Decrescita, Giorno per giorno

DECRESCITA SERENA E’ CONSUMARE IN MODO INTELLIGENTE

Segnalo la bella intervista a Serge Latouche sul numero 170 di MarkUp, Ottobre 2008 (riportata di seguito). Anche se tante volte ci sembra che questo simpatico condottiero usi l’ovvio come alabarda, in fondo in fondo fa sempre bene al cuore sentire quello che ha da dire 😉
Non bastano due pagine di MARK UP per discutere il pensiero del professor Serge Latouche (vedere anche MARK UP di giugno, a pag. 15), il significato del mercato agricolo come luogo dei rapporti economici locali, che privilegino la relazione produttore-acquirente, la filiera corta a bassa produzione di gas serra, la stagionalità dei prodotti, l’uso ridotto di imballaggi e la limitata produzione di rifiuti.

Uno scenario coerente con il senso di un altro pamphlet “Buono, pulito e giusto”, scritto da Carlin Petrini, il fondatore di Slow Food (“Un gastronomo non ecologista è un imbecille e un ecologista non gastronomo è una persona triste”. Vedere anche GDOWEEK n° 446 pagg. 40-41), un altro intellettuale con gli stivali. Entrambi dialogano sui massimi sistemi ma scendono sul campo, quello vero, fatto di terra bassa e di ambiente, di umanità e di prodotto. “Non voglio proporre ricette pronte e assolute per risolvere i problemi del mondo, ma, posto che non si può continuare sulla strada della crescita infinita dei consumi e della depredazione delle risorse naturali, è urgente mettere in discussione quella che ormai è una cieca fede nello sviluppo”.
Sono già passati cinquant’anni dalla fondazione del Club di Roma voluto da Aurelio Peccei, l’economista e dirigente Fiat che sollecitò la pubblicazione del rapporto sui “Limiti dello sviluppo”. Ciò che un successivo studio del Mit (Massachusetts Institute of Technology) prevedeva si sta quotidianamente avverando: esaurimento del petrolio a buon mercato, crisi climatica, diminuzione delle risorse alimentari, speculazioni finanziarie sulle materie prime, aumento della popolazione, accumulo dei rifiuti e degli elementi inquinanti, perdita di suolo agrario per cementificazione ed erosione, aumento del prezzo dei minerali (con furti di rame e tombini di ghisa visibili nelle nostre città, basta affacciarsi alla finestra). MARK UP ha potuto intervistare Latouche e discutere con lui della “Crescita serena”, il suo libro-manifesto edito da Feltrinelli per ribadire che c’è una strada diversa allo sviluppo a tutti i costi: la decrescita.
“Per salvare il pianeta e assicurare un futuro accettabile ai nostri figli non ci si può limitare a moderare le tendenze attuali, ma bisogna decisamente uscire dallo sviluppo e dall’economicismo”, dice Latouche. Ecco come definisce lo sviluppo: “L’imbroglio è contenuto già nella parola. Nasconde lo sfruttamento e lo sradicamento in massa di individui, la morte delle diversità, l’evidenza di un’umanità apatica, infelice, obesa, precaria, insicura e, a ben guardare, anche più povera. L’idea di sviluppo resiste ostinatamente all’evidenza del suo fallimento. Per questo ha smesso da tempo di essere una cosa scientifica, è diventata mistica, mitologia, religione. Un feticcio imbroglione che anestetizza le sue vittime. Il vero oppio dei popoli”. E sottolinea: “Ci dicono che per uscire dalla crisi dobbiamo lavorare di più. Diventare cinesi. Che la Cina affoghi nell’inquinamento sono obiezioni irrilevanti. È da questa cecità che dobbiamo liberarci”.

Professore, come si possono avvicinare due termini antitetici fra loro? Decrescita suona negativa al comune sentire. Serena, invece, è positiva. Qual è il presupposto da cui è partito?
Per me la decrescita non è un fatto negativo. Dobbiamo distinguere, infatti, la decrescita dalla crescita negativa. La crescita negativa è un fatto altamente negativo, oserei dire terribile, visto che viviamo in una società impostata sullo sviluppo. Se non c’è crescita si produce disoccupazione, si distrugge ricchezza, ci sono meno investimenti per l’ambiente, la cultura, la salute. È per questo che dobbiamo uscire dalla società basata sulla crescita e avvicinarci a quella della decrescita serena.
La parola italiana decrescita è tradotta in francese décroître, décru, decrescita. Quando un fiume esce dal suo letto è accru e tutti auspicano la décru, la decrescita del volume dell’acqua. E allora possiamo dire, parafrasando, che il volume dell’economia è uscito dal suo letto e dobbiamo auspicare la decrescita, che il fiume rientri nel suo letto, in un ambito naturale, dove è sempre stato. Lo ripeto: non dobbiamo avere necessariamente una visione negativa, anzi. Ma perché in genere il senso comune, la letteratura, danno una lettura negativa della decrescita?

Risponda lei, professore.
Perché il nostro immaginario è talmente colonizzato dall’ideologia della crescita che crescere per crescere sembra, è, una cosa assurda. Nessuno però lo pensa e, soprattutto, lo dice pubblicamente, perché siamo totalmente incapaci di pensare. Crescita di cosa? Crescita fino a che punto? Per quale scopo? Con che senso? Se parliamo di crescita della quantità di cibo a disposizione della popolazione più bisognosa tutti capiamo di cosa si sta parlando e lo accettiamo. Ma quando parliamo di crescita fine a se stessa, di produttività fine a se stessa, che significato ha? La crescita all’infinito, senza senso, è un’assurdità totale. È per questo che abbiamo inventato lo slogan della decrescita serena: forza la gente, il consumatore-cittadino, a riflettere. È un paradosso, una forzatura, me ne rendo conto, ma è necessario per creare una rottura, almeno un dubbio.

Come si fa a conciliare la decrescita economica con quella di altri parametri, per esempio con la demografia?
La questione demografica è importante ma è un’altra cosa. La crescita demografica infinita in un pianeta finito è realmente impossibile. Il nostro problema è il modello della società basato su una crescita infinita. Crescere a tutti i costi, fine a se stesso. Dobbiamo, invece, far crescere la gioia di vivere, la qualità dell’ambiente, dell’aria che respiriamo, del cibo che mangiamo, dell’acqua che beviamo.

Nel suo libro si parla di teoria del ciclo di vita del prodotto ormai superato. Sostiene che le aziende studiano vari modi per renderlo obsoleto in poco tempo in modo da provocare il riacquisto quasi istantaneo. Lei fa l’esempio dell’auto, del telefonino e altro ancora. Come si fa a rivitalizzare allora il ciclo di vita in modo equilibrato, in modo da non provocare sprechi ma consumo intelligente?
Basterebbe applicare le leggi sulla concorrenza.

Cioè?
In un recente articolo su la Repubblica ho letto che a New York hanno scoperto in una caserma dei vigili del fuoco una lampadina che dura ininterrottamente da 105 anni. Il presidente Bush ha subito esordito: “Vedete la superiorità della tecnologia americana?”. È una bugia colossale. Questa lampadina ha un altro significato.

Quale?
Cent’anni fa si producevano lampadine a carbone e non a tungsteno, che ancor oggi, come riportato dal giornale, funzionano con efficacia. Il consorzio dei produttori di lampadine ha deciso di lanciare una nuova generazione di lampadine che dura molto meno, 1.000 ore contro le 4.000 e più di quelle a carbone. Abbiamo, quindi, la capacità di produrre in un altro modo, perché non lo facciamo?
Perché?
Perché si parla solo di mercato e di concorrenza a sproposito. I produttori si sono messi d’accordo per produrre lampadine che durino molto meno. Lo stesso avviene per i computer. Vige, di fatto, un cartello che impedisce la produzione di apparecchi con una lunga durata. Abbiamo le leggi anti-monopolio che, guarda caso, non vengono applicate. Il primo passo è, allora, applicare le leggi. Basterebbe!

Un altro esempio?
I pannelli fotovoltaici. Oggi il loro eco-bilancio è negativo: ci vuole più energia a produrli di quella che poi il singolo pannello è in grado di erogare. Sa perché? Perché la durata di vita del pannello è breve. Se si facessero dei pannelli con un lungo ciclo di vita l’energia spesa per fabbricarli sarebbe limitata, con un conto economico positivo. In questo caso varrebbe la pena per ogni famiglia dotarsi di un pannello fotovoltaico. Oggi il tornaconto lo hanno solo i produttori e non i consumatori che devono cambiare il pannello ogni dieci o vent’anni. Lo stesso vale per le automobili. I governi dovrebbero imporre ai fabbricanti di produrre un’auto con un ciclo di vita di venti, trent’anni, magari in grado di percorrere non dieci, ma quaranta chilometri con un litro di benzina.

Nel suo libro si parla di de-economizzazione dello spirito. Cosa vuol dire esattamente?
C’è un proverbio che dice più o meno così: quando abbiamo un martello nella testa si vedono tutti i problemi sotto forma di chiodi. Nella nostra testa il martello si chiama economia. Dobbiamo prendere coscienza che l’economicismo è recente nella nostra storia. È tipico dell’occidente ed è stato diffuso in tutto il mondo. Prima del Settecento non era così.
La gente non pensava e viveva in funzione dell’economia. Non si pensava al prodotto interno lordo, non si parlava di salari. Abbiamo economicizzato il nostro immaginario. L’economizzazione del pianeta porta invece velocemente alla sua distruzione. Bisogna reinventarla e adattarla alla vita del pianeta che è razionale e lenta. Le risorse naturali hanno un termine, molte non sono rinnovabili. Una volta terminate non ci sono più. Bisogna riportare l’economia nel letto del pianeta e dell’umanità che ci abita.

Lei è davvero convinto, come ha scritto, che se non si invertirà questa direzione il collasso per il pianeta avverrà nel giro di trent’anni?
Purtroppo si. Il primo rapporto del Club di Roma è degli anni ’60. Ci aveva già messo in guardia da allora. Ma non sono stati presi i provvedimenti auspicati. Sempre il Club di Roma ha fatto un nuovo rapporto nel 2004. Ha delineato otto scenari con una serie di provvedimenti sostenibili che allontanano il collasso dal 2030 al 2070.

Quali sono state le indicazioni di maggior interesse?
Impostare un’economia basata sulla sobrietà. Un’austerità intelligente alla base delle grandi e piccole scelte della vita quotidiana.

Mi perdoni la domanda: lei applica un’austerità intelligente tutti i giorni?
Ci provo, non lo faccio per senso del dovere ma anche, lo dico senza problemi, mi dà piacere farlo. Anch’io sono stretto negli ingranaggi del sistema e non posso salvare il mondo da solo. È necessario un grande sforzo della politica e delle grandi imprese.

Le grandi multinazionali non l’hanno mai invitata a spiegare ai loro manager le sue ragioni?
Mai.

Mai?
Sono stato invitato da circoli di imprenditori, piccoli e medi, da associazioni cattoliche, ma mai da grandi imprese. Le grandi multinazionali sono delle megamacchine senza cuore e senza anima e i dirigenti degli ingranaggi.

Chi è Serge Latouche
Serge Latouche è francese. Vive tra Parigi e una casa in pietra rimessa a posto con le sue mani sui Pirenei orientali. Si sposta rigorosamente in treno e passa molto del suo tempo in giro per l’Europa a organizzare chi vuole pensare e agire attraverso un consumo virtuoso. “Dobbiamo far capire alla gente che, scegliendo la decrescita, non torneremo all’età della pietra, e nemmeno a metà del secolo scorso. Quarant’anni fa sono andato a lavorare in Africa come esperto di sviluppo. Volevo redimere il continente dalla sua arretratezza, ma ero anche affascinato dai popoli africani. Studiavo appassionatamente quelle stesse culture che con l’economia contribuivo a distruggere. È stato lì che la contraddizione mi è apparsa chiara. Ed è stato lì che ho perso la fede. Da allora ho combattuto, sentendomi un predicatore nel deserto. Oggi, per la prima volta, vedo che le cose stanno cambiando. I nuclei a economia sostenibile si moltiplicano. Nelle città europee conosco interi palazzi che si organizzano in modo ecosostenibile. Lo sento, ce la faremo”.

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9 Comments

  • Reply Gormlaith ottobre 26, 2008 at 12:46 am

    Pensa che nella mia città proprio in questi giorni stiamo facendo nascere un gruppo per la decrescita felice. ne siamo molto orgogliosi. io mi occuperò dell’ autoproduzione, presto troverete sul mio blog un post in merito e sicuramente un link a cui fare riferimento.

  • Reply yari ottobre 27, 2008 at 2:55 pm

    Molto interessante, concordo sul fatto che sia necessario un grande sforzo delle istituzioni politiche e delle grandi aziende. Purtroppo queste mancano però della lungimiranza necessaria per un discorso di questo genere, in quanto volte soltanto al breve termine.

  • Reply Erbaviola ottobre 28, 2008 at 11:03 pm

    Sì, dal mio punto di vista però incolpo maggiormente, almeno per l’Italia, gli enti pubblici. Mi spiego: ci sono comuni che prendono fondi contemporaneamente per un impianto di produzione di energia con oli esausti/olio di palma (chi abita in zona sa a cosa mi riferisco, una barbarie) e organizzano mercatini biologici, bioiniziative e domeniche a piedi e carinerie del genere.
    Quello che manca da noi è la responsabilità civile degli enti locali più che delle aziende.

  • Reply Erbaviola ottobre 28, 2008 at 11:06 pm

    Gormlaith: tienimi informata!!! mi piacerebbe molto sentire cosa fate 🙂

  • Reply sara ottobre 30, 2008 at 3:38 pm

    bello questo articolo, grazie Erbaviola!! Fatalità era da un po’ che ne volevo parlare anche io, di decrescita…di recente ne ho accennato su di un certo forum da oratorio vegano e sono stata acidamente apostrofata che si tratta di cose trite e ritrite, poi quando vedo ogni giorno il bionegozio dove lavoro che produce da solo 2 metri cubi di spazzatura da imballaggi, mi cascano le braccia….

  • Reply Erbaviola ottobre 31, 2008 at 3:18 pm

    Grazie a te, Sara (e Mirtillooooooo!) è sempre confortante trovare qualcuno che condivide. Non posso astenermi dall’ammettere che “un certo forum da oratorio vegano” mi ha fatta scompisciare!
    Secondo me non sono cose trite e ritrite. Dal mio punto di vista non è trita e ritrita nemmeno la ricetta per la pasta al sugo che pure su quel genere di forum va moltissimo 😉 Inoltre secondo me Latouche sta prendendo la via giusta nella comunicazione della decrescita, evitando i toni estremisti e le scelte di frontiera, puntando sempre di più su una decrescita graduale che possa coinvolgere molte più persone che non la decrescita della comune primitivista nel bosco. Non è mai trito, c’è sempre qualcuno che lo legge per la prima volta 🙂

  • Reply Rita dicembre 12, 2008 at 11:29 pm

    Anch’io ho letto questo articolo “per lavoro”, mi è sembrato una voce fuori dal coro, mi è piaciuto molto e l’ho conservato. Mi fa piacere trovarlo qui, in un sito vicino al mio modo di essere (sono gegetariana da 8 anni), un sito trovato per caso … o forse no? Nulla avviene per caso

  • Reply teresa marzo 16, 2009 at 3:07 pm

    non conoscevo Latouche, vorrei dire che mi sembra così vicino al sentire comune…ma poi così lontano da una possibile realta.

  • Reply marco marzo 18, 2009 at 9:34 am

    credo che a questo punto sia proprio la conoscenza che ci possa mettere in movimento. La conoscenza come consapevolezza. E’ finito e deve finire il magnetismo del tubo catodico della televisione: telegiornali e talk show enfatizzano o sminuiscono, a seconda di chi li dirige, le realta’ delle cose. La coscienza deve germogliare nuova e vitale gia’ a partire dagli umili. Non puo’ esserci politico o economista a capo di questa grande rivoluzione, sarebbe un ossimoro.

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