In ricordo di Renato Pontiroli, l'Avambardo
Decrescita, Libri

Ciao Avambardo

Quest’estate ha portato via un amico e un grande rivoluzionario. L’avambardo. In un luglio di fuoco ci ha lasciati Renato, il grande Renato Pontiroli, figura storica di progetti come C.I.R. (corrispondenze informazioni rurali) e la rete dei Bionieri, una delle due penne generose dei Selvatici, gli abitanti ai confini tra selvatico e coltivato. Ci ho messo un po’ a ricordare Renato senza asciugarmi gli occhi.

Renato sapeva parlare con chiunque e a chiunque riusciva a regalare la chiarezza del cambiamento. Con il suo meraviglioso uso della lingua italiana, Renato non ti diceva “un buco tra le rocce”, diceva “un anfratto”. Era sempre un piacere leggerlo, che fosse una comunicazione del CIR (è rimasta nel mito una sua mappa per raggiungere il raduno) o una lunga dissertazione su uno dei suoi mille interessi, che fosse la distillazione degli oli essenziali, come si spala la neve (“non si spala finché non finisce la scorta di tabacco!“) o l’insurrezione zapatista di Marcos.
Coniava nuove parole dense, come “avambardo” e “bioniere“; parlava di modi di vivere sostenibili, come il bioregionalismo.

L’Avambardo non era mai prevedibile, sapeva tirar fuori da una battutina un lungo dibattito pieno di idee innovative. E sapeva sdrammatizzare il discorso più serio. Un giorno ero veramente adirata con un collettivo che mi aveva invitata a tenere un discorso sulla decrescita e poi, scoprendo che la G. di G.Cacciola dell’articolo che avevano letto stava per Grazia e non per Giorgio o Guido o Gioele, mi avevano poco elegantemente cancellata. Inferocita, avevo raccontato la storia a Renato, che ne sapeva molto degli uomini che parlano tanto e fanno poco, del maschilismo che impera in certi posti culturalmente elevati, in realtà caverne buie di ottusità. Ne aveva incontrati tanti di quegli uomini che la zappa non sanno nemmeno che forma abbia e che non percepiscono che la terra ha profumi diversi, che quel profumo si aggrappa alla legna, la legna al pane e il pane alla casa. Giorni dopo scrissi questo post e il primo commento è di Renato. Una risata liberatoria, che esorcizzò tutta la rabbia. Renato sull’argomento aveva da scrivere più di tutti ma aveva risolto tutto in una frase, con quell’umorismo speciale di chi non ha mai bisogno di prendersi troppo sul serio, di chi sa quando a un amico serve una risata.

L’Avambardo ci ha lasciato anche un’ultima grande lezione di tenacia. Per curarsi, nella malattia, era dovuto tornare in città e mi si stringe il cuore a pensare Manù senza Renato e anche a Renato senza l’orto, senza la sua lavanda da distillare. Ma un avambardo lo è sempre stato dentro e non ha mai smesso di esserlo fino all’ultimo: piuttosto che niente, anche nella desolazione della città, ha piantato in un vaso del basilico profumato. Perché se non puoi avere tutto, puoi cominciare ad avere qualcosa. Renato era un grande maestro in questo.

Era stato una delle prime persone che avevo intervistato per “Scappo dalla città”, ed è anche l’unico che abbia due foto nel libro: mi serviva la foto di qualcuno con la vanga e non sono tanti quelli che parlano di orti e li fanno anche…!
Renato e la dolcissima Manù avevano accettato di parlare della loro esperienza per chi voleva vivere in modo diverso ma non sapeva da dove partire. Se non loro, chi?
A distanza di anni, chiudo ancora ogni conferenza con le parole di Manù, che non a caso chiudono anche il libro. Vedo sempre degli occhi di persone che si ritrovano in queste parole, perché sia Manù che Renato sono diretti, arrivano fino al cuore di chi cerca la strada.
“Renato” mi ero raccomandata per l’intervista “anche le cose negative, eh! Non è mica un libro per fricchettoni!”. Mi aveva detto che le cose negative sì, ma poche, perché il positivo di queste scelte è molto di più.

D’accordo con Manù, ho chiesto il permesso all’editore FAG di pubblicare sul sito e su quello di Selvatici il racconto che ha scritto Renato sulla sua vita e le sue scelte. Manù e io vorremmo che le parole di Renato continuassero ad andare lontano, ad arrivare a tanti e non solo attraverso un libro.

Ecco, Avambardo, facciamo andare ancora più lontano le tue parole. Sei stato un grande maestro sulla mia strada, un amico di cammino. Voglio ricordarti così, affinché, come hai scritto tu, “lo scambio di emozioni che a volte avviene attraverso le vite raccontate, contagi le sensibilità che sono già predisposte al cambiamento“.

 

Pontiroli Renato, come professione ho quasi sempre svolto quella di viticoltore, sia come coltivatore diretto che come operaio agricolo. Sono nato in un piccolo paese dell’Oltrepò Pavese e per un lungo periodo ho vissuto tra Pavia e Stradella,  attualmente abito con Emanuela in una casa di campagna nei dintorni di Ovada.

La mia famiglia era di quelle nomadi, con numerosi cambi di residenza fino a che non siamo ritornati al paese di origine, per questo mi sono sempre sentito privo di “radici” rispetto ai luoghi fino a quel ritorno che coincideva con la mia giovinezza, a 14 -15 anni. Con il “ritorno” mio padre ha ripreso a svolgere il lavoro di agricoltore che ho intrapreso anche io intorno ai 18 anni, lavoro che allora non mi piaceva molto perché l’ondata “rivoluzionaria” del 68’ aveva contagiato anche me: il centro del mondo e di un futuro possibile li situavo nelle piazze di Milano, non certo nella vigna di casa. Per più di 30 anni sono stato un militante politico dell’area antagonista e tutto il mio immaginario era mediato dal progetto di sovvertire lo “stato presente delle cose”, ma dopo tanti anni tutto si è dissolto, infranto.

Nella primavera del 1998 un mattino mi sono accorto che era ora di cambiare radicalmente vita: sono sceso dal trattore, mi sono tolto la tuta e mi sono licenziato

Poi varie disavventure, esperienze, storie fino a che ad un Rainbow Gatering, nella zona di Marradi, ho incontrato Mario Cecchi e il popolo degli Elfi, la Rete Bioregionale …dopo alcune settimane abbiamo dato  vita al C.I.R. (corrispondenze informazioni rurali) e io ho vissuto 7-8 mesi nel villaggio di Campori in Sambuca Pistoiese … poi ho conosciuto Emauela che attraverso altre esperienze era arrivata a percorrere un sentiero simile al mio.

Lei artigiana artistica, io contadino, entrambi cercavamo di praticare uno stile di vita che ci permettesse di “sottrarci” almeno parzialmente e gradualmente dall’imperativo produci-consuma-crepa. L’approccio alle visioni dell’ecologia profonda e del bioregionalismo è arrivato gradualmente in seguito, anche se la parola Decrescita non era  ancora stata coniata vedevamo nel nostro progetto di vita il modo per non essere asserviti alle regole di quella che oggi chiamiamo Globalizzazione ma che avevamo sempre chiamato Capitalismo, potevamo ancora ribellarci ad un futuro codificato ed alienato senza pentirci del passato e senza affidarci ad una “Rivoluzione” a cui non credevamo più.

Anche se in questi mesi stiamo vivendo una situazione provvisoria e insoddisfacente, le nostre giornate hanno il ritmo lento e naturale delle stagioni, il lavoro di artigiani lo svolgiamo in casa e gli unici periodi un poco frenetici sono quelli dei mercatini in giro per il nord e centro Italia. Le pratiche di coltivazione degli orti, dell’autoproduzione e conservazione degli alimenti non sono vissute come “lavoro” ma come gesti di liberazione, come momenti di consapevolezza e anche di bellezza. Il poco che abbiamo basta e possiamo prenderci il lusso di intere giornate di ozio, di lettura, dedicarci alla cucina o all’osservazione estatica, possiamo svegliarci alle 6 o alle 10 … questo significa che almeno in parte riusciamo a determinare il nostro tempo. Il bagaglio culturale che ci portiamo dietro ci consente di avere uno sguardo profondo e analitico sul presente, siamo quindi consapevoli che “stili di vita” come il nostro sono difficilmente replicabili e non raggiungeranno mai una massa critica tale da innescare cambiamenti sociali, facciamo parte di una generazione che ha iniziato un percorso ma non l’ha progettato collettivamente. Posso tranquillamente affermare che il nostro modo di vivere richiede molta energia, molta attenzione e costa fatiche, ma non lo cambierem(m)o.

A volte ci capita di stare in fiere e mercatini per svariati giorni e quando torniamo a casa ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati anche se viviamo con pochi soldi, poche cose, quasi alla giornata. Tra le cose più belle e  incredibili c’è il riappropriarsi del tempo, l’abitudine al silenzio, ai suoni della natura circostante, ai colori del bosco, alle sue energie….

Ci sono però degli inconvenienti che dobbiamo affrontare con coraggio e salda determinazione:  richiami di gufi e di civette nella notte,  bramiti di cervi all’alba,  cinghiali e i tassi che tentano di rapinarci l’orto, fagiani piumati come atzechi in battaglia che traforano pomodori e peperoni, ghiri specializzati in espropri di noci e nocciole, volpi e faine che sbafano galli e galline lasciando entusiastici ringraziamenti, ragni acrobati che ornano ogni angolo della casa, rospi giurassici che scelgono come tana i vasi da fiore, variegate specie di biscie multicolori e vipere paciose che spuntano da sassi, buchi e anfratti, salamandre dall’andatura bradipesca che obbligano a frenate improvvise e soste bibliche, ramarri smeraldini modello guarano che ti derapano sulla schiena mentre pisoli tra le viole…poi moltitudini di uccelli canterini  che tessono un tappeto sonoro quasi continuo ( gli piace particolarmente la musica irlandese e il Bob Dylan ! ) accompagnati dalla ritmica puntuale, serrata, precisa dei picchi…poiane, falchi e bianconi che sembrano sempre puntare con occhio lubrico l’unica oca rimasta…insomma un casino di un casino di genti.

Per non parlare degli odori!! Come apri la porta vieni invaso dai miasmi di rosa selvatica, menta piperita,lavanda e erba cedrina…lavi il pavimento con il solito decotto di timo ed entrano stormi di bombi alla ricerca di nettare, accendi la stufa con rametti di ginepro o pigne di abete e…cucini… orecchiette con broccoli e uvetta o merluzzo alla cipolla rossa di Tropea, polenta gratinata con formaggio di capra e inserto mignon di funghi, trenette al pesto di rucoletta selvatica e per il gioco dei venti e degli spifferi l’odore si trasferisce nella stanza dove dormiamo perseguitandoci i sogni notturni. Il peggio ci capita quando facciamo essiccare i porcini sopra la stufa a legna, colmo della sfiga detti porcini hanno l’ardire di spuntare a qualche decina di metri da casa come a preannunciarti il tormento futuro. Se ti viene in seguito l’idea di lavarti con sapone fatto con oleolito di calendula e olio essenziale di lavanda ( cose che ci tocca fare per vincere la noia, sia chiaro) poi sei costretto a sorbirti le lamentele degli gnomi e dei coboldi dello Scravaion, i quali giustamente non reggono tali odori.

La casa, il territorio ( bioregione)  in cui si vive è il centro del mondo, da essa partono le azioni, le emozioni, le idee con cui ciascuno si collega ai mondi umani  e non umani e dipende delle energie che hai e che metti in gioco l’ampiezza di questo coinvolgimento. La casa è anche il luogo conviviale della affabulazione e della condivisione, sia la nostra che quella degli altri con cui ci incontriamo.

Stiamo passando un momento molto duro e pesante, ma ritroveremo un luogo dove vivere, quindi anche se i momenti di sconforto sono profondi, cerchiamo di proiettare le nostre energie in senso positivo perché “lo sguardo dell’osservatore modifica l’osservato” e poi proveniamo entrambi da storie che non si sono mai arrese.

Da quando abbiamo dato vita al blog Selvatici selvatici.wordpress.com siamo quasi quotidianamente in contatto con persone delle più disparate età, professioni, luoghi geografici che chiedono consigli o esprimono il desiderio comune di “cambiare vita” o “diventare elfi” o trovare un luogo incontaminato dove vivere a contatto con la natura ecc. E’ ben difficile dare consigli e/o indicazioni a tutti ma pensiamo che ci siano persone che possono partire all’avventura come abbiamo sempre fatto noi e altre che invece hanno bisogno di buoni progetti, di sicurezze e che difficilmente saprebbero cavarsela on the road. Sicuramente il futuro è di chi progetta collettivamente vicinanze solidali,villaggi, quartieri, città… noi siamo Bionieri, apripista, solitari accidenti della norma. Non possiamo proporci come esempio per gli anni a venire ma solo contagiare altre vite con le nostre o con il racconto dei giorni, con le nostre storie.

Per questo abbiamo dato vita al “Rural Network” Bionieri, per mettere in relazione il nostro vissuto con quello di altri, affinché lo scambio di emozioni che a volte avviene attraverso le vite raccontate contagi le sensibilità che sono gia predisposte al cambiamento.

Intervista tratta da G.Cacciola “Scappo dalla città. Manuale pratico di downshifting, decrescita e autoproduzione” Edizioni FAG, pag. 242-246

 

Ringraziamo l’editore FAG per lo svincolo del copyright, evento piuttosto raro in questo paese. Se volete riportare su vostri siti o articoli le parole di Renato Pontiroli, potete farlo liberamente citando la fonte, come riportata sopra.

Il ricordo di Renato è anche nelle parole di Etain Addey, voce storica del vivere altrimenti, della delicata Madam e del pensoso Harlock (le cui coltivazioni sono state insignite da Renato di uno dei suoi neologismi).

 

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7 Comments

  • Reply Anna&Ipa&Silo September 18, 2013 at 7:51 pm

    Non ho avuto modo di conoscerlo di persona. Ma capperi.
    Grazie dell’articolo, ora che i bimbi dormono un po’ di silenzio è il modo migliore per metabolizzare.

    • Reply Erbaviola September 19, 2013 at 10:56 am

      Un abbraccio cara 🙂

  • Reply Harlock September 18, 2013 at 9:58 pm

    ci manca Renato, l’esempio che lui ci ha dato è quello di non mollare mai. Essere in grado di comunicare è una caratteristica che hanno in pochi e lui ce l’aveva.

    mi piace l’aggettivo “il pensoso” 🙂 sono qui che penso da due ore e non so cosa scrivere 😀

    • Reply Erbaviola September 19, 2013 at 10:55 am

      E’ esattamente la caratteristica dei pensosi. 🙂
      Andare avanti nonostante tutto vale la pena, però che fatica…

  • Reply equipaje September 19, 2013 at 1:21 am

    Il suo ultimo post è assai significativamente titolato “Sono nato a Broni”, giusto per ricordare che il macello umano e ambientale di cui anche lui alla lunga è stato vittima non è opera di una qualche divinità irata ma di un preciso, folle modello di sviluppo. Non ci stava, Renato, alla “resa infinita, ineluttabile ad una economia feroce e a una politica insulsa e vergognosa”. E non dobbiamo starci neppure noi.

    Grazie a te per ricordarlo in modo così articolato e compiuto.

    • Reply Erbaviola September 19, 2013 at 10:53 am

      Ti dico la verità, ho sorvolato del tutto l’argomento perché altrimenti avrei scritto arrabbiata per due giorni. Io ho PURTROPPO abitato vicino a Broni, a Garlasco. Abbiamo dovuto vendere la casa in fretta perché, pur essendo all’interno di un’area protetta come il parco del Ticino, hanno deliberato prima la costruzione di una centrale a biodiesel (leggasi olio di palma e oli di risulta bruciati) e poi di altri NOVE inceneritori che sono attualmente in costruzione. Ho visto dal vero che in quelle zone, tra Novara e Pavia, c’è almeno un caso di cancro a nucleo familiare, lo considerano la norma, come se fosse così anche nel resto d’Italia. Siamo venuti via per non crepare. La rabbia che ho verso quelle amministrazioni di venduti e ignoranti (gente con la quinta elementare presa nel ’50 che non distingue la diossina dal pm10) non si è mai sopita. Vedere gente come Renato essere vittima di questa carneficina non è tollerabile.
      Noi non ci arrestiamo, ma siamo troppo pochi a fare, obiettivamente. Siamo molti solo a parlare.

  • Reply elo October 4, 2013 at 3:30 pm

    grazie per avermelo fatto conoscere

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