Passeggiando per il Vegfestival

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10/2010

Passeggiando per il Vegfestival

Finalmente ho il tempo (e gli occhi!!!) per pubblicare un po’ di foto con persone e informazioni interessanti che ho trovato al Vegfestival. Ci tenevo particolarmente perché oltre ai vecchi amici ho trovato anche alcune nuove persone veramente in gamba che fanno le cose con il cuore invece che con il portafoglio. Ovviamente non starò ad annoiarvi con acquisti necessari da Ganjamaica che ovviamente ci sono stati (portafoglio e piattina a tracolla in fibra di canapa e semi di canapa sativa per uso alimentare a go-go!). Tanto da loro compro sempre. E non vi annoio nemmeno con banali acquisti personali da toelettatura, ma vi segnalo al volo D’Aymon/s Natural Erbe con uno stupendo sapone di Aleppo con stagionatura 12 mesi e 25% di olio di alloro che mi sono accaparrata subito, da nota fan del sapone di Aleppo quale sono. E per fortuna, perché l’unico che ho visto poi al SANA aveva l’aria triste e contraffatta del sapone di Aleppo da supermercato. Sorvolo anche sull’aver comprato l’ennesima sportina dipinta a mano, questa volta con l’agnello che dice “Sono come te”. Ma ho una buona scusa: verrà regalata alla neo-veg-zia-settantenne :D   (sìsì, proprio così. Temo di averla presa per sfinimento!)

Ma volevo farvi vedere delle cosine e delle personcine….

per esempio il grande, mitico, ineguagliabile Parva. Un’anima molto profonda e grande. Ci saremo riabbracciati dieci volte tra la perplessità degli astanti ma che ci devo fare, ognuno ha i maestri che si merita. Per me l’approvazione di Parva supera qualsiasi premio. Come dice lui, “siamo vicini, uniti nel fiume della vita”. Snif.
Parva ha portato al Vegfestival il basilico (di Shiva), la stevia, la perilla, un sacco di piantine da orto e l’okra, quella specie di peperoncino che vedete in primo piano sul banco. Ve ne parlerò prestissimo, è una pianta per il futuro! Per chi ha partecipato al gruppo di acquisto della stevia sul forum di Orti e giardini naturali, lui è il nostro natur-fornitore che ha omaggiato tutti anche di brochure autoprodotta con storia e proprietà della stevia :)

Vicino a Parva, e la cosa secondo me non era troppo casuale dalle parti del Karma o giù di lì, c’era un’altra anima bella: Rosanna o meglio Patatino Store. Patatino intanto esiste davvero, è il micio adottato anni fa e dà il nome al negozio, a quanto pare è un boss esigente e sornione. Lei aveva in braccio un altro patatino, un piccolo cagnolino vecchietto strappato al canile. Così chiacchierando ci siamo stra-informati su rimedi olistici e terapie alternative per i due pelosi di casa, sui pro e contro delle crocchette vegan e su mille altre cose. E’ veramente difficile trovare una persona così preparata tra chi commercia in alimenti per animali… diciamo che non è esattamente un campo in cui il veganesimo è molto presente ;) E poi è un’altra fan del viola… ci siamo trovate in pratica! Anzi, ha anche quasi indovinato chi fossi perché è andata avanti a chiamarmi ‘la ragazza tutta viola’ :D   Inutile dire che l’abbiamo assoldata come nuovo fornitore per i pelosetti.

Altra interessante scoperta è stata la coppia veg che ha fondato GranVeg e inventato la linea Fry’s. Gli assaggi mi hanno detto tutti che erano ottimi (io purtroppo avevo appena finito di pranzare, non ce la facevo proprio) e unanime acclamazione per l’hot dog. Ho visto qualcuno con le lacrime agli occhi dire “erano quasi dieci anni che sognavo un hot dog vero!”. Chiaramente, tutte proteine vegetali ogm free. Purtroppo essendo surgelati la distribuzione è ancora un po’ limitata a chi ha il banco frigo. Riforniscono però i GAS e diversi ristoranti, in più se il vostro bio-negozio ha il banco surgelati, chiedetegli di ordinarli perché ne vale veramente la pena. Come sempre, per fare ottimi prodotti vegan, ci vogliono almeno dei vegetariani,  non un consiglio di amministrazione di vecchi carnivori bavosi ;)

Altra meravigliosa scoperta sono state le ragazze di Vegusto. Giuro, volevo abbracciarle e metterle in valigia, portarmele a casa e rinchiuderle nella mia cucina, a mia disposizione! Fanno TUTTO e quando dico tutto, intendo proprio tutto tranne le pulizie (ma tanto da me passano di continuo i rappresentanti della Folletto). Fanno tutti i prodotti a base di seitan, dai burger agli affettati e sono buonissimi. Poi fanno dei formaggi vegan notevoli come il No-Muh che conoscevo già per altri canali, la maionese vegetale davvero buona (non la solita crema di farina al limone!) e anche gli alimenti vegan per animali!! Quelli che vedete sotto sono per cani, quelli per gatti li avevano purtroppo finiti ma mi hanno dato un paio di campioncini che provvederò a testare. Ora non è il momento, i pelosi sono sclerati per il cambio di clima, non si capisce quando non mangiano perché non gli piace o solo perché hanno il capriccio meteropatico. Mi sono fermata a chiacchierare con Raffaella (che non sa di aver rischiato il rapimento seduta stante) e si è rivelata un pozzo di scienza sull’alimentazione animale e gli alimenti vegetali in genere.

Quella nella foto con i guantini invece è Karin che dispensa assaggi di formaggi e affettati gustosissimi.

E questo è il Vegusto per cani. La particolarità rispetto agli altri mangimi è che è umido (e quindi non le solite crocchette) ed è arricchito da Vegedog TM, una miscela di vitamine e minerali ideata  dal veterinario americano James A. Peden in vent’anni di ricerca.

Purtroppo dovendo fare due corsi non ho potuto partecipare a molti eventi – sigh! – e ho saltato la conferenza di Isabelle dove dovevo anche prendere appunti per due amiche – sob!- ma in compenso sono passata per caso vicino al teatrino dei burattini e sono stata piacevolmente sorpresa. Di solito non mi attirano, forse perché sono stata cresciuta a spettacoli di Gianni e Cosetta Colla, delle messe in scena così meravigliose e magiche che è poi difficile accontentarsi di meno. Al Vegfestival sono stata piacevolmente sorpresa da questo spettacolo animalista che come vedete ha raccolto giustamente una piccola folla. I bambini erano incantati, letteralmente. Recitazione ottima, i burattini molto carini e ben fatti. Tutto ad opera della Compagnia La Vecchia Soffitta. Bravi bravi. Lo spettacolo di burattini era Pierino e la strega.

Qui è uno dei momenti animal-clou: quando il lupo chiede “Lo sai quanti lupi ci vogliono per fare una pelliccia? eh, lo sai? 5 lupi come me! E lo sai, lo sai, quanti ermellini ci vogliono per fare una pelliccia? Cento ermellini!!!”. Si è alzato qualche urletto “noooo cattivi!!”… animalisti in erba :D

Altra cosa che mi è piaciuta, è che l’organizzazione del Vegfestival si è curata anche dei particolari eco-equo-sostenibile quindi niente Coca-cola e caffé dalle piantagioni bombardate di pesticidi, niente plastica non biodegradabile. In alternativa hanno proposto Ubuntu cola (sì, a chi come me viaggia dalle parti di Linux fa sempre un po’ ridere il bere dell’Ubuntu), chiaramente a scelta anche le compagne bollicinate del commercio equo, stoviglie in carta riciclabile e mater-b, persino i cucchiaini del caffé in legno, quindi stesso sacco del biodegradabile :D   Notevole, perché in altre fiere ben più grosse come alcune edizioni di “Fà la cosa giusta”, mi è capitato di vedere il gruppo Coca Cola al gran completo.

Ho infine qualche segnalazione buffa extra-Vegfestival, ma lì intorno comunque.

Per esempio questo è il bar Rumenta in corso Casale. Al banco si alternano un emulo di Johnny Rotten e sua cugina, simpatici e fanno tutto al momento, anche le insalate, con gli ingredienti che chiedete, quindi anche vegan (ci sembrava brutto scroccare di continuo il wi-fi e il bagno solo per un aperitivo). Sono stati la nostra salvezza per il bagno, perché il comune di Torino su questo non brilla… dentro il parco c’erano due bagni chimici su cui stendo un velo pietosissimo e degli altri bagni in muratura con cui non ho approfondito la conoscenza perché già da fuori sembravano il set di Christiane F.

So che non è carino citare qualcuno solo per il bagno, ma li abbiamo scoperti per quello e ci torneremo quando saremo di passaggio a Torino, ovviamente per gli ottimi aperitivi, intanto sappiate che sono aperti dalle 6 del mattino alle 3 di notte e volendo si può mangiare veg :) La nota buffa è che “Rumenta” dalle nostre parti vuol dire “immondizia” mentre loro intendono un gioco di parole tra Rum e Menta. Loro comunque sono tutto tranne ‘rumenta’!

Pare che qualcuno nei dintorni mi abbia beccata, ha capito che sono tutta una montatura e ha piazzato un mio libro tra “Il mondo secondo Monsanto” e “Il club Bilderberg” (ottime letture tra l’altro). Mi è scappato da ridere, ma provo a dare questa lettura: l’orto sul balcone come gesto insurrezionalista contro la schiavitù imposta dalle multinazionali dell’alimentare :D
Che è poi l’esatta lettura, secondo me. Infatti la chiacchierata del venerdì sera al Vegfestival  l’ho cominciata proprio citando Kissinger che nel 1975 disse al congresso americano “Controlliamo il petrolio e controlleremo le nazioni. Controlliamo il cibo e controlleremo i popoli“.   (Io quel libro volevo intitolarlo “Vaffanculo Kissinger” ma l’editore ha ritenuto più opportuno “L’orto sul balcone. Coltivare naturale in spazi ristretti”)

Concludo con i nostri meravigliosi ospiti che non solo mi hanno sopportata due giorni (e non è da tutti!) ma ci hanno anche deliziati con squisiti veg-pancake a colazione! Due di loro hanno fornito una quantità di coccole e fusa da far intenerire anche un orco, quindi mi piace chiudere questo reportage tra il serio e il demenziale con le immagini dei patatissimi Choo (detta Mimì) e Jimmy (… Jimmy Choooooo!!! Ci sono arrivata solo dopo, con una risata!)

Ricordo per quanti si trovassero a Torino in questo weekend che gli eventi del Vegfestival continuano!

Per esempio sabato 2 ottobre c’è l’aperi-cena al parco Michelotti e ci sarà nientemeno che Yari, non ancora stramazzato dalle fatiche (è Bruce Banner, alla fine l’abbiamo capito!) che terrà una demo di cucina vegan a tema autunnale!

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08/2010

PENSIERI SPETTINATI E SOWA RIGPA

Formaggio vegan ai semi di lino

Finalmente terminato il periodo di corse, mi sono fermata qui a riposare un po‘, finalmente ospite di me stessa, con qualche amico che viene a fare altrettanto, qualche altro che bisogna raggiungere e altri che passeranno andando in Toscana, tornando dalla Toscana o passando e basta.

Poi uno dice. La tranquilla vita di campagna. Appunto, dove sta? L’avete mica vista passare?

Ma meglio così. Stamattina si rideva per i primi 4 giorni senza ospiti… l’ultimo weekend pioveva, l’ultima ospite designata ha rimandato e i gatti si guardavano in giro straniti… come, non viene nessuno? Non è venuto nessuno per quattro giorni, pazzesco! E noi con chi faremo le star? E chi ci farà i grattini extra?
Così per un weekend ho anche abbandonato i fornelli, letto, oziato divinamente e letto ancora. Da domani ritirerò fuori il sacro fuoco dell’albelgatrice che è in me e spignatterò per i prossimi ospiti (di domani, del weekend, di… boh, chi passa di qui?). Gioco ancora al b&b come a 6 anni. E’ la mia xbox.

Nella foto, la mia ultima creazione, il formaggio vegan ai semi di lino, fresco e estivo.
Ricetta velocissima: 1 lt di latte di soia autoprodotto, 6 cucchiai di aceto di mele, 2 cucchiai di lievito alimentare in scaglie, 6-7 cucchiai di semi di lino non decorticati, un pizzico di sale integrale, un pizzico di pepe bianco.
Portare a bollore il latte di soia, versare l’aceto di mele e attendere che cagli. Raccogliere il caglio in un colino a trama fitta, sciacquare sotto acqua corrente per togliere l’acidulato dell’aceto, versare in una ciotola di vetro. Unire 4-5 cucchiai di semi di lino e il lievito, aggiungere sale e pepe, mescolare. Mettere 1-2 cucchiai di lino sul fondo della fuscella, inserire il contenuto della ciotola nella fuscella e schiacchiare ben bene con un cucchiaio. Far riposare in frigo almeno 3 ore prima di servire. Il gel sviluppato dai semi di lino a contatto con l’umido della cagliata rende il tutto molto omogeneo e gradevole, molto più morbido e compatto delle normali ricottine vegan. I semi di lino aiuteranno anche nella digestione e sono un toccasana per l’intestino, ma da assumere con attenzione per chi soffre di colite o appendice infiammata.

Mi rilasso zappettando, ma siamo ancora al sovescio per nutrire questo pezzetto di terra abbandonato che più povero di così non si potrebbe. Mi faccio passare lo sconforto con le piante sul balcone, alimentato da banale terriccio universale che però non soffre l’arsura e l’argillosità di questo pezzo di appennino. Mi impunto a non usare concimi animali, resto convinta che si possa, e se questo vorrà dire un anno in più chissenefrega.

Ho di nuovo tempi di lettura dilatati, finalmente. Questo sì che mi mancava ultimamente. Una delle letture più belle ultimamente è stato il libro di Franco Battiato e Giuseppe Coco “Sowa Rigpa. La scienza della guarigione per un’alimentazione consapevole“, Edizioni Infinito. (A proposito, se qualcuno è dalle parti di Catania, martedì 3 agosto presso Palazzo della Cultura – Cortile Platamone, c’è la presentazione con ingresso libero).
Il libro è un lungo quanto interessante dialogo tra i due autori sull’alimentazione naturale, sullo spirito e la mente, sulle loro iterazioni, sulla via per riappropriarsi dell’equilibrio tra salute fisica e mentale che ormai sfugge alla maggioranza. Sowa Rigpa infatti è l’unione di Sowa ovvero guarigione, cura, nutrizione, e Rigpa che vuol dire scienza, conoscenza: “scienza della guarigione”. E’ la Medicina Tibetana, con la sua peculiarità di essere alla portata di tutti, di avere larga applicazione nella vita quotidiana con l’introduzione di equilibrio, armonia e buone abitudini alimentari.
Molti non sanno che Franco Battiato è vegetariano, in Italia non sono cose che si pubblicizzano molto o che comunque tendono ad essere relegate nel novero delle eccentricità dei personaggi famosi. Il suo modo di raccontarlo e di raccontarsi invece è molto bello, profondo, pacato, niente a che fare ovviamente con i vari Brad Pit vegetariani o altri peripatetici holliwoodiani che si dichiarano buddisti.  La consapevolezza e l’equilibrio raggiunto dai due autori è nelle loro parole, in alcune deliziose ricette che spuntano nella conversazione, percorsi alimentari che sono soprattutto percorsi di vita e di ricerca.

A volte ritrovarsi in personaggi che si stima fa bene. A me, caffeinomane più volte redenta e ricaduta, una Maddalena del caffé, fa bene leggere che il Maestro durante le riprese di Musikanten beveva quantità considerevoli di questa che a tutti gli effetti è una droga per il sistema nervoso, una droga che crea dipendenza e assuefazione, squilibrando in buona parte qualsiasi altro proposito di alimentazione corretta. Quindi si può uscirne davvero, mi dico. Delle volte l’esempio è meglio della teoria, anche se la mia amica crudista mi ripete da ben più tempo che bisogna imparare ad ascoltarsi, che sta tutto lì.
Un libro magnifico, un piccolo gioiello.  E poi ci sono le piccole avventure a cui vengono sottoposti tutti coloro che, dediti a un’alimentazione non violenta, si trovano nell’obbligo di mangiare fuori. Come non sentirsi partecipe davanti alla crisi dell’oliva che tocca a tutti prima o poi? “Un paio d’anni anni fa, in un ristorante a Macerata, assaggiando un’oliva… improvvisamente ho sentito milioni di cellule del mio corpo gridare come per ribellarsi. Ho chiesto al cameriere, per sapere cosa ci fosse dentro quell’oliva e mi ha fatto un elenco: carne di maiale, mortadella, salsiccia… Dentro un’oliva c’era una salumeria, in forma atomizzata!“. Poi rido, perché scopro che persino a questi due Illuminati chiedono “ma dove le prendi le proteine se sei vegetariano?”. Persino a loro, non sfugge nessuno a questi luoghi comuni, mi consola.
Ma questo stile libero, leggero eppure profondo lo spiega molto meglio il filosofo Piero Ferrucci nella prefazione: “Parlare di alimentazione è sempre un po’ rischioso, perché si urtano vecchie abitudini e convinzioni molto radicate, e quindi magari si evocano reazioni emotive piuttosto risentite. Io sono un vegetariano, ma non sono militante, e non vado in giro a cercare di convertire al mio credo chi mangia carne. Anche per questo mi è piaciuto questo libro di Giuseppe Coco e Franco Battiato. Perché è tranquillo, non cerca di fare pressione sul lettore. Sono due uomini che si scambiano opinioni sul cibo e sulla cucina dal punto di vista della medicina tibetana, molto attenta agli equilibri e alle combinazioni. Leggendo il libro vi parrà quasi di partecipare alla loro conversazione. La loro cucina è semplice e facile. Io, che non sono un cuoco, ci ho provato, e questi piatti mi sono riusciti abbastanza bene. E poi, sono buoni. “  (I miei prossimi ospiti si preparino: pasta di farro fatta in casa con i miei fiori di zucca e zafferano, è tra le ricette per l’estate)

Giuseppe Coco nel corso della conversazione lo sintetizza ancora meglio: “Il gusto dell’essenziale e della semplicità“.
Poi ci sono tantissimi altri discorsi dentro, l’aspetto olistico delle metodiche tibetane, il digiuno, chi sta attento a comprare tutto bio e poi fa colazione al bar, cani e gatti alle prese con crocchette vegan, il metodo Montignac con un filo di ironia, il grande Franco Battiato che ti pianta lì davanti alla verità fermandoti con un chiodo “La disinformazione ci manda avanti come asini a cui si mostra una carota che non raggiungeranno mai.

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11/2009

I VERI GIORNALISTI VANNO SOSTENUTI

Intanto che mi preparo per ricevere la cittadinanza onoraria dal Castorama e le chiavi dell’Ikea, nel weekend di fai-da-te forzato in cui ho programmato venti lavori di cui solo uno verrà portato al massimo fino a metà, intanto che finisco per davvero la guida sulla germogliazione che ho sbandierato nello scorso post, volevo dirvi che:

e’ passato un anno.

No, non è il trend dei miei aggiornamenti e nemmeno la tempistica di pagamento dei clienti (ma ci andiamo vicino…).

Ieri ho ricevuto l’ultimo numero del mio abbonamento annuale a Terre di Mezzo. Insomma, sembra che ce la stiano facendo e mi pare ieri che scrivevo questo post qui, in mezzo al penultimo trasloco. Snif, momento di commozione.
Oddio, non è che ce l’abbiano già fatta, allegria, e quindi il vostro aiuto non serve più. Ce la stanno facendo. Di 2000 abbonati-fondatori necessari, ce ne sono 1600. Ne servono ancora 400.

L’anno scorso avevo detto che Terre di Mezzo “è un mensile IMPORTANTE. Un mensile nato nel 1994, scritto da giornalisti professionisti e venduto in strada da venditori senegalesi.
E GUAI SE vi vedo fare l’espressione ‘oddio che palle’. Se fate quell’espressione, non avete mai letto Terre di Mezzo.
E’ un mensile bellissimo, pulito, vero, concreto, umano e solidale. Non come tanta carta patinata che sproloquia sull’equo e non fa nulla di concreto. Terre di Mezzo non è un mensile per fighetti. Se sei un fighetto, puoi anche non leggere il seguito di questo post e, a proposito, sei nel sito sbagliato.”

Quest’anno ho da scrivere la stessa cosa, ma di più. Inoltre la veste grafica è migliorata tantissimo, e non è poco, credetemi.
Io i numeri me li tengo tutti e ho solo una considerazione da aggiungere a quanto già detto: ci scrivono giornalisti veri, non come quelli del post precedente, che hanno il coraggio, la voglia e l’intelligenza di scrivere quello che gli altri non dicono. Per esempio gli scaricabarile dei politici, nomi e cognomi, sui fondi per le famiglie degli operai vittime dell’amianto; l’insegnante che fonda l’università della legalità in Calabria; cosa c’è davvero dietro la sanatoria per gli immigrati; i programmi veri di reinserimento per gli ex detenuti; l’abuso di informazioni sull’influenza H1N1; venti mosse per la mobilità sostenibile; il coworking per i giovani professionisti che non si possono permettere uno studio tutto loro; i racconti degli scrittori davvero esordienti e senza raccomandazioni; Srebrenica dimenticata e il ritorno del fondamentalismo… e questo, scusate, solo sfogliando a caso il numero di novembre 2009!

Se non ti abboni, sei un disinformato e non hai più nessun diritto di lamentarti della stampa italiana asservita al potere.

ah, per i soliti bastiancontrari della ‘carta sprecata’, c’è anche l’abbonamento online, ti arriva la rivista in pdf. Però per farti un dispetto ti regalano anche un libro della collana Narrativa di Terre di Mezzo Editore, questo lo devi sopportare. Quante altre scuse troverai ora? Sì, tu, dico proprio a te :D

Sito ufficiale, qui potete leggere anche diverse inchieste: http://www.terre.it/
Abbonamento: http://magazine.specialeterre.it/sezione01/9/

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16
11/2009

TRE SEGNALI DI FUMO DAL BRILLANTE AL FASHION

1. Leggo il nuovo libro di Luttazzi, i monologhi che ha portato nei teatri con Decameron, titolo Guerra Civile Fredda. Notevole, come sempre, ma ci vuole un altissimo livello di comprensione della satira per capirlo, quindi non per tutti. Non è lo Zelig, insomma. Comunque, in fondo ci sono quattordici tavole che illustrano il percorso di vita di una mucca qualunque. COW CRUCIS, il titolo. Come in una via Crucis, i soprusi, le ferite, le angherie e le torture a cui viene sottoposta una mucca di oggigiorno (dico ‘mucca’ non per ignoranza, ma per distinguerla dalle vacche poppute di silicone, altrimenti il discorso diventa troppo ambiguo). Il tutto corredato da brevi descrizioni della stazione della via crucis, che guardacaso si adattano benissimo al percorso della mucca, torturata prima nell’allevamento, poi nel macello. E la risurrezione? Nel big mac, of course. Belle davvero, e Luttazzi è uno dei pochi ad affrontare pubblicamente l’argomento degli allevamenti intensivi. Delle mucche dice “Bisognerebbe onorare il loro sacrificio. Con delle raffigurazioni. Con delle icone. In chiesa ci sono le stazioni della via Crucis, no? In un McDonald’s dovrebbero esserci dei quadretti simili. Con una mucca al posto di Gesù. Più o meno 14 quadretti: 14 stazioni della via Crucis della mucca, la Cow Crucis, con sotto delle brevi didascalie.” Di prossima uscita, il libro Cow Crucis.

2. Sono andata all’Ikea di Bologna. Non mentirò spudoratamente dicendo che sono solo andata a fare uno studio sociologico sui consumi di massa. Mi serviva una cosa che l’Ikea aveva in offerta e in pino naturale non trattato, stando a quanto affermano hanno anche ripiantato i pini usati. Ah, e l’hanno prodotto in Italia, non in Svezia o a Katmandu. Sono andata al bar visto che da tempo l’Ikea ha l’isola delle insalate con anche piatti vegetariani approvati dall’Associazione Vegetariani Italiana. Al bar ho trovato: PANINO VEGAN. Fantastico. Purtroppo il panino vegan era composto solo da pane senza strutto e verdure grigliate. Fine. Ora, premesso che io ho apprezzato moltissimo l’idea….sig. Ikea Italia, vegan non è sinonimo di masochisti! Non si può mangiare un panino del genere, senza nessun condimento, salsa e con dentro delle verdure alla griglia scondite. Provi ad addentarlo lei , sig. Ikea Italia, le si appiccicherà tutto in bocca, formando un bolo insapore di amido e fibra che digerirà il giorno dopo.
Allora: GRAZIE MILLE IKEA PER AVER FATTO IL PANINO VEGAN! SIETE DEI GRANDI! Però metteteci dentro qualcosa che mi possa aiutare a rintracciare una parvenza lontana di sapore e a staccarlo dal palato prima di due ore, grazie ;) Scriverò due righe al sig. Ikea Italia per ringraziarlo ecc., se volete fare altrettanto, potete scrivere al corporate pr di Ikea Italia, rpit(chiocciola)ikea.com oppure al product pr, prar(chiocciola)ikea.com

3. NaturElisa mi ha avvisata che su Glamour di novembre, pagina 298 parlano di me e del mio tofu e seitan fatto in casa. Anche le grandi testate si stanno occupando di autoproduzione, quindi, e non ignorano chi è “powered by tofu”. Notevole, no? (La citazione l’ho messa qui nella rassegna stampa, qui l’accesso diretto, un grande atto di coraggio visto che svela la mia quinta identità segreta e la decima delle mie personalità multiple)

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26
08/2009

PICCOLA PAUSA, FETA VEGETALE E QUALCHE INDIRIZZO

Piccola pausa per scrivere.

L’orto langue e il giardino non ne parliamo. Lo dico subito così non c’è suspence. Ho solo comprato 2 portulache (Portulaca oleracea L.) per arricchire l’insalata e abbellire il balcone… sì, adesso compro le infestanti! Purtroppo tra le infestanti di questo mio nuovo terreno non c’è l’ombra di portulache.. ho dovuto. Più una pianta dell’incenso (Plectranthus) per far seccare le foglie e profumare casa nei mesi invernali e… perché mi sta simpatica. E’ una pianta un po’ dimenticata, sembra rustica ma ha le sue esigenze così mi son detta: valà che vediamo se sei capace di farla fiorire.

Diciamo che ci siamo quasi stabilizzati. Il quasi dipende principalmente dal fatto che il divano non è ancora arrivato (ci si accontenta delle sdraio), il letto è uccel di bosco (fortuna che le reti a doghe si appoggiano anche a terra e lo stile minimal è sempre di moda) e diversi pacchi e cose da montare languono ancora in garage.

In compenso abbiamo finalmente un frigo e un fornetto! E un tavolo grande! E le posate e i piatti e le pentole al loro posto. All’appello mancano tutti i piatti piani, che hanno deciso di nascondersi per una meritata vacanza ma fa niente, per un’insalata nella fondina non mi pare che sia mai morto nessuno. I nostri ospiti hanno mangiato scaloppine di seitan in piatti da dessert e sono ancora vivi!

C’è un però. Ho troppi elementi di distrazione. Anche dalla cucina c’è una bella vista sulle montagne e mi distraggo spesso, invece di guardare la pentola guardo fuori… si cena in media verso le 21, come si fa a resistere al tramonto?!

Ho ricominciato a spignattare, dicevo, ma con cosine semplici. Siccome quando siamo a casa mangiamo insalatone di verdura fresca e semi, come questa qui, ho fatto del feta vegetale da aggiungere, ispirata da Isabelle (che usa il limone e spiega nei dettagli i vantaggi della fermentazione, da leggere!) e da The Ultimate Uncheese Book, regalatomi dalla mia metà che l’aveva trovato citato sul sito di Yari. Me l’ero messo nella mia lista dei desideri dei libri, che però è lunghissima e l’avrei comprato forse nel 2020. Un ottimo libro, ma solo se conoscete bene l’inglese e vi sapete destreggiare con misure americane e sostituzioni di ingredienti da noi introvabili.

IL MIO FETA VEGETALE (VEGAN):

250 gr di tofu
1 tazzina da caffé di miso leggero
1 1/2 tazzina da caffé di acqua
2 cucchiaini di sale integrale (io ho usato il sale integrale di Cervia alle erbe aromatiche …che infatti si vedono galleggiare nel barattolo!)
3 cucchiai di aceto di mele

Tagliare il tofu a cubetti di circa un centimetro. Metterli in una casseruola coperti di acqua e portare a bollore senza coperchio, poi mettere il coperchio e cuocere a fiamma bassissima per 5 minuti. Il risultato è duplice: il tofu si gonfia e questo aiuterà la fermentazione, in più si scalda e questo aiuta l’insaporimento. Nel frattempo preparare un composto con le dosi di miso, acqua, aceto e sale indicate sopra, direttamente nel barattolo che servirà per la fermentazione. Togliere il tofu dal fuoco, scolare bene e inserire ancora caldo nel composto, richiudendo subito. Far raffreddare a temperatura ambiente, poi conservare in frigo per 7/14 giorni prima del consumo, a seconda del grado di acidità che si desidera. A 7 giorni ha già il sapore formaggioso del feta. Se si vuole fare una scorta per averlo sempre a disposizione, è possibile conservare successivamente il feta vegetale in un barattolo grande con olio extravergine di oliva, riutilizzando poi l’olio man mano, anche per condire l’insalata.

Ne approfitto anche per due segnalazioni, entrambi riguardanti Pianoro, BO.

Domenica 30 ci sarà la 1° edizione della FESTA DEL BENESSERE CONSAPEVOLE, Comune di Pianoro, dedicata a: medicine complementari, alimentazione, ecologia ambientale, benessere naturale. L’appuntamento è per domenica 30 agosto 2009 nella splendida cornice naturale del Parco Comunale del Ginepreto in via della Resistenza 201 a Pianoro (BO) con inizio alle 9.00 e termine alle 23,00 circa. Ci saranno: stand gastronomici vegetariani organizzati dalla Proloco di Pianoro, prodotti biologici, mercatino del naturale, artigianato e oggettistica, energie rinnovabili, dimostrazioni gratuite, animazione per bambini. Qui trovate maggiori informazioni.

Io molto molto probabilmente ci vado, visto che sono vicina.

Inoltre devo fare la pace con Pianoro. L’altra sera, reduci da una giornata di super-lavoro, siamo arrivati affamati alla Pizzeria La Tortuga di Pianoro… un’esperienza tutt’altro che positiva! Locale decisamente troppo pretenzioso rispetto al servizio scarsissimo e leeeeentooooo, alla pizza così-così ma soprattutto…. 4 euro di coperto, caricati su 2 pizze da 4 euro!! E 2 euro un caffé! (Ehi, abbiamo sbagliato strada e siamo andati a Cortina!). Il tutto servito in uno spazio all’aperto che a prima vista sembrava carino ma che dava direttamente sul retro delle cucine… ci siamo goduti un baccano da spignattamento degno della mensa di un’acciaieria e il ‘cuoco’ che ogni tanto usciva per grattarsi una balla o il cameriere per fumarsi una siga. Bonjur! Insomma, un posto in cui portare Yari quando verrà a trovarci! :D

Siccome non mi piace chiudere con note infelici, vi faccio una segnalazione per l’anno prossimo: SAGRA DEL FARRO BIOLOGICO a Traversa, frazione di Firenzuola (FI), prima domenica di agosto. Ci siamo passati per caso e ovviamente ci siamo fermati a curiosare. E’ una piccola sagra, ma sulla Strada della Futa, quindi ottima per una gita in cui inserirla come sosta. Per gli onnivori si può anche mangiare, per vegetariani e vegani no, mancava la carne solo nelle patatine fritte. Però abbiamo comprato degli ottimi prodotti fatti con farro da agricoltura biologica, li sto ancora finendo. C’era una specie di ‘offerta fiera’ con una borsata di prodotti Poggio del Farro. Con 10 euro abbiamo preso: 1 pacco da 500 gr di pennette, uno di linguine, uno di gallette e 4 pacchetti di farrotti. I farrotti li ho usati anche per l’insalata di riso, sono buonissimi!

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