CERCARE CASA E TERRENO IN AFFITTO

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07/2011

CERCARE CASA E TERRENO IN AFFITTO

 Il famoso cartello "Beware of the thing" sulla casa della famiglia Addams

Non compro casa se non conosco bene la zona. Quante volte mi sono ritrovata a spiegarlo all’agente immobiliare di turno ogni volta che arrivava la fatidica frase “ma allora perché non compra”?  Conoscere la zona vuol dire viverci qualche anno, almeno. Comprare in una zona che conosci solo per sporadiche frequentazioni è una leggerezza che ho già testato, i risultati sono stati pessimi. Inoltre sono una che si adatta poco: non voglio gli inceneritori, le trivelle, la tav, alta tensione, ripetitori… e vivendo in Italia, al momento, possono piazzarmi uno di tutto di fianco a casa domattina. Quindi:
1) cerco in affitto. Quando arriva lo scempio di turno, io levo le tende in meno di un mese.
2) se dopo aver letto quanto sotto osate chiedermi “ma perché non compri?” vengo davanti a casa vostra con la lanciasassi fotovoltaica

Ordunque, sto cercando una casa con più terreno, visto che in questa zona cercare un terreno in affitto e avere un accento milanese ti manda subito nella categoria “stupido ex-cittadino da derubare”. Queste ricerche però hanno dei lati positivi: vediamo un sacco di posti meravigliosi senza avere la possibilità di andarci a vivere e incontriamo tanta gente nuova che altrimenti non frequenteremmo nemmeno sull’isola di Lost, se fosse rimasta la scelta tra loro e il mostro di fumo.

Soprattutto, quando cerchi una casa in affitto con terreno e non un semplice appartamento, hai il piacere di confrontarti con alcune tipologie di identità sociopatiche e di personalità psicopatiche. Per far progredire la ricerca scientifica, ho grossolanamente diviso gli psico-tipi dei locatori.

TIPO 1 Quelli che hanno esattamente quello che vuoi tu, perché non hanno ascoltato quello che vuoi tu ma devono convincerti che quello che hanno loro è quello che ti serve. Il Tipo 1 è la maggioranza degli agenti immobiliari e buona parte dei locatori. Tu telefoni e gli dici che cerchi una casa indipendente con terreno, anche a parte, in zona collinare o pedemontana. Loro ti portano a vedere tre loft in centro e un garage di fianco al porto.
Al Tipo1 non bisogna mai far notare che non è quello che cercavi: rischi un discorso di un’ora, venti telefonate in settimana anche a orari notturni – Sono le due di mattina, suona il cellulare e uno ti bisbiglia “E il terratetto in corso Roma? eh?”. Vi lascio immaginare le conseguenze psicologiche e di coppia.
Con il Tipo1 l’unica arma è dire “Sì, interessante. Ora ne parlo a casa e le so dire in settimana”. Saluti educatamente, poi a casa distruggi la scheda telefonica, inizi le pratiche per il cambio di nome e cerchi di entrare nel programma di protezione testimoni dell’FBI. Tutto il resto non funziona, ti ritroverà, il Tipo 1 ti ritrova sempre perché non ha finito di spiegarti che non ti serve un orto ma un garage al porto. Ti telefonerà da qui ai prossimi due anni per proporti tutto quello che gli arriva in agenzia o, se non è un agente immobiliare, insisterà con la sua casa finché non cedi o emigri in Groenlandia.

TIPO 2 Quelli che non hanno ancora deciso cosa vogliono fare della loro pietosa vita. Il Tipo 2 mette l’annuncio per affittare ovunque, su tutti i giornali locali e nazionali, su tutti i portali. Del fatto che loro vogliono affittare è arrivata notizia anche tre province più in là, anche in alcune province della Svezia, ma quando sei quasi alla firma e hai disdetto la casa in cui stai, sicura di trasferirti perché vai a firmare il contratto… si palesa il Tipo2. Il Tipo2 ti chiama mezz’ora prima della firma, mentre sei per strada a 300 km da casa tua, per avvisarti che non se ne fa nulla, ha deciso di metterla in vendita.
Tra i migliori, una tipa che si è giustificata con “ho pensato che affittare per me è troppo stressante”. Ma tu non stai bene, fatti visitare.

TIPO3 Quelli che non si fidano ovvero “ho avuto brutte esperienze”. Per affittarti quattro muri spogli vogliono due contratti di lavoro a tempo indeterminato, una fidejussione di un anno di affitto, due mesi di caparra, sei assegni in bianco e un’opzione sui tuoi reni in caso di incidente.
Fatemi parlare per lunga esperienza: quelli che chiedono troppe garanzie sono quelli che troveranno il modo di fregarti. La loro frase preferita è “ho avuto brutte esperienze“. Nel 90% dei casi non è vero, le brutte esperienze le hanno fatte passare ad altri. Per esempio ho avuto un padrone di casa così che non ha voluto aggiustare il tetto, si è allagata la casa e rovinata una quantità di mobili. Il Tipo3 ha intascato tutto il rimborso dell’assicurazione per i miei mobili e arrivederci. La caparra non me l’ha mai ridata, perché i Tipi3 sanno benissimo che fargli causa costa molto di più e ci vogliono anni. Non si fidano di te perché hanno studiano per primi come infilartela in quel posto.

TIPO4 Quelli che i figli non si fidano.
Questa è una nuova categoria, che ho scoperto di recente. Non appena ti accordi con un Tipo4, compaiono i figli. I figli del Tipo4 nel migliore dei casi pensano che siate dei ladri, dei mascalzoni, degli stupratori di vecchi. Poi invece li guardate in faccia e gli leggete ben evidente la domanda “Ammesso che mia madre sopravviva a questa esperienza politraumatica di ricevere l’affitto tutti i mesi, io come posso sbatterti fuori non appena la vecchia schiatta?”. Il Tipo4 infatti è molto amato dai figli, che per il dolore il giorno stesso del funerale passano in agenzia a vendere la casa. Gli inquilini in queste situazioni sono un fastidio. Se un anziano propone una casa, bisogna assicurarsi prima che tutti i figli, i nipoti, i cugini fino al quarto grado e gli amici del bar siano d’accordo. Se no è una perdita di tempo.

TIPO5 Quelli che ti affittano tutto tranne una stanza. Spesso unisce le caratteristiche del Tipo1,  Tipo3 e Tipo4. Categoria potenzialmente pericolosissima. In genere affitta tutta la casa tranne una stanza che tiene chiusa a chiave con le “sue cose”. A volte lo chiama “locale di sgombero”. Oppure affitta tutta la casa tranne il giardino perchè suo padre ci coltiva le rose (proposta ricevuta davvero). Il Tipo5 vi considera così deficienti o così poveracci da non far caso al fatto che, per quanto ne potete sapere, nella stanza chiusa a chiave può esserci la moglie mummificata o un laboratorio per la mescalina, così come non vi fa differenza se un vecchietto vestito da cacciatore dovesse transitare per casa vostra alle 5 del mattino, è solo il padre che va a coltivare le rose. Il Tipo5 è uso lamentarsi con gli amici che non riesce proprio ad affittare.

TIPO6 Quelli che ci ripensano perché devono metterci i cani. Sono super ricchi. Hanno case ovunque. Le affittano per non farle ammuffire. Pericolosissimi. Ti tengono in sospeso mesi per controllare chi sei e quando infine hanno scoperto che sei quello che abita da due anni di fronte a loro e che hai sempre pagato tutto con precisione svizzera, si accorgono che il cane ha fatto i cuccioli. Allora ci ripensano e tu potrai certo capire perché sei animalista, no? La casa con due ettari di terreno gli serve per metterci i cani, che nella loro villa palladiana in stile rococò sporcano. Ma vaff…  Da evitare. Non bisogna dare soldi a questa gente, ne hanno troppi e evidentemente a forza di lifting gli è imploso il cervello.

TIPO7 Quelli che ci ripensano perché devono metterci le mucche. E’ una variante che unisce il Tipo6 e il Tipo4. Questo tipo ha un figlio che, saputo dell’affitto del rustico in pietra appena ristrutturato, obbliga la madre a telefonarti per dirti tutta mortificata e vergognosa che non può più affittare perché il figlio deve metterci le mucche. Suona così patetico che non riuscirai nemmeno a rispondergli. E ti fa anche un po’ pena perché la vecchietta lo sa che il figlio vuole la casa libera da vendere appena lei schiatta.

TIPO8 Quelli che non ti affittano perché tu non frequenti i locali giusti. Soprattutto se vivi in un piccolo paese sui colli bolognesi, devi frequentare i bar del centro. Soprattutto quelli di destra. Se invece frequenti ANCHE un locale bukowskiano da cui passano musicisti, artisti, scrittori e vecchi comunisti bolognesi, dove ti fanno sei tipi di piadina vegan e danno asilo politico all’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, sei fuori dal giro. Felice di essere fuori dal giro, io ho il mondo e voi due stanze ammuffite e vuote.

TIPO9 Quelli che non hanno ancora finito di costruire.
Pubblicano l’annuncio con solo la piantina. Tu dici: ma sì, non saranno capaci di fare le foto. Sbagliato (vedi anche Tipo14), non hanno ancora finito di fare la casa, puoi visitare le fondamenta. Se c’è solo la piantina, bisogna ricordarsi di chiedere sempre se la casa è già finita. In alternativa finisci a fare 200 km per guardare la cartina dal vero, incementarti le scarpe nuove e sentire un’ora di descrizione orale su come sarà la casa. Si trasforma subito nel Tipo1. Devi emigrare o affittare da lui, non ci sono altre soluzioni.

TIPO10 Quelli che giocano all’interior designer. Sono soprattutto donne. Hanno bisogno di riempire una vita di shopping e shopping. Hanno bisogno di attenzione, tanta attenzione. Non hanno mai fatto un beatissimo niente nella vita, a parte parlare a vanvera, arredare (male) le case e comprare. Ti portano a visitare tutta la casa, perfettamente arredata. In ogni minimo angolo, ogni centimetro, non hanno trascurato niente, rischi di morire soffocata dalle nappine. Se obietti che cercavi una casa vuota perché hai i tuoi mobili, si stupiscono: impossibile che siano più belli di questi… e poi le nappine a ogni chiave le hai viste?! Ti prendono sotto braccio e ti fanno vedere la casa tre volte, ti spiegano nei particolari come hanno scelto la stoffa per le tende, quella per i cuscini del divano che si intona con le sedie in cucina, che riprende i colori del cotto, che a sua volta riprende l’interno della cappa del camino e il pulsante sul retro della centrifuga incassata, ma tu la conosci la poesia di Neruda sui pomodori? Due ore minimo di particolari, che si concludono con “cara, ci troviamo proprio bene noi due eh? Hai delle domande?”  (Sì: ti ha mandata mia madre, vero?).
Pericolosissime. Si trasformano in brevissimo nel Tipo1. Non bisogna affittare mai da loro, potresti trovartele ai piedi del letto alle due di notte che urlano “scusa cara, ero passata un attimo a vedere se questa nuova tappezzeria di Mastro Raphael si intona con il divano di Etro”.

TIPO11 Quelli della trattativa riservata. Questi li odio. Profondamente. Perché mesi fa ci dev’essere stato un agente immobiliare che ha pensato che fosse più figo mettere “trattativa riservata” anche per quattro sassi diroccati, così finisci in prima pagina nelle ricerche. Altri agenti l’hanno visto e si sa… Via, tutti a mettere “trattativa riservata”, che fa figo! Così adesso sulla maggior parte dei portali se fai la ricerca per prezzo ti devi prima sciroppare 3-4 pagine di “trattativa riservata” che vanno dall’ex villa toscana del sultano del Brunei a 20 mq senza cesso in fondovalle. Se vuoi sapere quanto costa, devi telefonargli. Loro però non te lo dicono, devi prima vederla. Occhio che sono tutti di Tipo1+Tipo 12… paura!

TIPO12 Quelli che devi prima passare in agenzia. Tu magari abiti a Roma, vedi l’annuncio che ti interessa e chiami per sapere se il sabato ti possono far vedere una casa a Firenze. Risposta: “Eh no, signora, deve prima passare in agenzia”.  ”Mi scusi, non posso venire direttamente in agenzia e a vedere la casa? Abito a Roma…”. Tono di superiorità “Eh no signora, prima venga in agenzia che vediamo bene di cosa ha bisogno”. (AH! Il Tipo1! Maledetto, ancora lui! Salta fuori ovunque.)
Il migliore di questa categoria mi è capitato sabato. Qui vado nei dettagli perché voglio proprio mostrarvi a cosa arriva la perversione del Tipo12.
Dovevo vedere una casa in località Goraiolo, frazione di Marliana, PT. Mentre arrivo a Marliana per una stradina scassata in salita 13% con spazio appena sufficiente per la macchina e niente guardrail, con strapiombo a contatto fiancata, il navigatore perde tutti i satelliti. Sfodero la mia cartina “Toscana” e riesco ad arrivare sulla piazza di Marliana (con i cartelli stradali arrivavo solo a “Cà di Pippo” ma Pippo non era in casa). Cerco l’agenzia all’indirizzo che mi hanno dato e non la trovo. Un vecchietto, ridendosela, mi dice che è ad altri 15 km di quella strada da infarto. Telefono in agenzia, con mezz’ora di anticipo sull’appuntamento, e chiedo se non ci possiamo vedere sulla piazza di Marliana, visto che la casa sta a Goraiolo cioè di fianco, dalla parte opposta dell’agenzia e che il mio navigatore è in coma. L’agente insiste che no, DEVO prima passare in agenzia! “Lei prima DEVE passare in agenzia! poi si va insieme a vedere la casa”.
Ora, so che qualcuno sta già ridendo mentre riporto che uno mi urla nel telefono “Lei DEVE venire prima in agenzia”. Ma spiegherò lo stesso per i neofiti che quando sono io a pagare, non DEVO proprio una cippa di niente. Io ti pago, tu mi vieni incontro. Funziona così. E senza “per favore” puoi avere solo una mia risposta: “Io non DEVO andare da nessuna parte. Finiamola qui che mi son già stufata. Arrivederci” (questo intanto che il mio augusto compagno, probabilmente discendente diretto di Giovanni della Casa, mi gesticolava di mandarlo affanculo apertamente e di dirgli che andava lui a prenderlo in agenzia per fargli fare il ritorno in valle a calci).
Per documentazione, voglio mostrare cosa voleva che facessimo. Perché questo è un caso veramente grave di Tipo12…va studiato.

Vediamo a sinistra la soluzione proposta dal Tipo12: partenza da Marliana, dirigersi per la strada inerpicata a Momigno, in agenzia. Vedere l’agenzia (senz’altro bellissima, imperdibile, sarà già sulle guide Touring), poi tornare a Goraiolo (punto C) tutti assieme allegramente, per la strada inerpicata ma ora in discesa. Totale 25 km da infarto, assolutamente inutili.
Vediamo a destra la mia soluzione idiota: sono sulla piazza di Marliana, troviamoci a Goraiolo, 5 km, e poi semmai, se mi piace la casa, vengo anche in agenzia e mi date anche in omaggio dischi e pastiglie nuove per venire a firmare il contratto.

Tipo13 Quelli del grandangolo esagerato. Dalle foto sembra una magione e il prezzo è adeguato al castello di Windsor, parco compreso. Ma quando vai a vederla scopri che è un appartamento nella Firenze della Minitalia. In cucina si entra uno alla volta, non di seguito, oppure il primo esce dalla finestra. La seconda camera è lo sgabuzzino, cieco. Il soffitto ti arriva a 20 cm dalla testa e se metti una sedia, quello che è uscito dalla finestra della cucina può solo buttarsi di sotto o restare lì imprigionato a vita.
Con il Tipo13 è inutile ogni discussione, anche perché c’è il pericolo che celi un Tipo1. Dite che richiamerete in settimana, buttate la scheda, programma testimoni ecc.

Tipo14 Quelli degli annunci senza foto. Se non ci sono le foto, è un pacco. Se va bene è orrenda, oppure si trova tra una segheria e un deposito spurghi. Lo so, lo so, anche io all’inizio ero ingenua e dicevo “magari il proprietario non sa usare la macchina digitale”. No. Non siate buonisti, il buonismo attira il Tipo14. Il Tipo14 conta su questo tuo buonismo ingenuo. Invece tutti oggi hanno una macchinetta digitale o un cellulare con fotocamera o almeno un amico con tale attrezzatura. No foto = fa schifo. E’ l’unica per evitare il Tipo14.
L’ultimo Tipo14 che ho incontrato (perché sono masochista e la casa era vicina a dove vivo) aveva metà delle finestre con i vetri rotti e aveva realizzato nel sottotetto un secondo bagno. Poi essendo provetto idraulico della domenica, il bagno si era intasato, visibilmente. 3 anni prima. Vi lascio immaginare l’odore per tutta la casa.

Tipo15 Quelli di Pistoia. Scusate, qui mi cala un po’ il rigore scientifico, vado sul personale.  Negli ultimi due mesi dovevo vedere quattro case tra Pescia e Pistoia. Ho beccato: il Tipo12, ovvero il mito della piantina sopra che illustra appunto il tipo12; il Tipo13, con la casa degli gnomi;  il Tipo4 che ci ha telefonato un’ora dopo l’appuntamento in cui ci ha bidonato, per farci parlare con la figlia che voleva sapere che tipo di criminali incalliti eravamo; infine il Tipo2 che dopo aver osannato la sua casa in tutte le lingue e aver spiegato venti volte la strada, ha scritto una email (sì una email!) due ore prima dell’appuntamento per dirci che aveva deciso di venderla. Con quelli di Pistoia proprio non ci si fa!  (con tutta la simpatia per gli amici pistoiesi)

 

E ora sarei io la psicopatica? Solo perché quando mi telefonano per una casa rispondo: “Allora, abito a questo indirizzo. Venga qui, mi citofoni e ne parliamo. Se le andiamo bene, si va a vedere la casa insieme. Prima però mi deve firmare un foglio in cui si impegna a non comunicarmi a trattativa in corso che la casa le serve per i cani, per le mucche, per la riserva di marjuana o per una cosa segreta che sa solo lei. Inoltre devono firmare il consenso all’affitto anche tutti i suoi figlioli, sua moglie, il cane, il gatto, le papere, i cugini fino al quarto grado, gli amici del bar e i soci dell’Acli del suo paese. Se no, non si può fare in partenza. E se la casa non mi piace, deve prendersi questa pillolina per scordarsi le ultime 24 ore e ingoiarla insieme al biglietto con il mio indirizzo, in mia presenza“.

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11
06/2011

UNA VISIONE DIVERSA DEL REFERENDUM 12/13 GIUGNO

Oggi, 11 giugno, andrò a parlare di orti insorti a Sasso Marconi, BO. Di orti si può ancora parlarne.
Domani invece sarei dovuta andare a votare, poi partire in velocità per Brutti Caratteri, festival dell’editoria e culture indipendenti a Verona. Andrò solo a votare perché Brutti Caratteri non si terrà per il momento, non sono più disponibili gli spazi. Un’altra manifestazione annullata per spazi che spariscono o vengono dichiarati inagibili dai comuni, salvo poi tenervi altre manifestazioni. Tanto per fare un esempio, è scomparsa, per spazio dichiarato inagibile, “Cannabis tipo forte” a Bologna, la più grande fiera italiana sulla canapa. Salvo poi tenere negli stessi spazi una serie di concerti ed eventi di vario tema.  Favorevoli o contrari all’argomento, la questione è semmai che a queste persone viene tolto il posto per parlare. Gli viene tolta l’ufficialità alla parola, che non è poco: non è la stessa cosa parlare da un blog, da un giornale o da un convegno, davanti a centinaia di persone. Per come sono io, sarei infastidita anche dal togliere gli spazi al raduno dei fan di Topo Gigio. Non è questione di bandiera, ma di censura e la censura non è mai un bene, da nessuna parte.

Così domani andrò solo a votare, nonostante il popolo di cui faccio parte si sia già espresso almeno su uno dei quattro referendum. C’è una differenza però. Quello di domani non è un voto politico e nemmeno un voto su singolo argomento, per come la vedo io. E’ un voto, importante, sul sistema di produzione capitalistico. E’ anche in quest’ottica che andrebbe visto. Premesso che io non sono un’anti-capitalista ma un’anti-consumista che contesta alcuni aspetti del capitalismo, come questi.

La privatizzazione dell’acqua, quesito uno e due, riguarda sostanzialmente la cessione dell’amministrazione delle acque pubbliche a società private e le modalità con cui queste ne trarranno dei profitti. E’ il passaggio di un bene pubblico allo sfruttamento capitalistico da parte di società che in alcuni casi saranno addirittura multinazionali. Il sistema profondamente deregolamentato che abbiamo, permetterà per esempio che multinazionali come la Nestlé, che sono proprietarie già della maggior parte delle acque minerali italiane, possano gestire, attraverso delle loro controllate, anche le acque pubbliche. E’ solo uno degli scenari possibili. Ma pensate alle conseguenze. Potremmo finire come alcuni paesi africani, in cui ho vissuto personalmente la distribuzione dell’acqua e dove spesso l’acquedotto viene chiuso senza che ne venga comunicata la ragione, lasciando intere città alla sete. Per fortunata casualità, circolano sempre furgoni della Coca Cola con vendita diretta: una vera risorsa, perché la Coca Cola lì costa meno dell’acqua minerale. Paesi come il Kenya, dove il turista italiano si rinchiude nel suo villaggio dorato e vedendo che l’acqua scorre dal suo rubinetto, dà per scontato che succeda anche fuori dalle mura del suo resort all-inclusive. Ma non sa che appena fuori da quelle mura, ci sono donne che tutti i giorni devono fare cinque chilometri a piedi per una tanica di acqua e spesso devono appartenere a una moschea per servirsene, perché i pozzi sono controllati in buona parte dalle congregazioni religiose.
Possiamo retrocedere fino a questo punto in Italia? E’ una domanda da abitante del nord, perché chi abita in Calabria o in Sicilia sa bene che senza una cisterna di raccolta non si sopravvive. Nel nostro civilissimo Paese esistono già zone in cui l’acqua viene erogata solo poche ore al giorno e altre zone in cui è necessario, in alcuni periodi, farla arrivare con l’autobotte, a pagamento. Che poi ci siano connivenze tra i distributori di acqua privati e chi decide il razionamento dall’acquedotto, l’ha già stabilito più volte la magistratura.
Se una multinazionale compra l’acqua, compra anche noi, la nostra vita e la nostra libertà. Compra, inserendo un bene pubblico nel sistema di produzione capitalistico.

Le nuove centrali per la produzione di energia nucleare, il quesito tre. Qui la realtà è evidente: appalti da milioni di euro per la costruzione, milioni di euro per la produzione, il tutto ad unico ed esclusivo beneficio di poche aziende, in cambio dello scempio del territorio e del probabile disastro ambientale e umano. Il motivo non è tutto l’elenco dei vantaggi dell’energia nucleare che ci hanno propinato per mesi ma un dato di fatto ineluttabile: tra le tipologie costruttive, quella che sta ai vertici dei guadagni è proprio la centrale nucleare.
Se ora ci sedessimo a tavolino, io e voi, cercando di capire come trarre maggior profitto dalla nostra impresa di costruzione, sceglieremmo di fare scuole? No, profitto irrilevante. Autostrade? Sì e no, ma bisogna fare molti viadotti e gallerie per guadagnare davvero. Palazzi? Forse, ma solo in determinate aree. Ospedali? Già meglio. Intere città post-sismiche? Molto meglio. Ponti di 3 chilometri sospesi sul mare? Decisamente meglio, ottimo. Centrali nucleari? Eureka! Per guadagnare davvero, si fanno le centrali nucleari.
Il fatto che il nucleare sia o meno utile è un discorso che verrà dopo, quando vorremo convincere i nostri concittadini della necessità di costruire venti centrali nucleari. Qui la gallina è la costruzione della centrale e questa gallina ha fatto un uovo: la necessità di energia nucleare. A forza di guardare l’uovo, abbiamo perso di vista la gallina.
Se un palazzinaro un po’ cresciuto o una multinazionale vince il bando per la costruzione di una centrale nucleare, si tratta di un interesse puramente capitalistico, non della produzione di nuova energia per la popolazione. Parlando solo della qualità e quantità dell’energia prodotta o della sicurezza, stanno solo spostando la nostra attenzione sul prodotto secondario. Il prodotto primario, davvero interessante per le aziende, è invece la costruzione della centrale. Non l’energia prodotta.

Legittimo impedimento, il quarto quesito. Impedimento a comparire in udienza, perché si è impegnati altrove per incarichi di governo. Vediamola in un ambito diacronico, piuttosto che nell’ambito sincronico di un presidente del consiglio che ha necessità di salvarsi da alcuni processi.
Noi siamo un Paese in cui c’è un forte afflusso di membri di alcune associazioni legate all’industria, prima tra tutte Confindustria, nel Parlamento. Siamo anche un Paese in cui è molto facile per un imprenditore farsi eleggere in Parlamento: può comprare spazi pubblicitari di diversa natura e qualche favore o servilismo da una certa parte di giornalisti. L’approvazione di una certa massa, in Italia si compra, è un dato di fatto. Basta un modesto programma demagogico basato sulle grida popolari (via gli extracomunitari, meno tasse, computer nelle scuole) per ottenere un’elezione direttamente in Parlamento. La Storia degli ultimi quarant’anni conferma.
Quindi, anche qui il voto riguarda in gran parte il sistema di produzione capitalistico. Un esempio pratico: sono il presidente di un gruppo imprenditoriale, la mia azienda fa una bancarotta fraudolenta dopo che ho spostato illecitamente tutti i beni su miei conti sicuri alle Cayman, semplifichiamola così. Vengo indagato, ma io nel frattempo mi candido e con anche solo il voto dei dipendenti del mio gruppo, vengo eletto. Grazie al mio potere economico mi aggiudico anche la candidatura a ministro nel gruppo di maggioranza, candidatura non votata dal popolo ma a discrezione del gruppo di maggioranza, che ho già sul mio libro paga. A chi ritiene questo processo di elezione molto più lungo, frutto di una carriera politica di almeno vent’anni, ricordo un paio di casi di carriera fulminea: l’attuale Ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, e l’ex presidente del consiglio Irene Pivetti, che venne investita della carica a soli 31 anni: in un comizio a Pontida, lo stesso Umberto Bossi dichiarò che la Pivetti non aveva mai nemmeno avuto la tessera della Lega. Come vedete, è molto semplice e veloce.
Il legittimo impedimento non è altro che un sistema veloce per garantire, attraverso l’attribuzione di una carica politica, l’impunità di grossi imprenditori. E’ il sistema giudiziario che si piega al sistema di produzione capitalistico.

Bisognerebbe concludere con un pensiero di Serge Latouche, economista e filosofo della decrescita, o di Maurizio Pallante, che ha scritto molto e bene sulla necessità di uscire dal sistema di produzione capitalistica. Qui invece vorrei concludere con un pensiero recente del Subcomandante Marcos. So che citare Marcos espone a critiche sommarie di marxismo e che solo le menti più aperte riconoscono nel pensiero di Marcos una visione rivoluzionaria postmodernista, forse la meglio articolata e documentata (senza dimenticare che il Sup è per sua scelta, prima di tutto, un uomo d’azione).  Marcos, in una lettera dell’11 marzo scorso al filosofo Luis Villoro, nell’ambito di uno scambio pubblico su etica e politica, scrive:

La estatua de Hussein, derribada en Bagdad durante la invasión norteamericana a Irak, no fue sustituida por una de George Bush, sino por los promocionales de las grandes firmas trasnacionales. Aunque el rostro bobo del entonces presidente de Estados Unidos bien podía servir para promover comida chatarra, las multinacionales prefirieron autoerigirse el homenaje de un nuevo mercado conquistado. Al negocio de la destrucción, siguió el negocio de la reconstrucción. Y, aunque las bajas en las tropas norteamericanas siguen, lo importante es el dinero que va y viene como debe ser: con fluidez y en abundancia. La caída de la estatua de Saddam Hussein no es el símbolo de la victoria de la fuerza militar multinacional que invadió Irak. El símbolo está en el alza en las acciones de las firmas patrocinadoras.

(Traduzione: La statua di Hussein, abbattuta a Baghdad durante l’invasione nordamericana dell’Iraq, non è stata sostituita da una di George Bush, ma dai cartelloni pubblicitari delle grandi multinazionali. Benché il volto ebete dell’allora presidente degli Stati Uniti sarebbe stato adatto a promuovere cibo da fast-food, le multinazionali hanno preferito erigersi da sole un monumento a un nuovo mercato conquistato. All’affare della distruzione, è seguito l’affare della ricostruzione. E, benché si susseguano le perdite tra le truppe nordamericane, la cosa importante è il denaro che va e viene come deve essere: con fluidità e in abbondanza. La caduta della statua di Saddam Hussein non è il simbolo della vittoria della forza militare multinazionale che ha invaso l’Iraq. Il simbolo sta nel rialzo delle azioni delle aziende sponsor.)

Il rialzo delle azioni delle aziende sponsor, ovvero delle multinazionali dell’acqua, costruttori, imprenditori resi intoccabili, delle stesse aziende dell’attuale presidente del consiglio che impennano o calano in borsa a seconda del gradimento degli italiani per lo stesso, è anche quello che possiamo vedere in questo referendum. Si vota, sostanzialmente, l’approvazione all’ingresso in un sistema capitalistico avanzato, attuato attraverso l’annullamento del bene pubblico e lo sfruttamento esclusivo dello stesso da parte di pochi privati.

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20
05/2011

STATE ATTENTI AL VOSTRO TERRITORIO

Sono appena tornata dall’istruttoria pubblica per la ricerca degli idrocarburi in appennino. Se ne parlava qui non molto tempo fa.

Riassunto: una società americana, la Hunt Oil Company, vuole trivellare la zona appenninica tra la provincia di Modena e quella di Bologna per cercare metano. Il Ministero dell’Economia e Finanze ha già detto “ma certo, perché no? Bellissimo!” e ha rimandato la valutazione dell’impatto ambientale alla Regione Emilia Romagna. Chiaramente qualche comune e qualche associazione è insorta perché verrebbe distrutto un territorio, con relativi rischi altissimi per la salute date le procedure altamente invasive di estrazione. Così si arriva all’Istruttoria Pubblica, prevista per legge, in cui la Hunt Oil deve fornire le sue “controdeduzioni”. In sostanza, deve rassicurare i cittadini e la Regione Emilia Romagna sul basso impatto ambientale e i vantaggi dell’avere un pozzo di estrazione davanti a casa.

Oggi:

Sindaci presenti: Loiano e Calderino, che era anche il comune ospitante quindi… lo contiamo? Gli altri sindaci invece si stavano duramente guadagnando il loro stipendio altrove. Tutti. E’ incredibile quanti impegni ci siano il giovedì alle 18.00, vero?

La Regione Emilia invece ha pensato bene di mandare solo due architetti dell’ufficio tecnico a farsi massacrare dai presenti, che peraltro ne avevano ben donde. A un certo punto mi facevano anche un po’ pena. All’inizio no, all’inizio li avrei voluti attaccare al muro con la sparachiodi e obbligarli a firmare una liberatoria per trivellare casa loro. Poi invece ho capito che non prendevano appunti perché sapevano già tutto e quando facevano finta di parlare tra loro era solo perché la pressione dal pubblico era tanta e non sapevano più dove guardare. Io alla fine li capisco, al posto loro mi imbarazzerei tantissimo a star lì a sostenere delle decisioni che non ho preso io e cercherei almeno di distrarmi giocherellando con l’iphone o mettendo giù la nuova sceneggiatura ipotetica di Star Wars se Darth Vader fosse stato uno hobbit trans.

La Hunt Oil ha mandato un ingegnere toscano che ne sapeva (o voleva far credere di saperne) meno di tutti. Nell’occasione ha scoperto con sorpresa alcune gabole legislative italiane che gli permetterebbero di farsi approvare un piano per la ricerca di un tipo di idrocarburi e passare brevemente a ben altre ricerche (oh! meraviglia!), ha appreso anche che la sua società sarà pure un colosso in USA, ma in Italia è composta da due srl il cui capitale sociale fa in tutto ventimila euro (“ma sono società dormienti!”… e appena si svegliano vedi, trivellano tutto e pagano i danni in noccioline… con ventimila euro di capitale a  responsabilità limitata cosa vuoi ripagare?!). Insomma, una bella serata anche per lui che però ha portato delle slide, questo bisogna dirlo. Sono nelle foto sopra, se qualcuno vuole informarsi sui vecchi template di Power Point: per qualsiasi altro uso non servono.

Bisogna dire che c’era anche il Defranceschi, quello dei commenti qui: è arrivato, ha salutato i suoi fan, ha fatto una domanda al tipo della Hunt Oil, poi se ne è andato. La risposta gliela riferiremo, è arrivata dopo un’ora e mezza che era andato via. Non che fosse un granché la risposta, ma insomma… educazione vuole che quando fai una domanda, ascolti la risposta. Soprattutto se intaschi 2500 euro al mese più spese per occuparti esattamente di queste cose. Io, che invece ero lì gratis, son rimasta fino alla fine. Ma d’altra parte io non pubblico nemmeno le mie foto in mutande su facebook. Non son proprio tagliata per la politica, io.

C’erano due rappresentanti di Legambiente, è la prima volta che – finalmente! – son contenta che esista Legambiente. Stasera gli abbuono la goletta, và. Chiari, precisi, dritti al punto e senza troppi fronzoli. Bravi.

C’era tanta gente comune e rappresentanti locali. Erano i più preparati, a parte quelli di Legambiente sopra. Parecchia gente con documentazione al seguito, idee chiare e voglia di difendere il proprio territorio. Un piacere ascoltarli. Purtroppo, sembra che non saranno loro a decidere.

In sostanza: sappiamo quello che sta succedendo, quindi state attentissimi nei vostri territori. Queste aziende arrivano, aprono in Italia delle srl con un capitale minimo, presentano progetti che il Ministero dell’Economia per qualche motivo approva. Attraverso una serie di facilitazioni legislative devastano i territori in cui trivellano (è già successo in Abruzzo e Basilicata, di recente) e se fanno danni non ne rispondono perché hanno il capitale sociale del vostro panettiere. In più pagano delle royalties allo stato, alle regioni e ai comuni interessati solo dopo il superamento di un tot di metri cubi di estrazione… a cui facilmente non arrivano. Quindi non solo guadagnano sul tuo territorio e lo devastano, ma tu ne avrai solo i costi puri: crollo del turismo, innalzamento spesa sanitaria, spese mantenimento strade più elevate ecc.
Cosa si può fare contro questa gente?
In sostanza, i comuni non possono opporsi alle regioni, le regioni non possono opporsi al Ministero MA la gente può fare tanto. Può dire di no. Può prendere a calci nel culo il suo sindaco affinché partecipi a queste riunioni e si guadagni la pagnotta (ringraziate che il mio sindaco ha partecipato e ce l’avevo anche seduto di fianco, sicché rimarrò fuori di galera per ora), può costituire un comitato e presentarsi a tutte le riunioni in merito che vengono tenute nei comuni coinvolti e in Regione, può dire di NO finché le orecchie di questi devastatori non si spaccheranno. Si può fare. Ma attenzione, non affidatevi MAI solo ai politici. I politici per la maggior parte vanno a queste riunioni quando proprio obbligati, fanno la marchetta di presenza e se ne vanno a farsi gli amatissimi cavoli loro. Se va bene gliene frega poco, altrimenti un emerito niente. E’ il nostro territorio, è nostro, non loro. Difendiamolo, si può fare!

In quanto alle trivellazioni & c. scriverò qualcosa di più sensato e dettagliato altrove, a breve, non è questa la sede per farci venire l’orchite a suon di numeri e dati. Però. Una cosa, l’ultima e la più importante.

Il fotovoltaico, mannaggialamiseriaaaaaa! Il fotovoltaico!  Ma che si trivellino il bus del cul in Texas, se proprio ci tengono, ma qui vogliamo il fotovoltaico! E se non basta, spengiamo qualcosa in più, consumiamo meno! Non c’è bisogno di provocare cancri, devastazioni di territori, depressione di aree, frane e radiazioni ionizzanti (leggete le slide, lo dicono loro!!!) per cosa? Il riscaldamento???  Ma stiamo scherzando?

Un pozzo di estrazione metano costa 12 milioni di euro. Sapete quanti pannelli fotovoltaici ci si comprano?

Postato in al volo, Appelli, Boicottaggi, Giorno per giorno, Ma che Bel Paese, Stili di vita INsostenibili | 25 Commenti

13
04/2011

LA DEVASTAZIONE SCIENTIFICA DEL TERRITORIO ITALIA E’ COLPA DI TUTTI

Un’Italia devastata dal cemento, dalle nuove costruzioni che non recuperano nulla del vecchio e dallo scempio costante e reiterato delle zone più belle. Non è che stamattina mi sia alzata con la luna storta, è semmai che questi distruttori del mondo me li ritrovo sempre tra i piedi. Anche sull’appennino tosco-emiliano. Al momento sto dicendo “fortuna che la casa l’abbiam presa solo in affitto” ma questa vita da errante mi sta stancando. Ormai è evidente che in Italia non sia più possibile star tranquilli e ho una mezza idea di chi devo ringraziare.

Su queste montagne mio nonno ci ha passato del tempo importante e duro, non so esattamente dove. A un certo punto si chiamavano Brigata Stella Rossa, avevano in mente un paese democratico, una repubblica fondata sul lavoro e la partecipazione sociale. Su queste montagne ci sono venuta a vivere per scelta, lasciando prima una Milano sociopatica che si stava bevendo il poco verde rimasto in mega parcheggi e pisciatoi per cani, mentre incentivava la pratica del lavorare gratis a colpi di net economy.
Una breve parentesi anche in Brianza, da milanese credevo che la Brianza fosse verde. Ho lasciato anche la Brianza, ammorbata e avvelenata dalle fabbrichette familiari che hanno fatto la ricchezza lombarda e determinato il peggior inquinamento idrico e ambientale di tutta Italia, grazie a consigli comunali di arroganti ignoranti con il verbo del soldo, mai della cultura. La cultura, quella roba da festival del sabato-domenica, giusto perché tira un po’ di gente e dà il tono. La distesa delle fabbrichette invece incessante, fino alla Svizzera. Le code in auto ininterrotte, fino a Milano, perché i cantieri stradali sono fabbriche di soldi, non di strade. E sempre più cantieri, sempre più ipermercati, sempre più spostamenti in auto.

E poi giù, verso il pavese, la Lomellina. La casa da ristrutturare, l’orto, il giardino, qui non ci disturberà nessuno, siamo nel Parco del Ticino, solo per fare le modifiche alle case c’è da impazzire, confiniamo con il bosco della LIPU, cosa vuoi che ci capiti? Capita che la Lomellina sta morendo di cancro.
Capita che non lo leggerete sui giornali, non finora, ma se ci passate vi diranno tutti che in famiglia chiunque ha uno o due casi di cancro. Se non di più. Uno o due a famiglia. Guardate la vostra famiglia e pensate di sottrarne due. Come vi pare?
In Lomellina è normale, perché in Lomellina non si produce solo il riso biodinamico delle Cascine Orsine o il riso biologico dell’Alce Nero e della Riso Gallo. In Lomellina, che vuol dire grossomodo da Mortara-Vigevano a Pavia, ci sono l’inceneritore di Parona, probabilmente uno dei maggiori produttori italiani di diossina, poi ci sono gli impianti a cippato di legno (provate a bruciare un mobile Ikea, tanto per provare che aria salubre vien fuori), altri “termovalorizzatori” di cui 9 nuovi in costruzione, sempre nelle stesse aree.
Ogni abitante della Lomellina dovrebbe leggere questo documento, tra i tanti, redatto da un’oncoematologa. Poi fare le valigie e andarsene sperando che nei cinque anni seguenti non gli succeda nulla in seguito a quello che ha respirato, mangiato e bevuto lì. Ma la maggior parte degli abitanti della Lomellina sono convinti che gli inceneritori portino lavoro, che le polveri sottili non facciano così male, che tutta l’Italia sia uguale, che non ci sia niente di meglio. Vagli a spiegare che no, non è vero, nel resto d’Italia, persino nelle vicinanze delle discariche campane, non c’è una media di 1-2 casi di tumore a famiglia. Non ci credono.
O non ti ascoltano perché sta per cominciare la Prova del cuoco, Forum, Uomini e Donne, Squadra di Polizia, Carabinieri, Ballando sotto le stelle e Un posto al sole. Ah, dimenticavo i Cesaroni e l’altra serie di famiglie felici e gaudenti.
Drogati di televisione, questo sì, come la maggioranza degli italiani. Convinti che se capita qualcosa è perché sono sfigati, il resto d’Italia è una grande famiglia Cesaroni-trullallà. Per due collane di perline e uno specchietto hanno dato la loro terra agli sciacalli, svenduto la loro salute e la loro famiglia, hanno messo in mano i loro figli agli orchi.
Un operaio di Vigevano emigrato vent’anni fa dall’ex jugoslavia mi ha detto “Sono paesi con le fabbriche ma senza le biblioteche“. E’ vero. E ora chiudono anche le fabbriche. Ma non cambia niente: anche con l’evidenza dei familiari che gli muoiono davanti, ogni giorno cliccano per la loro dose da tossicodipendenti, accendono la scatola magica: Prova del cuoco, Forum, Uomini e Donne, Squadra di Polizia, Carabinieri, Ballando sotto le stelle, Un posto al sole, Grande Fratello, Isola dei famosi…le partite! Il calcio! Come gli eroinomani, “spengo quando voglio” e non spengono mai. Almeno gli eroinomani hanno l’onestà intellettuale di ammazzare solo loro stessi.

Siamo andati via da lì dopo aver visto che la lotta con qualche piccolo gruppo locale contro l’ennesimo scempio era inutile: scalda il cuore vedere delle persone come te, che anche in quella situazione cercano comunque di lottare  (ciao bellissimi, lo so che mi leggete ;) ). Ma non siamo in un film di Bruce Willis e alla fine hanno vinto i cattivi, come da copione. Ora sono approvati e in prossima o appena avviata costruzione altri 9 inceneritori come quello di Parona, sullo stesso territorio. Non si registrano invece cali di audience, anzi, le vendite dei decoder per il digitale terrestre sono andate alla grande.
Chi decide di svendere il territorio per due collanine, alla fine, sono sempre quelle ragazze griffate da testa a piedi che si imbambolano davanti al Grande Fratello, quelle paesane cinquantenni permanentate che discutono di ‘Un posto al sole’ come se fossero loro familiari, quei vecchi bavosi burocrati dalla faccia incartapecorita e la pelle spenta che si cannibalizzano tra loro nei consigli comunali a colpi di quinta elementare e che raccolgono voti piazzandoti il figlio alla catena di montaggio dell’azienda dell’amico e la figlia, una di quelle griffate sopra, a fare la cassiera all’Ipercoop, un altro di quei mostri di cemento e aria condizionata che ‘portano lavoro’.
E vanno a votare, e sono tanti. E eleggono altri bavosi vecchi paesani con la terza elementare e la camicia griffata che gli ammazzeranno almeno mezza famiglia a colpi di acqua inquinata, centrali a oli combusti, inceneritori e poli petrolchimici.
Cosa puoi fare contro queste teste? O ti fai in vena anche tu con una siringata di ‘Isola dei famosi’, oppure vai via. Siamo andati via.

Abbiamo scelto bene, questa volta. Benissimo. Qui le centrali non si possono fare, per problemi idrogeologici e sismici. Un rischio sismico banale se ci vivi, il livello 2, ma sufficiente a non metterci inceneritori. Zona isolata, scarso interesse commerciale e industriale. Turismo ma non di massa. Soprattutto gente che capisce il valore del suo territorio, che se lo difende da sempre con le unghie e con i denti. Ma ora è arrivata la Lega e la demagogia populista della crisi per colpa di qualcuno. I marocchini, gli extracomunitari in particolare, che mi dicono che ‘rubano il lavoro’ e non fanno la raccolta differenziata. Guardo attorno a casa mia, ci sono almeno tre italianissime e rispettabili rincoglionite che buttano la plastica nella raccolta sfalci e rami. Un giorno vado al mercato di Monghidoro e un tizio barbuto mi urla in un orecchio “Mandiamoli tutti a casa!” e mi sventola sotto il naso un volantino della Lega contro i marocchini che ci rubano il lavoro. Ma come? Ma se siamo sui colli bolognesi, al confine della Toscana, al centro! Che cosa vuole la Lega Nord qui? La Pianura Padana non finisce 300 km più in su?!

Poi scopro che su Current gira un documentario di tre giornalisti “Occupiamo l’Emilia“, la storia del perché e del come della discesa della Lega Nord in Emilia Romagna. Consiglio caldamente la visione, anche a chi non abita in Emilia (qui il trailer. Si può vedere anche in alcuni cinema, trovate le date sul blog, oppure acquistare il dvd a un prezzo molto popolare). Scopro che il PDL che ama tanto le costruzioni e il cemento è molto presente in Emilia, quella con capoluogo di provincia “Bologna la rossa”: sono presenti in forma di “lista civica”. Non li noti venendo da fuori e poco anche da dentro, soprattutto se devi passare tre ore al giorno a farti in vena con il TG1 e Maria de Filippi. O magari li notano e gli stanno bene così. PDL, lo sappiamo ormai tutti, equivale a cemento. (Chi non lo sa, può aggiornarsi con “La colata. Il partito del cemento che sta cancellando l’Italia e il suo futuro“, Chiare Lettere, 2010).

E così veniamo a oggi. Pensavamo di esserci messi in salvo, dicevo. Relativamente, quantomeno, visto che le emissioni di cui sopra riguardano tutti, mica solo quelli che ci abitano vicino.
Invece proprio nella zona tra Bologna e il Mugello, sui colli, in un posto che Goethe ha definito “una delle parti più belle del creato”, arriva l’amico texano, la Hunt Oil Company che con l’acclamazione dei demagoghi di cui sopra, ottimamente insinuatisi nel tessuto sociale politico locale, ha l’eccezionale idea di far saltare queste valli con gli esplosivi. Motivo: ricerca idrocarburi. E’ una zona di falde acquifere e metano, questa, ci mettiamo un paio di trivellazioni ad andar giù a valle con tutti i paesi.
Diranno la gran parte: “Ma no, dai, controlleranno!!! Queste cose mica le fanno così, senza controlli. Se le fanno è perché hanno visto che si possono fare.”
Cosa rispondere?
Signori cari, la casa di fianco alla mia non si chiama Palazzo Grazioli e quella dietro non è Villa Certosa. Pertanto, credo ai controlli come all’allunaggio dei miei gatti con un peto.
Ho già visto i controlli del Vajont, della Val di Stava, di Sarno… qui andiamo giù tutti a valle se cominciano a far buchi di quella portata ed è tutto grasso che cola per i palazzinari e la protezione civile. Gli appalti di ricostruzione sono affari miliardari, l’abbiamo già visto a L’Aquila, a pochi minuti dalla notizia del terremoto questi ridevano per gli affari in arrivo. Sul sito del Movimento Cinque stelle Emilia Romagna ha trovato spazio la faccenda di queste trivelle che stanno per devastare queste zone. Chi deve decidere, non abita qui. I soldi arriveranno alla Regione Emilia e nelle sue tasche, ma non qui. Quindi fidatevi voi se volete, io no.

Il 21 aprile di quest’anno, segnatevelo, si delibera se distruggere una delle zone più belle d’Italia e probabilmente se ammazzare centinaia di persone in probabili disastri conseguenti. Questa zona, guardatela.

Nota: se non si fosse capito, a me non importa un fico secco di perdere il consenso di quei lettori che votano come sopra, non sono quel genere di blogger, autore o webqualcosa. Non c’è solo un mondo fatato di ricette vegan là fuori, o almeno non solo quello. La misura è colma: se uno è cretino e mi vuol far morire di cancro, se lo sente dire in faccia, mi pare il minimo. E le notizie sugli orti se le può trovare altrove, l’Italia è piena di corsi a pagamento su come infilare un seme nella terra, va di moda. Io invece vado al sodo: la realtà è quella sopra. Pensateci ;)

Postato in Giorno per giorno, Ma che Bel Paese, Pro consumatori, Stili di vita INsostenibili | 70 Commenti

22
01/2011

UN POST DA IGNORARE

biancospino con ghiaccio

Vi sono mancata un pochino? Eddaii…

A chi si è chiesto se mi ero stufata di scrivere o se ero scappata di nuovo sul Kilimanjaro, o se avevo finalmente deciso di riabitare qualche paese diroccato sull’appennino, devo rispondere che la realtà è molto più banale.

Ero impegnata a farmi derubare dall’Agenzia delle Entrate, nonché a rappresentare dal vivo una versione adattata de “La concessione del telefono” di Andrea Camilleri (una costruzione narrativa magistrale, mi sono sbellicata alla prima e alla seconda lettura).
Nella mia rappresentazione però c’era meno da ridere e non avevo nemmeno l’amante. L’avventura con l’Agenzia delle Entrate in compenso è durata parecchi mesi: l’AE vuole dei soldi, alcuni sono dovuti e altri no, ci sono degli errori. Quando succede questo, cioè quando ti chiedono qualcosa che porcamiseria non gli devi proprio, devi fare ricorso in autotutela per fargli correggere la sanzione.
Ma questa particolare sede dell’AE (beninteso che non sto parlando di Bologna ma di un bruttissimo posto dove ho vissuto in precedenza) il ricorso non lo accetta, secondo loro le sanzioni sono tutte giuste. Allora la legge dice che in questi casi, se sei proprio certo che si tratti di un errore, devi fare ricorso in commissione tributaria.
Facciamo però un breve calcolo: il ricorso in commissione tributaria prevede un avvocato, non si può senza. In questo caso addirittura fuori regione. E viene fuori così che costa uguale pagare le sanzioni-non-dovute o fare ricorso, anzi, pagando le sanzioni-non-dovute risparmio.
In più, mi spiega l’avvocato, qui siamo di fronte allo Stato (giudice della commissione tributaria) che deve decidere se hai ragione tu o lo Stato. Ma dai! E’ geniale questa trovata! Così la maggioranza di chi finisce in commissione tributaria, guarda che caso, perde e deve pagare anche le spese legali sue e dell’AE.
Siccome io alla lotteria non sono particolarmente fortunata e in questo caso particolare dovevo affidarmi all’interpretazione della legge Bersani che, obiettivamente, è scritta con l’organo sessuale di un cacciatore con l’encefalite spongiforme, ho deciso di non rischiare di pagare il triplo. Già l’errore normale è nell’ordine delle migliaia di euro, il triplo finirei di pagarlo a ottant’anni.

Però. Sono certa di aver ragione, c’è un errore, lo dice anche l’avvocato. Ho ragione ma pago lo stesso. Dico sconsolata a un altro amico avvocato, “però sai che è particolare questa cosa… l’errore è per una cifra che corrisponde al minimo tabellare per una causa in commissione tributaria più le spese legali…“.  L’amico, che ormai vive fuori dall’Italia beato lui, mi risponde che di questi errori ce ne sono parecchi e quasi tutti decidono di pagare piuttosto che far causa, tanto chi fa causa perde e paga il triplo.

Ecco, come ha scritto Sandrone Dazieri in “Gorilla Blues“, ci siamo addormentati in Italia e ci siamo svegliati nel Cile di Pinochet.  (Il libro non è male, tra l’altro uno spaccato piuttosto realistico dei fatti del G8 di Genova).

Cerco di tirarmi su di morale ricordandomi che non lavoro a stipendio ma in proprio, che grazie a me stessa posso sfiancarmi di lavoro fino a guadagnare tutti i soldi che servono a pagare queste sanguisughe di burocrati. Mi spiace per la decrescita e il PIL, ma qui se non pago mi portano via la sedia scassata da sotto il sedere. Quindi lavorerò di più e pagherò queste sanzioni-errate. Ma sai qual’è il bello? E’ che più lavoro e più devo pagare tasse, sempre all’Agenzia delle Entrate chiaramente.

Ho pensato di fare la valigia e andare a vivere alle Hawaii ma poi ho pensato che tutti mi avrebbero puntato il dito: solo i codardi scappano! Bene, sono rimasta, eccomi qui.

Oggi con orgoglio e partecipato senso civico, nonché alto senso dello Stato posso dirvi fiera: sì, ho pagato io la scorta per portare le mignotte a fare il bunga-bunga! Ah, come sono orgogliosa, sto scoppiando di fierezza! Non vedo l’ora di ammazzarmi di lavoro per pagarne altre!

Intanto, per inciso, nel mio comune che sta a 750 mt ci sono 50 cm di neve e niente sale per le strade, non ci sono soldi per il sale (9 euro a quintale). Per fare la salita fino a casa abbiamo rispolverato i lancia-ragnatele dell’Uomo Ragno.

Postato in decrescita, Giorno per giorno, Libri, Ma che Bel Paese | 36 Commenti

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