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Cucina a legna

Pentole Bionatural nuove, la casseruola da 20 cm e la olla da 25 cm
Consumo consapevole, Cucina a legna, Giorno per giorno, Ricette

LE PENTOLE BIO IN ARGILLA E PIETRA REFRATTARIA (Bionatural)

Pentole Bionatural nuove, la casseruola da 20 cm e la olla da 25 cm

Uso da anni le pentole in argilla rossa e pietra refrattaria, che ogni tanto sono apparse in questo blog e hanno sollevato qualche domanda. Ma poi non ricordavo mai di scrivere qualcosa a tema come promesso. Ne approfitto ora, visto che recentemente ho postato la foto sopra su facebook e ricevuto millemila domande su queste pentole.

Più o meno un mese fa, con la scusa che un’altra pentola mi si era crepata, sono arrivate a casa nuove nuove queste due bellezze. Da lì è partito il dramma. Sì, forse farei meglio a dire la “drammatizzazione della mia follia”. La foto sopra, un po’ miserina perché fatta con un cellulare, l’ho postata sulla pagina facebook ammettendo che le mie pentole stavano diventando… complementi d’arredo! Erano così belle, appena arrivate, che da una settimana le guardavo e le spolveravo, ma le lasciavo su un ripiano della cucina inutilizzate!
A nulla sono valse persino le incitazioni di chi ha la stessa casseruola delle foto… niente da fare, un po’ con la scusa che non era mai il momento giusto, un po’ ammettendo che mi piacevano anche solo da guardare, le lasciavo lì. “Ancora un pochino...”, mi dicevo, tanto ne ho altri due ‘pezzi’ di altre misure che uso costantemente da anni (la paelliera e il piatto).

In questa allegra drammatizzazione della follia che prende ogni amante della cucina davanti all’oggetto del desiderio, è successo però che molte persone mi hanno chiesto informazioni su questo tipo di pentole, dal perché le uso ai dubbi sulla facilità o meno di cucinare. Così eccomi qui, l’altra sera non solo ho messo in uso la casseruola, ma approfittando del clima ancora fresco e della cucina a legna ancora accesa, mi sono prodotta anche in qualche foto a corredo delle spiegazioni.

Chiarisco subito che non sono pentole esclusive per la cucina a legna: si possono usare su qualunque tipo di piano cottura tranne mi pare quelle elettriche. Ma dove c’è fiamma, si possono usare. Io le uso indifferentemente sulla cucina a legna (senza togliere i cerchi, le appoggio direttamente sulla ghisa) e sui fuochi normali, anzi anni fa ho cominciato a usarle su quattro fuochi che chiamavo “la cucina di Barbie” tanto erano piccoli e scomodi. Quindi le Bionatural vi assicuro personalmente che vanno proprio ovunque. Le mie sono passate ormai per cinque diverse cucine.

 

Pentole Bionatural sulla cucina a legna

Come dicevo, la mia storia con queste pentole comincia tanti anni fa, quando la casa sull’appennino e la cucina a legna erano ancora molto lontani.
Al tempo stavo cercando delle pentole in coccio che fossero fatte artigianalmente e controllate, senza uso di smaltatura con metalli pesanti, piombo in particolare. Purtroppo le pentole in coccio oggi in circolazione, soprattutto quelle a basso costo, sono quasi sempre prive di certificazioni e le aziende non rispondono affatto sulla questione della smaltatura atossica.
Su un forum una ragazza mi consigliò le Bionatural e da quel momento mi si aprì un mondo! La settimana dopo mi feci procurare dalla bottega bio dove facevamo la spesa la mia prima Bionatural, la paelliera. A distanza di una decina di anni la sto ancora usando ed è quella che uso di più  probabilmente .

Sono pentole fatte a mano con cura e perizia artigianale, ogni pentola è diversa dall’altra e quando si prende in mano si capisce davvero la qualità di questi oggetti. A me piace molto anche il pensiero che, al contrario delle pentole di acciaio, se un giorno dovessero rompersi o essere dismesse per qualche motivo, non andrebbero certo a riempire una discarica: sono materiali naturali, biodegradabili, non inquinanti. Un pensiero che mi piace molto quando compro qualcosa di utile! E poi non so, mi sembrano proprio le ‘mie’ pentole ideali, bellissime, ruvide e rustiche, con la sicurezza totale che niente di tossico venga rilasciato durante la cottura. Quando le guardo nella mia cucina, sembrano lì da sempre, non oggetti freddi e estranei ma qualcosa che mi parla dei tanti pranzi passati, delle serate a tavola con gli amici, del calore buono e del profumo della legna. Fanno parte del mio cucinare con amore.

 

risotto ai funghi casseruola Bionatural

Una delle domande che mi hanno posto più di frequente è se siano facili da usare. La risposta è semplice: si usano come tutte le altre pentole. L’unica differenza è il risultato: il cibo è molto più saporito, i sapori sono più rotondi, danno quell’idea di pienezza che io ho sperimentato solo con la lionese di ferro dopo mesi di utilizzo. Insomma, oltre che per la salute, fanno sicuramente la differenza per il gusto!

Se vi va, potete seguirmi qui di seguito nella preparazione di un risotto ai funghi porcini, una ricetta classica che possono seguire tutti facilmente per vedere l’uso della pentola. Purtroppo la rete non mi permette di farvi sentire il sapore nettamente diverso ed esaltato, rispetto sia alla pentola di acciaio che al tegame di rame stagnato (quello che prima usavo per i risotti). Chiamo però a testimone chi è passato dalla mia tavola e se ne è reso conto di questa differenza! 😉

Si parte dal soffritto (foto sopra), poi riso, sfumatura con brodo di funghi porcini, ancora brodo man mano che il riso assorbe, pochi minuti prima della fine cottura aggiungo i funghi porcini precedentemente saltati due minuti, termino la cottura e faccio mantecare.

fasi del risotto ai funghi con la casseruola Bionatural

L’unica differenza tra le pentole normali e le Bionatural è che bisogna scaldarle da 5 a 15 minuti prima di utilizzarle, ma ugualmente, io vi consiglio di spegnere la fiamma 5-10 minuti prima di terminare la cottura perché mantengono molto il calore e vanno avanti a cuocere anche a fiamma spenta. Se poi usate la cucina a legna, c’è da tenere la fiamma bassa (io ho messo solo un ciocco di castagno sulle braci e mezza apertura della canna fumaria, così da avere la ‘fiamma bassa’) perché la refrattaria sulla ghisa scalda subito.
Come vedete dall’ultima foto della cottura, 10 minuti prima del termine ho spostato la pentola sul treppiede per staccarla dalla ghisa: ha terminato di cuocere senza ricevere altro calore diretto.
Sui fornelli normali è sufficiente spegnere la fiamma 10 minuti prima della fine cottura e andare avanti a cucinare. 5 minuti prima per preparazioni meno delicate del risotto.

Ho scelto il risotto come esempio anche perché è una delle cose più antipatiche da pulire nelle pentole. Ma qui non attacca! Almeno, dovete impegnarvi proprio tanto per bruciare un risotto sul fondo con le Bionatural! Sono facilissime da usare anche per questo motivo… all’interno il cibo non attacca, in modo del tutto naturale! Infatti l’invetriatura è fatta con silicati di sodio e calcio, totalmente atossici e inerti.

casseruola bionatural a raffreddare sulle pietre del camino

Così, una volta finita anche la mantecatura, abbiamo riempito i piatti e la casseruola è rimasta a raffreddare sulle refrattarie del camino (avevo i poggiapentola impegnati per altro!). Visto come non ha attaccato nemmeno il risotto?

Le misure. Dipende molto da come e quanto cucinate, c’è gente che fa 50 g a testa di riso, chi ne fa 100. Con questa casseruola di diametro 20 delle foto, io faccio un risotto fino a otto persone, quello che vedete nella foto in cottura sono 350 g per 5 persone.

Un altro uso che adoro di questa casseruola è nel forno della cucina a legna: metto dentro gli ingredienti di una zuppa di legumi o anche solo i fagioli, l’acqua e la infilo nel forno alla sera quando restano solo le braci. Alla mattina trovo la zuppa già fatta (o i fagioli già cotti!)… e poi venitemi a parlare di slow cooking con le pentole elettriche! 😉

Un’ultima cosa, che mi era piaciuta tanto e ho scoperto non essere cambiata negli anni… quando dovevo acquistare la prima Bionatural e cercavo informazioni, scrissi al distributore italiano, Tempobiologico, con tutte le mie domande noiose e pignole. Ho ricevuto una delle rarissime risposte italiane davvero puntuali e precise da parte di un’azienda. Niente marketing e dichiarazioni “siamo bio” dall’ufficio comunicazione, ma una bella email con tutte le informazioni dettagliate e l’invito a telefonare o passare in negozio se volevo altri chiarimenti. Questa è una cosa che capita davvero raramente, così ad anni di distanza resto convinta di aver fatto la scelta giusta. Oggi c’è il sito che è già molto ricco di informazioni ma… si può sempre chiedere. E’ bello quando non risponde un call center.

E il risotto? Il risotto era squisito, ce lo siamo mangiato tutto. La foto è impietosa, scusate, ma i commensali erano impazienti!

risotto ai funghi con casseruola Bionatural

 

 

Brioche vegan farcite con marmellata di pesche - erbaviola.com
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BRIOCHE VEGAN VELOCI E CASA DOLCE CASA

Brioche vegan farcite con marmellata di pesche - erbaviola.com

Stamattina un timidissimo raggio di sole ha deliziato per un attimo breve e intenso la nostra colazione domenicale, con brioche vegan ripiene di marmellata di pesche, l’ultimo vasetto della mia produzione estiva. Queste brioche le faccio da così tanti anni che ormai è diventato un lavoretto veloce, infornate mentre faccio altro e gustate ancora tiepide.
Veloce fare la sfoglia?!
E chi ha detto che faccio la sfoglia? 😀
La ricetta è sotto, le brioche non si fanno solo con la pasta sfoglia!

E’ ritornata poi la nebbia fitta con pioggerellina noiosa e gelida, ma noi intanto ci eravamo coccolati adeguatamente con questa colazione.

cucina a legna - erbaviola.com

Ieri mattina mi sono data alle pulizie generali, così mi sono sfogata un po’ dalla settimana stressante causa frana. Cose che capitano, non è che la vita si fermi per quello.
Pulizie qui vuol dire anche pulizia della cucina a legna e, credetemi, è un lavoretto che fa dolere le braccia per un paio di giorni se comprende anche lo smontaggio e pulizia della canna fumaria! Speravo di poter aspettare la primavera inoltrata, quando verrà spenta, ma mi sono accorta che tirava un po’ meno e non sarebbe bastato pulire solo lei, andavano puliti anche i tubi.
Così ho dato il via anche alla pulizia dei tubi di tiraggio, visto che hanno annunciato il ritorno della neve in Emilia, da stanotte. Tra il calore buono e asciutto che ci regala e le pietanze che ci fa cucinare sopra, è stata la compagna più affidabile di tutto l’inverno, alla faccia della stufa nuova del piano sopra e della caldaia che andava per i fatti suoi.

piano di lavoro cucina - erbaviola.com
Alcuni mi hanno scritto chiedendo come facciamo a resistere a questa infilata di contrattempi e problemi. Un po’ ce lo aspettavamo: quando si cambia casa ci vuole qualche tempo prima che le cose si assestino e funzioni tutto bene.
Cerco di guardare soprattutto i lati positivi: quest’anno abbiamo speso pochissimo e solo in legna, per scaldare una casa di due piani. Abbiamo speso circa la metà che a scaldare un appartamento di 80 mq con il metano. Con buona pace anche dell’inquinamento.
Tra i vari lati positivi che guardo c’è l’altra cucina, quella non a legna, che è quasi finita, abbiamo terminato di montare i pensili alti in cui ho infilato un bel po’ di cose, togliendole dal piano di lavoro. C’è ancora un po’ di lavoro da fare, ma almeno ho il piano quasi sgombro e utilizzabile velocemente, mentre prima dovevo spostare tutto se volevo anche solo fare un impasto.
Non ho due locali cucina, non fraintendetemi: la cucina vera e propria è troppo piccola per farci stare anche la cucina a legna e l’avrebbe resa rovente, così l’abbiamo messa nella zona pranzo: da lì scalda meglio il piano terra e non manda a fuoco chi cucina.

Portamestoli in smalto per cucina a legna, antico - erbaviola.com

Utilizzando davvero la cucina a legna e non come oggetto d’arredo, mi sono resa conto presto che non c’è un posto per appoggiare i mestoli, cucchiai e altro. Per le spezie ho rimediato con delle mensoline volanti di recupero, ma appoggiare il mestolo o il cucchiaio era diventato un problema, tutto il piano è in ghisa rovente e vicino non c’è altro: correvo avanti e indietro dalla cucina con una mano sotto il mestolo.
Poi è stata la volta della sedia con sopra un poggiamestolo, ma la gatta Kiki, non vedendolo da sotto, è saltata sulla sedia per sedersi vicina al teporino della cucina a legna e ha fatto volare via tutto.

Ma insomma, cosa diavolo usavano le bisnonne per appoggiare il cucchiaio di legno?!
Eccolo, il portamestoli da parete con raccogli-gocce.
L’ho trovato al Mercatino della ruggine e del tarlo, a San Giorgio di Piano, BO (si tiene ogni terza domenica del mese e non hanno “i prezzi da madamìn in cerca del pitale per metterci i fiori“, come dice una mia amica).
Non uso ovviamente i mestoli sbeccati e un po’ arrugginiti che erano insieme, ho messo invece un piattino ovale dentro il raccogligocce e ci appoggio il mestolo e il cucchiaio di legno mentre cucino. Poi è facile prelevare per il lavaggio e passare un cencio.

Così ieri, già che c’ero, ho finito di sistemare anche questo spazio: le spezie su vecchi supporti riciclati hanno fatto spazio al portamestoli in alluminio smaltato di inizio novecento (per un po’ era rimasto solo appoggiato) e sotto i ferri da stiro in ghisa che vengono dal mio rigattiere preferito: la soffitta della nonna e della bisnonna del mio compagno.  Completi di ‘poggiaferro‘, un pezzo che mi dicono ormai rarissimo. Comunque sono quelli che usavano e ho messo appositamente vicino alla cucina a legna, perché è lì che si scaldavano. Se ne usava più di uno, perché intanto che con uno stiravano, ne mettevano un altro paio a scaldare. Quello più grande con manico in legno, invece, era per ‘stirature pesanti’ come le lenzuola in canapa: si mettevano dentro le braci della cucina o del focolare e restava più caldo e più a lungo.

Ovviamente dopo questa nuova aggiunta, la mia metà è sempre più timoroso che prima o poi la casa diventi così.

cucina a legna antica - Archivio Shorpy - www.shorpy.com

Cucina a legna antica – Archivio Shorpy – www.shorpy.com

O, come dice lui, trasformi la casa nel “Museo della vita contadina“, citando un museo che abbiamo visto anni fa in Belgio e nel quale per tutto il tempo lui ha continuato a scuotere la testa e dire “sembra la soffitta di mia nonna”. Ma io lo tranquillizzo, non è affatto la mia idea di decrescita. Io amo vivere con cura, in modo sostenibile ma con agio.

Non ha ancora capito che il mio ideale è semmai così, il cottage inglese. Bassi consumi, rispetto per l’ambiente, riciclo e recupero, caldo tepore e profumo di dolci appena sfornati. Profumo di casa.

Antica cucina a legna restaurata - Country Living- www.countryliving.co.uk

Antica cucina a legna restaurata – Country Living – www.countryliving.co.uk


Ho divagato anche troppo e devo tornare al lavoro per recuperare quello che non ho fatto questa settimana. Vi lascio con un abbraccio e con la ricetta delle mie brioche, buone e senza troppa fatica

Brioche vegan veloci - erbaviola.com

BRIOCHE VEGAN VELOCI ALLA MARMELLATA DI PESCHE

Ingredienti:

▪ 250 gr di farina integrale di grano tenero
▪ 50 gr di farina di manitoba
▪ 175 ml di acqua tiepida
▪ 60 ml di olio di semi di girasole spremuto a freddo

Procedimento:
Impastare la farina integrale con olio e acqua q.b. fino a formare un panetto un po’ molle. Aggiungere la manitoba e impastare nuovamente, aggiungendo l’acqua quando serve. Io uso l’impastatrice e faccio lavorare l’impasto per dieci minuti. Formare un panetto e metterlo a riposare sotto un canovaccio un quarto d’ora, a temperatura ambiente (salvo se sopra i 25°C, perché in quel caso l’olio trasuda. In questi casi cercate un posto fresco e non metterlo mai in frigo, la temperatura è troppo bassa).
Stendere la pasta con il mattarello, fino a uno spessore di 2-3 millimetri. Tagliare in triangoli della misura che si preferisce per le brioche. Mettere in ogni triangolo un cucchiaio generoso di marmellata di pesche e chiudere bene arrotolando e dando la forma della brioche.
Cuocere in forno statico a 180°C per 10 minuti. Non è necessario lucidarle prima di infornare perché l’impasto è fatto con olio, come vedete dalle foto risulta bello lucido e croccante.

Si possono preparare la sera prima o giorni prima, congelarle senza cuocerle e poi cuocerle direttamente congelate al bisogno. Non è un procedimento sano, ma ogni tanto può servire per un té senza troppo lavoro o per deliziare gli ospiti a colazione, cosa che io adoro fare 😉

 

legna sotto la neve - erbaviola
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I GIORNI PIU’ FREDDI

Sono arrivati i giorni più freddi. No, non mi riferisco al meteo. Anche a quello, ma non all’ossessione di certi giornalist-ucoli per l’anno che è sempre il più freddo da due secoli, la settimana che è sempre peggiore da cent’anni in qua. I nostri sono i giorni più freddi perché oltre a nevicare quello che è nevicato in Islanda durante l’era glaciale, stiamo anche lottando con una stufa che non ne vuole sapere più di funzionare. E quando sei a -5 °C  di notte, questo diventa IL problema. Non ne esistono più altri. Sei tu e il freddo, vince solo uno.

Olympia Forte Panoramica con diffusore - Erbaviola

Abbiamo passato dieci giorni d’inferno con questa stufa sopra, nuova e potentissima, che non si sa per quale motivo ha cominciato a non andare e anche fare fumo a ogni accensione. Questa per chi vuole dettagli tecnici. Si chiama Olimpia Splendid Forte con Diffusore (forte a spaccare i maròni, s’intende!) e per tre mesi l’abbiamo chiamata “la bocca dell’inferno” perché andava veramente alla grande. Faceva così caldo che a volte dovevamo spegnerla. Faceva un fuocone gigante con due ciocchi e riscaldava tutto il primo piano. I suoi 9,5 KW erano effettivi, consumo legna ottimo, resa sul 70-80%, niente carbonella. Questo finché abbiamo usato la prima legna acquistata, 40 quintali di quercia, betulla e castagno veramente secchissimi. Una legna ottima. Poi, arrivata la seconda tornata di legna che era un filo più umida… fine della stufa. L’accendiamo ed è nebbia in Val Padana. Se non spalanchiamo subito le finestre sui paesaggi innevati, ci intossichiamo. La legna della seconda fornitura s’è fatta qualche mese sotto la neve. Ecco il problema. Ma legna che non sia stata sotto la neve ora non se ne trova.

legna sotto la neve - erbaviola

 

Potrei annoiarvi con le duecento cose che abbiamo già fatto per risolvere il problema, ma non ne ho voglia ed è noioso. Abbiamo già fatto TUTTO, compreso smontarla, sull’onda dell’esperienza della mia cara Cecilia, che negli stessi giorni trafficava parimenti coadiuvata dal Re delle Fate. Loro però hanno i superpoteri delle fate e ce l’hanno fatta smontando e pulendo tutta la stufa.
Noi invece, sarà che siamo sempre stati più presi dall’universo Marvel, siamo ancora qui sfigati come Shang-Chi (il supereroe senza superpoteri… si può essere più sfigati?!) e reietti come Freccia Nera, il leader degli Inumani che ha il superpotere più insulso e inutile che la Marvel abbia mai partorito. Vorremmo essere Pantera Nera e Tempesta, ma siamo Shang-Chi e Freccia Nera. Peggio di così…

Ci stiamo ancora riprendendo. Io in particolare dalla pulizia di tutto il piano superiore dopo che nella foga di smontare ci siamo tirati addosso anche la canna fumaria con invasione di fuliggine per ogni dove. Un momento prima stavo tutta pulita in abiti civili e in mano uno straccettino per aiutare la mia metà che approfittava della pausa pranzo per dare una raddrizzata alla canna fumaria. Un momento dopo sembravo lo spazzacamino di Mary Poppins e brandivo uno straccetto nero, abbinato a me e ai miei vestiti. Tutti uniformemente color fuliggine. Total black dai capelli alle mutande.

Ci stiamo riprendendo anche da salite e discese dal tetto coperto di ghiaccio e neve per controllare che il camino tirasse, che i tubi fossero tutti a posto, che non si fosse spostata la curva a gomito. Ok, io non sono salita, ma rischio un ricovero in cardiologia ogni volta che ci sale lui.
Peraltro, è probabile dal tempo che lui ha passato sul tetto ultimamente che qualche birdwatcher abbia notificato l’avvistamento di una nuova specie. Perché è ovvio che nessun umano sano di mente scalerebbe il tetto innevato due volte al giorno. E nemmeno sosterebbe ivi appollaiato nell’attesa che si levi il fil di fumo. La poiana dell’appennino! Ornitologi elettrizzati!

Arrivati a oggi, penso che non esista una canna fumaria più controllata di questa, e intendo nel mondo. Ma non è servito a niente. Dopo aver tentato tutto, salvo prenderla a calci insieme alla stufa, il verdetto è: queste stufe superfighette di nuova generazione, se la legna non è più che secca fanno fumo.
E noi al momento abbiamo la legna umida, perché non sapendo quanta ce ne sarebbe servita, causa cambio casa, ne abbiamo presa troppo poca e poi comprata dell’altra a stagione già inoltrata. E come dicevo, adesso ti danno la legna che è stata fuori mesi, sotto la neve.

cucina a legna - erbaviola

Per il momento voglio solo fare un monumento a questa cucina a legna della foto sopra, la mia adorata cucina a legna del piano terra. Quella che ha 63 anni e va che è una bellezza. Classe 1950, tutta in acciaio e ghisa. Recuperata qui, avevo già raccontato come, e restaurata quest’estate. Per lei non c’è mai canna fumaria troppo sporca, troppo inclinata, troppo poco aperta, troppo chiusa. Non c’è mai legna troppo umida o troppo secca. Lei va, qualsiasi cosa le dai da bruciare, lei va e scalda che è un amore. (Se qualcuno con occhio fino notasse che c’è qualcosa di diverso rispetto alla stessa cucina qui, ebbene sì… la foto qui sopra è più vecchia, nel frattempo siamo andati avanti a ristrutturare lì attorno).

Ma non è l’unico ritorno al 1950 che mi è toccato, causa stufa che non funziona. Eh sì, perché per aggiungere del divertimento al bagno di fuliggine di cui sopra, quando arriva la nube nera poi devi anche pulire tutto nel raggio di 10 metri da dove si è sprigionata. Dopo di che devi uscire, al gelo, ancora coperta di fuliggine e trasformarti nella bella lavanderina utilizzando il lavatoio esterno, anch’esso al gelo, per lavarvi numero ventidue stracci. Scelta obbligatoria, visto che la fuliggine diventa catrame e intasa lavatrice e tubature. Manca solo di dover rompere le tubature in pieno inverno… Quindi gli stracci con fuliggine e catrame si lavano fuori, nel lavatoio.
Penso possiate immaginare perché non esistano foto di questa mia goduriosa esperienza di lavanderina invernale. Però l’audio credo stia ancora echeggiando nelle valli, portando lontano il mio pensiero sui costruttori di questa stufa, la legna umida e il giorno in cui mi è venuto in mente di vivere in mezzo al bosco.

fuori di casa, il bosco- erbaviola

Insomma, al momento, come fonte di calore per resistere al piano di sopra ci sono rimaste le passeggiate in mezzo al bosco, spalare la neve e fare ginnastica sotto le coperte. Spalare è una rottura, la ginnastica sotto le coperte è affare privato, quindi posso parlare soprattutto delle passeggiate, godendo del fatto che anche se il paese non è sempre raggiungibile, comunque vale la pena di mettere il naso fuori dalla porta e vedere questo bel mondo.

strada attraverso il bosco - erbaviola

Tra paesaggi che tolgono il fiato, silenzio e un po’ di moto, si torna a casa abbastanza riscaldati da reggere un altro confronto con la stufa del piano di sopra, per applicare l’ennesima soluzione che ci lascerà stanchi, stremati e con una stufa che non funziona. Nel migliore dei casi. Nel peggiore, fuliggine ovunque da pulire, finestre da aprire per far uscire il fumo e scalate del tetto con ghiaccio e neve.

ghiaccio e neve - erbaviola

Non ho molto altro da scrivere, a causa anche di dita congelate e testa nel pallone. Non si può davvero capire come sia stremante una situazione del genere finché non ci si finisce dentro.
Molti immaginano che la decrescita sia sempre tu che sorseggi una tazza di tisana godendo il tepore del fuoco e un buon libro, nella quantità enorme di tempo che ti resta (si sente in sottofondo la mia risata isterica, vero?). Invece ci sono dei momenti in cui passa in primo piano un altro problema, indipendente dalla tua volontà. Se fa freddo fuori e non va il riscaldamento dentro, soffri. Tanto. Non puoi lavorare, non puoi fare altro che cercare di risolvere il problema. Perché devi sopravvivere. Sembra assurdo, perché stai scrivendo con un computer e guardando un monitor ultrapiatto. Ma devi sopravvivere, non ci sono storie. Tutta la tecnologia del tuo computer non ti eviterà di morire di freddo o intossicato da una stufa che non funziona.

neve nel bosco - erbaviola
Sono tragica? No, perché alla fine è anche così, ma appena metti il naso fuori dalla porta di casa pensi che sì, potrebbe anche valerne la pena.
Se fossi ancora in un super-riscaldato condominio di città, mi capiterebbe di uscire e sbirciare nella tana dei ghiri in letargo, dentro un vecchio castagno?

 

tana dei ghiri in letargo - erbaviola

 

O di guardare il mondo attraverso i ricami di un cespuglio di rosa canina con le ultime bacche rimaste?

 

rosa canina bacche in inverno - erbaviola

 

O di scoprire che in una scarpata si è formato un laghetto sotto la neve?

 

laghetto neve - erbaviola

 

E ritrovare il torrente dietro casa immerso in un’atmosfera incantata?

 

torrente nella neve - erbaviola

 

Il problema con la stufa prima o poi si risolverà, l’essere qui invece resterà. Passeranno anche i giorni più freddi e noi saremo qui. E’ questo che ci manda avanti, spesso.

cuore nella neve - erbaviola

 

 

 

Cucina a legna, Giorno per giorno

L’INVERNO, FINALMENTE!

E’ arrivato. Il solstizio ci ha portato la terza nevicata, facendoci passare una serata di vera vita da montagna, quella che amiamo tanto e per la quale abbiamo deciso di vivere qui.
Non è tempo di giardinaggio, è tempo di riposo e meditazione, tempo di pensare a quel che è stato e progettare quel che verrà…

…e anche l’orto al momento riposa e attende. Si lascia guardare dalle finestre, si limita a rendere croccanti gli ultimi cavoli neri rimasti.

 

Orto di erbaviola dicembre 2012 annaffiatoi con neve

I carillon a vento, carichi anche loro di neve, sono muti. Ho uno sguardo preoccupato per quel mucchietto di neve a sinistra, sotto c’è la casa delle coccinelle, incastrata tra un vaso di rosmarino e l’echeveria Perle von Nonberg, che sbuca dalla neve con le sue corolle perfette. La casa delle coccinelle ho visto che era stata già abitata in novembre… mi auguro che il soggiorno delle piccole coleottere continui ad essere piacevole!

 

Orto di erbaviola dicembre 2012 casa coccinelle neve

 

Guardo questo piccolissimo borgo e la valle dalla finestra, mentre dentro ci avvolge il caldo del fuoco, il profumo della legna e la luce delle candele. Silenzio. Un silenzio ovattato e prezioso, cercato per tanti anni, un po’ come il buio vero e le stelle da guardare, quelle che nei centri abitati non esiste più, sfrangiato e offuscato dai lampioni e dalle insegne luminose, tante, troppe. C’è stata confusione anche abitando in mezzo a questo piccolo paesino di montagna, dove un po’ di città arrivava comunque, portandosi dietro luminarie e caloriferi, vicini chiassosi e molesti, spalatori comunali che passavano a fantasia loro e in genere buttando tutta la neve sul nostro ingresso. Convivenze forzate e difficili, un po’ troppo per noi che amiamo la pace, il silenzio e la libertà di muoverci quando ci pare . Ora che siamo più fuori, in mezzo al bosco, stiamo davvero bene. Stiamo recuperando tutto lo stress di quest’ultimo anno veramente intenso, tra lavoro pressante, terremoto, trasloco, io bloccata due mesi dopo la caduta dalla scala… ora è tempo di recuperare.

 

giardino di erbaviola dicembre 2012 con neve e ciclamini

Le candele in cera di soia e stearina vegetale di cui avevo parlato qui, le abbiamo accese per Yule. Sul camino, la ghirlanda di un’amica ci ricorda l’amicizia che ci unisce anche stando lontano. Le pigne sono quelle dei boschi qui intorno, raccolte per accendere le stufe, ma le più belle sono finite sul camino. Ricordano che il bosco dà tanto e bisogna averne cura.

Di fianco, la cena si prepara lentamente, con i ritmi della cucina a legna, ma chissà perché le pietanze cucinate lì sono tanto più buone! Una delle pentole più usate ultimamente è la patatiera di coccio, una pentola cicciotta che viene dall’Alto Adige, in terracotta non smaltata: grazie alla sua forma e all’irradiazione lenta e uniforme della ghisa, fa delle meravigliose patate alla brace, che noi ci serviamo con una crema di formaggio (vegan) di mia produzione. Semplici quanto deliziose, non c’era di meglio per salutare la notte del solstizio che una cosa semplice, buonissima e cotta sulla legna.

Yule erbaviola candele camino e stufa a legna patatiera

Di questa cucina, di cui non ho ancora avuto modo di parlare in dettaglio (ma lo farò!), sono entusiasta. Penso sia stato uno degli acquisti e dei restauri migliori che abbia mai fatto. Sono tutt’ora sorpresa, ogni mattina, di inserire un paio di legni e veder salire la temperatura del piano terra di 2-3 gradi in mezz’ora! Mi sembra così piccola la camera di combustione, che continuo a guardare come un prodigio della tecnica questa elegante signora del 1950.

Stufa a legna di erbaviola: la camera di combustione

E mi piace sedermi lì vicino, al vecchio tavolo di castagno che era già nella casa, con una tazza di té verde in infusione nella vecchia teiera di ghisa e un libro. Magari un vecchio libro di cucina. Questo dopo-pranzo della domenica lo sto passando con la ricerca delle ultime ricette per il 25, avendo deciso di aggiungere un tocco più creativo al menù che avevo già stabilito.  Il libro che vedete, in cartapaglia, era della mia nonna. Non è antico ma mi fa tenerezza, perché al contrario dei libri moderni mi dà del lei: “Metta sulla spianatoia la farina e aggiunga un modesto bicchiere di acqua appena tiepida“… con ricette che raggiungono spesso la lunghezza di tre, quattro pagine. Ti senti quasi in dovere di pettinarti meglio e indossare un grembiulino con volant prima di cominciare!

L’inverno, finalmente! Vi auguro di passare serenamente questi giorni e di sentire il cambiamento… o di trovarlo!

Libro di ricette in cartapaglia e un té

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IL TERREMOTO, LA STRADA DI CASA E UNA CUCINA A LEGNA

Molte cose dal 20 maggio sono cambiate. Ero a Genova per un corso con la mia amica Nicole e appena sveglia trovo un sms del mio compagno: “Quando ti alzi chiamami, qui c’è stato il terremoto. Sono restato sveglio tutta notte”. Chiamo subito, per fortuna nessun danno, solo tanta paura. Le notizie online però sono tremende. Un po’ sottosopra ci avviamo al corso, tanto dai, è passata. Mentre ho in mano una scatola di germogli mi sento ondeggiare, Nicole dice che c’è una scossa, ballano lampadari e fioriere, a me viene un colpo. Se la stiamo sentendo a Genova, là cos’è successo? Corro a chiamare a casa, per fortuna nulla.
Ma quello che non prevedevo quel giorno è che questo copione si sarebbe ripetuto ancora. Sei fuori per lavoro, magari nemmeno vicino e c’è una scossa, chiami casa, ogni volta alla risposta che va tutto bene tiri un respiro, poi ti senti egoista a pensare che per fortuna non sei nell’epicentro, non sei nelle tende.
La sera del 21 maggio ritorno a casa, con molto ritardo perché bisogna passare per forza da Finale Emilia, Mirandola… il brusio sul treno si ferma, insieme al treno che procede a venti all’ora, la circolazione ha ripreso da poco. Alla stazione di Bologna incrocio intere famiglie con valigie e pacchi, mi chiedo se siano già finite le scuole ma mi sembra presto. Saprò in seguito che chi ha la casa al mare ci ha portato figli e nonni in pensione, una delle tante soluzioni fai-da-te a cui in Italia bisogna piegarsi nel momento del bisogno.

E’ passato un mese. Ho scoperto che vivendo in una casa anti-sismica sento di più le scosse, mentre chi vive in case di sasso o casermoni anni ’70 in cemento non le sente sotto al grado 4 della scala Mercalli. La nostra ondeggia dal 3.4 in su. Quando c’è stata la seconda scossa, avevamo appena trovato una casa adatta a noi, in sasso, ci saremmo dovuti trasferire con calma a fine agosto ma abbiamo anticipato per diversi motivi, non ultimo il fatto che è un po’ stressante svegliarsi di colpo alle 23 o alle 4 del mattino con il letto che balla e i campanelli eolici che tintinnano. Alla mattina scruto la crepa che man mano si sta formando nel vialetto d’ingresso, dove si sono sollevate le piastrelle in una mini-tettonica, come se la crepa dovesse dirmi qualcosa o io fossi un geologo che capisce al volo se è un lavoro di muratura fatto con le chiappe (come penso) o l’avviso di qualcosa di inquietante.
Il più vivo è il ricordo del 29  maggio mattina, la poltrona a rotelle dell’ufficio che mi scarrella a destra e sinistra,  io che salto in piedi e urlo “terremotooo!”, corro a prendere i gatti ed è finito. Restano i lampadari che vanno avanti e indietro, la sensazione di vuoto. E mi viene il magone, per l’ansia e la frustrazione, la stanchezza di una settimana di piccole scosse. E nel modenese è di nuovo un disastro.

La banalità del quotidiano.  I primi giorni abbiamo tenuto la portantina dei gatti vicino alla porta con dentro cibo e acqua, in caso di fughe improvvise. Ora c’è in pianta stabile. Vado a letto dopo aver fatto il backup del lavoro della giornata (mai fatto backup così frequenti), aver salvato nuove cose di lavoro sull’ipad e raccolgo vicino al comodino: ipad, cellulare, bottiglietta di acqua, portafogli con documenti. L’ipad perché nell’emergenza potrei riprendere il mio lavoro da lì. Mi è rimasto in mente da un discorso con una terremotata de L’Aquila che l’anno scorso mi raccontava “Nessuno, neanche la protezione civile, ci ha detto quando c’era lo sciame che era meglio tenerci l’indispensabile vicino, e in caso non riuscissi a scappare subito di avere a portata di mano una bottiglietta di acqua perché molti soffocano per la polvere nelle vie respiratorie, se riesci almeno a sciacquarti la bocca puoi resistere“. Sarò esagerata, ma farlo non costa nulla e si spera non serva mai.
C’è stato persino un lato comico in quel quotidiano dei primi giorni. Eri in bagno e ti chiedevi “e se succede mentre si sta seduti qui?” oppure nella doccia “e se succede ora, che faccio, scappo fuori nuda?”. Poi smetti di pensarci, sei tra i fortunati qualche chilometro più in là.
Si smettono di ascoltare anche gli esperti che lavorano per noi, a un certo punto. Tra chi dice che è il foreshock prima dell’ecatombe e chi dice che sono le scosse di assestamento post-grande scossa, non se ne può più. E’ un peccato che le opinioni dei sismologi siano gratis, se fossero a pagamento avremmo il PIL della Norvegia.

Piccoli segni. L’orologio sotto i portici di Bologna ancora fermo alle 4.05 dal 20 maggio. Email in cui mi chiedono se la conferenza è all’aperto, preferirebbero, al chiuso non si sa mai. Sms degli amici lontani, a raffica dopo ogni scossa annunciata in tv  ‘tutto bene? come state?’. Dopo dieci giorni invece il silenzio, perché la tv si è stufata, il terremoto invece no. Il terremoto non fa più audience, quindi non esiste.
I gatti che miagolano a mostri invisibili per noi. I gatti che poco prima delle scosse forti si rifugiano sotto il divano.
Qualche camionetta dell’esercito in giro.

Lavorano per noi. L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, INGV, dove bisognerebbe saper leggere i sismografi e allertare la popolazione, è stato affidato a un istruttore di ginnastica, Massimo Ghilardi. E’ laureato anche in sociologia, mica solo all’Isef. Così nell’emergenza magari ci insegna il salto in lungo e socializzare con i vicini di tenda.
All’ufficio stampa, quello che dovrebbe comunicare con protezione civile, geologi e popolazione c’è una laureata in lettere, indirizzo cinema e spettacolo, con un passato di filmetti erotici, Sonia Topazio. Dei filmetti a me non interessa, però una laurea scientifica non farebbe schifo in questo contesto, perché non mi risulta che alla facoltà di lettere insegnino cos’è un sismografo orizzontale a torsione Wood-Anderson. Accusata di nepotismo, chiarisce però che lei  non è lì per i filmetti erotici, è lì perché ce l’ha messa un politico, e comunque i ricercatori che se ne lamentano sono tutti entrati per baronato accademico. Ma che bella compagnia.
Nella questione interviene allora, a difesa dell’istruttore di ginnastica, una ex ministro all’istruzione, quella che che per passare l’esame di stato ha traslocato per un anno a Reggio Calabria, perché lì l’esame lo passano tutti. Ma non si valutano le persone dal titolo di studio, semmai dalla capacità: lei infatti ha annunciato che in Italia abbiamo un tunnel che va dal Cern di Ginevra al Gran Sasso, dove viaggiano i neutrini superando la velocità della luce. Senza fare una piega e anzi entusiasta per la scoperta.
Bene, ora siamo tranquilli, c’è chi veglia su di noi.


L’App. Ogni mattina o dopo una scossa consulto Magnitude, un’app gratuita con i dati dell’istituto di sismologia che aggiorna in tempo quasi reale sulle scosse. Ovviamente dopo che ci sono state. Se siete impressionabili non usatela, l’elenco scosse in questo momento è lungo: ce ne sono una decina al giorno tra magnitudo 2 e 3, ogni tanto una 3.5 che si avverte solo in pianura. Se controllate lo storico, c’erano anche prima del 20 maggio. Qualche giorno prima. Prima ancora: ZERO. Una mossettina a Lipari, una scossettina in mezzo al mediterraneo, una faglietta in Canada. La differenza tra aprile 2012 e maggio-giugno è davvero impressionante. Una lista di numeri e  accanto il 90% delle volte “Pianura padana emiliana“. La foto sopra è di oggi.

 

Crevalcore, domenica. Le prime paure per il terremoto sono già passate, i media non ne parlano più e in modo impercettibile ce lo siamo scordato un po’ anche noi. Poi delle volte ti tornano addosso inaspettatamente tutte. Per esempio nei giorni scorsi ho trovato un signore di Crevalcore disposto a vendermi la sua cucina a legna del 1950, perfettamente funzionante e quasi del tutto integra.
Ci accordiamo e scendiamo a Crevalcore in un pomeriggio assolato e afoso. Arrivando, anche noi che non siamo distanti ci stupiamo a vedere ancora le tende nel parco, il centro sportivo sembra occupato per un grande rave. E’ uno dei campi autogestiti. I campi autogestiti li hanno fatti non dei ragazzi di un centro sociale, ma le persone di mezza età che non hanno un giardino per dormire fuori. Si sono organizzati, alcuni hanno anche affittato i bagni chimici e piantato le loro tende insieme, qui come in altri paesi. Tende di loro proprietà o donate direttamente da amici e amici di amici.
Le tendopoli della protezione civile sono un’altra cosa, tende tutte uguali blu con temperature da forno dentro, si entra con il braccialetto di riconoscimento e i posti sono limitati. Inizia a girare la scabbia, avverte qualche volontario.
Arriviamo in centro, non si può entrare, da dove è transennato si vedono i calcinacci per terra. Devo andare a 200 metri da lì ma per farlo dobbiamo girare tutto attorno. Arriviamo ancora stupiti dal silenzio che incombe ovunque, finché raggiungiamo una piazza interamente occupata da mezzi dell’esercito in manovra, ma tutto è silenzioso, persino i militari che montano un tendone. Sembra irreale, così. Sembra di guardare un film.
Raggiungiamo Giuseppe nella sua casa con giardino e tenda fuori. Non sta granché bene,  a forza di dormire in tenda si sta ammalando, cominciare il campeggio a ottant’anni non è il massimo. Ma non è la tenda a stupirci, a quelle un po’ ci siamo abituati. Sono i mobili in casa, tutti legati con le camere d’aria, per evitare che si aprano nelle scosse e riversino tutto il contenuto a terra. Sono gli oggetti a terra, che non stanno più sui mobili perché potrebbero cadere. Sono le porte verso l’esterno sempre spalancate, perché in caso di scosse forti potrebbero bloccarsi e non permettere di scappare. Sono loro stessi che non vanno al piano di sopra nella camera perché non si sa mai, meglio dormire giù. Giù c’è la tenda in giardino, e il lettino per la moglie sotto la trave portante della casa, in mezzo alla sala, tra tavolo e divano, che casomai cadesse giù qualcosa lo fermano.
Le scosse di magnitudo tre da loro si sentono forte, li avvisa prima il lampadario della cucina che comincia a tintinnare. Soliti discorsi di questi giorni. No, da noi si sentono solo dal 3.4/3.5 in su, ma solo nelle costruzioni antisismiche, gli altri hanno sentito solo le scosse grosse. Dov’eravamo il 20, dov’eravamo il 29.  Soliti discorsi di questi giorni, ancora.
“Non abbiamo più una chiesa in piedi” dice Giuseppe. Mi chiedo se è un grande male, salvo che per le opere d’arte. C’è un palazzo vicino alla loro casetta che ha crepe ovunque. L’accesso è consentito solo ai residenti, una delle tante assurdità italiane. Il pericolo c’è solo per i non residenti. Le case vicine che però verrebbero sommerse dalle macerie del palazzo sono ‘agibili’. Anche noi, gli raccontiamo, siamo in una casa antisismica, ma dietro, sopra anzi, abbiamo due palazzine in cemento e forati degli anni ’70, avere la casa agibile non è la panacea di tutto, in Italia almeno.
A volte ci si sente anche in colpa perché stando qualche chilometro più in là non si è costretti a dormire in giardino, e poi non si ha niente di intelligente da dire. Passerà, dicono che sono scosse di assestamento. Altri dicono che è il foreshock, le scosse che precedono la scossa maggiore, come è successo in Abruzzo. La gente era rientrata nelle case ‘agibili’, su intimazione della protezione civile. All’una la scossa grossa e quanti sono rimasti sotto le case agibili? Quindi restiamo fuori. Fate bene.
Usciamo da Crevalcore nello stesso silenzio mesto di quando siamo arrivati.

La beneficienza del mega concerto in Emilia: i cantanti, a loro discrezione, verseranno in beneficienza i contributi ricevuti dalla SIAE. Quindi non andranno in beneficienza i biglietti pagati dagli spettatori, come molti credono, ma i diritti SIAE a discrezione dei cantanti e come ha affermato Samuele Bersani “Spero che tutti li verseranno”.  Spera?! Ha anche lui dei dubbi sui suoi colleghi?!
Io non ho molta simpatia per Vasco Rossi, però quel lapidario diniego a partecipare motivato con “La beneficienza si fa tirando fuori i soldi dal portafoglio” è lapalissiano. Se i cantanti volevano fare beneficienza, potevano aprire il portafoglio, come noi profani, senza il mega evento made in Caterina Caselli.
Aggiungo di mio che mentre alcuni paesi denunciano che non c’è servizio d’ordine e non c’è ronda anti-sciacalli di notte o che addirittura le forze dell’ordine si sono viste solo per una settimana… ecco, mentre ci sono questi bisogni, pensiamo alla quantità di Polizia di Stato e Polizia Locale che bisognerà movimentare, con le nostre tasse, per il servizio d’ordine di questo concerto. Più la tv di stato che lo manda in diretta, il che non è gratis. A me non sembra proprio beneficienza… ma fate voi.

Le cose che non dicono in tv. Ieri a Rovereto, frazione di Novi (MO) le forze dell’ordine (Polizia di Stato e Polizia Municipale), Protezione Civile e il sindaco hanno fatto sgomberare dal parco attiguo alla chiesa tutte le tende dei terremotati perché il parco così non è bello da vedere per l’imminente visita del Papa. Sgomberate anche altre tende di un campo autogestito perché il Papa deve scendere con l’elicottero.
Nel frattempo, a chi ha la casa dichiarata agibile, il sindaco ha tolto la possibilità di pernottare nel campo ‘ufficiale’ e di avere un aiuto per i pasti, sono costretti quindi a rientrare o ad arrangiarsi nei campi autogestiti e autofinanziati, nonostante i sismologi, gli ingegneri civili e la protezione civile abbiano detto che è meglio aspettare ancora un mese perché le scosse non stanno diminuendo, è solo diminuito l’interesse dei giornalisti. Ma non basta. Ci sono migliaia di euro per accogliere il Papa in visita, ma non ci sono per i pasti di chi è costretto dalla situazione a dormire in tenda e quindi non ha una cucina o anche solo una dispensa. Il comune di Novi, per esempio, da oggi non fornisce più pasti a chi ha la casa dichiarata agibile. Come se queste persone non fossero cittadini stremati dalle scosse continue e dalla paura, ma una massa di deficienti approfittatori che ama arrostirsi nelle tende e dormire in macchina. Ma cosa vi fa pensare la tv? Che lo siano. Che si approfittano. Che il sindaco di Novi si è giustamente stufato di questi parassiti. Pensateci, quando vi arrivano notizie come queste. Ascoltate la versione di chi è lì, non il giornalista, non la tv.
Cosa sta succedendo davvero, quindi?  Quali sono le notizie che non passano, gli aiuti che non arrivano? Vi consiglio di ascoltarlo dalle persone che lo vivono ogni giorno. Qui per esempio, notizie da volontari e abitanti, aggiornate.

Mi piacerebbe concludere con una frase molto profonda sul tornare alla normalità, ma io dalla normalità non me ne sono mai andata: qualche scossa, qualche sveglia repentina, un po’ di paura. Ma la mia vita non è cambiata. Sono impegnata ad andare via il prima possibile dall’abitazione in cui sto ora. Non ho fatto riflessioni particolari sul senso della vita, la precarietà e l’ineluttabilità del destino o la forza della natura. A me le riflessioni che vengono sono molto più concrete: se si mandano camion di alimenti non deperibili a Novi di Modena e vengono respinti perché la protezione civile dice che c’è cibo a sufficienza, e poi però si sente che nei campi autogestiti non ce n’é e che un sindaco sospende la distribuzione pasti fuori dalle tendopoli della protezione civile perché costano troppo… ognuno si faccia i suoi conti. A me non tornano.
Alberto Moravia, in “Ho visto morire il Sud“, sul terremoto in Irpinia scriveva: « Ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano. »

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Gli animali e i fiori nelle foto sono dall’alto in basso: Viola odorata o viola mammola, Leucanthemum vulgare con apiSyntomis phegea o Amata phegea su spiga piegataIphiclides podalirius o farfalla zebra su Buddleja Davidii o albero delle farfalle, tutti fotografati sulla strada che dal paese porta alla nuova abitazione.