una giovane coppia alternativa, sei solo una cretina che compra delle puttanate, come sua figlia.
“Signora mi scusi, volevo prendere il wok ma sono tutti senza La griglia asportabile che tiene in caldo gli alimenti.. Sa dove sono le griglie?”
“Cosa cerca?”
“La pentola wok, ma l’ho trovata, è là in fondo ma manca un pezzo”
“Ma quale sarebbe? Ah! La padella nera grande?”
“Si esatto, manca la griglia asportabile, sa dove le hanno asportate le griglie?”
“Se cerca la griglia sottopentola deve guardare nell’altro reparto”
“No, non è un sottopentola, fa parte del wok, è la La griglia asportabile che tiene in caldo gli alimenti.
“Deve chiedere a una collega del reparto, ce ne sono tre.”

Torno sconsolata. aspettiamo un po’ le tre esperte di griglie per wok, mettiamo nel sacchetto una pinza per fritti che non scotta le dita (cosa che la nostra pinza invece ama fare con una certa frequenza) e poi lasciamo le nostre speranze insieme ai wok denudati dalle griglie. sigh.

Raggiungiamo la cassa, buttiamo un occhio, uscendo, alle polpette congelate e alla marmellata di bacche polari (EURO 5,20 ! E cosa sono soprattutto le bacche polari?!) ma non abbiamo ancora visto il meglio della Minikea! Per uscire i creativi progettisti ikea hanno disegnato un percorso di piedini da bambino di un altro kilometro, sempre da farsi sotto il sole cocente e l’afa, ma che ogni tanto viene interrotto da Mondo. Si, mondo, campana, quel gioco che si faceva da piccoli saltellando su un piede. E’ geniale che un percorso obbligato sia interrotto da mondo, specialmente quando una fila di gente carica di acquisti si deve arrestare improvvisamente piantando il bastone della tenda nello stomaco di quello dietro, perchè il bambino di quelli di fronte si è fermato a saltellare sulla campana.
Si forma una coda da Salerno-Reggio Calabria il primo agosto, con gente che da dietro comincia a chiedersi se sia il caso di suonare i coperchi delle padelle o tirare biscottini allo zenzero per distrarre il creativo pargolo. Procedendo nella fila recintata giungiamo di fianco a chi ha affrontato la bagarre linguistica e si sta facendo consegnare i mobili ordinati all’addetto al computer. Praticamente fai un kilometro di asfalto bollente sotto il sole, recuperi la macchina, ritorni davanti alla consegna convincendo l’addetto al parcheggio che anche se non hai bambini e cicciobelli devi passare proprio di lì, e ti caricano sulla macchina i tuoi pezzi di legno. Passiamo di fianco al dramma di una donna con suv che guarda sconsolata 4 pannelli incastrati dentro la sua giga-auto, sono riusciti a non farci stare un billy in un suv, sembra una puntata di MrBean. Ringraziamo in silenzio per non aver comprato le mensole, abbiamo solo una golf.

A casa togliendo le etichette agli acquisti, la finale bella sorpresa: TUTTO “Made in China”. O, come scrivono i creativi svedesi, “Design and Quality Ikea of Sweden - Made in People’s Republic of China”.

Basta, è l’ultima volta davvero, all’Ikea non ci vado più.

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