I GIARDINI VERI E I GIARDINI FAST FOOD

Tempo fa ho avuto un felice incontro con un libro di Paolo Pejrone, In giardino non si è mai soli. Diario di un giardiniere curioso.
Io curiosa lo sono e ho anche un compagno che a dispetto dell’apparenza burbera e antipatica è molto carino e mi ha procurato subito anche il secondo volume di Pejrone, Il vero giardiniere non si arrende. Cronache di ordinaria pazienza.
E io di pazienza devo tirarmene fuori parecchia perchè il giardino è proprio il deserto dei Tartari. L’orto va, ma il giardino è un brutto abbozzo di un cimitero di piante, vuoi per il terreno pessimo, vuoi per l’uso scriteriato che ne è stato fatto per 40 anni (monocoltura a vigneto! non c’è di peggio!), vuoi per il fatto che io mi scoraggio dopo un po’. E me ne torno nel mio orticello rigoglioso e lussureggiante.
Un po’ di coraggio però alla fine l’ho trovato in questo libro. Primo perchè dopo aver letto che anche Pejrone non sopporta le maledettissime conifere, volevo correre ad abbracciarlo. Non ho mai sentito nessun giardiniere, tantomeno un architetto di giardini, dire apertamente che non sopporta qualche pianta, se non per fare il modaiolo e mettersi in posa. Le conifere poi, le infilano ovunque!
Le conifere al di sotto delle Alpi invece a me sanno di cimitero. In alcuni posti deturpano orrendamente il paesaggio. Ho visto bellissime ville liguri rovinate da filari di cipressi. Ma perché ?! Dov’è il senso paesaggistico di un cipresso in Liguria? E’ come un’aiuola di stelle alpine a Messina!
Non ultimo, io ho ormai un odio viscerale verso le maledettissime tuje e questa moda balorda di mettere tuje dappertutto. E io come un’oca che il primo anno di giardinaggio, seguendo le mode delle riviste patinate di giardinaggio, ho comprato ben 18 tuje per fare una recinzione. Tutte morte, bruciate sotto il sole battente della Pianura Padana, in una terra umida di risaie e abbastanza esposta da coltivare grano, farro e mais.
Tornando al libro di Pejrone, mi è piaciuto tutto, mi sono commossa ai ritratti molto umani di Russel Page e Peter Wolkonsky, di solito ritratti come mostri sacri, idoli, icone.
Una cosa che mi è piaciuta sopra a tutte è stato un pezzettino su “I grotteschi e insipidi giardini “fast food” ” che ha ufficialmente riabilitato il mio desertico giardino allo status di “luogo di lavoro” e di “piante piantate“, un giardino REALE, che cresce piano piano.
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“La maggior parte degli show giardinieri d’Europa partoriscono adesso piccole e grandi gare di giardini e giardinieri: un vero massacro del buon senso, e insieme l’ennesima sconfitta della realtà . Questi allestimenti, come ho detto, tutto sono fuorché giardini. I giardini non sono fatti con piante portate dai vivai, appoggiate e sistemate secondo schemi gradevolissimi ma non autentici.
Il giardino, quello vero, è fatto di piante piantate, cresciute e allevate. Un giardino è luogo di lavoro, cure, governo, delusioni, soddisfazioni, speranze e sogni. E’ anche luogo di rimorsi, errori, ripensamenti e dubbi, E’ un luogo di tempi lenti, vita intensa, vera, lenta e saggia.
I “giardini” nati da piante appoggiate sono simulazioni perverse, sono autentici mostri, fuorvianti, inutili, maligni e insidiosi. Dei veri pericolosi e insipidi “fast food“. pag. 111





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