Browsing Category

Appelli & Boicottaggi

torta pasqualina vegan
Appelli & Boicottaggi, Giorno per giorno, Ricette

Torta pasqualina vegan (ricetta per il rifugio Miletta)

Come state? So che molti di voi saranno in vacanza e io mi riaffaccio solo per una ricetta e per una buona causa. La ricetta, adatta a questa settimana, è una torta pasqualina vegan e spero che sarà utile a chi cerca qualcosa di classico per un pic-nic o per il pranzo. Sono anzi tre ricette… le trovate di seguito. 
L’occasione è una raccolta di foto e ricette vegan per il Rifugio Miletta, di cui vi invito a leggere la storia e gli intenti se non lo conoscete già. Sono persone molto impegnate che curano animali abbandonati o in difficoltà, tra mille peripezie. In questo video potete sentire da Alessandra Motta cosa fa il rifugio e quali sono le emergenze in questo momento.  Continue Reading

mais ogm in Italia - erbaviola.com
Appelli & Boicottaggi, Consumo consapevole, Giorno per giorno

Il mais MON 810, OGM coltivato illegalmente in Italia. Quali conseguenze?

mais ogm in Italia - erbaviola.com

Molti non sanno che in Italia si sta coltivando mais OGM della Monsanto, il discusso MON 810. Non è legale farlo, no, non lo è. Ma con il sostanziale assenso della Regione Friuli Venezia Giulia, che ha ritenuto sufficiente una banale ammenda amministrativa e una futura e incerta rimozione delle colture a carico degli agricoltori, siamo nella situazione in cui materialmente il mais OGM sta crescendo e sta diffondendo il proprio gene mutato sulle colture non ogm vicine.

La Regione Friuli Venezia Giulia, in realtà, non ritenendo sufficiente il decreto del 12 luglio 2013 del Ministero della Salute [1] che vieta la coltivazione di mais MON 810, si è mossa. Visto che pareva non venire rispettato da alcuni agricoltori del posto, ha deliberato il 28 marzo 2014 [2] introducendo una moratoria alla semina di OGM nel proprio territorio, con particolare riferimento al MON 810. Il problema non è quindi l’assenza di leggi, ma il rispetto di queste.

Le colture vicine, alcune isolate per il biologico, vengono contaminate irrimediabilmente. Se ci saranno dei controlli, gli agricoltori che fanno mais nei dintorni, avranno l’impossibilità di vendere il raccolto e dovranno distruggerlo. Ma se non ci saranno controlli da parte di enti certificatori (e in Italia purtroppo i controlli a campione sono rari) possiamo essere certi dell’immissione sul mercato italiano di mais OGM.

Oggi, 26 giugno 2014, diversi agricoltori del Coordinamento per la Tutela della Bio-diversità si trovano davanti al Consiglio Regionale riunito, per chiedere il rispetto delle leggi già esistenti. Il problema è infatti che il mais MON 810 viene coltivato in Friuli. “L’ogm in questione, prodotto dalla multinazionale Monsanto (azienda finita più volte al centro di polemiche a causa della tossicità dei suoi prodotti), viene infatti seminato e raccolto senza troppi problemi da un gruppo di agricoltori locali, capitanati dall’imprenditore agricolo Giorgio Fidenato“.[3]

Com’è possibile che una coltivazione vietata venga fatta su larga scala, sotto gli occhi di tutti? Chiediamoci allora come agisce la Monsanto per introdurre le sue sementi nei paesi a cui è interessata. Paga e fa leva sull’ignoranza, due ambiti in cui in Italia possiamo stabilire dei primati. Il fatto che questo comportamento sia dannoso e lo sia in modo consapevole sia da parte degli agricoltori che si prestano a queste colture che da parte delle istituzioni è lampante. Abbiamo ormai un’ampia casistica di come la Monsanto si è mossa nel mondo degli OGM senza alcun riguardo per l’etica e per la salute umana [4].
Sappiamo anche che più volte e in più modi ha manovrato direttamente dei governi, come l’amministrazione Bush, e degli organismi internazionali di controllo come la WTO: comprando voti, finanziando campagne elettorali, esportando sementi OGM in paesi europei dove non è consentito, convincendo agricoltori a infrangere le leggi e qualche amministrazione a non intervenire, dando il via a contaminazioni di cui tutt’ora non conosciamo l’entità, la pericolosità e solo in parte il danno.
Materialmente, trovano una falla di sistema, qualcuno di convincibile: qualche agricoltore, magari in una regione poco attenta o con persone dell’amministrazione che per ignoranza, o pigrizia, o peculato, possono ignorare la questione o procrastinarla. Ed ecco che la semente OGM entra in circolazione, contamina le coltivazioni vicine in un effetto domino che arriverà anche a coltivazioni più lontane. E comincia il danno.

Nel caso di oggi del Friuli-Venezia Giulia, l’agricoltore si chiama Giorgio Fidenato [3] e guida un gruppo di agricoltori che, contro la legge italiana che vieta l’uso di sementi OGM, hanno deliberatamente seminato il Mais MON 810 fornitogli dalla Monsanto. L’agricoltore pare sia già stato sanzionato per 40mila euro circa, ma la cifra per un agricoltore è ridicola: equivale a una multa per divieto di sosta per un impiegato medio e c’è anche un’ottima possibilità che la possa pagare con qualche sovvenzione italiana o europea per l’agricoltura. Una scocciatura, in pratica, ma niente che gli blocchi l’attività o fermi almeno queste coltivazioni. Gli è stato anche intimato di rimuovere le colture, colture che però ormai sono quasi pronte per la raccolta, hanno sicuramente già contaminato i campi vicini e sono ancora lì a ondeggiare nel vento.

Dove sta la pericolosità negli OGM? Cercando di essere il più semplici possibili, per creare una pianta OGM, dei geni estranei vengono introdotti nella pianta e per separare le piante che hanno incorporato il transgene da quelle che non l’hanno fatto, vengono utilizzati dei marcatori della resistenza agli antibiotici. Le cellule delle piante geneticamente modificate vengono fatte crescere in un mezzo che contiene un antibiotico: quelle che muoiono sono quelle con il gene senza il marcatore dell’antibiotico, quelle che sopravvivono contengono il marcatore di resistenza all’antibiotico, il gene e il transgene introdotto.
I problemi già qui sono principalmente due: il marcatore di resistenza all’antibiotico resta e in più c’è una totale impossibilità di prevedere quale sarà l’esatta collocazione del gene nel cromosoma.
Che l’ingegneria genetica sia precisa e perfettamente prevedibile è infatti una leggenda metropolitana.
Un’altra leggenda metropolitana spacciata per vera da alcuni giornali di divulgazione di massa, è che l’ingegneria genetica faccia lo stesso lavoro dell’ibridazione manuale ma in un tempo minore. La leggenda sostiene che, se per ibridare una pianta rendendola più resistente o diversa ci vogliono selezioni di anni, a volte secoli, la moderna genetica ci permette di farlo in pochi mesi. Nulla di più sbagliato, l’ibridazione naturale e gli OGM sono ambiti diversi. L’ingegneria genetica infatti ricombina materiale genetico proveniente da specie diverse che in natura sarebbe impossibile o estremamente difficile ibridare, spesso ricostruendo in laboratorio molecole simili di una specie da impiantare in un’altra. Gli effetti di questi impianti transgenici hanno effetti imprevedibili a livello fisiologico, biochimico e dell’ecosistema. Imprevedibili, non prevedibili, potenzialmente molto dannosi.

Vorrei proporre, come esemplificazione necessaria di quello che può succedere, il caso dell’agricoltore Gottfried Glöckner, un caso ampiamente documentato [6]. Gottfried Glöckner cominciò ad usare il mais OGM BT-176 prodotto dalla Syngenta (fusione delle divisioni agricole di Novartis e AstraZeneca) pensando di migliorare le proprie coltivazioni e il mangime per gli animali che allevava.
Il mais BT-176 è prodotto con l’introduzione di una tossina del Bacillus thuringiensis, tossina che dovrebbe eliminare la piralide del mais (Ostrinia nubilalis) e la la diabrotica (Diabrotica virgifera virgifera) e permettere una resa del 100% del coltivato, contro l’80% della media europea danneggiata da questi insetti. Il presupposto di partenza è che la tossina sia letale solo per gli insetti che danneggiano il mais.
Glöckner, agronomo laureato, ha raccontato di essere stato entusiasta nel cominciare l’esperimento nel 2001 e poi felice della resa di questo mais nei suoi campi che mostravano coltivazioni sane e abbondanti. In accordo con la stessa Syngenta e grazie ai suoi studi, documentava tutto come esperimento positivo.
Il mais così prodotto veniva utilizzato solo per i capi del suo allevamento. Dopo i primi tre anni di coltivazione in aumento progressivo e somministrazione  progressiva del mais BT-176, gli animali cominciarono ad ammalarsi seriamente e a morire. Prima di capire che la causa era il mais OGM che dava come mangime agli animali, perse tutti i capi dell’allevamento.
Diversi studi scientifici e laboratori indipendenti coinvolti nella ricerca, hanno stabilito che la morte dei 70 animali tra cui vacche da latte avvenuta nell’allevamento di Glöckner era dovuta all’alta concentrazione di tossine contenute nel mais OGM, tossine che la Syngenta riteneva non poter essere ancora presenti nel mais una volta raccolto.
In quei tre anni di malattia progressiva degli animali, però, il latte delle mucche di Glöckner era stato venduto regolarmente ed è ipotizzabile che ignari consumatori siano stati vittime di un prodotto OGM, senza che sia possibile stabilire a posteriori un nesso certo di causalità nel passaggio o nell’effetto di questa tossina tra pianta-animale-uomo.
Nonostante la Syngenta non abbia mai ammesso le proprie responsabilità e neghi la permanenza di questa tossina nel mais OGM Bt176 , molti istituti di ricerca affermano il contrario. Uno in particolare, l’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia Geobotanica di Zurigo ha esaminato il mais prodotto da Glöckner riscontrando che, non solo le tossine erano presenti in alta concentrazione ma “hanno una forma estremamente attiva e incredibilmente stabile“. [7]

Il mais ogm BT176 è tutt’oggi in uso, avendo dato la Commissione Europea un’opinione di supposta non pericolosità, derivata dagli studi compiuti dal Gruppo GMO dell’EFESA che sostanzialmente sposano il parere della Syngenta, il produttore. L’EFESA è la stessa che dava parere negativo all’uso della stevia, finché le multinazionali non hanno ritenuto meglio produrre dolcificanti a base di stevia.

Il mais MON810 coltivato in Friuli è molto simile al BT176:  è prodotto anche lui con l’introduzione di un gene del Bacillus thuringiensis, che fa produrre alla pianta una tossina letale per la piralide del mais. Suona familiare la storia? Infatti è la stessa delta-endotossina o endotossina Bt del mais BT176 del caso Gottfried Glöckner.

Lo mangereste questo mais, nel dubbio? Come fate a controllare che non sia presente in altre forme nel cibo che consumate?

E’ per questo che si rende necessario e urgente fare in modo che le leggi vengano rispettate e nel minor tempo possibile.
E’ per lo stesso motivo che bisogna vietare anche le colture artificiosamente chiamate “sperimentali”.
Le colture sperimentali di OGM in Italia non sono altro che ponti creati ad arte dalle multinazionali come Monsanto per introdurre gli OGM stabilmente, facendo leva nient’altro che sul bisogno disperato di soldi di qualche università, di qualche professore, di qualche politico.

 

— Note—

[1] Ministero della Salute, Decreto 12 luglio 2013, “Adozione delle misure d’urgenza ai sensi dell’art. 54 del regolamento (CE) n. 178/2002 concernenti la coltivazione di varieta’ di mais geneticamente modificato MON 810. (13A06864)” pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 187 del 10 agosto 2013

[2] “Disposizioni urgenti in materia di OGM e modifiche alla legge regionale 23 aprile 2007, n. 9 (Norme in materia di risorse forestali)” Regione Friuli Venezia Giulia, Legge n.5 del 28-3-2014

[3] Lino Roveredo del Coordinamento per la Tutela della Biodiversità FVG, intervistato da Stefano Tieri su Il Fatto Quotidiano del 25 Giugno 2014. Qui l’articolo completo.

[4] in italiano: Marie Monique Robin, Le monde selon Monsanto: De la dioxine aux OGM, une multinationale qui vous veut du bien, Arte Editions, 2008. (Traduzione italiana: Il mondo secondo Monsanto, Arianna Editrice, 2009).

[6] La trattazione più esaustiva del caso Gottfried Glöckner è quella contenuta nel testo di Broder Breckling et al., GeneRisk: Systemische Risiken der Gentechnik: Analyse von Umweltwirkungen gentechnisch veränderter Organismen in der Landwirtschaft (Umweltnatur- & Umweltsozialwissenschaften), Springer, 2007. (Sono però molti i testi che riportano l’esperienza documentata di Glöckner, tra cui quello più divulgativo di F.William Engdahl, Agri-business, tradotto anche in italiano).

[7] Ibidem

[8] “Parere relativo alle colture geneticamente modificate (mais Bt176, mais MON810, mais T25, colza Topas 19/2 e colza Ms1xRf1) oggetto di clausole di salvaguardia invocate nell’Articolo 16 della Direttiva 90/220 CEE“, EFESA,  11 aprile 2006

frigorifero vegan con frutta, verdura e banane nel posto giusto
Appelli & Boicottaggi, Consumo consapevole, Giorno per giorno

LA BUFALA DELLE BANANE CHE NON POSSONO STARE IN FRIGO

frigorifero vegan con frutta, verdura e banane nel posto giusto

Le banane, come tutta la frutta, stanno meglio fuori dal frigo.

Però se fate la spesa una volta a settimana e non volete mangiare banane marce da metà settimana in poi, si possono mettere nel frigo per rallentarne la maturazione.

L’etilene sprigionato dalla buccia delle banane è uguale a quello dell’altra frutta, nelle banane è solo maggiore perché la buccia è il 20% del frutto. Ma c’è una ragione per questo: la banana è un frutto climaterico, ovvero in grado di maturare anche lontano dalla pianta e anche se il processo viene arrestato da fasi di freddo. Quando la banana si stacca dalla pianta, raggiunge il minimo climaterico, quando il contenuto (respirazione) di etilene si abbassa improvvisamente. Da questo momento l’etilene comincia ad essere prodotto dalla banana in auto-sintesi fino a raggiungere il massimo con la maturazione completa o picco climaterico. Le banane sono mature quando cominciano ad apparire sulla buccia delle piccole macchioline marroni. Sono acerbe quando la buccia è giallo chiaro con striature verdi e molto dura.

La Natura ha fatto una cosa fantastica, ancora una volta: ha previsto che alcuni frutti, i climaterici appunto, potessero maturare lontano dalla pianta con una perdita organolettica minima, una perdita dovuta solo al distacco prematuro dalla pianta, non al freddo. In zone ventose o soggette a tempeste di sabbia come quelle in cui crescono queste piante della famiglia delle Musaceae, è utilissimo che i loro frutti possano maturare anche se staccati dalla pianta.
Altri frutti climaterici sono le albicocche, le pesche, le mele, i kiwi, i meloni e i pomodori (sì, i pomodori sono frutti). Il che non vuol dire che vadano raccolti apposta quando sono acerbi, quella è solo una depravazione della grande distribuzione. Vuol dire solo che questi frutti, se non sono ancora maturi, possono comunque maturare bene lontano dalla pianta.

Il freddo di un frigorifero, meglio se ventilato, può rallentare il processo di maturazione delle banane per breve tempo, giorni, senza perdite organolettiche, perché è la Natura che ha previsto per le banane e gli altri frutti climaterici questa possibilità ulteriore. In particolare, se le banane vengono tenute sul ripiano più alto del frigo, meglio se vicino al sistema di ventilazione (se presente), rallentano la maturazione ma non si “rovinano”. Come vedete dalla foto, le mie sono proprio lì. Quello che non vedete dalla foto è che le due che ho mangiato ieri e oggi erano fuori a maturare e via via ne prendo ogni giorno una per il giorno dopo (avendo ancora le stufe accese e 20 gradi di media in casa, maturano in massimo 24 ore).
E’ meglio non tenerle per molti giorni vicino ad altra frutta e mai molto vicino alle mele, un altro frutto climaterico che emette molto etilene facendo accelerare la maturazione di altri frutti vicini.

Pensate che la bufala sia tutta qui? No, purtroppo. Ce ne sono altre due.

C’è la bufala delle banane che non marciscono se si avvolge l’estremità nella pellicola da cucina*. Questa è creativa, eh? Io l’ho trovata divertente, perché mai avvolgendo un’estremità non dovrebbero maturare? Mistero. Tutta la buccia della banana emette etilene. Ci ho pensato per un po’, poi ho ipotizzato questo, che potrebbe essere una spiegazione verosimile. Probabilmente è una tecnica usata da chi raccoglie le banane perché in quel momento e solo in quello, la banana ha una concentrazione maggiore di etilene in quel punto, poi va subito in autolisi e lo sintetizza da tutta la buccia, fine dell’utilità di avvolgere il picciolo.

Poi c’è sua sorella, la bufala delle banane che non marciscono se si avvolge una parte marcia nella pellicola da cucina*. Direi che ora che sapete cosa succede dal punto di vista biochimico alla buccia della banana, potete capire da soli che è una sciocchezza, anzi, fa in modo che l’etilene si concentri maggiormente in quel punto invece di disperdersi nell’aria.

Postille.

La domanda per alcuni sorgerà spontanea: perché ti sei messa improvvisamente a parlare di banane? Perché ho pubblicato una foto del mio frigo su facebook, con l’unica intenzione di mostrare la quantità di verdura e frutta che si può acquistare con una cifra ridotta se si compra dai produttori e non nei supermercati. Sono arrivati i difensori delle banane, urlando all’oltraggio perché c’erano le banane nel frigo, in realtà in modi veramente antipatici: puntando il dito e senza alcuna base scientifica. Sono le conseguenze dell’ignoranza dilangante, cosa ci volete fare, bisogna avere pazienza… 😉

Per la cronaca del frigorifero, prima che arrivino i paladini del vivere senza frigo (poi attenzione, loro ce l’hanno, ma gli piace un sacco fare i saccenti dietro il monitor 😉  ): come tutti quelli che seguono questo blog sanno già, ho un frigorifero esterno, non elettrico, costituito da un semplice armadietto da esterni in cui tengo frutta e verdura finché fa freddo (qui molti mesi l’anno, siamo a 800 mt).
Quando comincia ad alzarsi la temperatura, accendo un frigo a basso consumo, ventilato. Poi l’orto comincia a produrre abbastanza da poter raccogliere tutti i giorni solo quel che serve, non c’è più bisogno di mettere frutta e verdura nel frigorifero. In autunno si riparte con il frigo-no-frigo.

Quando non avete idea di quale sia il processo biochimico dietro a un evento naturale, in questo caso la maturazione delle banane, e avete solo sentito la nonna o qualche simil-guru di internet che declamava sul tema senza fornire spiegazioni scientifiche, andate a cercare le spiegazioni scientifiche da soli. E’ un consiglio. Io per esempio lo faccio spesso, è divertente essere curiosi, rende la vita molto più bella ed evita tante figure di cacca 😉

*pellicola da cucina. E’ plastica, inquina molto. Se ne può fare a meno, non esiste un contesto casalingo in cui è indispensabile.

mobile in legno massello restaurato
Appelli & Boicottaggi, Consumo consapevole, Giorno per giorno

I TRE COMPOSTI CHIMICI DA ELIMINARE SUBITO DALLA CASA (BFR, PBB e PBDE)

mobile in legno massello restaurato

 

A fronte ci circa 80mila composti chimici che possiamo trovare in ogni normale casa, utilizzati dai produttori di mobili, vernici e supellettili, vorrei parlare dei tre più dannosi che sono spesso anche i più sconosciuti e i più insidiosi.

Infatti, chi penserebbe mai di venire intossicato dal proprio divano o che i bambini possano andare incontro a un deficit di apprendimento per quel pigiama così carino?

Tra i composti chimici più tossici che entrano nelle nostre case, ci sono i ritardanti di fiamma brominati (BFR), dei composti che hanno un effetto inibitore per l’accensione di materiale combustibile, in pratica sono quello che rende un po’ meno infiammabile una materia artificiale. Vengono utilizzati per plastica, tessuti sintetici, elettronica, abiti anche per bambini, giocattoli e mobili in vari materiali tra cui quelli laccati sinteticamente e i truciolati della grande distribuzione. Il loro impiego è dovuto al fatto che le materie sintetiche impiegate per la costruzione di questi oggetti sono altamente infiammabili ed è obbligatorio utilizzare in concomitanza un componente che riduca l’infiammabilità.

La tossicità dei BFR è ormai accertata da numerosi studi e una lunga casistica, ma vengono tutt’ora impiegati perché non ci sono altre soluzioni, soprattutto non a basso costo, per ridurre l’infiammabilità di oggetti in fibra sintetica. I BFR sono neurotossici, ovvero hanno un’alta tossicità soprattutto per il sistema nervoso umano e animale. Pensiamo quindi alla terribile esposizione che si può ottenere con materassi e cuscini in fibra sintetica trattati con i BFR, oppure alla testata del letto, ai comodini se laccati o rivestiti con materiale sintetico. E’ infatti l’esposizione più grave, perché avviene per una media di 8 ore al giorno, a stretto contatto, in un ambiente chiuso. Ancora peggio poi, se la stanza è tappezzata con parati in vinile o con l’uso di colle da tappezzeria sintetiche.

Parte dei BFR sono ancora più tossici, è il caso dei bifenili polibromurati (PBB) e degli eteri di difenile polibromurati (PBDE), due composti che vengono aggiunti ai polimeri plastici sempre come ritardanti di fiamma. Questi in particolare hanno dimostrato di essere particolarmente tossici per il sistema endocrino, tanto da interromperne le normali attività ormonali. Se molto presenti in casa, possono addirittura essere il motivo di tossicità epatica e tiroidea. Anche la minima esposizione in periodi critici dello sviluppo può causare un deficit di apprendimento e danni al sistema riproduttivo.
Ma c’è di peggio. I PBDE sono chimicamente slegati dai prodotti in cui vengono applicati e per questo motivo possono facilmente fuoriuscirne. Per questa caratteristica, si è creato un inquinamento anche ambientale, tanto che i ritardanti di fiamma sono stati trovati in bioaccumulo nella catena alimentare e non sono assolutamente facili da abbattere a livello ambientale. Di conseguenza, sono diventati inquinanti diffusi e sono ormai presenti comunemente nei prodotti latteo-caseari, nella carne e nel pesce. (Altro ottimo motivo per non consumarli, non bastassero già questi).
Attualmente il loro uso è limitato solo dalla normativa comunitaria RoHS e solo nel campo dell’elettronica per lo smaltimento dei rottamati elettronici, ma in realtà però con poco successo visto che si tratta solo di una direttiva e non di una legge. Alcuni paesi la applicano, altri no. Vi lascio indovinare l’Italia…

 

Come ci si può proteggere da BFR, PBB e PBDE? 10 regole.

1. Evitare i tessuti sintetici, specialmente quelli dichiarati ignifughi. Piuttosto allontanate il divano dal camino, ma non sceglietelo con un rivestimento ignifugo, perché sicuramente contiene BFR;

2. Evitare il più possibile la plastica, soprattutto nei giocattoli per bambini, nelle camerette e negli articoli per la cucina e la tavola;

3. Preferire mobili in legno massello non trattati oppure trattati con vernici naturali certificate. Evitare il più possibile gli arredi in truciolato rivestito, anche se costano meno e lo stile nordico è così di moda: lo stesso distributore giallo-blu  ha anche pezzi in legno massello certificati esenti da BFR, scegliamo quelli semmai;

4. Utilizzare cuscini, materassi e piumoni con imbottiture naturali e certificate. Non utilizzare lenzuola con parti sintetiche. La camera da letto è il posto in cui siamo più esposti a queste intossicazioni perché ci stiamo otto ore ogni giorno, a stretto contatto con questi tessuti e imbottiture. Lo stesso vale per i pigiami, soprattutto quelli dei bambini: solo fibre naturali;

5. Preferire abiti e rivestimenti in tessuti naturali, come il 100% cotone o lino certificati bio, anche per la questione formaldeide di cui avevo parlato molto tempo fa. No alla lingerie sintetica;

6. Non comprare produzioni di dubbia provenienza, soprattutto da paesi dichiaratamente allergici a normative ambientali e salutari. Tra questi la Cina, ma anche i più recenti paesi UE e i paesi dell’est Europa. Continue Reading

camino 2012 erbaviola.com
Appelli & Boicottaggi, Autoproduzione, Decrescita

APPELLO PER GLI ACQUISTI DI NATALE

Iniziano le giornate degli acquisti di Natale. In realtà ormai le fanno iniziare a settembre, ma da tradizione dovrebbero cominciare oggi. Molti non avranno tempo di preparare qualcosa di fatto a mano, di autoprodotto. Molti stanno pensando alla propria vita, desiderando una strada diversa da percorrere, una vita più semplice e frugale, ma non hanno ancora la forza morale di presentarsi con regali “non comprati” davanti a parenti e amici.

A queste persone vorrei dire: non preoccupatevi, non nascondetevi, soprattutto non sentitevi in colpa paragonandovi a chi fa tutto da sé (o a chi si vanta di farlo ma ha dei retroscena molto discutibili – e ce ne sono tanti). La decrescita o la frugalità non sono una gara a chi autoproduce di più.
La via del vivere con leggerezza per sé e per il mondo é un percorso, materiale ed emozionale, di azioni e sentimenti che sono interdipendenti. La ricerca della leggerezza, del vivere con cura e della sostenibilità sono fondamentali quanto il fare a mano il pane. Non sono momenti scindibili, sono motivazione e esecuzione, ricerca e azione.

Per questo è logico e anzi salutare, a volte, il non aver tempo di preparare tanti regali fatti a mano. Se torniamo a casa dopo una giornata di lavoro intenso e troviamo magari dei bimbi che richiedono una giusta attenzione, un compagno/a con cui chiacchierare e preparare la cena o il nostro bisogno di silenzio o di due pagine lette in santa pace… sono queste le priorità che dobbiamo ascoltare. Non la corsa forsennata all’autoproduzione di tutto.
La frugalità non consiste nell’aspettare di mettere a letto la famiglia per poter sferruzzare fino alle due di notte il regalo per l’amica. Il vivere con leggerezza è avere anche il tempo per seguire i ritmi veri della famiglia o i propri ritmi personali, senza sovraccaricarsi di lavori e impegni. La decrescita non è fare una fatica immane e corse forsennate per vedere poi la faccia contrariata di una cognata modaiola davanti a un barattolo di scrub autoprodotto.

Se avete poco tempo in questo periodo, usatelo per la vostra famiglia, per voi stessi. Per i regali fate degli acquisti consapevoli: materiali ecologici, da artigiani e negozianti locali.
C’è una meravigliosa via di mezzo tra la sciarpa sferruzzata di notte e una porcheria in poliestere cinese agguantata in uno dei tanti negozi delle multinazionali.
Guardatevi attorno, trovate le botteghe locali. Comprate da piccoli artigiani, da persone che conducono il loro negozio o la loro attività con amore, passione e coscienza per il mondo. Ce ne sono tanti.
Durante il mese di dicembre vengono organizzati diversi mercatini per le vie delle città: frequentateli.
Ignorate quel che è trasportato dall’altra parte del mondo, nessuno ha bisogno un piffero peruviano, anche se sembra fatto a mano. Guardate invece i singoli artigiani e commercianti: la signora con il banco di sciarpe e cappelli fatti a mano, spesso con filati naturali. La ragazza che abita nel paese vicino e fa il sapone in casa con materie prime biologiche. Il libraio che rischia tutti i giorni di venire schiacciato dai megastore ma continua a scegliere indipendentemente cosa proporre di bello ai suoi lettori. L’erborista che non si limita a rivendere scatolame ma confeziona tisane su misura e ha scelto di non vendere finte cure dimagranti. Il negozio di giocattoli in legno atossico, che non ha i giochi a basso costo, colorati con vernici tossiche, importati dalla Cina.
Comprate guardando negli occhi chi ha fatto quel prodotto, domandate informazioni, apprezzate quello che fanno. Anche questa è la decrescita, non è solo il fare da sé, è anche lo scegliere con cura e consapevolezza.

Non entrate nei megastore uscendo con tanti facili sacchetti infiocchettati. Girate nelle botteghe, tra gli artigiani, uscite con un pacchetto senza loghi ma confezionato con Amore, Passione e l’idea di un mondo più giusto e pulito. Se non avete tempo in abbondanza e se autoprodurre tutto è alla fine un impegno sfiancante, regalate l’artigianato di altre mani ma scelto con amore. Anche la cognata modaiola che storceva il naso davanti al brutto barattolo di scrub autoprodotto in fretta e furia, si innamorerà invece del un cestino di saponette fatte a mano e confezionate ad arte, oppure delle candele in materia vegetale del maestro ceraio che non conosceva. E chissà, magari cambierà qualcosa anche in lei.
Passate le serate con gli amici, con la famiglia e regalate a questi il vostro tempo e il vostro amore, non a una inutile gara a chi autoproduce di più. Non serve, non fatevi fuorviare da chi ha un bisogno così spasmodico di attenzione e autoaffermazione da dover mostrare di fare tutto a tutti i costi, dovesse anche stare in piedi tutta la notte. Che senso ha? Vivere con cura è altro. E’ chiacchierare con l’artigiana che vi sta mostrando le sue creazioni, tornare a casa con un pacchettino pieno di bellezza e passare la serata rilassandosi.

L’autoproduzione non è la strada verso il martirio, è la strada verso uno stile di vita più sostenibile, più locale, più vero. Possiamo fare da soli, oppure, per alcune cose come i regali di Natale, scegliere persone indipendenti come noi, che producono in modo consapevole e sostenibile: ce ne sono ovunque.
Cancelliamo le multinazionali, i megastore, le catene di negozi e i centri commerciali, acquistiamo da persone come noi. E’ così che si cambia concretamente il mondo.

Appelli & Boicottaggi, Consumo consapevole, Giorno per giorno

STEVIA, L’INVASIONE COMMERCIALE E LA LEGISLAZIONE ATTUALE

E’ indubbio che il mercato sia stato invaso dai dolcificanti a base di stevia, con grandi lanci pubblicitari “zero calorie”. Chi conosce già la stevia, stevia rebaudiana sinensis,  sa però che il metodo più naturale per servirsene è coltivarla in proprio con metodi naturali, essiccarne le foglie e triturarle in un macina-caffé ottenendo così la polverina verde leggera che fa da dolcificante naturale. Si può utilizzare in bevande calde e/o fredde, nei dolci, sia a freddo che in cottura. Si trova ormai anche in vendita in erboristeria o online. Ma, soprattutto, si può coltivare in proprio e ottenere in proprio un dolcificante a zero calorie, con un potere dolcificante doppio rispetto allo zucchero, utilizzabile anche dai diabetici e che non provoca carie. Nella foto, una pianta di stevia coltivata da me in vaso, è possibile coltivarla anche sul balcone, su un davanzale, su una finestra.
Purtroppo questa pianta ha subito negli anni passati un vero boicottaggio da parte della lobby degli zuccherifici e dall’industria alimentare in genere: coltivata in Italia fino agli anni ’50, non richiedeva processi complicati di raffinazione e non dava dipendenza come altri tipi di zuccheri raffinati. Chiaramente, un’erba pericolosa da boicottare. Il boicottaggio però era già iniziato negli anni ’30 con gli studi di Pomerat, che senza farne mistero indagava la stevia per trovarne un componente che potesse farla catalogare come ‘non salutare’.  Ma il fine fu raggiunto solo nel 1968, con uno studio ormai unanimemente ritenuto opinabile e di parte, nel quale venne inflitto un super-dosaggio di glucoside dello steviolo a ratti di laboratorio. Al di là della crudeltà della vivisezione, la quantità era illogica: equivalente all’assunzione di tre chili e mezzo di stevia al giorno da parte di un uomo di 65 chili. A questi dosaggi, potrebbero risultare dannose anche le carote.

Ma i dolcificanti alla stevia, quindi? Non è proprio stevia quella dei dolcificanti in commercio, o meglio: non è la pianta integrale. I dolcificanti arrivati ora in commercio grazie alla mutata opinione della Comunità Europea (vedi di seguito) sono composti dal glucoside dello steviolo, estratto dalla stevia, e da altri componenti. Il glucoside dello steviolo è un additivo approvato e liberamente utilizzabile in prodotti alimentari. Lo ‘zucchero di stevia’ inteso come la polverizzazione delle foglie essiccate di stevia non è invece approvato come additivo alimentare, ma nulla vieta di usarlo, di produrselo e di parlarne.

COSA DICONO I TEST EUROPEI E LA NORMATIVA SULLA STEVIA? 

In Europa per lo steviolo è stata recepita la classificazione americana di “additivo alimentare” invece che ‘alimento’, mentre viene considerata ‘erba’ la pianta stevia, a pari di menta, camomilla, malva ecc.
I test quindi vengono condotti solo sullo steviolo : questa è l’autorizzazione da parte della comunità europea, la gazzetta ufficiale in cui viene annunciata: http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2011:295:FULL:EN:PDF
In Europa si sta battendo presso la commissione sanitaria della comunità europea un’associazione di medici, la EUSTAS, European Stevia Association, chiedendo che non solo gli additivi ricavati dalla stevia ma anche le foglie stesse siano citate come ‘alimenti sicuri’. Tra le motivazioni addotte, c’è il fatto che i danni sui ratti riscontrati nello studio del 1968 sono dovuti alle altissime concentrazioni di steviolo somministrate, impossibili da raggiungere con le foglie di stevia. Il dosaggio giornaliero medio di steviolo è di 2-4 mg per kg, quindi una persona di 65 kg dovrebbe non avere problemi fino a 260 mg di steviolo, un quantitativo piuttosto consistente.
Il Prof. Geuns, biologo e presidente dell’EUSTAS, nell’interpello alla Commissione Europea per la valutazione del commercio delle foglie di stevia, cita lo studio opinabile condotto sui topi che è all’origine di tutta la polemica sulla stevia e riassume l’errato dosaggio utilizzato per quei test: “Per una persona adulta di 65 kg questo dosaggio equivale a 3.47 kg di foglie di stevia (± 347 g di steviolo per giorno) o circa 34.7 kg di foglie fresche di stevia al giorno, il che significa più del 50% del suo peso corporeo in foglie di stevia fresche. Le conclusioni di questo esperimento in cui solo una massiva concentrazione di stevia è stata testata, dovrebbe essere contestato.“. Aggiungiamo che oggi abbiamo apparecchiature più sofisticate e sistemi di screening e test più evoluti rispetto a quelli del 1968.

Come ulteriore motivazione delle proprietà benefiche e per nulla nocive delle foglie di stevia, riporta l’uso che si fa di foglie fresche e secche nella medicine orientali da centinaia di anni, soprattutto in Thailandia: oggi circa 150 milioni di persone fuori dall’Europa consumano liberamente la stevia in foglie e non sono mai stati riportati effetti collaterali.  Ovviamente ci sono interessi enormi dietro il boicottaggio dell’uso delle foglie di stevia: permettere l’uso commerciale del glucoside dello steviolo ma non quello delle foglie di stevia, per il cui test basterebbero pochi mesi, è senza ombra di dubbio un grande regalo alle aziende produttrici e una disincentivazione al privato cittadino che vuole autoprodurselo in casa.

 

LA STEVIA NEGLI USA

La stevia è attualmente classificata dalla FDA come ‘additivo alimentare’ invece che come alimento. Essendo classificata in questo modo, ne viene testato solo il principio attivo, non le foglie di stevia, che quindi rimangono al momento fuori dagli studi.
Dal 1992, The American Herbal Products Association (AHPA) ha presentato tre petizioni alla FDA contestando la classificazione della stevia come additivo alimentare. Anche se le petizioni erano supportate da test e dati che ne provavano l’uso storico e sicuro della Stevia come alimento,  la FDA non diede nemmeno la risposta pubblica che di solito riserva a queste petizioni, adducendo come motivo che gli studi erano stati condotti al di fuori degli Stati Uniti e pubblicati  in giornali esteri.
Nel settembre, 1995,  la FDA ha abolito il divieto esistente da quattro anni sulla stevia ma limitandone la commercializzazione come alimento dietetico, integratore e erba medica: ed era proibito il suo uso come dolcificante e aromatizzante nei prodotti alimentari.
Oggi lo steviolo è considerato GRAS dalla FDA, che però ignora totalmente, nel bene e nel male, le foglie intere di stevia. Si limita a dire che lo steviolo è “Generally Recognized As Safe” (GRAS). Con un particolare sistema di autorizzazione, però, non viene considerato ‘sicuro’ il glucoside dello steviolo in genere, ma solo quello di alcune aziende che si sottopongono ai protocolli di test della FDA e il cui prodotto viene approvato. Da notare che nella menzione ‘glicoside dello steviolo’ la FDA richiede la presenza di steviolo al 95%. E il restante 5% ? Varia a seconda delle aziende, una sorta di ‘marchio’ che gli permette tra l’altro di brevettare il composto.

Ancora una volta, un grosso regalo alle industrie alimentari.

 

CONSIDERAZIONI

Non mi voglio dilungare sulla questione del boicottaggio di un dolcificante e una pianta che non richiede uno zuccherificio per la sua raffinazione, ha zero calorie, può essere utilizzata dai diabetici, non provoca carie e non dà assuefazione. Il perché ne venga osteggiato l’uso in forma di foglie è evidente a tutti.

Ma qui siamo davanti a una scelta personale legata alla nostra salute.  Lo stevioside e gli altri glucosidi della stevia sono noti per la loro straordinaria stabilità chimica: a causa della loro particolare forma chimica e molecolare, i glucosidi della stevia sono estremamente resistenti alla degradazione acida ed enzimatica, non vengono disgregati nei loro metaboliti in normali condizioni gastriche. Già Pomaret infatti nel 1931, con i primi studi sulla stevia, aveva scoperto che gli steviosidi passano inalterati nel tratto gastrointestinale dell’uomo. Una propietà questa che fa paura a chi utilizza gli zuccheri come additivo per indurre assuefazione e dipendenza, mentre dall’altra infastidisce chi sul diabete o anche solo l’iperglicemia ha costruito interi imperi farmaceutici.

La contestazione poi sulla proprietà cancerogena della stevia era in realtà sul glicoside dello steviolo somministrato ai ratti in proporzioni esagerate (vedi sopra). Non sulle foglie di stevia che hanno un concentrato di steviolo molto inferiore.

La contestazione sulla proprietà contraccettiva della stevia (e quindi sul fatto di causare infertilità) è invece legata a una leggenda brasiliana: ovviamente la stevia non è un contraccettivo e nemmeno causa infertilità, questo è stato chiarito dalla FDA stessa.

La stevia rebaudiana in foglie o polverizzata, non è riconosciuta come additivo alimentare dalla FDA, né dalla UE (vedi sopra), ma nemmeno dicono di non usarla o che è pericolosa, semplicemente non è ancora stata testata. Finché quindi non conducono gli esami elencati per testare se ci sono controindicazioni dal punto di vista renale, cardiovascolare ecc. non possono affermare che è GRAS, ma questa è la procedura che riguarda qualunque sostanza alimentare. E’ la stessa situazione che troviamo se cerchiamo l’uso delle foglie di menta sulla FDA: si trovano solo gli estratti, il mentolo ecc., non la menta officinale. Dobbiamo quindi smettere di usare la menta finché non la testano?

 

I DOLCIFICANTI ‘STEVIA’ ATTUALMENTE IN COMMERCIO

Sorvolo sulla tristezza di vedere anni di informazione consapevole buttati nelle confezioni verdi inneggianti ‘zucchero di stevia’ o ‘stevia’, ora presenti ovunque, dal supermercato alla farmacia. Ma confido molto nell’intelligenza dei consumatori. Soprattutto sul non dimenticare che in molti casi  le stesse aziende producevano fino a poco fa (e in qualche caso producono ancora) dolcificanti a base di aspartame, cancerogeno. E che dietologi compiacenti lo consigliavano ai loro pazienti.

Sono andata a esaminare qualche scatola di questi prodotti e ne ho indagato meglio uno dei tanti, nemmeno il peggiore. Ne ho preso uno nella media e premetto che, tutto sommato, è comunque migliore di uno zucchero bianco raffinato.

Vediamo cosa contiene un dolcificante “Stevia” ora in commercio:

gente volumizzante: eritritolo, è E 968 ovvero un altro dolcificante che può essere lassativo anche a piccole dosi. I diabetici non dovrebbero usarlo, le persone che stanno bene con molta molta parsimonia perché come tutti i lassativi possono causare danni al colon, alterazioni elettrolitiche, costipazione cronica che è concausa (per alcuni causa scatenante) del tumore al colon.

edulcorante : glucosidi dello steviolo (estratti dalla stevia), discorso lunghetto sulla composizione (è un composto chimico di cui tra il 90 e il 95% si tratta di steviolo), ma soprattutto è TESTATO SU ANIMALI (per esempio in questo studio: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/10865415). Lo zucchero di stevia naturale, invece, non è testato su animali.

antiagglomerante (cellulosa in polvere): è un additivo alimentare ma non dicono quale, infatti gli emulsionanti a base di cellulosa vanno dall’ E460 al 469 (derivati della cellulosa). In particolare il 460 (cellulosa) non può essere usato nei neonati e svezzamento perché provoca coliti e gonfiori intestinali. Non leggo però sulla scatola che se ne sconsiglia l’uso in allattamento! Per tutti gli altri, dal 461 al 469, un uso quotidiano può provocare coliti, dolori intestinali, costipazione e diarrea.

(Informazioni dal Supplemento Additivi – Dizionario di Chimica Alimentare, Minerva Editrice e Mariani-Testa, Gli additivi alimentari, Macro Edizioni)

 

UN APPUNTAMENTO

Questi sopra sono alcuni degli appunti, ricerche e ragionamenti che sono serviti per preparare la puntata di mercoledì 21 di Geo&Geo: alle 17.45 su Rai3 parlerò della stevia, sia come pianta che come dolcificante, mostrandone l’uso e i diversi preparati. Sarà in studio anche il prof. Ghirlanda, primario di diabetologia dell’Ospedale Gemelli di Roma, che illustrerà l’uso della stevia per i diabetici. (Appena possibile, per chi non può seguire causa orari, metterò l’intervento su youtube).

 Qui il video della puntata (10 min.) con le interessanti considerazioni del prof. Ghirlanda sull’impiego della stevia per i diabetici.

 

da sinistra: ignoto, ing. Hunt Oil, i due architetti della Regione, sindaco di Calderino
Appelli & Boicottaggi, Giorno per giorno

STATE ATTENTI AL VOSTRO TERRITORIO

Sono appena tornata dall’istruttoria pubblica per la ricerca degli idrocarburi in appennino. Se ne parlava qui non molto tempo fa.

Riassunto: una società americana, la Hunt Oil Company, vuole trivellare la zona appenninica tra la provincia di Modena e quella di Bologna per cercare metano. Il Ministero dell’Economia e Finanze ha già detto “ma certo, perché no? Bellissimo!” e ha rimandato la valutazione dell’impatto ambientale alla Regione Emilia Romagna. Chiaramente qualche comune e qualche associazione è insorta perché verrebbe distrutto un territorio, con relativi rischi altissimi per la salute date le procedure altamente invasive di estrazione. Così si arriva all’Istruttoria Pubblica, prevista per legge, in cui la Hunt Oil deve fornire le sue “controdeduzioni”. In sostanza, deve rassicurare i cittadini e la Regione Emilia Romagna sul basso impatto ambientale e i vantaggi dell’avere un pozzo di estrazione davanti a casa.

Oggi:

Sindaci presenti: Loiano e Calderino, che era anche il comune ospitante quindi… lo contiamo? Gli altri sindaci invece si stavano duramente guadagnando il loro stipendio altrove. Tutti. E’ incredibile quanti impegni ci siano il giovedì alle 18.00, vero?

La Regione Emilia invece ha pensato bene di mandare solo due architetti dell’ufficio tecnico a farsi massacrare dai presenti, che peraltro ne avevano ben donde. A un certo punto mi facevano anche un po’ pena. All’inizio no, all’inizio li avrei voluti attaccare al muro con la sparachiodi e obbligarli a firmare una liberatoria per trivellare casa loro. Poi invece ho capito che non prendevano appunti perché sapevano già tutto e quando facevano finta di parlare tra loro era solo perché la pressione dal pubblico era tanta e non sapevano più dove guardare. Io alla fine li capisco, al posto loro mi imbarazzerei tantissimo a star lì a sostenere delle decisioni che non ho preso io e cercherei almeno di distrarmi giocherellando con l’iphone o mettendo giù la nuova sceneggiatura ipotetica di Star Wars se Darth Vader fosse stato uno hobbit trans.

La Hunt Oil ha mandato un ingegnere toscano che ne sapeva (o voleva far credere di saperne) meno di tutti. Nell’occasione ha scoperto con sorpresa alcune gabole legislative italiane che gli permetterebbero di farsi approvare un piano per la ricerca di un tipo di idrocarburi e passare brevemente a ben altre ricerche (oh! meraviglia!), ha appreso anche che la sua società sarà pure un colosso in USA, ma in Italia è composta da due srl il cui capitale sociale fa in tutto ventimila euro (“ma sono società dormienti!”… e appena si svegliano vedi, trivellano tutto e pagano i danni in noccioline… con ventimila euro di capitale a  responsabilità limitata cosa vuoi ripagare?!). Insomma, una bella serata anche per lui che però ha portato delle slide, questo bisogna dirlo. Sono nelle foto sopra, se qualcuno vuole informarsi sui vecchi template di Power Point: per qualsiasi altro uso non servono.

Bisogna dire che c’era anche il Defranceschi, quello dei commenti qui: è arrivato, ha salutato i suoi fan, ha fatto una domanda al tipo della Hunt Oil, poi se ne è andato. La risposta gliela riferiremo, è arrivata dopo un’ora e mezza che era andato via. Non che fosse un granché la risposta, ma insomma… educazione vuole che quando fai una domanda, ascolti la risposta. Soprattutto se intaschi 2500 euro al mese più spese per occuparti esattamente di queste cose. Io, che invece ero lì gratis, son rimasta fino alla fine. Ma d’altra parte io non pubblico nemmeno le mie foto in mutande su facebook. Non son proprio tagliata per la politica, io.

C’erano due rappresentanti di Legambiente, è la prima volta che – finalmente! – son contenta che esista Legambiente. Stasera gli abbuono la goletta, và. Chiari, precisi, dritti al punto e senza troppi fronzoli. Bravi.

C’era tanta gente comune e rappresentanti locali. Erano i più preparati, a parte quelli di Legambiente sopra. Parecchia gente con documentazione al seguito, idee chiare e voglia di difendere il proprio territorio. Un piacere ascoltarli. Purtroppo, sembra che non saranno loro a decidere.

In sostanza: sappiamo quello che sta succedendo, quindi state attentissimi nei vostri territori. Queste aziende arrivano, aprono in Italia delle srl con un capitale minimo, presentano progetti che il Ministero dell’Economia per qualche motivo approva. Attraverso una serie di facilitazioni legislative devastano i territori in cui trivellano (è già successo in Abruzzo e Basilicata, di recente) e se fanno danni non ne rispondono perché hanno il capitale sociale del vostro panettiere. In più pagano delle royalties allo stato, alle regioni e ai comuni interessati solo dopo il superamento di un tot di metri cubi di estrazione… a cui facilmente non arrivano. Quindi non solo guadagnano sul tuo territorio e lo devastano, ma tu ne avrai solo i costi puri: crollo del turismo, innalzamento spesa sanitaria, spese mantenimento strade più elevate ecc.
Cosa si può fare contro questa gente?
In sostanza, i comuni non possono opporsi alle regioni, le regioni non possono opporsi al Ministero MA la gente può fare tanto. Può dire di no. Può prendere a calci nel culo il suo sindaco affinché partecipi a queste riunioni e si guadagni la pagnotta (ringraziate che il mio sindaco ha partecipato e ce l’avevo anche seduto di fianco, sicché rimarrò fuori di galera per ora), può costituire un comitato e presentarsi a tutte le riunioni in merito che vengono tenute nei comuni coinvolti e in Regione, può dire di NO finché le orecchie di questi devastatori non si spaccheranno. Si può fare. Ma attenzione, non affidatevi MAI solo ai politici. I politici per la maggior parte vanno a queste riunioni quando proprio obbligati, fanno la marchetta di presenza e se ne vanno a farsi gli amatissimi cavoli loro. Se va bene gliene frega poco, altrimenti un emerito niente. E’ il nostro territorio, è nostro, non loro. Difendiamolo, si può fare!

In quanto alle trivellazioni & c. scriverò qualcosa di più sensato e dettagliato altrove, a breve, non è questa la sede per farci venire l’orchite a suon di numeri e dati. Però. Una cosa, l’ultima e la più importante.

Il fotovoltaico, mannaggialamiseriaaaaaa! Il fotovoltaico!  Ma che si trivellino il bus del cul in Texas, se proprio ci tengono, ma qui vogliamo il fotovoltaico! E se non basta, spengiamo qualcosa in più, consumiamo meno! Non c’è bisogno di provocare cancri, devastazioni di territori, depressione di aree, frane e radiazioni ionizzanti (leggete le slide, lo dicono loro!!!) per cosa? Il riscaldamento???  Ma stiamo scherzando?

Un pozzo di estrazione metano costa 12 milioni di euro. Sapete quanti pannelli fotovoltaici ci si comprano?