PARTECIPIAMO TUTTI ALLA FONDAZIONE DEL NUOVO “TERRE DI MEZZO”!

7
11/2008

PARTECIPIAMO TUTTI ALLA FONDAZIONE DEL NUOVO “TERRE DI MEZZO”!

Ciao a tutti,

cosa può spingermi, nel mezzo di un trasloco, nel casino più totale, seduta su uno scatolone e con il piede su un altro a scrivere ben due post in un giorno?

La follia.

(no sbagliato)

Un’altra gaffe del divino.

(No, e poi mi darà la laurea di coglione, quindi posso solo ringraziarlo. Quando si riaprono le graduatorie della scuola, me la spendo come ‘ulteriore titolo di studio’)

Insomma, cosa mi fa scrivere un altro post, importunarvi all’ora di cena ecc.?

UNA QUESTIONE VERAMENTE IMPORTANTE!

Chi di voi conosce Terre di Mezzo? Su la mano! Ecco. I milanesi tutti.

Terre di Mezzo è un mensile IMPORTANTE. Un mensile nato nel 1994, scritto da giornalisti professionisti e venduto in strada da venditori senegalesi.
E GUAI SE vi vedo fare l’espressione ‘oddio che palle’. Se fate quell’espressione, non avete mai letto Terre di Mezzo.
E’ un mensile bellissimo, pulito, vero, concreto, umano e solidale. Non come tanta carta patinata che sproloquia sull’equo e non fa nulla di concreto. Terre di Mezzo non è un mensile per fighetti. Se sei un fighetto, puoi anche non leggere il seguito di questo post e, a proposito, sei nel sito sbagliato.

Insomma, secondo me Terre di Mezzo è importante. E’ importante che rimanga vivo, che continui a esserci. E’ una voce fuori. E non lo dico solo perché una volta hanno avuto anche l’ardire di intervistarmi, ma perché sono davvero fuori dalle logiche dei bei mensili patinati (compreso quello con il nome simile, che compriamo tutti nella bottega bio e che ha una stampa in quadricromia da inquinare da qui al Perù in una sola tiratura).

E che urgenza c’era di parlarvi di Terre di Mezzo? Non ti puoi occupare - vi starete chiedendo - solo delle tue scatole da riempire per questo weekend?

Invece c’è urgenza. Vi avanzano mica 5 o 15 euro o qualcosina di più?

Dopo 14 anni quel giornale si rinnova: Terre di mezzo cambia veste grafica, ma soprattutto amplia i suoi contenuti e la sua diffusione. Sarà un giornale più ricco: per il numero di pagine (52) e per i contenuti. Collaborano con loro firme e realtà importanti: da Loretta Napoleoni (economista) a Pat Carra (vignettista), da Esterni (associazione culturale che organizza il Milano film festival e il Fuori salone) alla Scuola di scrittura Holden di Torino, dalla rivista musicale Rockit a Legambiente, e tanti altri.
Nelle pagine del nuovo Terre si parlerà anche di immigrati di Seconda generazione, di carcere e di associazioni antimafia, di moda critica, design sostenibile e software libero, di turismo alternativo e responsabile, di cibo e divertimenti.
Terre diventa un magazine, anzi uno “street magazine”. Le strade delle città in cui viviamo rappresentano per loro un luogo da vivere e condividere. E per questo non solo sono la fonte privilegiata delle sue notizie (oltre che un canale distributivo) ma soprattutto si confermano come l’universo d’interesse del suo pubblico di riferimento.

Il nuovo Terre, infatti, è prima di tutto un progetto culturale cui i lettori sono chiamati a partecipare in prima persona. Come? Fondando insieme il nuovo Terre di mezzo: per questo stanno chiedendo ad amici e colleghi di dare una mano, diffondendo la notizia dell’uscita del nuovo Terre su internet e sui mass media, ma anche attraverso i canali informali. La campagna si chiama “Corsa straordinaria”, trovate tutte le info qui, e già che ci siete tirate fuori anche il soldino, dai!

Con il soldino che date, vi arriveranno anche le prime copie della nuova rivista e sarete sempre ricordati con ammmmmmore tra i fondatori :) Specialmente da me, che sto ancora piangendo la scomparsa di “Cuore”, non perdiamoci anche Terre!!!

Il nuovo Terre non uscirà in versione cartacea fino a quando non avrà trovato 2.000 nuovi lettori: i loro abbonamenti permetteranno al giornale di esistere.
La sfida è grande, soprattutto in questo momento storico. All’indirizzo www.specialeterre.it potrete trovare tutti i documenti di approfondimento . Se avete anche voi un sito, mettete i banner e diffondete la notizia, servirà anche questo!!

Beh insomma, a me gli euri son saltati fuori, perché in questo paese vale la pena di fare qualcosa! Questi giornalisti qui, cari miei, quelli di Terre di Mezzo, sono giornalisti VERI. Pensate che mi son saltati fuori persino 10 minuti per andare in posta a pagare il bollettino (non è vero, ci mando la mia metà, ma è lo stesso).

Non aspettate, non aspettate che questo bellissimo mensile langua nell’oblio dei ricordi.

Oggi non ci stavamo vergognando per una battuta umoristica del nostro premier? Ecco, la vergogna ve la lavate via con il sostegno a Terre di Mezzo. Io l’ho fatto, funziona. Deterge a fondo, è eco e equo e tantissimo solidale.

Parola di Erbaviola.

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24
10/2008

in diretta da Skype

a volte ricevo messaggi via icq e skype che sanno di poesia neorealista e mi schiaffano davanti alla realtà quotidiana di questo Paese. Questo per esempio:

che tristezza, oggi al negozio bio
ho trovato un’altra attivista animalista
anche lei troppi casini, 12 anni precaria
poi sua nipote era su un altro manifesto
per la raccolta fondi di non so quale malattia genetica
-citofono-
-volantini-

Bisognerebbe pubblicarli.

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23
10/2008

DECRESCITA SERENA E’ CONSUMARE IN MODO INTELLIGENTE

Segnalo la bella intervista a Serge Latouche sul numero 170 di MarkUp, Ottobre 2008 (riportata di seguito). Anche se tante volte ci sembra che questo simpatico condottiero usi l’ovvio come alabarda, in fondo in fondo fa sempre bene al cuore sentire quello che ha da dire ;)
Non bastano due pagine di MARK UP per discutere il pensiero del professor Serge Latouche (vedere anche MARK UP di giugno, a pag. 15), il significato del mercato agricolo come luogo dei rapporti economici locali, che privilegino la relazione produttore-acquirente, la filiera corta a bassa produzione di gas serra, la stagionalità dei prodotti, l’uso ridotto di imballaggi e la limitata produzione di rifiuti.

Uno scenario coerente con il senso di un altro pamphlet “Buono, pulito e giusto”, scritto da Carlin Petrini, il fondatore di Slow Food (“Un gastronomo non ecologista è un imbecille e un ecologista non gastronomo è una persona triste”. Vedere anche GDOWEEK n° 446 pagg. 40-41), un altro intellettuale con gli stivali. Entrambi dialogano sui massimi sistemi ma scendono sul campo, quello vero, fatto di terra bassa e di ambiente, di umanità e di prodotto. “Non voglio proporre ricette pronte e assolute per risolvere i problemi del mondo, ma, posto che non si può continuare sulla strada della crescita infinita dei consumi e della depredazione delle risorse naturali, è urgente mettere in discussione quella che ormai è una cieca fede nello sviluppo”.
Sono già passati cinquant’anni dalla fondazione del Club di Roma voluto da Aurelio Peccei, l’economista e dirigente Fiat che sollecitò la pubblicazione del rapporto sui “Limiti dello sviluppo”. Ciò che un successivo studio del Mit (Massachusetts Institute of Technology) prevedeva si sta quotidianamente avverando: esaurimento del petrolio a buon mercato, crisi climatica, diminuzione delle risorse alimentari, speculazioni finanziarie sulle materie prime, aumento della popolazione, accumulo dei rifiuti e degli elementi inquinanti, perdita di suolo agrario per cementificazione ed erosione, aumento del prezzo dei minerali (con furti di rame e tombini di ghisa visibili nelle nostre città, basta affacciarsi alla finestra). MARK UP ha potuto intervistare Latouche e discutere con lui della “Crescita serena”, il suo libro-manifesto edito da Feltrinelli per ribadire che c’è una strada diversa allo sviluppo a tutti i costi: la decrescita.
“Per salvare il pianeta e assicurare un futuro accettabile ai nostri figli non ci si può limitare a moderare le tendenze attuali, ma bisogna decisamente uscire dallo sviluppo e dall’economicismo”, dice Latouche. Ecco come definisce lo sviluppo: “L’imbroglio è contenuto già nella parola. Nasconde lo sfruttamento e lo sradicamento in massa di individui, la morte delle diversità, l’evidenza di un’umanità apatica, infelice, obesa, precaria, insicura e, a ben guardare, anche più povera. L’idea di sviluppo resiste ostinatamente all’evidenza del suo fallimento. Per questo ha smesso da tempo di essere una cosa scientifica, è diventata mistica, mitologia, religione. Un feticcio imbroglione che anestetizza le sue vittime. Il vero oppio dei popoli”. E sottolinea: “Ci dicono che per uscire dalla crisi dobbiamo lavorare di più. Diventare cinesi. Che la Cina affoghi nell’inquinamento sono obiezioni irrilevanti. È da questa cecità che dobbiamo liberarci”.

Professore, come si possono avvicinare due termini antitetici fra loro? Decrescita suona negativa al comune sentire. Serena, invece, è positiva. Qual è il presupposto da cui è partito?
Per me la decrescita non è un fatto negativo. Dobbiamo distinguere, infatti, la decrescita dalla crescita negativa. La crescita negativa è un fatto altamente negativo, oserei dire terribile, visto che viviamo in una società impostata sullo sviluppo. Se non c’è crescita si produce disoccupazione, si distrugge ricchezza, ci sono meno investimenti per l’ambiente, la cultura, la salute. È per questo che dobbiamo uscire dalla società basata sulla crescita e avvicinarci a quella della decrescita serena.
La parola italiana decrescita è tradotta in francese décroître, décru, decrescita. Quando un fiume esce dal suo letto è accru e tutti auspicano la décru, la decrescita del volume dell’acqua. E allora possiamo dire, parafrasando, che il volume dell’economia è uscito dal suo letto e dobbiamo auspicare la decrescita, che il fiume rientri nel suo letto, in un ambito naturale, dove è sempre stato. Lo ripeto: non dobbiamo avere necessariamente una visione negativa, anzi. Ma perché in genere il senso comune, la letteratura, danno una lettura negativa della decrescita?

Risponda lei, professore.
Perché il nostro immaginario è talmente colonizzato dall’ideologia della crescita che crescere per crescere sembra, è, una cosa assurda. Nessuno però lo pensa e, soprattutto, lo dice pubblicamente, perché siamo totalmente incapaci di pensare. Crescita di cosa? Crescita fino a che punto? Per quale scopo? Con che senso? Se parliamo di crescita della quantità di cibo a disposizione della popolazione più bisognosa tutti capiamo di cosa si sta parlando e lo accettiamo. Ma quando parliamo di crescita fine a se stessa, di produttività fine a se stessa, che significato ha? La crescita all’infinito, senza senso, è un’assurdità totale. È per questo che abbiamo inventato lo slogan della decrescita serena: forza la gente, il consumatore-cittadino, a riflettere. È un paradosso, una forzatura, me ne rendo conto, ma è necessario per creare una rottura, almeno un dubbio.

Come si fa a conciliare la decrescita economica con quella di altri parametri, per esempio con la demografia?
La questione demografica è importante ma è un’altra cosa. La crescita demografica infinita in un pianeta finito è realmente impossibile. Il nostro problema è il modello della società basato su una crescita infinita. Crescere a tutti i costi, fine a se stesso. Dobbiamo, invece, far crescere la gioia di vivere, la qualità dell’ambiente, dell’aria che respiriamo, del cibo che mangiamo, dell’acqua che beviamo.

Nel suo libro si parla di teoria del ciclo di vita del prodotto ormai superato. Sostiene che le aziende studiano vari modi per renderlo obsoleto in poco tempo in modo da provocare il riacquisto quasi istantaneo. Lei fa l’esempio dell’auto, del telefonino e altro ancora. Come si fa a rivitalizzare allora il ciclo di vita in modo equilibrato, in modo da non provocare sprechi ma consumo intelligente?
Basterebbe applicare le leggi sulla concorrenza.

Cioè?
In un recente articolo su la Repubblica ho letto che a New York hanno scoperto in una caserma dei vigili del fuoco una lampadina che dura ininterrottamente da 105 anni. Il presidente Bush ha subito esordito: “Vedete la superiorità della tecnologia americana?”. È una bugia colossale. Questa lampadina ha un altro significato.

Quale?
Cent’anni fa si producevano lampadine a carbone e non a tungsteno, che ancor oggi, come riportato dal giornale, funzionano con efficacia. Il consorzio dei produttori di lampadine ha deciso di lanciare una nuova generazione di lampadine che dura molto meno, 1.000 ore contro le 4.000 e più di quelle a carbone. Abbiamo, quindi, la capacità di produrre in un altro modo, perché non lo facciamo?
Perché?
Perché si parla solo di mercato e di concorrenza a sproposito. I produttori si sono messi d’accordo per produrre lampadine che durino molto meno. Lo stesso avviene per i computer. Vige, di fatto, un cartello che impedisce la produzione di apparecchi con una lunga durata. Abbiamo le leggi anti-monopolio che, guarda caso, non vengono applicate. Il primo passo è, allora, applicare le leggi. Basterebbe!

Un altro esempio?
I pannelli fotovoltaici. Oggi il loro eco-bilancio è negativo: ci vuole più energia a produrli di quella che poi il singolo pannello è in grado di erogare. Sa perché? Perché la durata di vita del pannello è breve. Se si facessero dei pannelli con un lungo ciclo di vita l’energia spesa per fabbricarli sarebbe limitata, con un conto economico positivo. In questo caso varrebbe la pena per ogni famiglia dotarsi di un pannello fotovoltaico. Oggi il tornaconto lo hanno solo i produttori e non i consumatori che devono cambiare il pannello ogni dieci o vent’anni. Lo stesso vale per le automobili. I governi dovrebbero imporre ai fabbricanti di produrre un’auto con un ciclo di vita di venti, trent’anni, magari in grado di percorrere non dieci, ma quaranta chilometri con un litro di benzina.

Nel suo libro si parla di de-economizzazione dello spirito. Cosa vuol dire esattamente?
C’è un proverbio che dice più o meno così: quando abbiamo un martello nella testa si vedono tutti i problemi sotto forma di chiodi. Nella nostra testa il martello si chiama economia. Dobbiamo prendere coscienza che l’economicismo è recente nella nostra storia. È tipico dell’occidente ed è stato diffuso in tutto il mondo. Prima del Settecento non era così.
La gente non pensava e viveva in funzione dell’economia. Non si pensava al prodotto interno lordo, non si parlava di salari. Abbiamo economicizzato il nostro immaginario. L’economizzazione del pianeta porta invece velocemente alla sua distruzione. Bisogna reinventarla e adattarla alla vita del pianeta che è razionale e lenta. Le risorse naturali hanno un termine, molte non sono rinnovabili. Una volta terminate non ci sono più. Bisogna riportare l’economia nel letto del pianeta e dell’umanità che ci abita.

Lei è davvero convinto, come ha scritto, che se non si invertirà questa direzione il collasso per il pianeta avverrà nel giro di trent’anni?
Purtroppo si. Il primo rapporto del Club di Roma è degli anni ‘60. Ci aveva già messo in guardia da allora. Ma non sono stati presi i provvedimenti auspicati. Sempre il Club di Roma ha fatto un nuovo rapporto nel 2004. Ha delineato otto scenari con una serie di provvedimenti sostenibili che allontanano il collasso dal 2030 al 2070.

Quali sono state le indicazioni di maggior interesse?
Impostare un’economia basata sulla sobrietà. Un’austerità intelligente alla base delle grandi e piccole scelte della vita quotidiana.

Mi perdoni la domanda: lei applica un’austerità intelligente tutti i giorni?
Ci provo, non lo faccio per senso del dovere ma anche, lo dico senza problemi, mi dà piacere farlo. Anch’io sono stretto negli ingranaggi del sistema e non posso salvare il mondo da solo. È necessario un grande sforzo della politica e delle grandi imprese.

Le grandi multinazionali non l’hanno mai invitata a spiegare ai loro manager le sue ragioni?
Mai.

Mai?
Sono stato invitato da circoli di imprenditori, piccoli e medi, da associazioni cattoliche, ma mai da grandi imprese. Le grandi multinazionali sono delle megamacchine senza cuore e senza anima e i dirigenti degli ingranaggi.

Chi è Serge Latouche
Serge Latouche è francese. Vive tra Parigi e una casa in pietra rimessa a posto con le sue mani sui Pirenei orientali. Si sposta rigorosamente in treno e passa molto del suo tempo in giro per l’Europa a organizzare chi vuole pensare e agire attraverso un consumo virtuoso. “Dobbiamo far capire alla gente che, scegliendo la decrescita, non torneremo all’età della pietra, e nemmeno a metà del secolo scorso. Quarant’anni fa sono andato a lavorare in Africa come esperto di sviluppo. Volevo redimere il continente dalla sua arretratezza, ma ero anche affascinato dai popoli africani. Studiavo appassionatamente quelle stesse culture che con l’economia contribuivo a distruggere. È stato lì che la contraddizione mi è apparsa chiara. Ed è stato lì che ho perso la fede. Da allora ho combattuto, sentendomi un predicatore nel deserto. Oggi, per la prima volta, vedo che le cose stanno cambiando. I nuclei a economia sostenibile si moltiplicano. Nelle città europee conosco interi palazzi che si organizzano in modo ecosostenibile. Lo sento, ce la faremo”.

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21
10/2008

CERCASI PUNK VEGETARIANI

Siccome oggi ho tantissimo lavoro, ma proprio tantissimo, tipo che ho la scrivania sommersa di carte urgenti e l’hard disk del Mac che scoppia implorando pietà perché io termini almeno un progetto e glielo levi dai cluster, ho deciso che sono inabile a scegliere che cosa fare per primo. Motivo per il quale li ho abbandonati tutti, pari merito, compresi i compiti in classe da correggere. Eh sì, sono tornata momentaneamente e precariamente a fare anche la prof e ho riscoperto quanto è simpatico correggere i compiti in classe. Soprattutto ho scoperto che durante la mia assenza i giovani virgulti sono passati attraverso la riforma Moratti, che li ha sputati fuori incapaci di articolare un pensiero coerente persino su se stessi. Ho passato le prime settimane trafitta da temi con punte di nichilismo estremista: “My hobby is nothing”. Contornati poi da non-sense degni del migliore Beckett: “Che musica ascolti?”  Segue un incomprensibile nome, presumibilmente francofono. “Chi è?” “Un compositore di fine ottocento”. “Mai sentito, come si scrive?”  “Non lo so”.  “Cosa ha composto?”  “Non so i titoli”.  “Scusa, è il tuo compositore preferito, non sai come si scrive e non sai i titoli delle opere?!”  “eh”.  Ah.

Speriamo davvero che nel 2012 arrivino gli alieni. Più che altro perché se questi alieni, come sostiene qualcuno, aspettano che queste nuove generazioni interpretino i cerchi nel grano, possono restare a orbitare fuori dell’atmosfera terrestre per altri 4000 anni.
Maestro unico o plurimo, comunque, sono asini sommi. Futuri asini strabici, anzi, datosi che la moda vuole la frangia spatolata su una metà della faccia. Esattamente come noi siamo una generazione di asimmetrici pieni di cervicale infiammata, grazie a quella moda che imponeva lo zaino Invicta su una spalla sola.

Sorvolerò sul fatto che mi senta una cariatide leggendo delle date di nascita che corrispondono al mio primo anno di università. Per il momento resto a galla avendo ben chiara la differenza tra un decoder e la playstation, ma prendo ripetizioni dall’uomo che (soprav)vive con me per distinguere uno sbracato da un altro. Vado forte sugli emo, i rockabilly e i nu-rave, ma mi incasino ancora sui punk. Ai miei tempi - cioè ieri - se avevi la cresta eri punk. Tutto qui, era facile.  I punk erano i rimasugli sfigati dei tempi di mia madre che stazionavano in via Torino. Era tutto quello che mi serviva sapere. Non eravamo mica a Londra, dove i punk erano veg e politicamente attivi.
Adesso invece mi pare di capire che se ti vesti come Johnny Rotten e hai la cresta, allora sei un figo; se ti vesti come Johnny Rotten ma con i pantaloni che cadono e il cavallo che striscia sui talloni sei proprio fighissimo, il figo dei fighi. Invece se ti vesti come Johnny Rotten e hai una cresta di 3 cm sei normale, non sei niente. Un cugino quarantenne è andato dal parrucchiere e questo gli ha tagliato i capelli col crestino, a riprova del fatto che adesso il crestino è normale, anche se lui non voleva crederci.  Ha il crestino anche il cassiere della mia banca e le vecchine non si scandalizzano come avrebbero fatto una volta.
Però se ti vesti così e non ti lavi, sei un punk-a-bestia. Qui è difficile, perché essendo quattordici-sedicenni la doccia gli incute un certo timore ma non reverenziale, quindi ci si sbaglia facilmente.

Una cosa che mi è chiarissima, invece, è la scomparsa degli Anarco-punk e dei loro fratellini Crusters. Quelli, per intenderci, vegetariani, molto impegnati politicamente, animalisti e ambientalisti. Il vecchio “punk is attitude not fashion” è definitivamente morto, questa è l’unica cosa veramente chiara. Questi punk qui si ingozzano di panini McDonald’s, portano anfibi in vera pelle e braghe da trecento euro che sembrano pescate dal cassone dell’Humanitas dopo l’uragano Katrina. Ma l’importante è che costino tanto.

Insomma, siccome oggi ho troppo da fare e si sa che il troppo produce il nulla, sull’onda dell’eccesso di informazioni che producono disinformazione, sono qui a chidervi: ma gli anarco-punk, i punk crusters, i punk vegetariani/vegan politicamente e socialmente impegnati, quelli duramente animalisti, dove sono finiti?

Così, per sapere.

Nota.

Sì sì. Esatto. E’ un’opera di Carlos Latuff. ‘Anarco-punk’, 2001

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8
10/2008

RONF

makotrasloco.jpg

Lei non ha tempo di sedersi a scrivere e gira per casa come se stesse per scoppiare una guerra. Mette tutte le cose dentro le scatole. Ho cercato di spiegarle che le cose stavano bene dov’erano, ma ogni tanto lei lo fa, non c’è speranza. Poi sgrida lui perché le uniche cose che ha messo dentro le scatole sono i suoi fumetti e non ha ancora finito.
Ha sgridato anche me perché sono entrato in una scatola (le scatole vanno testate, questi qui non sanno niente!) e lei per poco non mi seppelliva sotto la gelatiera.
Ogni 2-3 stagioni lei prende tutte le nostre cose, riempie delle scatole che andrebbero benissimo per i pisolini e porta tutto in un’altra casa. Poi prendono tutti i mobili porta-cose e li portano nell’altra casa. Poi comprano degli altri mobili porta-cose. Poi un giorno facciamo un viaggio in macchina in una cuccia chiusa e andiamo tutti dove sono finite le cose e i porta-cose. Allora aprono le scatole, rimettono le cose nei porta-cose e io e la Kiki dobbiamo lavorare per una settimana almeno per dividerci le zone, strusciarci contro entrate, uscite e dei nuovi porta-cose. Poi lei per un paio di mesi non troverà niente di quello che le serve.

Allora adesso io mi riposo, perché quando compaiono più di tre scatoloni alla volta, io so già come va a finire. Perché al solo pensiero di tutto il lavoro che dovrò fare tra poco mi sento già stanco. Soprattutto per il viaggio in macchina, perché io ho capito che se sulla macchina ci sono anche delle scatole e andiamo piano, allora non stiamo andando dal veterinario. Invece la Kiki si agita sempre, perché pensa che tra poco le infileranno il termometro nel sedere. Gatte… vai a capirle.

Non che le donne siano diverse. Lei per esempio adesso sta girando come una furia e dice che aveva trovato una scatola bassa e larga per metterci i bicchieri e che ci aveva già messo dentro anche la carta. Mmmhh…. forse è meglio cominciare ad assumere lo sguardo angelico mezzo assonnato…

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