CI VUOLE UN GRAN CORAGGIO PER SCAPPARE

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06/2009

CI VUOLE UN GRAN CORAGGIO PER SCAPPARE

Intervista a Erbaviola, che tra uno scatolone e l’altro si esercita nella raffinata arte del lamento di Penelope “cioè, ma ti pare che possiamo avere una volta una vita normale? no, dico, una volta almeno! Questo gruppo qui di scatole non so neanche se devo ancora aprirle dal trasloco di novembre o se sono quelle che ho fatto ieri per il trasloco nuovo. E non ridere! Cavoli! Tu e il cavolo di segnetto in angolo a destra, queste scatole sono piene di segnetti della malora, ogni scatola ha già fatto minimo minimo quattro traslochi, non vedi che manifestano per l’abbassamento dell’età pensionabile?!”

Senta Erbaviola, è vero che lei vuole entrare nel Guinness dei traslochi e per questo si appresta ad affrontare il secondo trasloco in 10 mesi, nonché l’ottavo in 10 anni?
Ebbene sì. Anzi, se ci fosse qualche sponsor interessato a finanziare l’impresa …tipo una ditta di traslochi o una clinica psichiatrica…

In qualche modo possiamo dire che la cosa era già nell’aria?
L’avevo detto che mi frullava in testa l’idea. L’avevo detto che ero piuttosto preoccupata dall’incidenza pesante dei tumori in Lomellina, che è maggiore di quella di Milano – dati miei personali, perché quelli ufficiali non esistono, sappiatelo. E’ una delle poche aree d’Italia in cui non ci sono rilevamenti ufficiali delle ASL, incrocio dei dati, niente. Perché? Perché i medici di base scrivono ai sindaci sottolineando i danni di quattro centrali e nessuno ne parla? Perché altrimenti scapperebbero in troppi? O forse qualcuno invece di scappare e invece di fare le lotte pacifiche, prenderebbe una spranga e farebbe volare le dentiere a quei quattro vecchi bavosi che sono responsabili dell’alto tasso di inquinamento in queste province, vecchiacci purulenti animati solo dal lucro? Guardate qui come hanno ridotto il nord Italia, questa è la mappa dell’inquinamento vista dal satellite.

Sì, però ora non trasfrormi l’intervista in un comizio, a suo solito…
Eviterò di salire sul palco a pontificare, se proprio le dà fastidio. Resti pure ignorante. Tra l’altro, visto che alla fine la spinta ad andarmene subito e in tutta fretta è arrivata da una faccenda personale piuttosto infelice… eviterò di fare un comizio sull’inquinamento in questa zona.
Vorrei solo chiederle se è normale che se stendo al sole le lenzuola, le ritiro grigie. E tanto per fare un esempio c’è della gente che ha strani tumori al naso e alla gola che gli oncologi affermano essere tipici di chi lavora con la gomma… Solo che queste persone non hanno mai lavorato con la gomma. Fanno le casalinghe, gli impiegati, i baristi. Io queste cose non le ho mai viste nemmeno quando abitavo nel centro di Milano… alla faccia della campagna!

Sembra molto inquietante detto così…
Vedi un po’ tu…

Tornando a noi, alla novità che la sta tenendo lontana dal sito…
eh già.. fattostà chemmenevadooo. Oh, là.  Si ritrasloca signori. Ho trovato casa sull’Appennino Tosco-Emiliano, per ora non dico di più, però ho già tutto il piano di sotto pieno di scatoloni.

Ma infine, Erbaviola, non ci è chiaro perché se ne va in quattro e quattr’otto…
Perché mi sono veramente sfrangiata tutte le nove vite della mia Santissima Pazienza e prima di diventare io quella con la spranga che tira giù le dentiere a questi porci viscidi, è meglio che alzi le vele.

Ma quindi signorina Erbetta, molla tutto e tutti così?
Un po’. Chiaramente continuerò ad aiutare come posso quelle fantastiche, meravigliose persone di Vigevano Sostenibile e di Civiltà Vigevanese. Mi metterò la maglietta arancione contro la centrale della Morsella anche per fare il trasloco, così magari qualche vicino mi chiederà di cosa si tratta. (O magari no, tanto la maggior parte della gente pensa al cancro solo quando gli arriva, ma solo se entro il primo grado di parentela. O magari nemmeno allora.)
Io però devo andarmene. Questo ultimo anno è stato esageratamente pesante, con vicende veramente dure da digerire, danni morali che mi hanno lasciato con l’anima graffiata e la testa vuota, tutto determinato dal peso di un ambiente in cui vige il più sfrenato clientelarismo e il disprezzo del diritto umano alla salute.

Scappare non è un po’ da codardi?
Non la ritengo proprio una fuga. E’ più un allontanarmi dalla zona del fuoco. E poi, come scriveva Ruzante “Ci vuole un gran coraggio per scappare”.  E, mi creda, ci vuole davvero un gran coraggio per spostare la propria vita 400 km più in là, così, di botto.

Quindi continueremo a sentirla nonostante il trasloco?
Purtroppo sì.

(L’intervista è stata terminata perché l’intervistata è schizzata alla rincorsa dei gatti che erano riusciti a saccheggiare da una valigia un paio di calzini e tentavano di nutrirsene)

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25
03/2009

MERCATO SFORZESCO E MERCATO DUCALE

Sono stata un po’ assente in questi giorni, impegnata a capire la differenza tra il Mercato Sforzesco promosso da Comune di Vigevano e Coldiretti e il mio progetto Mercato Ducale che avevo ideato e presentato al Comune di Vigevano e alla Coldiretti.

Dopo qualche giorno di pensieri mi è apparso in sogno Leonardo Fibonacci, che come tutti sanno è uno dei Leonardo che brilla nel mio personale firmamento delle star (l’altro è quello vegetariano che ha dipinto la Gioconda).

Leo mi ha raccontato di quella volta che presentò il progetto delle cifre da 1 a 9 e il concetto di zero al Comune di Pisa, in sostituzione dei numeri romani. Mi ha detto che lo trovarono geniale ma apparentemente nessuno lo adottò.
Era talmente geniale questo progetto, che alla fine Firenze se ne appropriò e disse che erano stati i suoi banchieri ad inventarlo, poi che erano stati gli arabi. Casualmente Fibonacci l’aveva presentato proprio ai banchieri fiorentini.
Tuttora sui testi scolastici si trova scritto che i numeri in cifra sono stati inventati dagli arabi, il che non è del tutto falso. E neppure del tutto vero. Ma di Leonardo Pisano detto il Fibonacci, che ha introdotto il sistema di numerazione in cifre, lo zero e le operazioni di divisione con trattino (al posto dell’abaco che, signori, non è certo tascabile) non vi è traccia alcuna.

Leo ha cercato di consolarmi, dicendo che capire le differenze è ben difficile a volte, sebbene appaiano lampanti. Io l’ho costretto a una verifica matematica basata sulla sua sequenza numerica e non ha potuto negare che in natura ogni elemento e’ uguale alla somma dei due precedenti. Tranne il primo elemento, quello originale. D’altra parte questo concetto è alla base del suo algoritmo, che spiega anche la struttura del DNA e quella dei girasoli, tra le altre cose. Si è però assai consolato constatando che sui miei biglietti da visita quest’anno compare il suo algoritmo.

Comunque, volevo dirvi che io con il Mercato Sforzesco non ho nulla a che fare. Ho lavorato su un progetto ideato da me che si chiamava Mercato Ducale che è stato presentato al Comune di Vigevano e alla Coldiretti più volte nel corso degli ultimi dieci mesi. Ne aveva parlato anche la Provincia Pavese (qui , qui e qui). Se vedete quindi nel Mercato Sforzesco delle cose che non vi piacciono, come la vendita concomitante di bio e non bio, di salami e prosciutti, e la partecipazione dei soli produttori affiliati a Coldiretti, non vi venga in mente di lamentarvene con la sottoscritta: io non c’entro, sono a passeggio con Fibo.

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20
01/2009

Io NON uso Facebook

Foto di Smilespedia

NON USO FACEBOOK*, non accetto inviti su facebook. Facebook non serve a farsi nuovi amici, ma solo a trasferire online la mappatura delle relazioni sociali già esistenti. Solo chi ti conosce ti trova, mentre gli altri restano fuori dalla porta. Come a casa. E quindi?

Io sono per le relazioni sociali solide: non me ne frega una beata fava se hai 300 contatti o 1, ma se mi inviti a bere un té e sei simpatico/a ci vengo, altrimenti no. E puoi anche conoscere tutto il mondo, non ci vengo. Non mi interessa sapere l’elenco dei tuoi prodotti preferiti e dei tuoi libri preferiti però puoi parlarmene davanti a una cioccolata. Di un libro per volta preferibilmente, del perché e del percome.
E sai una cosa? Se su Facebook citi tra i tuoi libri preferiti l’Ulisse di Joyce puoi anche pensare di fare la figura dell’intellettuale. Ma davanti a una tazza di té è più difficile, perché o l’hai letto davvero o la figura è grama.

Non ultimo, non me ne frega assolutamente niente di incontrare vecchi compagni di scuola, vecchi colleghi e il cugino australiano: se non ci incontriamo più di nostro, un motivo ci sarà. La Marilù la sento ancora dalle medie e la Francy dall’università, è evidente che non mi serva Facebook.

Questo capitalismo della relazione sociale non mi entusiasma e ancor meno l’idea che qualcuno attinga dai miei poveri averi dopo aver ricostruito online la mia vita sociale. Negli USA si contano già i conti bancari svuotati grazie a questa massimizzazione dei dati personali online.

L’anno scorso sul Guardian, il caro Tom Hodgkinson scriveva:

E’ un sito che incoraggia una competitività inquietante. Oggi sembra che nell’amicizia non conti la qualità, ma solo la quantità: più amici hai, meglio stai. [...]

Facebook è un altro esperimento ipercapitalista. Si possono fare soldi con l’amicizia? E’ possibile creare comunità svincolate dai confini nazionali (e vendergli la Coca-Cola)? Il sito non crea niente di orignale. Non fa niente. Si limita a mediare rapporti già esistenti.

I creatori di Facebook non devono fare quasi niente. Se ne restano seduti mentre tre milioni di “Facebook-dipendenti” caricano spontaneamente dati anagrafici, fotografie e liste dei lori prodotti preferiti. Dopo aver costruito questo immenso database di esseri umani, Facebook non fa altro che rivendere le informazioni agli inserzionisti . [...]

E poi, cari utenti di Facebook, avete letto le dichiarazioni del sito sulla riservatezza dei dati? In sostanza vi dice che la privacy non esiste. Facebook si dichiara a favore della libertà, ma in realtà somiglia ad un regime totalitario, virtuale e ideologicamente orientato, con una popolazione che presto supererà quella britannica.

Condivido pienamente, non avrei saputo dirlo meglio. (L’articolo completo, a proposito, lo trovate QUI)

_________Aggiunta postuma __________

Stante un certo numero di email che ho ricevuto circa le mie frequentazioni FaceBook… sì, è vero, l’ho utilizzato per lavoro. PER LAVORO. Cioè: dall’altra parte. Sfruttando il potenziale di marketing di FB, non entrandoci con tutti e due i piedi ;) (certo che però siete veramente delle suocere saccenti, tu guarda che amici che mi scelgo! ne cercherò di nuovi su facebook prrrrrr!!!! :D )

_______ *Aggiunta – maledizione!!! – del 20 marzo 2009 _____

Tra gli improperi (e credetemi, non sono stati pochi!) ho dovuto attivare un profilo FaceBook per erbaviola:

http://www.facebook.com/profile.php?id=1645213753&ref=profile

Nome: Erba  Cognome: Viola

(e non lamentatevi, è già tanto se non mi sono iscritta come Eva Kant o Sbiru Lino )

Il motivo è che ci sono una ventina di angeli delle adozioni che hanno scelto facebook per i contatti e non posso rinunciare a staffette e adozioni di pelosi per un mio puntiglio tecnologico. L’altra è che ora sostengo la lista civica per il comune di Pavia, perché sono persone belle e pulite. Insomma… ho dovuto fare sto benedetto profilo ma resto imperturbabile della mia idea, quella sopra.

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24
09/2008

LE ZECCHE DEI CANI E LE ZECCHE DEGLI UMANI

dograilway.jpg

Trenitalia annuncia lotta dura alle zecche e lo fa vietando l’accesso ai treni ai cani di grossa e media taglia. Della serie: guarda cosa si inventano pur di non pulire i treni.

I treni di Trenitalia sono una fetenzia. Sono lerci, sporchi, i sedili macchiati, imbrattati di materiali appiccicosi, impolverati, unti e bisunti. I finestrini sono gialli e opachi dallo sporco depositato per anni. Alcuni sono chiusi sigillati dallo sporco stesso. Gli scompartimenti sono sudici di sudori, umori e catarri, lerci di avanzi di cibo caduti da anni e mai lavati via.
I bagni sono osceni, indecenti, indecorosi, schifosi e nei dieci metri attorno al gabinetto aleggia imperturbabile la puzza di urina e feci. I sedili sono anneriti dallo sporco e quelli di ex-velluto e simil-pelle sono talmente sporchi da essere collosi e lasciare una sindone persino sui cappotti neri.

Ho voluto essere precisa.

Pensate sia una snob viziata che viaggia in cappottino bianco di Balenciaga?
No, ho viaggiato persino su treni a carbone che portavano ancora le insegne della Rhodesia e delle vecchie colonie britanniche: erano più puliti. Ho dormito in posti dove non è mai arrivata la corrente elettrica o l’acqua corrente e questo senza che un singolo parassita desiderasse seguirmi fino a casa.
Non mi piego al solito facile e abusato paragone con le ferrovie inglesi o quelle tedesche. Parlo delle ferrovie dello Zimbabwe. Sono andata al bagno senza che l’odore di urina stantia mi facesse bruciare la gola e passare la fame per un paio di giorni.

I treni italiani sono infestati non solo da zecche ma anche da pidocchi, che come risaputo non passano dai cani agli uomini, ma solo da umani a umani.

Io che ho i capelli lunghi, per esempio, ho il TERRORE di salire sui treni italiani dopo che in un viaggio Vienna-Milano in gennaio con anche il finestrino rotto, mi sono portata a casa bronchite e pidocchi, della specie Pediculus humanus. Dopo una settimana tappata in casa a fare bucati a 90°, a sfibrarmi i capelli con uno shampoo puzzolente come un’intera raffineria, impacchi all’aceto e la santa pazienza della nonna per passare continuamente i capelli con il pettinino alla ricerca di sopravvissuti, mi sono recata munita di certificato medico alla Stazione Centrale di Milano, ufficio Informazioni, per fare un reclamo. Mi hanno risposto che ero già stata fortunata a prendere i pidocchi dei capelli e non le piattole, ovvero i pidocchi del pube, presenti sugli stessi convogli. Anche quelli si trasmettono solo tra umani.
Sono andata via quasi sollevata, ma sono rimasta sempre vergognosa dello stato dei treni italiani verso gli amici stranieri che me ne parlavano.

Quindi, a logica, Signori Direttori Creativi di Trenitalia, ora che vietando i cani avete eliminato le zecche, vieterete gli umani così si eliminano anche i pidocchi?

Comunque, c’è chi affronta il problema in maniera più seria della sottoscritta, per esempio la LAV di cui vi riporto il comunicato dell’altro ieri. Se ve la sentite, aderite alla disobbedienza civile del 1° ottobre e prendete il treno con il vostro cane. Ancora meglio se si fa distribuendo il comunicato sotto :)

———————————————————————————–
Comunicato stampa LAV 22 settembre 2008

ANIMALI: TRENITALIA VIETA ACCESSO AI TRENI DI CANI DI MEDIA E GRANDE TAGLIA.
LAV CHIEDE STOP A MINISTRO MATTEOLI E ANNUNCIA AZIONI DI DISOBBEDIENZA CIVILE PER IL 1° OTTOBRE

Il Ministro Altero Matteoli ha il potere di bloccare l’anacronistica e inutile disposizione annunciata da Trenitalia che dal 1° ottobre bloccherà l’accesso ai treni con cani di media e grande taglia, permettendo il carico solo di quelli sotto i sei chili, in trasportino e con certificato veterinario. Così la LAV si appella al responsabile dei Trasporti per bocciare questa ulteriore limitazione alla circolazione di animali domestici, con i quali ormai vive quasi una famiglia su due nel nostro Paese, una illegittima limitazione all’accesso al servizio pubblico che favorisce peraltro il trasporto privato.

“La sporcizia sui convogli è dovuta alla maleducazione umana e all’inefficienza del servizio di pulizia di Trenitalia, prendersela con i cani serve solo ad acquietare qualche ignorante coscienza, vista la sonora bocciatura operata dal punto di vista tecnico-scientifico dal mondo medico-veterinario, lasciando inalterato il problema di decoro e sanitario dei treni – ha detto Gianluca Felicetti, presidente LAV – se non ci sarà un ripensamento la LAV invita i cittadini a salire, il prossimo 1° ottobre, con il proprio cane su un qualsiasi treno e compiere un atto di disobbedienza civile”.

“Come per qualsiasi umano che intende salire in condizioni visibilmente pericolose per gli altri, anche per i cani mal tenuti il controllore ha già il potere di non accettare una persona in treno, e già adesso di fatto in tutti gli Eurostar non si può circolare con cani e gatti – ha concluso il Presidente della LAV – Trenitalia prenda a modello le ferrovie britanniche o tedesche, sia per l’accettazione di animali domestici che per la pulizia delle carrozze, altrimenti zecche o altri parassiti troveranno sempre ospitalità sui suoi treni, e senza limitazioni di peso, trasportino e certificato veterinario”.

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30
04/2008

QUINOA: DALLA COLTIVAZIONE AI POMODORI RIPIENI

pomodoriripieniquinoa.jpg

Adoro la quinoa. Adoro tutte i cibi ‘granulosi’ per la verità, dal cous cous al bulgur. Ma la quinoa, la quinoa è speciale. Mi fa tenerezza con quei granellini piccolini piccolini e pronti a germogliare alla prima buttata di acqua. Sembrano davvero così piccolini.. e io ogni volta ci casco, da anni, ne faccio sempre troppi. Sono così piccolini che non riesco mai a essere sicura che sia abbastanza, non ci credo e va a finire che ne faccio sempre troppa. Non mi capacito ancora della crescita in cottura.

Ma niente di sprecato: la quinoa è buonissima anche fredda, condita con un filo di olio extravergine e una spruzzatina di pepe nero, oppure con olio e una grattatina di zenzero, appena appena, e diventa un piatto unico veloce, da portarsi anche in ufficio nel bento box – o nella schiscéta come si dice dalle mie parti. La uso persino con le stesse ricette del cous cous, da tanto mi piace.

Ultimamente ho sperimentato e l’ho usata come ripieno per dei pomodori al forno. Successone. La ricetta è quella di seguito. Anche se il mio pubblico di assaggio è partito titubante vista la novità e il nome sconosciuto “qui…cosa?? quinoa?? e cos’è?” si è ripreso subito, sbafando l’intera pirofila. Di pomodori ripieni di quinoa ne basta uno a testa, è molto sostanzioso e come sempre la quinoa tende a riempire molto. Il contorno è bene che sia leggero. Una salsina di accompagnamento non guasta, ma io che sono una purista e amo sentire il sapore della quinoa, la preferisco così, che sappia proprio di quinoa.

A proposito, si pronuncia ‘chinoa’, per essere precisi si pronuncia k-na (questo è lo spirito indomito del mio alter-ego, la ex linguista). Mi sembra il caso di puntualizzarlo perché mi sono imbattuta in evoluzioni fonetiche sul genere “quinoa” (come è scritto) e addirittura ‘chinoua’ (l’alter-ego precisa che udimmo con raccapriccio anche un ken’wä). Il motivo della pronuncia variata ch-q rispetto alla grafia dipende dal fatto che la parola è andina, visto che la quinoa è a tutti gli effetti il grano delle Ande. I distruttivi conquistadores udirono, traslitterarono e fecero un gran casino, come con tante altre cose. Diciamo che è il meno peggio tra i casini che hanno fatto a questi popoli. Agli stessi conquistadores si deve anche la sparizione della quinoa per tanti secoli e il suo oblio in remoti villaggi delle Ande. Riscoperta di recente, diffusa in parte dal commercio equo e da chi si cura di biodiversità, si è scoperto che è un cibo ricchissimo, completo, dalle innumerevoli proprietà ed è arrivato infine anche sulle nostre tavole.

Sfatiamo il mito errato che vuole la quinoa ‘cereale’. La quinoa non è un cerale. Appartiene alla famiglia delle Chenopodiacee, per intenderci le bietole e gli spinaci, oltre a una gran parte di quelle erbe che vengono brutalmente classificate e martoriate come ‘erbacce’ o ‘infestanti’. Il fatto di essere una Chenopodiacea ha probabilmente salvato le sorti della quinoa, destinata a sparire come tante altre varietà utilizzate dagli Incas e il cui uso fu soppresso dall’arrivo dei conquistadores che non vedevano niente di speciale in questi alimenti. Una perdita gravissima per la biodiversità del Sud America, che raramente viene riportata dai libri di storia. La perdita delle piante non è mai interessante per gli storici, l’avete mai notato? Ci hanno fatto due sporte così sulla scoperta e importazione di patate, peperoni e pomodori ma mai una volta che si interessassero della biodiversità devastata di questi luoghi.

Tornando a noi, dicevo che probabilmente la quinoa si è salvata per le sue caratteristiche di erba infestante. Le Chenopodiacee infatti si adattano a vivere in condizioni estreme e ne traggono anche vantaggio, si adattano alla vita su terreni a PH anomalo o salini, molte specie sono tipicamente alofite e vivono in ambienti difficili come deserti e steppe aride, spiagge, stagni salati e, in generale, su terreni in cui si hanno periodici o costanti accumuli di sali o apporti di acque salse.
Per adattarsi a questi ambienti le Chenopodiacee hanno sviluppato adattamenti fisiologici particolari, come la capacità di assorbire e accumulare cospicue quantità di sali di sodio e potassio. La funzione di questi accumuli è quella di aumentare il potenziale osmotico nelle foglie, allo scopo di vincere quello del suolo e assorbire quindi l’acqua, anche se presente in percentuali bassissime. La peculiarità delle piante alofite in generale è infatti quella di riuscire ad assorbire l’acqua a valori di potenziale idrico inferiori al coefficiente di avvizzimento della maggior parte delle piante. (eh, che frase da provetta botanica che vi ho rifilato? :D “coefficiente di avvizzimento” l’ho imparato da poco e non vedevo l’ora di usarlo). Queste caratteristiche rendono la quinoa una risorsa incredibilmente importante per tutte quelle zone agricole del mondo in cui c’è emergenza idrica.

Questo è anche uno dei tanti motivi per cui la quinoa per 5000 anni ha costituito l’alimento di base per molte popolazioni andine. Cresce da sola in pratica, non è soggetta a particolari parassiti e è quasi del tutto esente dall’attacco di muffe e funghi. Ma la quinoa è stata riscoperta soprattutto per il valore nutrizionale. Ci tengo a sottolineare che è adatta anche ai celiaci e a chi presenta intolleranze al glutine, cosa che ho trovato scritta in poche pubblicazioni, effettivamente per gli esperti è scontato ma non lo è per chi la trova nello scaffale vicino ai cereali ;) Il glutine nella quinoa è del tutto assente. La quinoa ha inoltre un alto contenuto in aminoacidi, in particolare lisina, metionina, cisteina, tirosina e fenilalanina. Quantità di gran lunga superiori a quelle riscontrabili nel frumento e nel riso. E’ stata inoltre presa in seria considerazione nelle diete per la prevenzione dell’arteriosclerosi e dell’ipercolesterolemia grazie alla massiva presenza di acidi grassi polinsaturi (due terzi della frazione lipidica della quinoa) e all’alto contenuto di acido linoleico, il 40% circa dei suoi acidi grassi.
Non ultimo, ha un alto contenuto anche di sali minerali e vitamine, in particolare calcio, manganese, fosforo, zinco e ferro per i minerali e le vitamine del gruppo B più la vitamina C. L’alto contenuto ovviamente è considerato paragonando la quinoa con grano e riso, non certo con gli agrumi ;)
Tutte queste caratteristiche rendono la quinoa un cibo completo, che può essere usato come piatto unico.

Io faccio anche i germogli con la quinoa. Sono velocissimi, in 3 massimo 4 giorni sono pronti da consumare (se non avete ancora un germogliatore, qui trovate le istruzioni per averne uno fai-da-te in cinque minuti). I germogli di quinoa hanno proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, oltre ad avere le proprietà nutrizionali di cui sopra.
Su AAM Terranuova di Aprile 2008 ho letto anche che ci sono in corso studi farmacologici sui semi di quinoa che sembra abbiano alcune proprietà come l’azione antimutagena e anticancerogena. La stessa notizia l’ho trovata su Ma ho notato con interesse per esempio che lo Stanford Cancer Center, della prestigiosa Stanford University, inserisce la quinoa tra gli alimenti nella dieta per i malati di cancro, fornendo anche diverse ricette. Nella spiegazione di cosa sia la quinoa, dice anche che è sostituibile al grano in tutte le ricette, spronando a farlo.

Probabilmente a questo punto, se non avete mai provato la quinoa, vi sarà venuta voglia di averla :) Arriviamo allora a dove si compra. Io la trovo nella bottega di alimenti biologici Terracammina a Vigevano, il suggerimento è di cercare botteghe di questo genere vicino a voi. Ce ne sono sempre di più. Ma è ormai facile trovarla anche:
- nei negozi di alimentazione biologica
- nei negozi di alimentazione macrobiotica
- nei minimarket NaturaSì
- nei negozi del commercio equo e solidale
- nei supermercati. Ce l’hanno Coop e Esselunga, entrambe da agricoltura biologica.
Però fate un piccolo sforzo, cercate di comprarla almeno dal commercio equo e solidale: sulla quinoa ha messo gli occhi la Nestlé che sta investendo per standardizzarne la produzione. Non comprarla dalla grande distribuzione è meglio, altrimenti ci troveremo come al solito un alimento bello da vedere ma con meno proprietà nutrizionali. E sorvolo sulle condizioni di lavoro applicate dalle multinazionali alle popolazioni locali…

Quella più facile da trovare è la quinoa bianca, in semi da idratare. C’è anche un tipo rosso, che però io ho visto solo all’estero, in Italia non sono ancora riuscita a trovarla (le segnalazioni e gli avvistamenti sono benvenuti! :D ). I chicchi o semi, interi, si usano per minestre, zuppe, per contorni, piatti unici… gli impieghi sono tantissimi.

La farina di quinoa, un po’ difficile da trovare ma c’è anche in Italia, si può usare per fare il pane, i biscotti e viene usata negli Stati Uniti per l’alimentazione naturale durante lo svezzamento dei bimbi: si mette negli omogeneizzati (vedi proprietà sopra).

Cucinarla è a prova di negati ai fornelli: si sciacqua in acqua fredda, si mette nella pentola con l’aqua, poco sale e si lessa in 15 minuti. Per sapere quanta acqua mettere, si misura la quinoa e si mette il doppio della misura in acqua. Per farlo, io verso la quinoa nel misurino graduato, per esempio 100 ml. Poi metto il doppio di acqua, in questo caso 200 ml. Non fate l’errore di mettere 100 gr di quinoa e 100 ml di acqua ;)
Cuoce in circa 15 minuti e si conserva in frigo per più di una settimana! Io uso quella che avanzo dalle preparazioni come aggiunta fredda alle insalate, oppure adesso per le verdure ripiene. E veniamo alla ricetta dei pomodori ripieni di quinoa.

POMODORI RIPIENI DI QUINOA

.
Ingredienti per 6 pomodori ripieni

.
6 pomodori medi non costoluti
uno scalogno
150 gr di quinoa
il doppio di acqua rispetto alla quinoa (vedi su)
100 gr di tofu
parmigiano vegan da sminuzzare sopra
prezzemolo
pepe bianco in polvere
zenzero fresco
sale
olio extra vergine di oliva

.
Mettere a cuocere la quinoa per 15 minuti in acqua leggermente salata. Intanto tagliare le calotte dei pomodori e svuotarli. Tenere la polpa tolta, evitando le parti con troppi semi o troppo liquide. Mettere un po’ di sale all’interno dei pomodori e lasciarli un po’ capovolti a rilasciare liquido. Passarli vuoti in forno a 180 gradi per qualche minuto, per farli asciugare meglio, posizionandoli in una pirofila oliata leggermente sul fondo.
In una padella, far appassire lo scalogno tagliato finemente (non tritato) in poco olio. Quando è dorato, unire la polpa di pomodoro a pezzettini e far saltare. Unire la quinoa e far saltare per qualche minuto. Spolverare di pepe bianco e grattuggiare infine un pochino di zenzero fresco, appena un’accenno. Versare il contenuto della padella in una ciotola e far raffreddare. Una volta tiepido, unire il tofu a cubettini e poco prezzemolo tritato. Con questo ripieno, riempire i sei pomodori schiacciando bene. Se si schiaccia bene il ripieno, al momento del taglio rimane bello compatto, altrimenti si crea un effetto ‘sbriciolamento’ che non è molto gradito a chi deve rincorrere i chicchi di quinoa con la forchetta ;)
Gli artisti riescono a richiudere i pomodori con la loro calottina, io l’ho sempre bruciata quando ci ho provato, quindi ripiego su una finitura di parmigiano vegan e tofu, che gratinati mi piacciono anche di più ;)

Infornare a 200 gradi per 10 minuti (forno ventilato: 180 gradi per 10 minuti). Contate che il ripieno in pratica è già cotto, deve solo sciogliersi un po’ il tofu e gratinarsi la parte superiore. Si cuociono solo i pomodori e 10 minuti sono sufficienti di solito.

Altre ricette interessanti con la quinoa:

(segnalazioni di altre ricette pubblicate sono benvenute!)

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