La scena finale di "Tempi moderni" di Chaplin
Decrescita, Sviluppo personale

LAVORO, POSTO FISSO, STIPENDIO E ALTRE MITOLOGIE

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Dal 2009, quando è uscita la prima edizione di “Scappo dalla città. Manuale pratico di downshifting, decrescita, autoproduzione“, continuo a ricevere email di persone che, leggendo questo libro, riescono a cambiare vita, non per forza uscendo dalla città, ma cambiando forma mentale nei confronti di molti aspetti importanti del quotidiano: il lavoro è quello che citano di più.
Io credo che tutte queste persone in realtà abbiano già dentro ciò che li può far vivere meglio, ma come tutti abbiano bisogno di sentirlo, dargli una forma, un’organizzazione o di sapere che non sono da soli, che si può fare, che c’è chi l’ha fatto.

Mi capita però anche di ricevere email a cui è davvero difficile dare una risposta gentile. Per esempio, a un impiegato a tempo indeterminato che ti scrive “per te è stato sicuramente più facile perché sei partita anni fa quando non c’era questa crisi” …cosa rispondergli? “No, sei solo tu che stai cercando di darti delle giustificazioni al tuo non provarci, ti stai boicottando da solo“?
Non lo capirebbe, le scelte di vita sono lunghi viaggi e l’autocommiserazione è un bagaglio imponente di cui è necessario liberarsi. Ognuno di noi ha una storia diversa e ognuno ha le sue personali difficoltà. E ha le sue risorse per farcela e tenere duro: bisogna tirarle fuori.

Io ho vissuto, lavorativamente, esperienze bellissime come l’essere assunta dall’università cinque minuti dopo aver discusso la tesi, così come esperienze devastanti tipo tre anni e mezzo a contratti precari che potevano cessare da un giorno all’altro, letteralmente, dicendomi “da domani stia a casa perché rientra Tizia“.
Senza nessun aiuto dalla famiglia (non per scarsità di mezzi, anzi, ma per pura presa di posizione contro qualsiasi mia scelta… purtroppo i genitori cretini capitano a molti, me compresa) e con affitto e bollette da pagare da sola, non è stata davvero una passeggiata.
Non ho mai avuto un contratto a tempo indeterminato, pur avendo avuto anche contratti da quadro: andava già di moda sfruttare le sostituzioni maternità. Vivendo da sola, vuol dire davvero vivere come un equilibrista su un filo che improvvisamente cede: per dei mesi sei ricca, poi ti ritrovi da un giorno all’altro a mandare i curriculum e a fare i conti di quanto puoi resistere a casa senza lavorare. Ti ritrovi a dipendere dagli altri, da chi ti dà il lavoro e da chi te lo darà in futuro, a essere sempre gentile perché nell’ambiente ci si conosce un po’ tutti. Per esempio, a non reagire a parolacce quando dai le dimissioni dopo aver accettato un’altra offerta e solo allora ti viene offerto un super contratto a tempo indeterminato con le stesse cifre e benefit dei dirigenti uomini. Motivo: non c’è nessun altro in grado di seguire i progetti che hai in corso. E così ti senti ancora più sfruttata per tutti quegli anni in cui hai buttato le tue capacità e competenze in un sistema che ti ha sottopagato pur sapendo che valevi più di altri che venivano invece stra-pagati.

Quindi cosa posso rispondere quando qualcuno mi fa notare che per me è stato più facile perché non c’era “questa crisi”? Che ho mangiato per due mesi riso in bianco e mele perché mi erano rimasti 42 euro e 27 servivano per l’abbonamento dei mezzi per andare al lavoro? O che sono dovuta stare zitta tante volte, come quando il vicepresidente di una società, per un errore della sua segretaria, si è messo a urlare che le donne devono “stare a casa a fare la calza e crescere i figli“? O di un dirigente di un ente parastatale che ha urlato, davanti a me e un’altra ventina presenti, che non avrebbe più permesso l’assunzione di donne “perché poi stanno a casa in maternità cent’anni“? (Ciao, mi vedi? Ti ricordo che io sarei quella con il contratto che non può stare a casa in maternità… yu-hu, ti ricordi? L’hai già fatto, caro il mio arteriosclerotico isterico!).
Eh sì, erano veramente tempi d’oro!

Cos’è cambiato da allora? Il concetto di stipendio. E arrivo al perché di questa citazione sotto. Tra le tante persone che mi hanno scritto e con cui continuano discorsi davvero interessanti, ultimamente ho ricevuto la recensione di un amico e un invito di un’amica.
L’amico un giorno mi scrive un sms “Il tuo libro mi sta prendendo a calci nel culo ad ogni pagina“. Ed è, credo, una delle migliori recensioni che io abbia mai ricevuto!
Un’amica mi scrive poi: “I discorsi sul lavoro li devi scrivere anche sul blog, se no sembri una mantenuta che sta a casa a raccogliere i fiorellini!“.
Non sia mai! Allora, per la cronaca: non sono mantenuta da nessuno, lavoro e anche tanto, ho solo cambiato tipo di lavoro e atteggiamento nei confronti di questo.

Il discorso che è piaciuto a loro sul concetto di lavoro è quello di seguito, un po’ ridotto. Lo lascio qui, mi pare il giorno giusto, magari qualcuno troverà lo spunto per riorganizzare i suoi pensieri e la sua vita… cambiamo il mondo, una persona alla volta, partendo da noi stessi.

 

Siamo mossi da un falso mito, quello dello stipendio. Siamo convinti che solo lo stipendio possa farci sopravvivere, che senza saremmo persi, moriremmo di fame e di freddo. Siamo convinti che per avere un chilo di frutta dobbiamo dare in cambio dei soldi, decurtati dal nostro stipendio, proveniente dalla vendita del nostro lavoro a terzi. Non è un grande affare se ci pensate bene. Sul vostro lavoro ci deve guadagnare prima di tutto il vostro datore di lavoro. Sul chilo di frutta che comprate in città ci deve guadagnare il coltivatore, il mediatore, il grossista, il trasportatore, il supermercato. In pratica, tra voi e il vostro chilo di frutta, c’è un esercito da mantenere. Con il vostro stipendio. Non è un grande affare, no? Non starete lavorando per troppe persone?
Negli anni, dopo aver cambiato completamente il mio modo di vivere e lavorare, ho incontrato molte persone che come me hanno cambiato totalmente vita andando a vivere in campagna. Uno degli aspetti che accomunano queste persone è l’aver cambiato radicalmente la propria mentalità nei confronti del denaro e del lavoro. Sebbene eliminare la dipendenza psicologica dall’entità “stipendio” sia difficilissimo, è pur sempre possibile. In fondo, se vi apprestate a leggere un libro sull’autosufficienza, qualcosa in voi è già cambiato.
In pochi però godono della libertà mentale che porta a decidere per una vita parzialmente o totalmente autosufficiente. Di non avere intermediari tra loro e il chilo di frutta. Alcuni di questi arrivano a questa libertà mentale con una folgorazione e scappano immediatamente dalla città, riconoscendo nel sistema di vita cittadino un grosso limite alla loro vita. Altri ci mettono anni, capiscono esperienza dopo esperienza che qualcosa non va, che qualcos’altro si può cambiare e cominciano ad allontanarsi per gradi. Tutti i metodi sono validi ed è giusto che varino a seconda di aspirazioni e possibilità.

(…)

Chi è nato tra gli anni ‘50 e gli anni ‘90 è stato sottoposto all’adorazione di due figure mitologiche: Posto fisso e Stipendio. Mi è capitato di sentir parlare con deferenza del Posto Fisso persino in casa di commercianti decisamente più abbienti dei destinatari di qualsiasi Posto Fisso. In passato, si era abituati a essere fedeli tutta la vita a una stessa azienda. Ora è diverso. In media, sappiamo che dovremo cambiare almeno quattro posti di lavoro in trentacinque anni. Se va bene.
Un italiano su cinque ha cambiato lavoro da tre a cinque volte prima di riuscire a trovare l’impiego che occupa attualmente. E la percentuale sale ancora di più se ci si sofferma sul segmento di chi ha un’età compresa tra 25 e 34 anni (il 24 per cento). Sono questi alcuni dei risultati resi noti dall’indagine “L’Italia del Lavoro oggi. Condizioni e aspettative dei lavoratori” presentata da Ires Cgil nel 2007. Poi è arrivata la crisi e i tagli consistenti.
La precarizzazione progressiva e inarrestabile del lavoro ha portato alcuni, ormai, a cambiare lavoro ogni pochi mesi. In questa ottica, cosa stiamo salvaguardando? La nostra possibilità di svendere competenze e voglia di crescere a un centinaio di aziende prima di raggiungere un’età pensionabile in cui saremo stanchi e abbruttiti dall’insoddisfazione? Insomma, quello che teoricamente perdiamo lasciando il sicuro lavoro di città, ha davvero un valore così alto? Oppure ha il valore che noi gli vogliamo attribuire, sognando a occhi aperti che quel posto di lavoro sarà nostro per sempre, che l’azienda non chiuderà mai e che non troveremo niente di così ‘sicuro’ altrove?
Vogliamo percorrere una provinciale gustandoci il panorama e svoltando quando ci pare, oppure preferiamo l’autostrada che teoricamente va veloce ma che al primo problema ci obbliga a stare lì fermi e vivercelo tutto, dall’inizio alla fine, senza possibilità di uscirne e di svoltare?

(…)

Il discorso sull’abolizione del concetto di lavoro si ricollega in parte anche ai discorsi di decrescita e semplicità volontaria. A livello personale, molti hanno fatto la scelta di dissociarsi dal sistema imposto e di crearsi un lavoro da gestire indipendentemente, senza mediatori. Siamo così abituati a chiamare lo stipendio ‘guadagno’ che abbiamo perso di vista il valore reale delle nostre competenze. Gli stipendi non sono altro che parti infinitesimali del guadagno – quello sì, reale – che ottengono le aziende attraverso la vendita del nostro lavoro. Le aziende hanno contribuito su vasta scala alla fine della valorizzazione dell’individuo e l’apertura delle frontiere, la globalizzazione, ci ha mostrato come sia semplice, in assenza di valorizzazione del lavoratore, spostare la produzione all’estero con lavoratori di analogo valore ma inferiore costo. L’unico fine in questa operazione è il maggiore margine di guadagno dell’azienda, su prodotti che tra l’altro finirà per acquistare il lavoratore il cui lavoro è stato svalorizzato.
Per uscire da questa macchina di svalorizzazione dell’individuo e iper-produzione delle merci, molti hanno scelto di lavorare per sé stessi. In versione molto semplicistica, se so piantare le patate e raccogliere i pomodori, non vado a farlo per venti euro al giorno con una cooperativa. Pianto le mie patate, raccolgo i miei pomodori e invece di comprarli al supermercato me li mangio. E’ la soluzione dell’autosufficienza. In pratica fare della vita il proprio lavoro, una vita in cui coltivare o raccogliere il proprio cibo, produrre i propri vestiti, il carburante e l’energia utile al proprio fabbisogno faccia parte della vita, in cui il baratto sia una forma economica e sociale di scambio, in cui le persone abbiano un valore e ne siano consapevoli quindi non più disponibili a svendere le proprie competenze.

da “Scappo dalla città. Manuale pratico di downshifting, decrescita, autoproduzione” (è una pubblicità? Sì, dei contenuti, delle idee libere. E’ un libro che trovate anche gratis in tantissime biblioteche)

 

 

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49 Comments

  • Reply Barbara maggio 1, 2013 at 2:08 pm

    Mi trovo in completo accordo Grazia, è anche per merito dell’attenta lettura dei tuoi libri, oltre che al rimugino di parole di tante persone che amo (te, Sara, per dirne due) che ho iniziato a mettere in discussione un po’ tutto. Ci ho riflettutto molto e ancora lo sto facendo, non sono da sola a scegliere e rispetto moltissimo mio marito per cui non ci siamo trasferiti in un casolare di campagna (anche fatiscente, mica per forza da fighi) per stare vicini ai nostri genitori che ne hanno bisogno ora e ne avranno sempre più bisogno nel tempo. Ma la mia personale idea di stipendio e di lavoro è stata già molto ridimensionata: puntavo a fare “carriera”, ero tutta tacco 12 e centri commerciali, cibi confezionati rigorosamente onnivori , esclusivamente macchina e palestra e zero senso di aiuto per nessuno.
    Ora sono vegan (umm..mi bacchetteresti perchè ogni tanto in occasioni sociali mi piego ancora al vegetariano) , vivo nel varesotto che se non altro è meno peggio del milanese e non sto più in condominio, ho un bel giardino, non so nemmeno concepire di acquistare un’insalata in busta e ho un orto più diversi alberi da frutto (dei quali ancora gusto marmellate e composte dello scorso anno), faccio volentieri passeggiate la mattina prima di andare in ufficio con Can, non faccio quasi mai straordinari al lavoro e decisamente i soldi che servono sono molti meno con il risultato parziale che la vita che mi godo con Maritino, Can, Gattaccio e Una è decisamente molta di più, più densa, più bella, più piena, e felice…
    No, non serve trasferirsi necessariamente in campagna o all’estero, si può iniziare da dove si sta, facendo veramente una miriade di cose.
    Se si mette di raccontarsi una marea infinite di scuse cretine, ovviamente…….
    Baci, sei preziosa ♥

    • Reply Erbaviola maggio 1, 2013 at 3:55 pm

      Io non ti bacchetto di certo, sei bellissima così! Ognuno ha la sua strada, i fondamentalisti del veganesimo sono solo persone che si sono perse e gridano aiuto, solo che lo fanno urlando contro le mancanze altrui. Per me una persona che ha scelto un’alimentazione etica vegan e ogni tanto mangia vegetariano, è solo una persona che ha già fatto un gran bel pezzo di strada, quindi al limite posso solo abbracciarti (ulteriormente).
      Per il resto sono d’accordo, non serve scappare molto lontano, serve semmai scappare da ritmi non umani e riacquisire dei ritmi di vita vera. Se poi uno lo fa in campagna o alla periferia di una città, è questione di gusti ed esigenze, esattamente come uno si trova meglio a vivere in condominio e un altro in una casa singola. L’importante è rispettarsi, fare quello che ci rende più felici e sereni. Un abbraccio cara!

    • Reply alessandro marzo 19, 2015 at 8:38 pm

      Siamo mossi da un falso mito, quello dello stipendio. Siamo convinti che solo lo stipendio possa farci sopravvivere
      mi basta e avanza per non continuare a leggere … falso mito dello stipendio e solo questo possa farci sopravvivere …… certo infatti chi lavora NON a stipendio diventa ricco . come no a lavorare gratis e a perdere tempo e denaro per poi saltare in continuazione da una fregatura all’altra … no comment

  • Reply barbara maggio 1, 2013 at 7:01 pm

    Quanto condivido i tuoi pensieri!
    Noi siamo molto più che sviliti nelle nostre competenze e nelle nostre essenze; siamo allo stesso livello di quei poveri animali da allevamento che vengono rinchiusi in terribili “fabbriche” in attesa di essere giustiziati. Macchine di carne pronte ad essere sacrificate in nome di meccanismi innaturali e anacronistici quali possono essere il capitalismo, la globalizzazione o l’euro.
    Credo che far lavorare le persone 8,9,10 ore al giorno sia un modo come un altro per sfiancare i loro entusiasmi e atrofizzare i cervelli, di modo che nel poco tempo libero che rimane non abbiano nessun tipo di velleità che non sia quella di rimanere nella ruota da criceto che è il nostro sistema sociale.
    Come sai, tre anni fa ho fatto una scelta di vita molto drastica andandomene da un’azienda che, sebbene agonizzante, è tutt’ora in piedi. Poi la paura di non riuscire a pagare il mutuo e numerose spese mediche mi hanno resa “dipendente” da un mercato del lavoro nel quale il più onesto è un pirata di lungo corso.
    Spero di rimanere ancora per poco legata a questo sistema (il tempo di pagare il mutuo e qualche altra spesuccia), nel frattempo cerco in ogni modo di non starmene con le mani in mano, facendo nel mio piccolo autoproduzione e divulgazione.

    Volevo concludere con una considerazione: odio profondamente spendere il mio sudato denaro per pagare gli stipendi dei tanti intermediari che mi consentono di mangiare il cibo quotidiano. Lo trovo immorale e poco ecologico.
    Devo dire però che molti coltivatori diretti, forti di un notevole aumento della richiesta delle loro merci, qui a Roma se ne stanno approfittando non poco. Mi rendo conto che lavorare la terra è compito duro e faticoso, ma per quale motivo mi devono mettere gli asparagi a 8 euro il chilo quando (fatte le dovute considerazioni sulle metodiche di coltivazione, etc, etc,etc) con 4 intermediari li compro a 5 euro?

    • Reply Erbaviola maggio 2, 2013 at 12:17 pm

      sì credo che molti si approfittino e personalmente a Roma ho trovato anche molti che si spacciano per contadini e sono solo rivenditori che la mattina vanno a prendere la merce all’ortomercato, come tutti gli ortolani. Però c’è da dire che ciò che arriva in Italia attraverso 4-5 intermediari è per il 60% importazione e per la restante parte è il frutto di caporalato e operai sottopagati, praticamente schiavizzati (penso che ormai non sia un mistero per nessuno che cosa gira attorno alla raccolta nelle zone del sud). In più i prodotti provenienti da paesi come la Turchia possono essere (e lo sono) trattati con anticrittogamici e pesticidi in genere molto tossici, che evitano tanto lavoro e perdida potenziale ma che da noi sono banditi da anni proprio per la loro tossicità.
      Con le dovute eccezioni su chi tenta di truffare, io ho girato tanti posti in Italia e molto spesso ho trovato differenze nell’ordine dei 20-50 cent tra il biologico e il non biologico, quindi direi alla portata della maggioranza.

  • Reply Lafrancese / Sonia maggio 1, 2013 at 8:52 pm

    Ci stiamo provando, e forse è proprio grazie alla crisi, che ci siamo dati la spinta. Certo, un certo germe c’era già… e coltiviamolo, staremo a vedere e seguiremo anche i tuoi consigli, un abbraccio!

  • Reply monica maggio 1, 2013 at 9:10 pm

    Barbara da contro lo stipendio però ne ha bisogno per pagare il mutuo e le spese mediche. Ed è proprio sulle spese mediche su cui io spesso personalmente mi soffermo. Premetto di praticare il mio personale percorso di decrescita in modo alquanto incostante. A volte mi è tutto chiaro, spesso, regnano costanti pensieri sul se ne valga veramente la pena. Cerco di spiegarmi: noi viviamo in un sistema che fa parte del nostro tempo e quindi, senza farsi prendere la mano e cercando di non cadere nelle mille storture del sistema, perchè non viverlo così? Tornando alle spese mediche, a volte mi viene da pensare che tutto il mio affannarmi (in senzo lato) nel cercare di autoprodurre tutto ciò posso possa funzionare fino a quando sono in salute, ma una volta anziana? Se mi ammalo? Se in gioventù non ho costuito delle solide basi attraverso il lavoro, anche dipendente, non rischio di trovarmi in grosse difficoltà in vecchiaia? Certo poi mi ammalo e “volo via” a cinquant’anni e tutto il mio ragionamento va a farsi benedire ma credo che questo sia un’altro discorso. Non voglio criticare nessuno, sul serio, sono solo domande che spesso mi pongo.
    Un caro saluto,

    Monica

    • Reply matteo maggio 2, 2013 at 8:05 am

      Tra il lavorare meno e il lavorare zero la differenza c’è. Così come tra il cercare una propria strada e farsi stritolare nel tritacarne di chi ti sfrutta e sottopaga, che è ormai la norma nella nostra cosiddetta civiltà. Non credo che il post dicesse: state seduti al sole con nessuna entrata e mangiate prugne e fichi che cascano dall’albero.

      Mio padre ha lavorato per tutta la sua – breve – vita. Ha rincorso il benessere e la quiete e la tranquillità della vecchiaia. Poi, stremato, è morto a poco più di sessant’anni, con le sue brave spese mediche pagate. Mia madre è una pensionata che guadagna più di me. E’ sola, sempre malata, sempre scontenta, sempre incompleta.

      Di fianco a noi vive un contadino che ha più di ottant’anni. Lavora per passione e non per necessità. Zappa il suo orto, ogni tanto si ferma a guardare il panorama, solleva pesi che io nemmeno mi sogno, mangia sano, sorride sempre. Ha certamente tutti i soldi che gli necessitano per le spese mediche, ma non ha bisogno di nessuna spesa medica. Morirà di vecchiaia, come quasi sempre accade a quelli che non girano nella ruota del criceto. Ed è così in simbiosi con il suo mondo, così evidentemente nel posto giusto, che se anche dovesse morire a 100 anni diremo: poveraccio, non sembrava proprio fosse la sua ora.

    • Reply Erbaviola maggio 2, 2013 at 12:33 pm

      Concordo totalmente con la risposta di Matteo. La mia scelta è stata lavorare meno, non abbandonare del tutto il lavoro. Anche perché ho fatto delle scelte e una è stata quella di fare un lavoro che mi piacesse, quindi tendo a considerarlo poco come una lavoro, è una delle cose che mi piace fare.

      Le domande di Monica però ce le poniamo tutti. Ma è anche vero che se dimezzi il tuo lavoro, l’assistenza sanitaria e la pensione le hai comunque, però hai del tempo per vivere senza aspettare di essere troppo anziana per farlo. Io pago un affitto per esempio e pago le bollette come tutti. Però non lavoro più 10-14 ore al giorno e quando capita è solo perché sto facendo qualcosa di così interessante che non posso proprio staccarmene.
      Nel tempo libero che mi resta dalla “ruota del criceto” mi produco da sola molte cose. Ti faccio un esempio banalissimo per essere proprio chiara: la paga media oraria in Italia è di 12 euro/h

      1 ora del tuo lavoro = 12 euro = 6 kg di zucchine
      1 ora del tuo lavoro nell’orto (10 min a settimana per 6 settimane di crescita) = 60 kg di zucchine

      Suddividili per più tipi di verdura, ovviamente, non devi mangiare 60 kg di zucchine 🙂 Capisci ora perché può funzionare di più (e funziona di più!) ridurre almeno ad un part-time il lavoro e prodursi da soli alcune cose indispensabili?

      Conta inoltre che nell’orto fai movimento, stai all’aria aperta, migliora l’umore e la salute in genere.
      Applica la stessa teoria al fare molte cose da te e avrai un quadro più felice e rilassante della tua vita 🙂 Ma è sempre una questione di atteggiamento mentale: prima devi guardare oltre il concetto di lavoro per soldi che serviranno a pagare quello di cui hai bisogno.

    • Reply barbara maggio 16, 2013 at 10:17 am

      Ciao Monica,
      le spese mediche che sto sostenendo in questo momento sono dovute ai danni che decenni di zucchero hanno provocato ai miei denti. Per il resto, sebbene qualche acciacco lo abbiamo tutti, credo che uno stile di vita più sano, con alimentazione controllata e tanto movimento, possa contribuire significativamente a garantirci una vita “matura” più in salute e quindi priva di eccessivi costi medici.
      Poi, ovviamente, il discorso è decisamente più complesso di quanto lo stia facendo io ora, s’intende!

  • Reply Daniele maggio 2, 2013 at 9:03 am

    Condivido in parte il commento di @Barbara anche se riguardo agli intermediari il problema è un’altro. La nostra società si è evoluta in modo che il mercato si è spostato dalle piccole attività di un tempo (alimentari, mesticherie, ed altro) alle tutto in uno, dove Centri Commerciali ti offrono tutto quello di cui pensi di avere bisogno ed inoltre in questi Centri trovi solamente le solite catene (Intimissimi, Calzedonia, Yamamay, ed altro). Pensandoci bene, nella società attuale coloro che guadagno e controllano la massa sono veramente in pochi, non è un discorso o piano politico, è che noi tutti (eccetto chi si è liberato da questo sistema) compriamo e facciamo ingrassare sempre gli stessi. Prima chi aveva un’attività, tipo l’alimentari, pagava l’affitto (basso rispetto alle cifre che si sento oggi) all’individuo che poi veniva con tutta la famiglia a fare la spesa lì. Adesso questa famiglia pretende l’affitto e va a fare la spesa in queste grosse catene dove lavorano tante persone sottopagate e guadagnano solo gli azionisti e colui che ha costruito il Centro ed affitta a prezzi assurdi.
    Riguardo al commento di @Monica mi trovo più in simbiosi, anche se però sulla questione se tutto questo ne valga veramente la pena è un pò retorico. Io credo che ogni pensiero, ogni singola azione vale veramente la pena di essere fatta se questa ti rende felice. Siamo parte di una comunità dove si pensa che se io faccio la raccolta differenziata ed il resto se ne frega, allora che la faccio a fare?!?! Invece il motivo per cui la faccio è perchè questa azione mi fa stare bene ed in pace con me stesso.

    Riguardo al tema del blog dell’autoproduzione, della descrescita felice e dell’autosufficienza si potrebbe parlare per ore, dove ognuno ha la sua risposta pronta e corretta. Io credo che l’estremismo da entrambi i lati non sia corretto, per esempio rispetto che è vegano ma non condivido queste scelte estreme, però come detto prima se queste persone si sento bene con loro stessi è giusto che facciano queste scelte. Sulla storia dello stipendo sono convinto che è un’arma inventata per tenerci tutti legati e comandati.

    Infine riguardo alle malattie, alle cure sanitarie, credo che sia solo un problema italiano, perché in tutti i paesi del mondo se ti vuoi curare devi pagare, eccetto che da noi. Io sono un ragazzo a cui 3 anni fa gli è stata diagnosticata la SM, lotto ogni giorno nella speranza che questa malattia non mi renda più autosufficiente. Le cure sono costosissime (1300 euro al mese) e spesso penso: e se un giorno non mi passano più la terapia come farò?!? Credo che anche in questo bisogna cambiare modo di pensare, io in primis, che il mondo, la tecnologia, la medicina ci permettono un tenore ed una durata della vita più buona e duratura, ma che in fin dei conti bisogna anche accettare quello che la sorte ci offrirà, nel bene e nel male e quindi viviamo senza il pensiero di ciò che accadrà domani, cerchiamo di vivere il presente e vivere il nostro tempo nel miglior modo possibile, soprattutto rispettando te stesso e chi ti sta vicino.

    Per @Grazia volevo solo dire: complimenti per lo splendido blog!

    Daniele.

    • Reply Erbaviola maggio 2, 2013 at 12:53 pm

      Per la prima parte: sta a noi non comprare nei centri commerciali. E’ una cosa che dico da anni e anni, molti ormai lo fanno. Io stessa compro da cooperative agricole (in città si trovano facilmente i gas, in alternativa), produttori locali e botteghe locali anche perché lì posso chiedere che mi procurino i prodotti che mi servono e non essere vincolata solo a quello che sta sugli scaffali e che altre logiche rispetto alla mia scelta personale hanno deciso di far arrivare nel mio carrello.
      Non è un lavoro pazzesco e non è un lavoro da eroi: è alla portata di tutti. Anzi, in città è addirittura più semplice (io non so cosa pagherei per avere un gas locale, per esempio!).

      Il fatto di etichettare la scelta vegana come un estremismo è abbastanza offensivo, esattamente come dire che le malattie vengono per castigo divino. Le mie motivazioni, che sono ben oltre qualsiasi cosa tu possa pensare degli ‘estremismi’ le trovi qui: http://www.erbaviola.com/ricette/perche-ho-scelto-lalimentazione-etica-vegan
      Dal mio punto di vista, come da quello degli ecologisti coerenti, è assurdo fare la raccolta differenziata e mangiare carne, ma può avere un senso se si è capita la raccolta differenziata ma si pensa al vegetarismo solo come la scelta di animalisti estremi. Ti invito quindi a dare una scorsa alle motivazioni reali della scelta.

      Sulla questione cure: non è vero che in tutti i paesi del mondo bisogna pagare. La Francia, per esempio, ha un sistema sanitario simile al nostro ma molto più funzionale e si paga molto molto di meno. Altri paesi sia europei che non hanno sistemi simili, pensa solo al Canada.

      Mi spiace molto per la SM, è una malattia davvero terribile. Immagino tu sia già venuto in contatto con informazioni inerenti la dieta della microbiologa Catherine Kousmine, ma in caso contrario mi permetto di suggerirti di guardare ai malati di SM e SLA che si stanno curando con il metodo Kousmine. Negli ospedali non è pubblicizzato perché è gratis e alla portata di tutti, al contrario della Francia e Svizzera che ormai l’hanno istituzionalizzato nelle cure per SM e SLA. Ci sono 50 anni di casistiche che provano l’arresto della progressione della malattia seguendo solo l’alimentazione Kousmine. Nel caso ti voglia informare, i testi della Kousmine sono tutti tradotti in italiano ed è bene far capo all’Associazione dei Medici Kousmine (http://www.solvida.org/) perché in Italia girano alcuni loschi personaggi che si spacciano per terapisti Kousmine, in particolare un ex prete. Ci sono validi medici anche in Italia che utilizzano la Kousmine per la SLA e la SM.
      Il problema però è la fiducia cieca nelle terapie allopatiche, purtroppo è un blocco notevole che ci ha inculcato la società moderna e liberarsene non è cosa da poco… ma sicuramente troverai persone molto preparate su questo aspetto. Purtroppo la malattia è un guadagno per l’industria farmaceutica e se esiste una cura che non è producibile in blister o iniezioni, viene deliberatamente nascosta.

      Un abbraccio!

      • Reply Daniele maggio 2, 2013 at 1:49 pm

        @Grazia Mi spiace averti offeso con la dicitura “estrema”, non volevo assolutamente offendere nessuno, forse mi sono espresso male (cosa che mi riesce benissimo), anche se comunque non riesco ad entrare ancora nella mentalità delle persone vegane, forse sarà un mio limite.

        Riguardo i @Centri Commerciali il mio ragionamento non era rivolto verso le tue abitudini, ma bensì verso la quasi totalità della popolazione Italiana e non solo. Da circa 4 mesi faccio parte di un gruppo di “Baratto”. Il tutto era nato per le persone che avevano bisogno, ma poi come sempre accade nel nostro paese si è riempito di persone che cercano di barattare la wii con xbox, l’iphone con un altro oggetto. Il mio pensiero ormai è che viviamo in un mondo/società in cui la maggioranza delle persone la pensano e si comportano in ugual modo, chi vuole veramente cambiare sono una minoranza.

        Per il @SSN è vero che la Francia ha un sistema simile al nostro, ma che si paghi di meno non ne sono certo, so solo però che devi sempre pagare tutto e subito e poi ti viene rimborsato al max il 70% della prestazione. Cmq la mia non voleva essere era una critica al nostro SSN…anzi.

        Per il @metodo Kousmine mi ero già documentato, ma come hai detto bene tu è la fiducia in queste terapie che manca ed inoltre in tutti i centri che sono stato ogni medico porta avanti la cura con Interferone come l’unica strada per ora percorribile. Chiaramente queste scelte non sono facili credimi, come tutte le cose bisogna provarle per poi saper decidere.

        Grazie mille del tuo consiglio.

        Un saluto.

        Daniele.

        • Reply Erbaviola maggio 3, 2013 at 6:44 pm

          Nessuna offesa a me Daniele, è solo un giudizio un po’ pesante per quella che è una scelta etica per salvare anche il tuo mondo, non solo quello dei vegani. Spero che tu abbia dato una scorsa alle motivazioni, almeno quelle ambientaliste.

          Io credo che le persone che vogliono un cambiamento siano sempre di più ma si scontrino con una serie di problemi che mettono a dura prova la perseveranza. Per questo c’è bisogno di fare rete tra chi ci crede davvero. Non tra quelli che come dici tu si limitano a scambiare xbox con ps e nemmeno tra quelli che giocano solo a chi è più vegan, o chi consuma di meno, o la gara a chi fa da sé più cose ma poi tralascia di farne di realmente utile (sono orripilata dalle quantità di cavolate che riescono a fare con le bottiglie di plastica, convinti che quello sia un riciclo e che ci si pulisca così, in 10 minuti di bricolage, la coscienza).

          Sul sistema sanitario francese: le fasce di reddito sono più sensate. Paghi il giusto ma con molti più servizi: inutile ricordare gli infermieri a domicilio, l’assistenza parto e post-parto, le cure domiciliari per gli allettati… cose che in Italia ci sognamo e sono solo raramente il frutto di volontariato, non certo del sistema nazionale.

          Per la Kousmine, per il tuo bene fai un piccolissimo sforzo e ascolta solo prima di prendere una decisione drastica: non devi ascoltare me ma l’associazione dei medici kousmine. Alcuni sono arrivati lì dopo che a un figlio è stata diagnosticata la SM. E, guarda un po’, la maggior parte non cura i figli con l’interferone. Quantomeno fa riflettere. Peraltro, 50-60 anni di casistiche cliniche e studi in tutto il mondo non li etichetterei con “manca la fiducia” ma con “boicottati dalle aziende farmaceutiche che non possono ricavarne niente”. Lo sappiamo bene in Italia in base a cosa fanno le prescrizioni la maggior parte dei medici/ospedali. Salvo, appunto, quando è invece in ballo la sorte dei loro figli: allora le terapie sono diverse. Fa abbastanza rabbrividire, no?

          • Daniele maggio 6, 2013 at 2:35 pm

            Ti ringrazio per le risposte.

            ps. riguardo alla “mancanza di fiducia” era tutto in prima persona, parlo per me stesso. Sono certo delle case farmaceutiche che fanno i loro interessi e pure i medici, condivido a pieno quello che hai detto, ma un conto è un genitore che deve decidere su suo figlio, un conto è quando sei tu in prima persona a dover decidere su te stesso, e a me manca ancora la forza di decidere.

            Saluti

        • Reply Stella maggio 4, 2013 at 8:12 pm

          Daniele, scusa se mi intrometto, ma siccome ho un’amica che ha ricevuto la stessa diagnosi e ha seguito un percorso che l’ha rimessa in piedi da periodi in cui doveva girare in carrozzina, se ti può interessare ed essere di qualche aiuto ti passo il suo contatto 🙂

          • Daniele maggio 6, 2013 at 2:44 pm

            Grazie Stella, molto volentieri, anche se fortunatamente per adesso non ho ancora avuto bisogno della carrozzina.

          • Erbaviola maggio 8, 2013 at 2:13 pm

            Vi ho passato i rispettivi indirizzi. Purtroppo ho dovuto mettere un filtro al sito per la pubblicazione di email e numeri di telefono in chiaro perché poi le persone ricevevano un sacco di spam da altri che passando si approfittavano degli indirizzi.

        • Reply barbara maggio 16, 2013 at 10:24 am

          Daniele, mi permetto di darti un consiglio sulla dieta Kousmine: tentare non ti costa nulla.
          Potresti provare per due mesi a costi contenutissimi (la visita iniziale dal medico che segue il metodo kousmine) e poi semplicemente mangiare in un modo diverso da quello a cui sei abituato ora.
          Non c’è bisogno di credere alla terapia o meno: provala e guarda gli effetti che ha sul tuo corpo.

          Un abbraccio

  • Reply Anna maggio 3, 2013 at 12:57 am

    Caro Daniele,è sempre questione di punti di vista.
    Sono su Facebook e tutti i giorni vedo passarmi davanti fotografie di animali taggate complimentose nei loro riguardi che inneggiano al loro rispetto verbalmente.
    Poi,li mangiano.
    Questa per me si chiama schizofrenia 😉
    Capisci?
    Esere vegetariani/vegani è molto facile. Bisogna solo utilizzare ingredienti differenti al di là di quelli che la massa insegna.
    Un esempio sciocco e banale,la maionese non è necessario crearla con le uova.
    Uno tra i tanti.
    Se intervisti 10 persone per strada,9 potrebbero avere reazioni di scherno solo perchè a tutti loro hanno insegnato che l’ingredienti principe della maionese è l’uovo.
    Io sono felice di sapere che non è vero e di essermi scelta con coscienza e raziocinio cosa mangiare.

    • Reply Erbaviola maggio 3, 2013 at 6:46 pm

      Certo, ma questo non toglie che ognuno ha la sua strada e il suo percorso. Un abbraccio!

      • Reply Anna maggio 4, 2013 at 5:16 pm

        Certo,volevo solo spiegare che è possibile almeno tentare di fare ciò che si desidera e si ritiene giusto.
        Grazia,ne approfitto per chiederti sul discorso della Kousmine…. Io faccio solo la famosa crema per la colazione.
        Ho trovato questo link http://www.kousmine.net/.
        Hai notizie se questo regime alimentare possa aiutare in caso del morbo di Alzahmeir?
        Ti ringrazio.

  • Reply Sara maggio 3, 2013 at 4:52 pm

    Beh che dire …
    quel “germe” quel desiderio infinito di non dover dipendere da questioni numeriche,stipendi, da decreti legislativi, da bilanci e pil … Da non dover pensare ogni santo mese “Oddio amore dobbiamo pagare l’affitto , la benzina , le bollette ! Ce la faremo?!”
    … e rimanere ogni santo mese con meno di 100 euro per campare , che a dir la verità è anche tanto per come abbiamo vissuto ultimamente! Il sacco di riso da 5 kg, olio e patate bollite. CI campi una vita volendo! Ma ci campi con rabbia! Non tanto perchè il riso non è buono, ma perchè mi sento ingannata dalle “mitologie” come le chiami tu…
    Ho 25 anni e ho vissuto parecchie cose,nonostante molti travagli posso ritenermi soddisfatta di dove sono arrivata,mi ritengo piena di energie da spendere per dare e fare … ma l’unico pensiero con cui terminavo questa constatazione fino a pochissimo tempo fa era…possibile che nessuno abbia un posto per me , una ragazza giovane e con reale voglia di lavorare, che mette passione in tutto quello che fa ?!

    Significa che se non mi paga nessuno la mia voglia di fare , la mia energia, la mia capacità non conta nulla?! In fondo lo penso , ma la cosa più divertente è che NON voglio pensarlo!
    Magari riuscissi a fare di una mia passione anche una fonte di ulteriore “guadagno”,un guadagno con accezione positiva, un guadagno “sano”. Sarebbe la cosa più logica da fare nell’era del lavoro senza passione. Lo spero e me lo auguro!
    E’ il mito del possesso che ci ha trasformati tutti in palle inerti ,vali quanto guadagni e vivi bene per quanto consumi. Se non guadagni non consumi, se non consumi non vali … Strana equazione e triste conclusione e mi sento in trappola in questo circolo vizioso che non mi appartiene affatto!

    Il sogno mio e della mia compagna è comprarci una piccola casetta con un terreno e la farci un orticello, l’utopia si spinge fino a una casa ecosostenibile e autoalimentata, ma per ora ci teniamo basse e sognamo una casetta tradizionale.
    Ma certo è che questo tempo i sogni li distrugge ed è difficile per chi non ha la possibilità di avere il “deretano parato” da qualcuno…da chi deve fare i conti con “I CONTI” e sa che oltre quel tot non ha , e non avrà altro per un mese!
    Mi ci sono proprio ritrovata col tuo aneddoto dei 42 euro…è quello che stiamo vivendo noi ogni giorno!

    Hai ragione per quanto riguarda la dipendenza psicologica dal lavoro,….ma la realtà è che per arrivare ad un punto per cui ci si può staccare piano piano da questa “malattia” …. non si può fare a meno dei soldi! Comprarsi una casa, comprare da mangiare con un minimo di accortezza e buon senso, anche fare l’orto in balcone può diventare una “spesa ” per chi ha pochissimi soldi! … Credo tu possa comprendere!
    Forse penserai “sono tutte scuse per non uscire dalla comoda autocommiserazione” 😉 forse un po’ potrei anche darti ragione, ma solo un po’!
    Io sento che potrei dare molto , ma per un motivo o per un altro non riesco a dare nulla…

    Probabilmente sono uscita molto fuori argomento,e probabilmente ho scritto anche piuttosto male ma sono le riflessioni scaturite dalla lettura del tuo post che ho scritto così come venivano! Mi piacerebbe leggere il tuo libro,lo cercherò in biblioteca!
    Mi scuso per l’off topic,
    continuerò a seguirti.
    Sara.

    • Reply Erbaviola maggio 3, 2013 at 6:55 pm

      Perché comprare? In questo momento se per cambiare aspetti di avere il lavoro, poter comprare una casa, magari addirittura con il mutuo… passa tutta la vita senza che te ne accorgi. In molti posti in Italia una casa con orto in affitto costa sui 400-500 euro al mese. Se leggerai il mio libro, c’è anche un capitolo che ti spiega, numeri alla mano, come non siano affatto ‘buttati via’ (altro falso mito anni ’70: se paghi l’affitto butti via i soldi. Certo, invece se paghi 300mila euro una casa da 150, cosa fai, li guadagni?). E cominciare da un affitto è molto molto più semplice.

      Se in città paghi per esempio 800 euro al mese di affitto e spostandoti in una casa più orto ne paghi 400, non è già un vantaggio. In più, con l’orto, hai almeno altri 100 euro al mese di cibo prodotto in proprio. E sono già 500 in meno al mese che vanno via. Aggiungi un po’ di autoproduzione, reti di scambio ecc. e vai sui 600 euro in meno di spese rispetto alla tua vita ora. Questo, solo cambiando casa. Pensa se ti metti anche a fare in proprio un lavoro che ti piace!

      L’orto sul balcone non è mai una spesa. Se guardi nella sezione dedicata di questo sito, vedrai che si può fare moltissimo con materiali riciclati. E se manca un euro per una bustina di semi, basta iscriversi alle varie reti online di scambio semi dicendo esattamente come stanno le cose, arriveranno-

      Ogni volta che dici “Ora non posso, devo aspettare un lavoro, devo aspettare un mutuo, devo aspettare xy”, sono sempre sistemi consci o inconsci per farti opposizione da sola e restare inchiodata lì dove sei. Cambiare fa paura, ma migliora la vita.

  • Reply Stella maggio 4, 2013 at 8:05 pm

    Sai la cosa buffa?

    Che mi sono trovata a discutere di queste cose con i miei studenti 15enni che nel tema in classe (che chiedeva di parlare dei loro sogni, progetti e investimenti per il futuro) mi hanno risposto: matrimonio, posto fisso e figli.

    Stiamo leggendo insieme un bellissimo (a mio parere) libro, che si intitola “Il Salto” e quando abbiamo commentato insieme i loro scritti ho chiesto loro che cosa avessimo letto fino a quel punto (perchè tutto il libro mette fuoco benissimo come questo del lavoro sia un settore dove i cambiamenti di fanno sentire per tutti, non solo per coloro che desiderano intraprendere il percorso della decrescita) e se fossero rimasti con la testa a qualche decina d’anni fa. Un po’ ci hanno pensato, devo dire, e ci stanno ancora pensando.

    Questo per dire che i miti del genere sono duri a morire…

    Io ho un contratto a tempo indeterminato nel quale mi sento infelice, pensa un po’. E infatti sto lottando per liberarmene e intraprendere finalmente il lavoro che vorrei nel posto che vorrei. Queste cose contano di più, per me, che avere 1100 euro sicuri al mese (cifre da capogiro, poi, eh).

    • Reply Erbaviola maggio 8, 2013 at 2:01 pm

      In effetti è quello che conta di più, è vita. Fare un lavoro che non soddisfa solo per lo stipendio vuol dire buttare via la vita, averne solo qualche assaggio, già stanchi, nei weekend o nei rari momenti di non-lavoro. E’ una costrizione mentale che passa solo facendo un lavoro che piace molto, perché non lo si percepisce più come lavoro ma come parte della propria vita e delle proprie scelte. Un abbraccio e buon cammino!

  • Reply Carmen maggio 5, 2013 at 6:45 pm

    Da tanto seguo il tuo blog e apprezzo moltissimo le cose che scrivi.
    La discussione scaturita da questo pezzo mi ha colpito moltissimo.
    Negli ultimi anni ho maturato (e realizzato) l’idea di una casa con terreno. Sono molto felice anche se al momento, è meno di un anno che ci siamo trasferiti come orto abbiamo fatto pochissimo. Anche perchè non ho il pieno appoggio di mio marito. Comunque GRAZIE per tutto

    • Reply Erbaviola maggio 8, 2013 at 2:04 pm

      Ciao Carmen, ognuno ha i suoi tempi 🙂 Il mio compagno del primo orto che abbiamo avuto sapeva a malapena dov’era, un “dietro casa” dove raramente metteva piede. Poi piano piano, vedendo le cose che crescevano e arrivavano in tavola, ha cominciato a interessarsi da solo e adesso è lui che va in fermento appena vede arrivare il sole, perché può finalmente sistemare l’orto e gustarsi le sue verdure. E’ una soddisfazione che quando si prova è difficile da lasciar andare! Vedrai che piano piano, vedendo te, si avvicinerà anche lui.

  • Reply Roberta maggio 9, 2013 at 10:16 am

    Ciao, bellissimo blog, complimenti. Io ho 51 anni e da un mese mi sono trasferita in una vecchia casa di campagna che sto ristrutturando e decorando quasi completamente da sola. L’intenzione sarebbe quella di rendere la mia famiglia il piu’ possibile autosufficiente e libera. Ho da poco aperto un blog sul quale terro’ una specie di diario semiserio delle mie dis-avventure e i miei inesperti ed impacciati tentativi. Ti seguiro’ con molto interesse d’ora in poi. A presto

    • Reply Erbaviola maggio 14, 2013 at 11:57 am

      ciao Roberta, mi sono appuntata il tuo blog 🙂 Un abbraccio per l’avventura… mi sembra già parecchio promettente!!

    • Reply Silvia settembre 24, 2017 at 5:07 pm

      ciao!
      grazie per il tuo interessante articolo e libro che ho da alcuni anni nella mia libreria!
      Volevo chiedere l’indirizzo del blog di Roberta se possibile, grazie!

      Silvia

      • Reply Grazia Cacciola settembre 24, 2017 at 7:42 pm

        Ciao Silvia, ti ringrazio per l’apprezzamento. Il blog di Roberta lo trovi cliccando sul suo nome 🙂

  • Reply Herb maggio 9, 2013 at 2:44 pm

    Il tuo libro era stato per me una folgorazione. Sì, dipendo ancora da un posto fisso, ho un mutuo da pagare. Ma da anni facciamo pane e pizza a casa, coltiviamo il piccolo pezzetto di terra, ci guardiamo intorno alla ricerca di un terreno o di un terreno con casa in campagna, compriamo solo di stagione e da produttori o da negozietti del paese, siamo coinvolti attivamente nelle iniziative che si svolgono nel paese in cui abitiamo…e non facciamo più straordinari né siamo orientati verso l’arrampicata sociale (se mai lo siamo stati).
    E mi rendo conto, rileggendo questo tuo bellissimo post, che tanto è stato fatto e tanto ancora ci manca da fare. Ma non posso che ringraziarti per aver deciso di impegnarti nella diffusione di questo messaggio di cambiamento.
    Grazie davvero!
    ( Il progetto per questo anno è di tirare su due keyhole garden nel fazzoletto di terra dietro casa…
    Due anni fa, il massimo a cui avrei potuto pensare sarebbe stato decidere di riempire un carrello di fiori stagionali del centro commerciale e animare così il mio piccolo angolo di terra…
    http://www.sendacow.org.uk/lessonsfromafrica/resources/keyhole-gardens)

    • Reply Erbaviola maggio 14, 2013 at 12:45 pm

      I keyhole garden sono una grande idea, aumentano di parecchio la superficie coltivabile e se ben gestiti anche la fertilità! Grazie a te per la condivisione! Io continuo a credere che il cambiamento sia un percorso senza un punto di arrivo: altrimenti ci si fa prendere nel vortice di chi è più autoproduttore, chi è più autosufficiente… e perde di senso. Fare del proprio meglio, migliorando costantemente credo che sia il percorso migliore.

  • Reply natadimarzo maggio 9, 2013 at 8:11 pm

    Come sempre lanci degli spunti di riflessione che mi colpiscono in pieno (e queste non son solo parole, visto che ci parli in concreto della tua vita!)
    Leggere il tuo post in questo periodo della mia vita è quanto mai significativo.
    Con il tirocinio sto entrando in punta di piedi a guardare quello che potrebbe essere il mio futuro, e capire che molto di quel che ho visto non mi piace è …un dramma, per me.
    Non parlo del lavoro in sé, della fatica e stanchezza nel “farsi il mazzo”, dell’impegno per qualcosa in cui crediamo, ma di come è considerato il lavoro in sé: LA priorità, col suo bel corollario di beghe, frustrazioni, insoddisfazioni ( o almeno questo ho percepito io).
    Perché in definitiva sarebbe molto più facile se anch’io fossi una di quelle persone votate alla carriera che dicono “questo lavoro è il mio primo figlio”, no? E invece mi sento in totale controcorrente, come se fossi l’unica nel mio ambiente che non vuole diventare schiava del proprio lavoro, che si “accontenterebbe” di vivere in maniera semplice mettendo a frutto le sue conoscenze per curare le persone. stop. Anche perché come ti ho detto, guardando i “colleghi” si capisce che l’altra è una strategia che non funziona.
    L’aspetto positivo è che mi sto rendendo conto di questo molto presto, quello negativo è che ad ora non riesco a capire se avrò possibilità di scelta, se potrò fare il medico come voglio io …e ora tu mi dirai che ce l’ho la scelta, sicuro…e probabilmente è vero…ma ho una paura cane!
    un abbraccio

    • Reply Erbaviola maggio 14, 2013 at 12:48 pm

      Tutti abbiamo paura! Ne abbiamo avuta, ne avremo ancora… riguarda tutti. Però l’indipendenza, anche parziale, toglie una bella fetta di paura. Il medico è una splendida professione se hai la vocazione e offre tanti modi diversi per farlo. La mia naturopata, per esempio, ha fatto attività ospedaliera per 20 anni prima di passare alla medicina olistica e trovare la sua vera dimensione. Ognuno ha il suo percorso… sono certa che con la tua tenacia troverai il migliore per te molto presto!

  • Reply Alba maggio 13, 2013 at 9:08 pm

    E’ un approccio alla vita che definirei “slow” che piace specialmente a chi si sente oppresso da una vita troppo “fast” (in genere quasi tutti).
    Però credo che abbia delle controindicazioni serie. I soldi non sono tutto ma aiutano. Se stai male non puoi lavorare l’orto e quindi mangiare. Quando diventi vecchio nessuno ti da la pensione e con la pensione sociale ci fai ben poco. Se devi andare a fare accertamenti c’è il ticket da pagare, ci sono le tasse: IMU, tassa rifiuti, etc.
    Insomma si finisce sempre a dover gestire le proprie finanze con lo sguardo attento al futuro, per evitare il rischio di non essere più in grado di tirare avanti dignitosamente.
    Alba

    • Reply Erbaviola maggio 14, 2013 at 1:01 pm

      Se vivi bene, stai molto meno male. E’ una cruda verità. Se ti capita una settimana di influenza, l’orto fa da sé, le conserve le hai, le scorte anche. Quando tu stai male cosa fa il sistema, viene a casa tua a curarti? Non credo… Se qualcuno lo fa, è un tuo amico, familiare, medico… tutte cose che continuano ad esistere. Le verdure nell’orto vanno avanti a crescere anche se tu stai male, è la natura.
      Il mio vicino di casa di ottant’anni è più in forze di me, solleva putrelle di ferro e le porta in spalla, fa il contadino da sempre. Gli analoghi ottantenni cittadini sono davanti alla tv e escono per fare accertamenti e pagare ticket, quando va bene.
      In ogni caso, il senso non è smettere di lavorare, ma lavorare meno, vivere molto meglio. Io l’ho fatto e posso confermarti che ho smesso di avere molti disturbi, dalla rinite allergica alla gastrite. Lavoro meno, guadagno meno ma spendo molto molto meno. Rispetto a prima, mi avanzano i soldi. Quando guadagnavo molto di più non succedeva, andavo in pari con le spese. In questi ultimi 10 anni ho pagato 4 ticket, li ho pagati pieni perché non sono una vecchia incartapecorita con malattie immaginarie che va a farsi visitare perché non ha altro da fare (erano così tutte quelle in fila davanti a me e ho avuto un moto di disgusto per come vengono spese le MIE tasse). Ho pagato anche tre dentisti privati (causa traslochi), tre naturopate, un paio di erboriste, un oculista, un ottico. Al contrario di prima, non mi viene un coccolone quando vedo il preventivo del dentista. E vado subito, cosa che credo non sia più nella possibilità di molti, lo deduco dal numero di denti mancanti che vedo in giro, molti più di prima.
      Le tasse le pago come tutti, anzi di più perché sono un libero professionista: 58% di carico fiscale, contro il 43% medio dei dipendenti. Non faccio niente in nero, ma ammetto più per dormire tranquilla che per dovere verso un sistema corrotto e marcio. Eppure prima arrivavo in pari alla fine del mese, ora con meno ne avanzo spesso.
      La maggior parte degli anziani della ex classe media ora in pensione non sono più in grado di tirare avanti dignitosamente. In media hanno accantonato all’INPS l’equivalente di 20 anni di stipendi pieni, di cui la grande maggioranza non usufruirà mai se anche glieli dessero. A te magari questa situazione dà sicurezza, a me no. Io sono la mia INPS. Quello che mi arriverà dall’INPS vera lo considero un di più, ma non ci conto, perché non è affatto detto che arrivi o che basti.

  • Reply Mirko maggio 14, 2013 at 9:29 am

    Non si può non essere d’accordo. Io pur vivendo ancora a milano ho un lavoro parttime e sto autoproducendo molto. Vivo ancora in condivisione, ma presto spiccherò il volo!

  • Reply Tenebrosa maggio 22, 2013 at 4:02 pm

    Tutto molto bello, però sono piena di dubbi. Ne vorrei condividere un paio:
    – Il primo è che la felicità è diversa per ciascuno di noi. Non per tutti il downshifting e l’autosufficienza farebbero la felicità. Io rispetto chi intraprende questi percorsi e cerca di condividere con gli altri le proprie esperienze, ma per favore, non lo vendete come la ricetta della felicità per tutti. E non è che quelli che sono felici, appagati, sereni e sani con una vita fatta di posto fisso e stipendio siano dei poveretti, semplicemente ognuno di noi è fatto a modo suo.
    – Il secondo è che la graduale evoluzione della società in quel che è oggi (dove quasi tutti vendono il proprio lavoro in cambio di denaro che poi usano per comprarsi dei beni) non è necessariamente un male. In un mondo dove tutti all’improvviso tornassero all’autosufficienza per coltivarsi il kg di frutta in proprio, non ci sarebbero più medici, non ci sarebbero più architetti, non ci sarebbero più insegnanti. Non servirebbe la moneta, si potrebbe ricorrere al baratto. Non ci sarebbe più uno stato sociale o welfare. Se il tuo kg di frutta va a male, se c’è siccità, se sei malato, ecc. staresti a digiuno. E allora si costruirebbe una rete di sussistenza comune, e si capirebbe che qualcuno può non autoprodursi il cibo e dedicarsi a costruire dei beni od offrire dei servizi che poi scambierà, e quindi si creerà un’economia. E l’economia prima o poi, riporterà alla società odierna.
    Secondo me downshifting e autosufficienza sono belle cose, ma non per tutti. Per favore, non propagandatele come ricetta della felicità universale, perché non è così: è solo un’alternativa di vita, da conoscere e valutare, ma dev’essere assolutamente legittimo poter dire: no, non fa per me.

    • Reply Erbaviola maggio 22, 2013 at 5:32 pm

      Temo che non siano considerazioni relative a quanto scritto nell’articolo sopra, ma solo verso quello che tu credi sia la decrescita e il downshifting. Il che rende particolarmente difficile risponderti, è come se ti parlassi dei limoni e tu dicessi che le arance non ti piacciono e non le possono mangiare tutti.
      Cerco comunque di risponderti.

      – Il tuo primo punto: la felicità è diversa per ognuno di noi. Sì sul piano delle preferenze, a me piace passeggiare nel bosco ad altri fare il bagno al mare.
      No sul piano dell’impatto ambientale. Consumare meno e con criterio è un dovere, non una preferenza o la ricerca della felicità. Se poi viene, meglio. Ma devi consumare meno per continuare a usufruire di questo mondo o, se hai figli, lasciargli un mondo. Perché in caso contrario, non avranno proprio un mondo in cui vivere.
      Non è da tutti, te ne puoi fregare e vivere felice? Certo. Lo fanno in molti. Ma non è questo il luogo: ci sono tanti fashion blog su cui puoi chiacchierare di come spenderai il tuo prossimo stipendio in un viaggio su nave da crociera super-inquinante indossando solo bikini firmati in poliestire.

      – Il secondo punto. Non so perché tu veda le cose in questo modo. O tutti in auto in fila in autostrada (felici) oppure tutti ridotti all’uomo di Neanderthal (tristi) senza ospedali, medici, parrucchiere e borsette Prada.
      Non è la visione riportata nell’articolo sopra, mi sembra più una visione che ti sei formata probabilmente leggendo altro o ascoltando qualche finto teorico della decrescita in tv… Ti inviterei a leggere tutto il pezzo sopra, altrimenti davvero io parlo di limoni e tu mi dici perché non puoi mangiare le arance. Saranno sempre agrumi, ma sono due agrumi diversi 🙂

      Io ho un lavoro, anche piuttosto impegnativo, una partita iva, pago le tasse, pago una naturopata, un’erborista, pochi medici allopatici o “normali”, come dice qualcuno, vivo in una casa con i muri, la cucina, la camera, il bagno.
      Però ho anche un orto, che gran parte dell’anno produce le mie verdure, vado a raccogliere erbe spontanee invece di comprare le bustine di erba secca confezionata singolarmente e avvolta nella plastica, acquisto farina bio per fare pane, pasta, pizze ecc., scaldo la casa con le stufe a legna, d’inverno uso anche la cucina a legna. Produco i miei detersivi e parte dei cosmetici.
      A ben vedere, tutte cose che può fare chiunque, anche in un appartamento.
      Ho amici e conoscenti che vivono così e fanno i medici, gli ingegneri, gli architetti, i grafici, gli attori, gli operai ecc.
      Nessuno di noi vive come l’uomo di Neanderthal ma tutti pesiamo molto meno sul pianeta.
      La cosa ti renderebbe così infelice?

      Se poi c’è qualcuno che vuole andare a vivere da solo nei boschi e vivere di raccolta di bacche, liberissimo di farlo. Ma non ho capito perché solo questo dev’essere sempre l’unico esempio che vi resta in mente quando si parla di decrescita e downshifting…

      • Reply Tenebrosa maggio 23, 2013 at 9:00 am

        Non capisco il motivo di questa risposta piccata, che da te francamente non mi aspettavo.

        Le mie riflessioni partono dal questo post del blog (confesso che il libro non l’ho letto, di tuo ho letto solo “L’orto sul Balcone”, ma ho letto altri libri simili) in cui parli dei miti del lavoro e del posto fisso. Quel che mi spaventa un l’aver fatto passare in maniera così tranchant che il lavoro aziendale è solo ed esclusivamente una specie di schiavitù, dove si è sottopagati, e la società moderna è solo ed esclusivamente un meccanismo per rubarti i soldi.

        Poi, visto che hai colto l’occasione per offendere una tua lettrice dandomi della frivola dedita allo shopping compulsivo, io faccio downshifiting e mi coltivo il mio orticello sul terrazzino. Ho un buon equilibrio tra vita lavorativa e vita personale, e cerco di pesare il meno possibile sul mondo. Ma trovo un po’ estremiste certe prese di posizione.

        • Reply Erbaviola maggio 23, 2013 at 10:35 am

          Ti chiedo scusa se la risposta è passata in questo modo, non era proprio mia intenzione. Purtroppo su internet è difficile far passare il tono, se metto troppe emoticons sembro un’adolescente che scrive sms, se non li metto sembro troppo seria, se do risposte serie posso passare per antipatica, se le do ironiche non sempre vengono comprese e se le do scherzose qualcuno pensa di venir preso in giro. Detto con il sorriso, ma è esattamente quello che capita.

          Quello che hai scritto (io non posso conoscere la tua storia, mentre tu parti dal poter conoscere il mio vissuto attraverso libri e blog) mi è suonato purtroppo come l’ennesimo messaggio di qualcuno che ha letto il libro di TizioCaio sulla decrescita o il downshifting e deve esternare la sua contrarietà a me, per il semplice fatto che l’autore in questione non ha un blog, non risponde alle email e spesso non sa nemmeno lontanamente che cosa sia in concreto una scelta del genere.
          E’ il bello dell’editoria italiana delle grandi case editrici, dove basta essere di bell’aspetto e del giro per pubblicare un libro, scritto in genere da un ghostwriter precario facendo un collecting di informazioni dalla rete, più nello specifico da blog di gente che ne sa mille volte di più ma non pubblicherà mai niente perché al di fuori del grande circo (visto che io di libri ne ho pubblicati e ne ho altri in uscita, posso permettermi l’osservazione senza passare per quella invidiosa, la faccio io per chi non ha voce, così chiariamo certi meccanismi).
          Questi finti-autori e giornalisti chic non risponderanno mai ai lettori o lo farà raramente il ghostwriter, che scriverà anche toccanti articoli sui maggiori quotidiani, in genere quelli dello stesso gruppo editoriale di pubblicazione del finto-libro sull’improbabile downshifting mai fatto.
          Bisogna dire però una cosa: chapeau per come si presentano alle conferenze e come si impegnano in letture di pagine alle presentazioni dei loro libri.
          Il risultato però che vedo io è che, essendo più raggiungibile per mia scelta, vengo bersagliata di osservazioni e accuse al limite dell’idiota (non parlo di te) dai LORO lettori. La più gettonata è “Se lasciassimo tutti la città per la campagna, ci sarebbe un sovraffollamento in campagna”, seguita a ruota dall’altra hit “Se andiamo tutti a fare il contadino, chi fa il medico, il farmacista, l’insegnante?”.
          Mh.
          Ma io quando avrei detto che bisogna farlo TUTTI? Io ho scritto un manuale, che è in parte la mia esperienza, per aiutare chi vuole fare questa scelta a farla e ad organizzare pensieri, aspirazioni, possibilità e capacità.
          POI, altro discorso, parlo e scrivo della necessità di ridurre tutti i propri consumi. Questa è l’unica cosa che ritengo imprescindibile per tutti.

          Tornando a noi, sono purtroppo anni che rispondo ai lettori di questi signori. Io non ho mai detto che tutti devono andare a vivere in campagna e coltivarsi l’orto, ho solo fornito uno strumento, un manuale, a chi lo vuole fare. La tua esternazione con bacchettata finale al piantarla di diffondere queste stupidaggini come “per tutti” è suonata come le osservazioni di questi lettori ‘altrui’. La risposta è stata di conseguenza.

          Il mio discorso sull’autoproduzione è ben altro: dobbiamo fare tutti due passi indietro nei consumi, sia quelli che vivono in città e ci vogliono restare, sia quelli che vogliono (non devono, VOGLIONO) fare un altro tipo di vita. Ovviamente, nel vivere in città ci sono dei limiti all’autoproduzione, ma direi che pane, pasta, qualche verdura sul balcone sono alla portata davvero di tutti. Il che significa anche un risparmio in denaro alla fine e, se credi, hai la possibilità magari di passare a un part-time e vivere mezza giornata per te stessa ben prima di andare in pensione. SE credi. Sono scelte personali, chiaramente.

          L’articolo sopra presenta tre prospettive di rottura con un pensiero comune di sistema economico che è dato per scontato. Questi pensieri servono, come ho scritto, a chi vuole cambiare radicalmente stile di vita, non a chi non pensa affatto di farlo.
          Chi vuole cambiare e non si sente a suo agio nella sua condizione di dipendente e stipendiato, ha necessità di prospettive diverse, perché molto spesso passa il tempo a chiedersi “come farò senza lo stipendio? lavorare in proprio non sarà troppo rischioso?” oppure “se non voglio fare il contadino a tempo pieno, che lavoro posso fare in questa campagna dove pare ci siano solo fattorie?”. Io ho dato delle risposte a queste domande, non ho incitato nessuno a mollare il posto presunto-fisso per andare a coltivare i pomodori!

          Una precisazione. Lo stipendio e il posto fisso oggi sono falsi miti a prescindere, lo sono per te che ti trovi bene con questo sistema e lo sono per chi si è ritrovato a casa senza lavoro a 40 anni e senza possibilità di reimpiego. Il fatto che funzioni per te o che tu lo veda positivo, non lo rende un ottimo sistema universale per tutti. Esattamente come la decrescita estrema non è cosa per tutti, è una scelta personale e non è la mia scelta (altrimenti non sarei qui a risponderti da un computer). Ma la decrescita estrema è una scelta, non “la decrescita”, qui c’è la bella confusione generata dai suddetti libri!
          La tua esortazione finale a non diffondere la decrescita e il downshifting come cosa per tutti e ‘libertà di scelta’ mi è suonata davvero come un’esortazione antipatica del solito lettore dei libri sopra.
          La decrescita, come ti ho invece risposto, è tutt’altro, è un abbassamento dei consumi di tutti, quelli che io chiamo i ‘due passi indietro’ che dobbiamo fare tutti. Se tutti retrocedessimo di almeno due passi nei nostri consumi, ci sarebbe già una possibilità di salvezza per il nostro ecosistema. Non è possibile farlo con 3-4 persone che vanno a vivere nei boschi cibandosi di bacche. E’ possibile farlo con persone che, sia con parole che con FATTI (quindi escludiamo subito gli “autori” sopra), divulghino il concetto corretto di decrescita, dimostrino quotidianamente che si può fare senza andare a vivere nelle caverne e senza tornare a lavare i panni a mano nel fiume in pieno inverno.

          Quindi sì, serve e molto che si continui a esortare la gente a decrescere i consumi. Altrimenti non c’è futuro per il pianeta. Apocalittica? Sì, su basi rigorosamente scientifiche.

          p.s. Quella dei limoni e delle arance e quella della borsetta Prada, dal punto di vista puramente linguistico, sono metafore. Però hai percepito come ‘offesa’ quella legata allo ‘shopping compulsivo’ (che non ho nominato) ma irrilevante quella legata al parlare di una cosa non pertinente.
          In semiotica, chiamiamo questo evento “giudizio percettivo” (Eco, Pierce). La scansione di questo processo percettivo: attraverso un giudizio si arriva alla costituzione o al riconoscimento di un pensiero, che costituisce quello che, in linguaggio ordinario possiamo definire come “quello che ci vediamo noi”. In pratica, posti di fronte a un oggetto del mondo, o a una parola, una frase, in un Giudizio Percettivo la interpretiamo come segno di qualcos’altro in base al nostro vissuto personale. In questo caso, arance e limoni non sono stati segni toccanti per te, non hanno originato lo stesso schema di Giudizio Percettivo che hanno originato i riferimenti alla moda.
          Eppure, dal punto di vista sintattico e linguistico sono identici.

          Un abbraccio 🙂

  • Reply VT maggio 21, 2014 at 5:35 pm

    D’accordissimo con l’articolo, e con tutto il libro Scappo dalla città , fra le mie letture preferite.

    Una sola cosa non capisco … come si fa a “lavorare di meno” ?

    Se sei un dipendente, sei vincolato agli orari dell’ufficio / fabbrica , e al giorno d’oggi è pressoché impossibile trovare un lavoro part-time. Non puoi decidere tu di ridurti l’orario.

    Invece mettersi in proprio al giorno d’oggi richiede una base economica solida alle spalle (aprire una p. iva significa versare migliaia di euro ogni anno anche con guadagni zero solo per dirne una), nel caso che le cose vadano male ; ok mangiare riso in bianco , un piatto di pasta in tavola si mette sempre, ma non sono solo quelle del cibo le spese… se non si riesce a pagare l’affitto / bollette / assicurazione , si resta senza casa / corrente / macchina , e di conseguenza senza un posto e un modo di svolgere la propria attività indipendente.

    Quindi, presumendo di non avere svariate decine di migliaia di euro in banca per far da salvagente, e di essere comunque vincolati al lavorare per altre persone nel 2014 (quindi dovendosi spostare in macchina, fare prezzi “bassi” per evitare la concorrenza delle grandi ditte, usare computer e internet, etc etc … non tutti siamo artigiani che con un coltellino e un ramoscello creano un’opera d’arte da rivendere!) come si fa a “lavorare di meno”?

    • Reply Erbaviola marzo 3, 2015 at 10:40 am

      E’ difficile VT, risponderti in un blog, perché ci vorrebbe un altro libro sull’organizzazione. Ci provo e scusa se vedo solo oggi il tuo messaggio, non era arrivata la notifica e l’ho notato ora mentre cercavo dei link nel blog.
      Allora, intanto: via tutte le rateizzazioni. Chiuso. La macchina? Io ho un’auto usata, valore 2mila euro, una cifra che puoi raccogliere in pochi mesi. Il mutuo? No mutuo, affitto (il perché lo trovi in quel capitolo di conteggi proprio su Scappo dalla città). E via così.
      Imparare a risparmiare. Anche se tutti lo vedono come risparmiare al supermercato, è ben altro. Nel piccolo è comprare 100 euro di ottimo filato cardato a mano e farti un maglione che durerà 10 anni. Il che sostituisce in qualità e spesa folle 5000 euro di maglioncini sintetici da 50 euro, uno all’anno per 10 anni. Moltiplica questa cifra per il vestiario che continui a ricomprare ogni stagione solo perché si logora alla velocità della luce. Prova.
      Quando ti sarai ripresa dallo svenimento, ci sono anche altre cose. Dipende però dove vuoi stare. Se vuoi vivere a Milano, avrai spese più alte, inferiori se vivrai in un paese, dove è anche più semplice trovare lavori part-time o mettersi in proprio: le regioni del nord per esempio offrono molti corsi di formazione professionale, dagli elettricisti, ai panettieri, alle estetiste… Se vuoi cambiare professione, il modo c’è.
      Sui costi della partita iva concordo, io ho una partita iva e quest’anno abbiamo raggiunto il 63% totale di versamenti allo stato per mantenere quei felloni pornografi e perdigiorno. Praticamente mi posso tenere solo il 37%. Come faccio? Faccio una lista delle mie necessità, un budget, come si fa con i progetti. Mi dò un margine per gli imprevisti e alla fine aggiungo il 63%, quella è la cifra che devo guadagnare in un anno. Sembra semplice, ma la maggioranza della gente non lo sa quanto le serve per vivere in un anno. Ed è un dato fondamentale se vuoi vivere con meno 🙂
      Spero che queste prime riflessioni ti bastino, se inizi da qui vedrai che il resto viene da sé 🙂

      • Reply Erbaviola marzo 3, 2015 at 10:43 am

        Aggiungo una nota: in realtà io non lavoro di meno ma faccio quello che mi piace. Ovvero, ho un lavoro che si sta riducendo sempre di più. E ho l’impegno di Erbaviola che vuol dire scrivere, pubblicare, leggere, studiare e andare alle manifestazioni. Un impegno enorme, retribuito poco. Se non avessi la parte ‘Erbaviola’ della vita, lavorerei dalle 8 alle 14 e poi il resto sarebbe vita. 🙂

  • Reply Veronica ottobre 1, 2015 at 1:23 pm

    Ciao ErbaViola
    ti scrivo solo per complimentarmi con te per tutti i successi raggiunti. Sono una tua vecchia lettrice (ricordo il tuo sito di colore giallo di 5 anni fa circa) ed è sempre un piacere tornare qui da te e vedere la tua evoluzione, fa sempre piacere sapere di persone che non soccombono alla “realtà” esterna, ma tirano fuori il proprio Fuoco interiore per prendere in mano la propria vita.

    Anche io mi sono messa a fare ciò che amo (lavoro nel campo del fitness e del coaching a contatto con la natura) e devo dire che nonostante tutte le difficoltà, iniziali e di percorso, mi alzo ogni giorno piena di gratitudine verso me stessa e verso la vita, perchè le mie giornate sono davvero magiche.

    Si parla sovente di essere grati e per molti anni, pur sforzandomi di esserlo, non ci sono mai riuscita. Adesso non mi sembra vero di vivere in questo stato d’animo.

    Ti abbraccio e ti auguro tanto successo (spero in Italia).

    • Reply Erbaviola ottobre 11, 2015 at 12:13 pm

      Ciao Veronica, sono tanto contenta anche io del tuo percorso, grazie di avermene parlato! Anche io ho la stessa sensazione verso il mio lavoro, leggerezza e entusiasmo, un grande senso di gratitudine e appagamento… credo che siano queste le guide migliori per capirsi e valutare se si è fatta la scelta giusta. Si può essere grati solo nell’appagamento, tutti i discorsi sull’essere grati di piccole cose mentre si viene schiacciati dal sistema non hanno nessun senso per me 🙂 La chiave è cambiare ciò che non piace ed essere grati di ciò che appaga, non essere grati a vanvera.

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