UN POST DA IGNORARE

22
01/2011

UN POST DA IGNORARE

biancospino con ghiaccio

Vi sono mancata un pochino? Eddaii…

A chi si è chiesto se mi ero stufata di scrivere o se ero scappata di nuovo sul Kilimanjaro, o se avevo finalmente deciso di riabitare qualche paese diroccato sull’appennino, devo rispondere che la realtà è molto più banale.

Ero impegnata a farmi derubare dall’Agenzia delle Entrate, nonché a rappresentare dal vivo una versione adattata de “La concessione del telefono” di Andrea Camilleri (una costruzione narrativa magistrale, mi sono sbellicata alla prima e alla seconda lettura).
Nella mia rappresentazione però c’era meno da ridere e non avevo nemmeno l’amante. L’avventura con l’Agenzia delle Entrate in compenso è durata parecchi mesi: l’AE vuole dei soldi, alcuni sono dovuti e altri no, ci sono degli errori. Quando succede questo, cioè quando ti chiedono qualcosa che porcamiseria non gli devi proprio, devi fare ricorso in autotutela per fargli correggere la sanzione.
Ma questa particolare sede dell’AE (beninteso che non sto parlando di Bologna ma di un bruttissimo posto dove ho vissuto in precedenza) il ricorso non lo accetta, secondo loro le sanzioni sono tutte giuste. Allora la legge dice che in questi casi, se sei proprio certo che si tratti di un errore, devi fare ricorso in commissione tributaria.
Facciamo però un breve calcolo: il ricorso in commissione tributaria prevede un avvocato, non si può senza. In questo caso addirittura fuori regione. E viene fuori così che costa uguale pagare le sanzioni-non-dovute o fare ricorso, anzi, pagando le sanzioni-non-dovute risparmio.
In più, mi spiega l’avvocato, qui siamo di fronte allo Stato (giudice della commissione tributaria) che deve decidere se hai ragione tu o lo Stato. Ma dai! E’ geniale questa trovata! Così la maggioranza di chi finisce in commissione tributaria, guarda che caso, perde e deve pagare anche le spese legali sue e dell’AE.
Siccome io alla lotteria non sono particolarmente fortunata e in questo caso particolare dovevo affidarmi all’interpretazione della legge Bersani che, obiettivamente, è scritta con l’organo sessuale di un cacciatore con l’encefalite spongiforme, ho deciso di non rischiare di pagare il triplo. Già l’errore normale è nell’ordine delle migliaia di euro, il triplo finirei di pagarlo a ottant’anni.

Però. Sono certa di aver ragione, c’è un errore, lo dice anche l’avvocato. Ho ragione ma pago lo stesso. Dico sconsolata a un altro amico avvocato, “però sai che è particolare questa cosa… l’errore è per una cifra che corrisponde al minimo tabellare per una causa in commissione tributaria più le spese legali…“.  L’amico, che ormai vive fuori dall’Italia beato lui, mi risponde che di questi errori ce ne sono parecchi e quasi tutti decidono di pagare piuttosto che far causa, tanto chi fa causa perde e paga il triplo.

Ecco, come ha scritto Sandrone Dazieri in “Gorilla Blues“, ci siamo addormentati in Italia e ci siamo svegliati nel Cile di Pinochet.  (Il libro non è male, tra l’altro uno spaccato piuttosto realistico dei fatti del G8 di Genova).

Cerco di tirarmi su di morale ricordandomi che non lavoro a stipendio ma in proprio, che grazie a me stessa posso sfiancarmi di lavoro fino a guadagnare tutti i soldi che servono a pagare queste sanguisughe di burocrati. Mi spiace per la decrescita e il PIL, ma qui se non pago mi portano via la sedia scassata da sotto il sedere. Quindi lavorerò di più e pagherò queste sanzioni-errate. Ma sai qual’è il bello? E’ che più lavoro e più devo pagare tasse, sempre all’Agenzia delle Entrate chiaramente.

Ho pensato di fare la valigia e andare a vivere alle Hawaii ma poi ho pensato che tutti mi avrebbero puntato il dito: solo i codardi scappano! Bene, sono rimasta, eccomi qui.

Oggi con orgoglio e partecipato senso civico, nonché alto senso dello Stato posso dirvi fiera: sì, ho pagato io la scorta per portare le mignotte a fare il bunga-bunga! Ah, come sono orgogliosa, sto scoppiando di fierezza! Non vedo l’ora di ammazzarmi di lavoro per pagarne altre!

Intanto, per inciso, nel mio comune che sta a 750 mt ci sono 50 cm di neve e niente sale per le strade, non ci sono soldi per il sale (9 euro a quintale). Per fare la salita fino a casa abbiamo rispolverato i lancia-ragnatele dell’Uomo Ragno.

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11/2010

Treplut Pathé

E’ una bellissima locuzione, non trovate? Treplut Pathé!

Cosa hai fatto oggi? Un sacco di cose, Treplut Pathé. Cosa vorresti farne dei cacciatori? Un grande Treplut Pathé! Cosa c’è al MoMA? Un artistico Treplut Pathé!

Ci sono dei giorni che proprio ti serve una parola per indicare il tutto e te ne arrivano due. A me ieri è arrivata in aiuto questa bellissima onomatopea, Treplut Pathé, per l’appunto.

Non si spaventi nessuno, non ho alcuna intenzione di entrare nei meandri semiologici di segno e significante anche perché di solito mi ci perdo e finisco come quel mio professore che voleva spiegarci il formalismo russo con un esempio su “i mattoni del duomo”. Con il risultato che per trattenermi dal dire “ehi? hallooo? siamo a Milano, il duomo è in marmo!” persi il filo e dovetti aspettare ancora un po’ di tempo per capire il formalismo russo. Ignoro tuttora cosa avesse da spartire con duomo e mattoni fantasma … Treplut Pathé! E’ l’esatto segno per il significante di questo periodo. (Se qui state esclamando Lupus in fabula! sappiate che potreste venir colpiti dall’eco di ritorno, se invece state esclamando “Paroemia est accommodatum rebus temporibusque proverbium, ut adversum stimulum calces et lupus in fabula” farò finta di non sentire, per la vostra e mia sanità mentale. Soprattutto per la vostra, vi voglio bene, smack).

Etimologicamente, Treplut Pathé deriva dalla recensione di Jacopo Fo al mio ultimo libro (sì, lo sto dicendo solo per spararmi delle pose). Mentre rispondevo a un commento alla recensione, è comparsa questa meravigliosa locuzione, prontamente raccolta e utilizzata. Proprio mentre sto scrivendo, ho risposto a un messaggio di un’amica con “buona passeggiata e Treplut Pathé!” Ma non bisogna abusarne. A un’altra amica bloccata in aeroporto ho inviato solo “Treplut Pathé!” e l’ho gettata nel panico.

Treplut Pathé è l’Espressione. Il Tutto.
(Se a questa affermazione avete esclamato esultanti “Treplut Pathé!” siete sulla strada giusta).

E’ Treplut Pathé la ricetta dei falafel che ho sperimentato ieri, ma attenzione, non sono falafel regolari. Sono Falafel Treplut Pathé! Si amalgamano 100 gr di ceci cotti e schiacciati con una forchetta, 50 gr di farina di ceci, 50 gr di pangrattato, una cipolla rossa tagliata finissima e sminuzzata, mezzo spicchio di aglio triturato finissimo, 2 cucchiaini da caffé di cumino, un pizzico di coriandolo, un cucchiaino di sale integrale, acqua tiepida quanto basta per formare un impasto. Si lascia riposare una decina di minuti, poi si formano palline che si rotolano nei semi di sesamo. Si friggono in padellino, a immersione, in olio di arachidi (quindi meglio prepararne tanti per sfruttare l’olio di semi.) Si conservano fino a tre giorni in frigo, sei mesi in congelatore. Ottimi sia caldi come pietanza accompagnati da insalata o come antipasto freddo, finger food o come volete chiamarli. In mezz’ora, cottura dei ceci a parte, sono pronti. Quelli che avanzano, li tengo in freezer per avere una scorta di finger food per amici di passaggio o per cene improvvisate. L’olio è da riciclare nell’apposita raccolta, non c’è bisogno che lo sottolinei, eh?

E’ Treplut Pathé il tempo autunnale e anche il terreno argilloso. Ci lotto dal mio trasferimento qui con il terreno argilloso: soffoca le radici, non fa passare l’acqua o la fa ristagnare o rimane perennemente bagnato o si spacca a zolle dopo due giorni di sole. Il terreno di questa parte d’Appennino, come scrive Andrea De Carlo, è una grana notevole. Ma sono una testa dura. Ho piantato anche dei rizomi e dei rosai a radice nuda, ma temo che questo Treplut Pathé di terreno finirà per cementare tutto in un unico blob sul quale sopravvive solo gramigna, muschio, qualche solitaria e ostinata cicerchia. Ma io continuo a provarci, miglioro il terreno con foglie, sfalci, macerato di equiseto… Se non ce la faccio nemmeno così, mi darò alla modellazione dell’argilla, perché bisogna accogliere positivamente i segni del destino. Se non posso coltivare verdure, farò terrecotte da barattare con verdure! (e morirò di fame visto che sono ferma al posacenere con il Das delle elementari).
Per ora vivo nella certezza che sbocceranno le rose, treplut pathé! Non consideratele abbellimenti puri, coltivazioni inutili. Primo, sono qualità profumate, quindi attireranno insetti. Secondo, sono diversamente profumate, quindi attireranno diversi insetti. Terzo, le userò per i miei oleoliti autoprodotti, quindi scopi pratici ne hanno. Non bastasse tutto ciò, sono anche belle e io ho bisogno un angolino bello per lavorare d’estate all’aperto. Ah, dimenticavo, sono anche a chilometro quasi-zero, le ho prese da un vivaio di Pistoia che ibrida in proprio. Un grande lavoro artigianale di ibridazione, ne vale la pena. Mi commuove sempre un po’ sapere che un grande lavoro di decenni dietro a qualcosa di vivo e organico che puoi portare nel tuo giardino con pochi euro. Temo che quelli del vivaio non sarebbero altrettanto commossi di sapere che queste rose non sono finite in un perfetto giardino all’inglese ma in un delirio semi-selvatico.

E’ Treplut Pathé l’incontro che si terrà domenica 28 novembre con il Movimento della Decrescita Felice. Non è una cosa solo mia, ci saranno anche Giuseppe Leoni, coordinatore circoli MDF Italia Settentrionale, Fabio Cremascoli, Presidente MDF Milano, Filippo Schillaci, autore di “Vivere la Decrescita”, Edizioni MDF, Stefano Piroddi, autore di “Gli angoli remoti del presente”, Edizioni La Riflessione e Fiorenza Da Rold, responsabile Comunicazione MDF Milano.
E’ una presentazione partecipata, un dibattito, un incontro, una merenda e soprattutto un Treplut Pathé di idee, intenti, fini e neuroni allo sbaraglio. Se venite, fatevi riconoscere al grido di Treplut Pathé! :D   Qui la locandina con tutte le info, l’ingresso è gratuito e la simpatia doverosa.

E’ Treplut Pathé, ma soprattutto Pathé, l’attuale situazione italiana. Non che in altri momenti fosse idilliaca, ma ora siamo all’assurdo, da qualunque parte siate schierati. Quello che mi strappa l’anima e mi arriva come un pugno nello stomaco è che, in mezzo a questo caos, a quanto pare le forze dell’ordine sono tornate alle cariche del ’77 menando senza ritegno studenti, operai, impiegati, insegnanti, terremotati. Ora che l’ho scritto mi viene in mente che più che il 1977 dovrei ricordare il 1939. Ma senza andar troppo lontano basterebbe ricordare un G8 di pochi anni fa.
Sull’argomento “cittadini manganellati”, mi ha commossa profondamente, fatta arrabbiare e ancora commossa un post di qualche giorno fa di MissKappaLo so, lo sappiamo, che viviamo in uno stato dove la libertà di espressione viene repressa. Dove la libertà individuale esiste solo se ti uniformi al pensiero unico. Dove la maggior parte delle persone a quel pensiero si uniforma. Ma viverlo, riviverlo, constatarlo ancora una volta, sulla propria pelle, anche se hai sulle spalle tante primavere, è desolante. Eravamo pochi, un centinaio. Sotto la pioggia. Gli striscioni, i cartelli, le carriole con le macerie della nostra città, un orinatoio che evocava Duchamp e facsimili di banconote tagliuzzati, a mo’ di coriandoli: queste le nostre pericolose armi. Aspettavamo l’imperatore, in seconda passerella del giorno, dopo quella veneta. Ma è vietato dimostrare. E lo abbiamo capito subito. Loro, i celerini, erano più di noi. E determinati. E i poliziotti locali, quelli che , a volte, ci hanno mostrato la faccia buona, erano scuri in volto. La consegna era quella di picchiare. E lo hanno fatto. (…) [Il sindaco dell'Aquila] che consente che i suoi concittadini vengano trattati come delinquenti, dopo aver garantito, non più di quattro mesi fa, in una pubblica assise,che non avrebbe mai più permesso che qualcuno sollevasse le mani sui terremotati.”.
Picchiare gli studenti lo fanno in tutti i paesi e da ex studentessa, posso anche ammettere che qualche volta, anche se poche, rompevamo veramente il pathé. Ma picchiare i terremotati. Picchiare gli insegnanti. Ma che uomini siete?

E’ Treplut Pathé una serata al cinema per vedere Scott Pilgrim vs the world, passato inosservato in Italia, paese di vanziniane boiate. In sala solo sei persone: noi due, una coppia giovane, una coppia di anziani. Ci chiediamo se la coppia di anziani abbia sbagliato sala. Il film è geniale, lo storyboard geniale, fotografia notevole, crossreference da annientare Tarantino,  i personaggi presentati con tag da videogioco, accompagnati da loader del Nintendo DS infrangi-tabù (la Pee Bar mi ha fatta davvero ridere) e vite extra da utilizzare. Gli sconfitti esplodono in punteggi e cascate di monete stile Super Mario, un supereroe è imbattibile perché vegano, è anche andato all’Università Vegana, è più forte di tutti perché “il 90% del mio corpo non è intasato da tossine della carne e siero di latte” (riferimento a Fable, in cui se sei vegetariano hai più punti, doh!).
E i due anziani? Avranno sbagliato sala allora? No.
Usciamo nella nebbia, loro si avviano piano sorridendo e chiacchierando, ci sono solo le nostre macchine nel parcheggio, casualmente parcheggiate vicine. Ridono e commentano, salgono in macchina salutandoci, come tra compagni che hanno condiviso qualcosa di davvero divertente e un po’ esclusivo. Saliamo anche noi e continuiamo a salutarci a vicenda con la mano, ciao ciao. A Milano avrebbero pensato che eravamo due drogati che volevano rapinarli. Sarebbero stati a casa a vedere il Grande Fratello o Un posto al sole o altra roba da mummificazione neuronale. Qualcuno mi spiega perché 500 km più giù è così diverso?

E’ Treplut Pathé tutto questo periodo un po’ fuori dalla norma, in cui succedono cose inaspettate, ne nascono di previste e ne arrivano di attese. E’ Treplut Pathé Bologna, sporca da far schifo ma viva e pulsante, piena di posti in cui mangiare vegan senza farsi rapinare (vi servono indirizzi? ne faccio un elenco?), di posti per pensare, per vedere, leggere e vivere. E’ Treplut Pathé Firenze, ben più pulita ma sommersa dai negozi souvenir, grandi catene, grandi librerie in cui si trova solo quello che hanno deciso di farci leggere. O che ci hanno convinti che vogliamo leggere. Dove per ora riesco a mangiare vegan solo a casa di amici (ma se avete indirizzi, ho pronta carta e penna!!! grazie!!!).

E’ Treplut Pathé questo post di accumulo di tante cose, un po’ così come son venute o come capitano.

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11/2010

I LIBRI DI CARTA, GLI EBOOK, I SITI E IL PIL DEL GRATUITO

Colgo l’occasione di un messaggio di Massimo nel post precedente, per spiegare un paio di cose che forse vanno spiegate. Intanto mi scuso se non ho ancora risposto a email precedenti ma lo sto facendo, purtroppo e per fortuna è stato un periodo pieno di lavoro e famiglia e belle persone e simpatici animali.

Il messaggio è il seguente, inviato a commento del post precedente:

Anzitutto grazie per voler condividere le tue esperienze e dare consigli anche pratici per un auspicabile “buen vivir”.
Tuttavia ho alcuni dubbi che vorrei sottoporre alla tua attenzione. Ho il dubbio che una pubblicazione inserita nel sistema di mercato non contribuisca alla costruzione di una società della decrescita ma, al contrario, favorisca l’incremento del pil. In una logica del dono un manuale in formato liberamente accessibile in internet sarebbe molto più coerente.
Ho anche il dubbio che alcuni lettori, presi dall’entusiasmo e messi in pratica alcuni consigli, cadano vittime del cosiddetto effetto rebound: dato il comportamento virtuoso in alcune pratiche si tende a concedersi delle soddisfazioni (es. viaggi, acquisti di prodotti eco-tecnologici ecc.) che vanno sempre nella direzione della crescita, anche se ammantata di verde.
Tutti questi argomenti dubitativi derivano dalla lettura di alcuni testi di Ellul, Latousche, Bauman. Mi interessa capire se chi, come te, ha già fatto molti passi in questo percorso, ha una visione più ampia e più chiara della mia.

Parto dalla prima. “Tuttavia ho alcuni dubbi che vorrei sottoporre alla tua attenzione. Ho il dubbio che una pubblicazione inserita nel sistema di mercato non contribuisca alla costruzione di una società della decrescita ma, al contrario, favorisca l’incremento del pil. In una logica del dono un manuale in formato liberamente accessibile in internet sarebbe molto più coerente.”

Erbaviola.com ha 11 anni, di cui 7 come blog. Ho aperto questo sito nel 1998-99 e attraverso il sito ho parlato per tre anni esclusivamente del movimento di liberalizzazione della cannabis. Nel frattempo i miei orizzonti si sono un po’ ampliati, un po’ tanto, e ho cominciato a ricercare anche su altro, a sperimentare e provare, a volte anche a fallire. Ora ci sono settimane in cui affronto testi di microbiologia per capire le muffe dei germogli, mesi in cui mi danno l’anima per capire se un terreno va zappato o lasciato a se stesso. Oppure passo ore con i manuali di ingegneria dei materiali e biologia per capire se il teflon è davvero dannoso. Poi magari lo scrivo in tono ironico e leggero, ma dietro c’è un lavoro costante di ricerca e documentazione. La diffusione ‘simpatica’, chiamiamola così, è semplicemente una questione di comunicazione: mia perché non mi piace ammorbare e annoiare la gente, stilistica perché resto convinta che con una risata si capisce più che con sei pagine di formule chimiche. Che però ci sono, oh se ci sono!
Tutto quello che capisco o che trovo, lo pubblico qui, in questo blog. Dove non ci sono banner e pubblicità, quindi non ci guadagno nulla monetariamente. E’ questo il mio ebook gratuito, un gigantesco ebook gratuito aggiornato da sette anni. Che anzi, per me ha un costo perché ho fatto la scelta di non cedere alle lusinghe di google e altri, di non avere uno spazio gratuito per finta ma asservito a multinazionali che sostengono la censura e quindi pago circa 250 euro all’anno per questa scelta. Ma sono indipendente e per il mio punto di vista è una scelta che vale quello che vale.

Il libro stampato ha altri canali di distribuzione. Arriva a persone che non conoscono né questo sito né i circuiti in cui girano parole come ‘decrescita’ e ‘autoproduzione’. Su erbaviola.com ci vieni se lo conosci o se lo trovi citato, l’ebook eventuale lo trovi se sai che esiste o se lo inserisco su questo sito ma difficilmente arriverà agli stessi utenti del libro. Sono canali diversi per parlare a persone diverse.

Il Pil. E’ molto lusinghiera la tua affermazione ma temo che il prodotto interno lordo dell’Italia non venga nemmeno sfiorato da questo libro :D Primo perché è tanto se coprirà le spese di pubblicazione (ma grazie all’Editore per averci creduto!), secondo perché se chi se lo ritrova per le mani applica anche solo 1/10 di quello che c’è scritto, abbiamo fatto un grande passo verso la decrescita e il pil eventuale prodotto da questo libro è bell’e che annullato e anche il pil di altro. Anzi, a livello di economia, questo libro non è nemmeno conteggiato nel pil perché rappresenta un valore intermedio, ovvero un bene consumato e trasformato nel processo produttivo per ottenere nuovi beni e servizi. Dal libro impari l’autoproduzione e hai annullato il pil.
Questo non è un romanzetto promosso da una grande casa editrice che deve pagare reti televisive per le ospitate dell’autore e comprare premi letterari per promuoverlo. E’ un manuale che qualcuno troverà in biblioteca e qualcun altro in libreria, che si spera che serva. Il Pil non è proprio cosa.

E poi, di tutti i consumi che ci sono, vogliamo cominciare a ridurre il Pil proprio dai libri?! Ma spero che sia uno scherzo! :D

Ulteriore questione ebook gratuiti. Mettendo da parte il fatto che erbaviola.com è il mio gigantesco ebook gratuito per chiunque se lo voglia leggere, succede che qualcuno a volte scambi ‘gratuito’ per “questa sprovveduta ha lavorato per me”. Così trovo pezzi di erbaviola.com, scritti magari con fatica e ricerche di mesi, su testate nazionali a firma di qualche giornalista che per questi pezzi si fa anche pagare. Ora, se diffondi quello che scrivo e citi la fonte, mi fa solo piacere. Se copincolli quello che scrivo e lo vendi a una testata nazionale, mi sorge quel tanto di rabbia sufficiente a denunciarti. Devi sapere che in Italia questi ‘giornalisti’ abbondano, che di cause ne ho già seguite tre, a mie spese e che mi è andata bene che avevo scritto sul sito e che esiste la webcache. Fosse stato un ebook gratuito, privo di codice ISBN, andavo in tribunale a fare la figura della cretina. Anzi, potevano addirittura accusare me di aver copiato dall’esimio giornalista. Questa è l’Italia. (Qui trovi un pezzo gratuito dell’anno scorso su come vengono utilizzati i miei pezzi gratuiti e da chi)

Sempre a proposito di Italia: purtroppo nella nostra cultura è radicata l’idea che quando una cosa è gratis, non vale granché. Non lo dico io ma le statistiche di case editrici che hanno diffuso anche ebook gratuiti: ciò che si acquista e si paga, è un impegno materiale con sé stessi e lo si utilizza. Ciò che viene dato gratuitamente ha valore inferiore. Magari non per me o per te o per i lettori di erbaviola.com, ma per la maggioranza sì.

Ho anche il dubbio che alcuni lettori, presi dall’entusiasmo e messi in pratica alcuni consigli, cadano vittime del cosiddetto effetto rebound: dato il comportamento virtuoso in alcune pratiche si tende a concedersi delle soddisfazioni (es. viaggi, acquisti di prodotti eco-tecnologici ecc.) che vanno sempre nella direzione della crescita, anche se ammantata di verde.”

Francamente non penso, credo che la cosa riguardi una parte minima. Tra l’altro immagino che tu non abbia letto nulla di mio, nemmeno tutto quello che di gratuito c’è su questo sito (giusto per confermare quanto ho detto sopra di quel che viene dato gratis). Altrimenti sapresti che io non sono favorevole a una retrocessione tecnologica e alla decrescita estrema del tornare a vivere nelle caverne. Chi lo vuole fare, lo faccia liberamente, anzi in questo  libro un paio di persone che ho intervistato hanno fatto questo percorso. Però io sono più propensa alla strada dei minori consumi e migliore tecnologia, una tecnologia che ci permetta di eliminare l’inquinamento già esistente e di non produrne di ulteriore. Ford negli anni ’30 aveva già prodotto un’auto realizzata completamente in fibra di canapa, è al museo Ford. Se fosse vissuto in una capanna occupandosi tutto il giorno di raccogliere bacche, non l’avrebbe fatto. Ora il passo è: ridimensionare i consumi e imporre l’idea che bisogna avere una tecnologia sostenibile. Altrimenti tu gli ebook gratuiti come li leggi ? Non credo con le frasche raccolte nel bosco, devi avere un computer. O un iPad. Per leggere il libro che ho pubblicato servono 16 euro, per l’ebook a qualcuno servirebbero almeno 500 euro, una bella decrescita…

L’effetto rebound esiste, ma esiste anche la costanza della scelta, che mi capita di vedere più spesso. Qualcuno retrocede e qualcun altro molla? E’ fisiologico. Non ci sarà mai l’unanimità su nulla al mondo, bisogna accettarlo. Io comunque sarò sempre qui, casomai qualcuno ci ripensasse e avesse bisogno una spinta per riprovarci. Io delle volte ho persino bevuto la Coca Cola.

Tutti questi argomenti dubitativi derivano dalla lettura di alcuni testi di Ellul, Latousche, Bauman. Mi interessa capire se chi, come te, ha già fatto molti passi in questo percorso, ha una visione più ampia e più chiara della mia

Interessante citazione, questi testi. Li hai avuti come coerenti ebook gratuiti? Non mi risulta che Ellul, Latousche, Baumann distribuiscano ebook gratuiti.Però mi chiedo se hai detto anche a loro che avrebbero dovuto fare degli ebook gratuiti, farebbe crescere di molto il mio ego sapere che ricevo le stesse domande di Latouche :D

Jacques Ellul in Italia è edito da Mursia, in Francia da Gallimard. Son sicura che di ebook non ne ha fatti perché, poveretto, è morto nel 1994 mentre in Italia cercavamo di far partire i modem a 28.8 kb/s e a non farci sgamare a scrivere sulle bbs di nascosto dal papà che poi doveva pagare una bolletta astronomica.

Serge Latouche pubblica in Italia per Feltrinelli, Bollati Boringheri, Dedalo, Paravia, L’Hartmann Italia, Arianna Editrice.  Lasciamo stare le piccole che sopravvivono a stento, parliamo semmai del Pil di Feltrinelli con i megabookstore aperti di fronte alle piccole librerie autonome, con il prezziario sul posizionamento dei libri nei suoi store, con i laureati in lettere presi a lavorare gratis con la formula stage per sei mesi e poi sostituiti con altrettanti, sempre in stage, in barba a qualsiasi legge di tutela sui lavoratori parasubordinati. Ma va bene così, secondo me, se almeno di fianco al libro del comico di turno (il pil! il pil! e quanta carta inutile!) qualcuno trova quello di Latouche e decide di andare a cercare la libreria locale indipendente. Però, francamente, da Latouche mi sarei aspettata un occhio consapevole sull’acquisto dei diritti esteri, non certo la pubblicazione da parte di Feltrinelli o Mondadori. Ma è solo una scemata di ombricola dietro a un uomo meraviglioso.

Zygmunt Bauman è edito in Italia da Laterza, Il Mulino, Erikson e qualche altro editore minore. Anche di Bauman non mi risultano ebook gratuiti e nemmeno ebook in genere.

Detto ciò, a parte la questione Feltrinelli, ma comunque anch’essa marginale, ritengo importante che queste idee vengano messe su libri a stampa e abbiano anche questo canale di diffusione. Per quanto ti parrà strano, l’80% degli italiani non legge ebook. La maggior parte di chi legge, legge libri.

In ogni caso, ho voluto tener conto del 20% di internettiani ebookomani negli ultimi 7 anni, con il sito, con il forum, con risposte costanti a email di lettori (e sono ore! e non è il mio lavoro per mangiare visto che è gratis!) e alla fine ho pensato che forse potevo arrivare anche a una parte di quel restante 80% di lettori che legge i libri di carta. La mia visione è che l’idea di decrescita va diffusa il più possibile e forse è necessario non cercare la perfezione in tutti: non c’è bisogno di guru, c’è bisogno di gente comune motivata. Non c’è bisogno di identificare un guru e spulciare tutto quello che fa per vedere dove sbaglia, c’è bisogno semmai di identificare sé stessi e vedere dove si può andare. A me piace pensare di cavarmela come persona comune motivata, resto convinta che anche accettando alcuni compromessi si possa raggiungere un migliore risultato. Non mi interessa che Latouche sia perfetto al 100%, trovo più interessante che cento persone siano convinte della decrescita per l’80%. E’ per questo che ci metto dei soldi miei ogni anno per il sito, è per questo che ci metto tanto tempo per scrivere e documentarmi, che ci metto altri soldi per comprarmi i libri che mi servono quando non sono in biblioteca ed è per questo che non me ne importa niente se i diritti d’autore non copriranno nemmeno le spese per le interviste. Io ci credo e se qualcuno ci crederà di conseguenza, è già un guadagno enorme.

Spero comunque che ti verrà voglia di leggere questo ebook gratuito :)

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23
10/2010

Scappo dalla città. Manuale pratico di downshifting, decrescita, autoproduzione.

Scappo dalla città. Manuale di downshifting, decrescita, autoproduzione

Scappo dalla città. Manuale pratico di downshifting, decrescita, autoproduzione. Edizioni FAG, 2010. Su carta certificata FSC*.

Dopo anni di esperimenti, traslochi, lotte, mani nella terra, testa nelle nuvole e cambiamenti radicali…

…soprattutto, dopo un anno di gestazione, tagli, incollaggi, interviste in giro e follie di vario genere, è da ieri in tutte le librerie.
Quali? Tutte le librerie. Online, offline, le catene e i negozietti di libri carini. Non aspettatevi ovviamente di trovarlo accanto all’ultimo best-seller di Bruno Vespa o al romanzo altrettanto best-seller di qualche suo ospite. Non aspettatevi nemmeno di trovarlo in vetrina, a meno che qualche libreria indipendente delle ultime rimaste decida di mettercelo. Però sugli scaffali dovrebbe esserci e tutt’al più si può ordinare.

Mi ero ripromessa di fare una presentazione bella e seria ma non so cosa scrivere di serio. Inoltre, sono distratta e in fibrillazione perché per l’uscita di questo libro mi sono regalata uno shopping di libri che inizierò tra qualche minuto, quindi niente, sono irrimediabilmente distratta come un bambino con i regali di Natale che però deve prima dire la poesia davanti ai parenti e cantargli Bianco Natal con la pianola Bontempi. Se volete posso cantarvi Stille Nacht. Vi canto Stille Nacht e la chiudiamo qui?

Torno seria, ci provo.

Cos’altro aggiungere… vediamo… ah sì, potrei dire che il correttore ortografico di Word che ha usato qualcuno della casa editrice in qualche fase della produzione è un’immane cavolata, cosa che sostenevo già alla sua apparizione nel 1995. Ma questo, se mi leggete da un po’, lo sapete già, non posso essere stata io a scrivere ‘chilo’ e ‘kilo’ sulla stessa pagina, a scrivere “è” invece di “é” o “E’” in mezzo a una frase. Bazzecole, non rovinano la lettura salvo che ai malati di mente come me, fissati con l’ortografia e le virgole. Ma che grandissima noiosa io sia, lo sapete già, è evidente che il correttore ortografico ha scavolato un po’ di cose qui e là, ma per aggiungere il giusto tono di anarchia linguistica che dà un sapore più vero al tutto. Se no sembrava un libro scritto seriamente.

Magari potrei dire che gli intervistati sono persone vere, con tanto di nome, cognome e foto, che non girano il mondo in barca a vela facendo gli sboròni con la storia della decrescita felice e che non me li sono inventata come tanti Marco P. e Giovannino F. che compaiono sulla stampa quando i giornalisti non sanno dove andare a pescare i decrescitori veri. Ma anche questo, se mi conoscete un po’, lo sapete già. Io e quelli della DIBDCE (Decrescita In Barca Da Cinquecentomila Euro) ci ignoriamo sfacciatamente. Oltretutto alcuni di quelli intervistati nel libro, passano ogni tanto da questo blog, se guardate nell’indice linkato sotto potreste riconoscerli… tipo la MissVanilla. Gli altri scopriteli da soli. E sì, io e Marcello ci rivolgiamo di nuovo la parola, come due persone adulte e pacifiste nel profondo, che a volte si scornano per opinioni divergenti ma hanno l’intelligenza di riconoscere i reciproci valori e tornare ad annoiarsi reciprocamente con discorsi di vario genere. Ovviamente dopo essersi comportati come bambini dell’asilo, ma siamo belli così :D
E ci sono anche Sauro e Renata, da qualche parte bisogna cominciare a farli stare insieme a Marcello, con un atto di coraggio. Visto che ho le spalle abbastanza larghe, ne ho approfittato e l’atto di coraggio l’ho fatto io, che al tempo della divisione non c’ero. E poi tutti questi sono in ottima compagnia, come vi dicevo, basta guardare nell’indice ;)

E sì, prima che mi dimentichi, sì, c’è anche Jacopo Fo. Se state pensando “Però Jacopo Fo è ricco“, voi di Jacopo non avete capito niente e siete solo dei rosicatori, quelli che si rodono il fegato guardando cosa fanno gli altri invece di rimboccarsi le maniche e costruire la propria vita. Jacopo, è vero, è il figlio di Dario Fo. Embé? Mica è il figlio del sultano del Brunei, si è fatto un culo così per trent’anni almeno. E spesso più che farsi il culo ha pestato la testa contro muri di ottusità. E li ha rotti, spesso. E poi vorrei vedere voi se un giorno vi dessero in mano un gruzzoletto di soldi: ci fareste Alcatraz, il villaggio solare, il gruppo per il fotovoltaico o girereste il mondo in barca a vela, a fare gli sboròni con due veline in bikini sul ponte? Jacopo, come altri intervistati nel libro, lavora per migliorare il mondo. Ognuno con i mezzi che ha, con la sua strada e con quello che ha costruito. Essere figli di un letterato/attore famoso è incidentale, come figlio di un attore famoso poteva scegliere di fare le pubblicità dementi dell’aceto finto balsamico e dell’auto inquinante costruita con le nostre tasse, come altri figli piagnoni di altri attori. Fa Alcatraz e vi consiglio caldamente il suo discorso sulla gente che si fa opposizione da sola. Specialmente se davanti al suo nome pensate “eh, però è facile se uno è ricco, io invece non posso proprio“, ecco, vi serve tanto il suo discorso. Ma tanto tanto.

Ma che li faccio a fare io questi discorsi? Non è che da qui passino i rosicatori… i pochi che passavano poi si son stufati e hanno preso altre vie, con enorme sollievo di tutti :D

Ah e poi ci sono un sacco di tips&tricks di cui scrivo sempre e con cui ho sfondato la pazienza a tutti i lettori di erbaviola. E come si fa a cambiare vita, e come si autoproduce questo e quello, persino come si fanno aceto e olio in casa, come si vive senza il supermercato, come funzionano i mercatini e dove puoi vendere i tuoi prodotti…come se uno non lo sapesse già. O che i pannelli solari si possono costruire da sé, banalità del genere. O come si fa un orto o un orto sul balcone e il valore del lavoro e che non dobbiamo vendere il nostro lavoro ma lavorare e vivere perché vivere è il nostro lavoro principale.

Non siete un po’ stufi di sentirmi dire queste cose?

L’unica cosa che non c’è in questo libro, sono le formule magiche. Non svelo che per lasciare la città e crearsi una vita e lavoro altrove bisogna fare un rito con la luna piena urlando abracadabra dal tetto di casa. Magari funziona, ma non è la strada scientifica o comunque non è quella che conosco io. Nel libro di formule ce ne sono, tante, metodi per applicare le formule anche. Ma formule magiche, mi spiace, non ne ho.
O sì, forse una ce l’ho, in prestito da Thoureau, “C’è un solo tipo di successo: quello di fare della propria vita ciò che si desidera.” (Diario, 11 giugno 1856)

QUI la scheda del libro con l’indice completo e le prime 7 pagine

____

* carta FSC: L’Autrice e l’Editore partecipano alla campagna di Greenpeace per l’uso di carta proveniente solo da piantagioni gestite con criteri di sostenibilità ambientale e mai da foreste primarie.

Postato in decrescita, fai da te & autoproduzione, Libri, Orto bio, Stili di vita sostenibili | 64 Commenti

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10/2010

La lezione di Fukuoka è anche “soltanto vivere, qui e ora.”

Qualunque cosa la gente mangi per vivere, qualunque cosa la gente creda di dover mangiare per vivere, è solo una cosa pensata. Il mondo che c’è è tale che se la gente mettesse da parte la propria volontà umana e invece si lasciasse guidare dalla natura non ci sarebbe nessuna ragione per aver paura di morire di fame.

Soltanto vivere, qui e ora: questa è la vera base della vita umana. Quando un’ingenua conoscenza scientifica diventa il fondamento dell’esistenza, la gente si mette a vivere come se dipendesse solo dagli amidi, dai grassi e dalle proteine, e le piante dall’azoto, dal fosforo e dal potassio. E gli scienziati, quanto più profondamente indagano la natura, quanto più lontano ricercano, alla fine arrivano solo a rendersi conto come sia perfetta e misteriosa in realtà. Credere che con la ricerca e l’invenzione l’umanità possa creare qualcosa di meglio della natura è un’illusione.

Masanobu Fukuoka, La rivoluzione del filo di paglia, 1975

Così ho chiuso il libro, frullato un po’ di frutta di stagione e sono uscita a vedere cosa facevano le nuvole e le luci sui colori autunnali. Ho incontrato piccole radure illuminate dall’ultimo sole  di un pomeriggio già autunnale, cavalli allo stato brado, campanule delicate, more selvatiche un po’ asprigne per merenda, caprette, funghi, fate e gnomi, luci, luci, luci e nuvole che verso casa hanno creato un tramonto magico. E qualche spunto divertente da un percorso ammazza-ciclisti.

Postato in Giorno per giorno, Libri, Ricette 7. Ricette crudiste, Stili di vita sostenibili, Vita da veg* | 20 Commenti

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