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Consumo consapevole

primavera, crochi viola
Consumo consapevole, Giorno per giorno, Sviluppo personale

Primavera, decluttering materiale e mentale

Mai come quest’anno la primavera è così benvenuta da queste parti!

La tristezza e la stanchezza di un inverno pieno di disagi stanno lentamente lasciando il posto a qualche ora in meno di accensione stufe, alle prime verdure che sorgono spontanee nell’orto e a una maggiore chiarezza mentale.

I discorsi sull’andare via o meno dall’Italia continuano ma, un po’ come questi bellissimi crochi appena spuntati, le discussioni sullo scorso post hanno portato qualche nuova idea e una bella energia. Per ora è tutto molto nebbioso, ma stiamo mettendo ordine in quello che vogliamo fare in futuro. Se andare o restare, non l’abbiamo ancora deciso. Abbiamo deciso però di darci un limite di tempo entro il quale fare alcune cose concrete per poter decidere se valga la pena restare e continuare a impegnarsi per questo Paese.

Come sempre, quando devo prendere decisioni importanti o mi sento sotto pressione, inizio a risistemare casa ed eliminare cose superflue. Era un bel po’ che non lo facevo, forse dall’ultimo trasloco, ormai due anni e mezzo fa. Nel frattempo, si è accumulato di tutto. Visto tra l’altro che, nel caso decidessimo di emigrare, dovrei traslocare tutto, è meglio che il “tutto” si riduca all’indispensabile.
Così sabato mattina mi sono dedicata all’arte del decluttering o, come diceva mia nonna, “fèr Sàn Martèin“, fare san Martino. Ho scoperto di recente che “fèr Sàn Martèin” era un modo di dire della bassa Padana, dalla Lombardia all’Emilia, e riguardava la necessità dei braccianti, una volta l’anno, appunto il giorno di San Martino, di radunare tutte le loro cose e trasferirsi in un’altra cascina. Poi all’inizio del Novecento è diventato il modo per indicare traslochi o grandi pulizie in cui si sposta tutto, mobili compresi.
Io per anni ho pensato che mia nonna dicesse “Fér sarmantèin“; pensavo a uno dei tanti idiomi intraducibili che aveva importato dal dialetto fidentino. Per me equivaleva a fare una gran confusione, tirando fuori tutto, buttando via l’inutile e rimettendo a posto, con più spazio e leggerezza mentale. Ancora oggi, tra me e me non penso al moderno “devo fare il decluttering” ma “è ora di fare sarmantèin“. E ogni volta che lo faccio, ancora oggi, mi aspetto sempre di vederla entrare dalla porta dicendo “Se te se dre a fa cusé? Un Sarmantèin?” (che cosa stai facendo, un San Martino?).
Ma tra il mio lessico familiare del fare Sarmantèin e il terribile inglese “decluttering”, non esiste una parola italiana per decluttering? Per questo tirar fuori tutto, selezionare e riorganizzare gli spazi e le cose in base a criteri di bello e utile? “Riordinare” non rende proprio l’idea, è solo una parte. “Riorganizzare” nemmeno, anche questa è una parte. Insomma, se qualcuno ha una parola adatta, io la userei volentieri!

Senza seguire nessuna teoria in particolare se non il mio metodo personale, ho cominciato dal decluttering della cucina. In genere il mio metodo è questo: Continue Reading

mais ogm in Italia - erbaviola.com
Appelli & Boicottaggi, Consumo consapevole, Giorno per giorno

Il mais MON 810, OGM coltivato illegalmente in Italia. Quali conseguenze?

mais ogm in Italia - erbaviola.com

Molti non sanno che in Italia si sta coltivando mais OGM della Monsanto, il discusso MON 810. Non è legale farlo, no, non lo è. Ma con il sostanziale assenso della Regione Friuli Venezia Giulia, che ha ritenuto sufficiente una banale ammenda amministrativa e una futura e incerta rimozione delle colture a carico degli agricoltori, siamo nella situazione in cui materialmente il mais OGM sta crescendo e sta diffondendo il proprio gene mutato sulle colture non ogm vicine.

La Regione Friuli Venezia Giulia, in realtà, non ritenendo sufficiente il decreto del 12 luglio 2013 del Ministero della Salute [1] che vieta la coltivazione di mais MON 810, si è mossa. Visto che pareva non venire rispettato da alcuni agricoltori del posto, ha deliberato il 28 marzo 2014 [2] introducendo una moratoria alla semina di OGM nel proprio territorio, con particolare riferimento al MON 810. Il problema non è quindi l’assenza di leggi, ma il rispetto di queste.

Le colture vicine, alcune isolate per il biologico, vengono contaminate irrimediabilmente. Se ci saranno dei controlli, gli agricoltori che fanno mais nei dintorni, avranno l’impossibilità di vendere il raccolto e dovranno distruggerlo. Ma se non ci saranno controlli da parte di enti certificatori (e in Italia purtroppo i controlli a campione sono rari) possiamo essere certi dell’immissione sul mercato italiano di mais OGM.

Oggi, 26 giugno 2014, diversi agricoltori del Coordinamento per la Tutela della Bio-diversità si trovano davanti al Consiglio Regionale riunito, per chiedere il rispetto delle leggi già esistenti. Il problema è infatti che il mais MON 810 viene coltivato in Friuli. “L’ogm in questione, prodotto dalla multinazionale Monsanto (azienda finita più volte al centro di polemiche a causa della tossicità dei suoi prodotti), viene infatti seminato e raccolto senza troppi problemi da un gruppo di agricoltori locali, capitanati dall’imprenditore agricolo Giorgio Fidenato“.[3]

Com’è possibile che una coltivazione vietata venga fatta su larga scala, sotto gli occhi di tutti? Chiediamoci allora come agisce la Monsanto per introdurre le sue sementi nei paesi a cui è interessata. Paga e fa leva sull’ignoranza, due ambiti in cui in Italia possiamo stabilire dei primati. Il fatto che questo comportamento sia dannoso e lo sia in modo consapevole sia da parte degli agricoltori che si prestano a queste colture che da parte delle istituzioni è lampante. Abbiamo ormai un’ampia casistica di come la Monsanto si è mossa nel mondo degli OGM senza alcun riguardo per l’etica e per la salute umana [4].
Sappiamo anche che più volte e in più modi ha manovrato direttamente dei governi, come l’amministrazione Bush, e degli organismi internazionali di controllo come la WTO: comprando voti, finanziando campagne elettorali, esportando sementi OGM in paesi europei dove non è consentito, convincendo agricoltori a infrangere le leggi e qualche amministrazione a non intervenire, dando il via a contaminazioni di cui tutt’ora non conosciamo l’entità, la pericolosità e solo in parte il danno.
Materialmente, trovano una falla di sistema, qualcuno di convincibile: qualche agricoltore, magari in una regione poco attenta o con persone dell’amministrazione che per ignoranza, o pigrizia, o peculato, possono ignorare la questione o procrastinarla. Ed ecco che la semente OGM entra in circolazione, contamina le coltivazioni vicine in un effetto domino che arriverà anche a coltivazioni più lontane. E comincia il danno.

Nel caso di oggi del Friuli-Venezia Giulia, l’agricoltore si chiama Giorgio Fidenato [3] e guida un gruppo di agricoltori che, contro la legge italiana che vieta l’uso di sementi OGM, hanno deliberatamente seminato il Mais MON 810 fornitogli dalla Monsanto. L’agricoltore pare sia già stato sanzionato per 40mila euro circa, ma la cifra per un agricoltore è ridicola: equivale a una multa per divieto di sosta per un impiegato medio e c’è anche un’ottima possibilità che la possa pagare con qualche sovvenzione italiana o europea per l’agricoltura. Una scocciatura, in pratica, ma niente che gli blocchi l’attività o fermi almeno queste coltivazioni. Gli è stato anche intimato di rimuovere le colture, colture che però ormai sono quasi pronte per la raccolta, hanno sicuramente già contaminato i campi vicini e sono ancora lì a ondeggiare nel vento.

Dove sta la pericolosità negli OGM? Cercando di essere il più semplici possibili, per creare una pianta OGM, dei geni estranei vengono introdotti nella pianta e per separare le piante che hanno incorporato il transgene da quelle che non l’hanno fatto, vengono utilizzati dei marcatori della resistenza agli antibiotici. Le cellule delle piante geneticamente modificate vengono fatte crescere in un mezzo che contiene un antibiotico: quelle che muoiono sono quelle con il gene senza il marcatore dell’antibiotico, quelle che sopravvivono contengono il marcatore di resistenza all’antibiotico, il gene e il transgene introdotto.
I problemi già qui sono principalmente due: il marcatore di resistenza all’antibiotico resta e in più c’è una totale impossibilità di prevedere quale sarà l’esatta collocazione del gene nel cromosoma.
Che l’ingegneria genetica sia precisa e perfettamente prevedibile è infatti una leggenda metropolitana.
Un’altra leggenda metropolitana spacciata per vera da alcuni giornali di divulgazione di massa, è che l’ingegneria genetica faccia lo stesso lavoro dell’ibridazione manuale ma in un tempo minore. La leggenda sostiene che, se per ibridare una pianta rendendola più resistente o diversa ci vogliono selezioni di anni, a volte secoli, la moderna genetica ci permette di farlo in pochi mesi. Nulla di più sbagliato, l’ibridazione naturale e gli OGM sono ambiti diversi. L’ingegneria genetica infatti ricombina materiale genetico proveniente da specie diverse che in natura sarebbe impossibile o estremamente difficile ibridare, spesso ricostruendo in laboratorio molecole simili di una specie da impiantare in un’altra. Gli effetti di questi impianti transgenici hanno effetti imprevedibili a livello fisiologico, biochimico e dell’ecosistema. Imprevedibili, non prevedibili, potenzialmente molto dannosi.

Vorrei proporre, come esemplificazione necessaria di quello che può succedere, il caso dell’agricoltore Gottfried Glöckner, un caso ampiamente documentato [6]. Gottfried Glöckner cominciò ad usare il mais OGM BT-176 prodotto dalla Syngenta (fusione delle divisioni agricole di Novartis e AstraZeneca) pensando di migliorare le proprie coltivazioni e il mangime per gli animali che allevava.
Il mais BT-176 è prodotto con l’introduzione di una tossina del Bacillus thuringiensis, tossina che dovrebbe eliminare la piralide del mais (Ostrinia nubilalis) e la la diabrotica (Diabrotica virgifera virgifera) e permettere una resa del 100% del coltivato, contro l’80% della media europea danneggiata da questi insetti. Il presupposto di partenza è che la tossina sia letale solo per gli insetti che danneggiano il mais.
Glöckner, agronomo laureato, ha raccontato di essere stato entusiasta nel cominciare l’esperimento nel 2001 e poi felice della resa di questo mais nei suoi campi che mostravano coltivazioni sane e abbondanti. In accordo con la stessa Syngenta e grazie ai suoi studi, documentava tutto come esperimento positivo.
Il mais così prodotto veniva utilizzato solo per i capi del suo allevamento. Dopo i primi tre anni di coltivazione in aumento progressivo e somministrazione  progressiva del mais BT-176, gli animali cominciarono ad ammalarsi seriamente e a morire. Prima di capire che la causa era il mais OGM che dava come mangime agli animali, perse tutti i capi dell’allevamento.
Diversi studi scientifici e laboratori indipendenti coinvolti nella ricerca, hanno stabilito che la morte dei 70 animali tra cui vacche da latte avvenuta nell’allevamento di Glöckner era dovuta all’alta concentrazione di tossine contenute nel mais OGM, tossine che la Syngenta riteneva non poter essere ancora presenti nel mais una volta raccolto.
In quei tre anni di malattia progressiva degli animali, però, il latte delle mucche di Glöckner era stato venduto regolarmente ed è ipotizzabile che ignari consumatori siano stati vittime di un prodotto OGM, senza che sia possibile stabilire a posteriori un nesso certo di causalità nel passaggio o nell’effetto di questa tossina tra pianta-animale-uomo.
Nonostante la Syngenta non abbia mai ammesso le proprie responsabilità e neghi la permanenza di questa tossina nel mais OGM Bt176 , molti istituti di ricerca affermano il contrario. Uno in particolare, l’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia Geobotanica di Zurigo ha esaminato il mais prodotto da Glöckner riscontrando che, non solo le tossine erano presenti in alta concentrazione ma “hanno una forma estremamente attiva e incredibilmente stabile“. [7]

Il mais ogm BT176 è tutt’oggi in uso, avendo dato la Commissione Europea un’opinione di supposta non pericolosità, derivata dagli studi compiuti dal Gruppo GMO dell’EFESA che sostanzialmente sposano il parere della Syngenta, il produttore. L’EFESA è la stessa che dava parere negativo all’uso della stevia, finché le multinazionali non hanno ritenuto meglio produrre dolcificanti a base di stevia.

Il mais MON810 coltivato in Friuli è molto simile al BT176:  è prodotto anche lui con l’introduzione di un gene del Bacillus thuringiensis, che fa produrre alla pianta una tossina letale per la piralide del mais. Suona familiare la storia? Infatti è la stessa delta-endotossina o endotossina Bt del mais BT176 del caso Gottfried Glöckner.

Lo mangereste questo mais, nel dubbio? Come fate a controllare che non sia presente in altre forme nel cibo che consumate?

E’ per questo che si rende necessario e urgente fare in modo che le leggi vengano rispettate e nel minor tempo possibile.
E’ per lo stesso motivo che bisogna vietare anche le colture artificiosamente chiamate “sperimentali”.
Le colture sperimentali di OGM in Italia non sono altro che ponti creati ad arte dalle multinazionali come Monsanto per introdurre gli OGM stabilmente, facendo leva nient’altro che sul bisogno disperato di soldi di qualche università, di qualche professore, di qualche politico.

 

— Note—

[1] Ministero della Salute, Decreto 12 luglio 2013, “Adozione delle misure d’urgenza ai sensi dell’art. 54 del regolamento (CE) n. 178/2002 concernenti la coltivazione di varieta’ di mais geneticamente modificato MON 810. (13A06864)” pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 187 del 10 agosto 2013

[2] “Disposizioni urgenti in materia di OGM e modifiche alla legge regionale 23 aprile 2007, n. 9 (Norme in materia di risorse forestali)” Regione Friuli Venezia Giulia, Legge n.5 del 28-3-2014

[3] Lino Roveredo del Coordinamento per la Tutela della Biodiversità FVG, intervistato da Stefano Tieri su Il Fatto Quotidiano del 25 Giugno 2014. Qui l’articolo completo.

[4] in italiano: Marie Monique Robin, Le monde selon Monsanto: De la dioxine aux OGM, une multinationale qui vous veut du bien, Arte Editions, 2008. (Traduzione italiana: Il mondo secondo Monsanto, Arianna Editrice, 2009).

[6] La trattazione più esaustiva del caso Gottfried Glöckner è quella contenuta nel testo di Broder Breckling et al., GeneRisk: Systemische Risiken der Gentechnik: Analyse von Umweltwirkungen gentechnisch veränderter Organismen in der Landwirtschaft (Umweltnatur- & Umweltsozialwissenschaften), Springer, 2007. (Sono però molti i testi che riportano l’esperienza documentata di Glöckner, tra cui quello più divulgativo di F.William Engdahl, Agri-business, tradotto anche in italiano).

[7] Ibidem

[8] “Parere relativo alle colture geneticamente modificate (mais Bt176, mais MON810, mais T25, colza Topas 19/2 e colza Ms1xRf1) oggetto di clausole di salvaguardia invocate nell’Articolo 16 della Direttiva 90/220 CEE“, EFESA,  11 aprile 2006

Pentole Bionatural nuove, la casseruola da 20 cm e la olla da 25 cm
Consumo consapevole, Cucina a legna, Giorno per giorno, Ricette

LE PENTOLE BIO IN ARGILLA E PIETRA REFRATTARIA (Bionatural)

Pentole Bionatural nuove, la casseruola da 20 cm e la olla da 25 cm

Uso da anni le pentole in argilla rossa e pietra refrattaria, che ogni tanto sono apparse in questo blog e hanno sollevato qualche domanda. Ma poi non ricordavo mai di scrivere qualcosa a tema come promesso. Ne approfitto ora, visto che recentemente ho postato la foto sopra su facebook e ricevuto millemila domande su queste pentole.

Più o meno un mese fa, con la scusa che un’altra pentola mi si era crepata, sono arrivate a casa nuove nuove queste due bellezze. Da lì è partito il dramma. Sì, forse farei meglio a dire la “drammatizzazione della mia follia”. La foto sopra, un po’ miserina perché fatta con un cellulare, l’ho postata sulla pagina facebook ammettendo che le mie pentole stavano diventando… complementi d’arredo! Erano così belle, appena arrivate, che da una settimana le guardavo e le spolveravo, ma le lasciavo su un ripiano della cucina inutilizzate!
A nulla sono valse persino le incitazioni di chi ha la stessa casseruola delle foto… niente da fare, un po’ con la scusa che non era mai il momento giusto, un po’ ammettendo che mi piacevano anche solo da guardare, le lasciavo lì. “Ancora un pochino...”, mi dicevo, tanto ne ho altri due ‘pezzi’ di altre misure che uso costantemente da anni (la paelliera e il piatto).

In questa allegra drammatizzazione della follia che prende ogni amante della cucina davanti all’oggetto del desiderio, è successo però che molte persone mi hanno chiesto informazioni su questo tipo di pentole, dal perché le uso ai dubbi sulla facilità o meno di cucinare. Così eccomi qui, l’altra sera non solo ho messo in uso la casseruola, ma approfittando del clima ancora fresco e della cucina a legna ancora accesa, mi sono prodotta anche in qualche foto a corredo delle spiegazioni.

Chiarisco subito che non sono pentole esclusive per la cucina a legna: si possono usare su qualunque tipo di piano cottura tranne mi pare quelle elettriche. Ma dove c’è fiamma, si possono usare. Io le uso indifferentemente sulla cucina a legna (senza togliere i cerchi, le appoggio direttamente sulla ghisa) e sui fuochi normali, anzi anni fa ho cominciato a usarle su quattro fuochi che chiamavo “la cucina di Barbie” tanto erano piccoli e scomodi. Quindi le Bionatural vi assicuro personalmente che vanno proprio ovunque. Le mie sono passate ormai per cinque diverse cucine.

 

Pentole Bionatural sulla cucina a legna

Come dicevo, la mia storia con queste pentole comincia tanti anni fa, quando la casa sull’appennino e la cucina a legna erano ancora molto lontani.
Al tempo stavo cercando delle pentole in coccio che fossero fatte artigianalmente e controllate, senza uso di smaltatura con metalli pesanti, piombo in particolare. Purtroppo le pentole in coccio oggi in circolazione, soprattutto quelle a basso costo, sono quasi sempre prive di certificazioni e le aziende non rispondono affatto sulla questione della smaltatura atossica.
Su un forum una ragazza mi consigliò le Bionatural e da quel momento mi si aprì un mondo! La settimana dopo mi feci procurare dalla bottega bio dove facevamo la spesa la mia prima Bionatural, la paelliera. A distanza di una decina di anni la sto ancora usando ed è quella che uso di più  probabilmente .

Sono pentole fatte a mano con cura e perizia artigianale, ogni pentola è diversa dall’altra e quando si prende in mano si capisce davvero la qualità di questi oggetti. A me piace molto anche il pensiero che, al contrario delle pentole di acciaio, se un giorno dovessero rompersi o essere dismesse per qualche motivo, non andrebbero certo a riempire una discarica: sono materiali naturali, biodegradabili, non inquinanti. Un pensiero che mi piace molto quando compro qualcosa di utile! E poi non so, mi sembrano proprio le ‘mie’ pentole ideali, bellissime, ruvide e rustiche, con la sicurezza totale che niente di tossico venga rilasciato durante la cottura. Quando le guardo nella mia cucina, sembrano lì da sempre, non oggetti freddi e estranei ma qualcosa che mi parla dei tanti pranzi passati, delle serate a tavola con gli amici, del calore buono e del profumo della legna. Fanno parte del mio cucinare con amore.

 

risotto ai funghi casseruola Bionatural

Una delle domande che mi hanno posto più di frequente è se siano facili da usare. La risposta è semplice: si usano come tutte le altre pentole. L’unica differenza è il risultato: il cibo è molto più saporito, i sapori sono più rotondi, danno quell’idea di pienezza che io ho sperimentato solo con la lionese di ferro dopo mesi di utilizzo. Insomma, oltre che per la salute, fanno sicuramente la differenza per il gusto!

Se vi va, potete seguirmi qui di seguito nella preparazione di un risotto ai funghi porcini, una ricetta classica che possono seguire tutti facilmente per vedere l’uso della pentola. Purtroppo la rete non mi permette di farvi sentire il sapore nettamente diverso ed esaltato, rispetto sia alla pentola di acciaio che al tegame di rame stagnato (quello che prima usavo per i risotti). Chiamo però a testimone chi è passato dalla mia tavola e se ne è reso conto di questa differenza! 😉

Si parte dal soffritto (foto sopra), poi riso, sfumatura con brodo di funghi porcini, ancora brodo man mano che il riso assorbe, pochi minuti prima della fine cottura aggiungo i funghi porcini precedentemente saltati due minuti, termino la cottura e faccio mantecare.

fasi del risotto ai funghi con la casseruola Bionatural

L’unica differenza tra le pentole normali e le Bionatural è che bisogna scaldarle da 5 a 15 minuti prima di utilizzarle, ma ugualmente, io vi consiglio di spegnere la fiamma 5-10 minuti prima di terminare la cottura perché mantengono molto il calore e vanno avanti a cuocere anche a fiamma spenta. Se poi usate la cucina a legna, c’è da tenere la fiamma bassa (io ho messo solo un ciocco di castagno sulle braci e mezza apertura della canna fumaria, così da avere la ‘fiamma bassa’) perché la refrattaria sulla ghisa scalda subito.
Come vedete dall’ultima foto della cottura, 10 minuti prima del termine ho spostato la pentola sul treppiede per staccarla dalla ghisa: ha terminato di cuocere senza ricevere altro calore diretto.
Sui fornelli normali è sufficiente spegnere la fiamma 10 minuti prima della fine cottura e andare avanti a cucinare. 5 minuti prima per preparazioni meno delicate del risotto.

Ho scelto il risotto come esempio anche perché è una delle cose più antipatiche da pulire nelle pentole. Ma qui non attacca! Almeno, dovete impegnarvi proprio tanto per bruciare un risotto sul fondo con le Bionatural! Sono facilissime da usare anche per questo motivo… all’interno il cibo non attacca, in modo del tutto naturale! Infatti l’invetriatura è fatta con silicati di sodio e calcio, totalmente atossici e inerti.

casseruola bionatural a raffreddare sulle pietre del camino

Così, una volta finita anche la mantecatura, abbiamo riempito i piatti e la casseruola è rimasta a raffreddare sulle refrattarie del camino (avevo i poggiapentola impegnati per altro!). Visto come non ha attaccato nemmeno il risotto?

Le misure. Dipende molto da come e quanto cucinate, c’è gente che fa 50 g a testa di riso, chi ne fa 100. Con questa casseruola di diametro 20 delle foto, io faccio un risotto fino a otto persone, quello che vedete nella foto in cottura sono 350 g per 5 persone.

Un altro uso che adoro di questa casseruola è nel forno della cucina a legna: metto dentro gli ingredienti di una zuppa di legumi o anche solo i fagioli, l’acqua e la infilo nel forno alla sera quando restano solo le braci. Alla mattina trovo la zuppa già fatta (o i fagioli già cotti!)… e poi venitemi a parlare di slow cooking con le pentole elettriche! 😉

Un’ultima cosa, che mi era piaciuta tanto e ho scoperto non essere cambiata negli anni… quando dovevo acquistare la prima Bionatural e cercavo informazioni, scrissi al distributore italiano, Tempobiologico, con tutte le mie domande noiose e pignole. Ho ricevuto una delle rarissime risposte italiane davvero puntuali e precise da parte di un’azienda. Niente marketing e dichiarazioni “siamo bio” dall’ufficio comunicazione, ma una bella email con tutte le informazioni dettagliate e l’invito a telefonare o passare in negozio se volevo altri chiarimenti. Questa è una cosa che capita davvero raramente, così ad anni di distanza resto convinta di aver fatto la scelta giusta. Oggi c’è il sito che è già molto ricco di informazioni ma… si può sempre chiedere. E’ bello quando non risponde un call center.

E il risotto? Il risotto era squisito, ce lo siamo mangiato tutto. La foto è impietosa, scusate, ma i commensali erano impazienti!

risotto ai funghi con casseruola Bionatural

 

 

frigorifero vegan con frutta, verdura e banane nel posto giusto
Appelli & Boicottaggi, Consumo consapevole, Giorno per giorno

LA BUFALA DELLE BANANE CHE NON POSSONO STARE IN FRIGO

frigorifero vegan con frutta, verdura e banane nel posto giusto

Le banane, come tutta la frutta, stanno meglio fuori dal frigo.

Però se fate la spesa una volta a settimana e non volete mangiare banane marce da metà settimana in poi, si possono mettere nel frigo per rallentarne la maturazione.

L’etilene sprigionato dalla buccia delle banane è uguale a quello dell’altra frutta, nelle banane è solo maggiore perché la buccia è il 20% del frutto. Ma c’è una ragione per questo: la banana è un frutto climaterico, ovvero in grado di maturare anche lontano dalla pianta e anche se il processo viene arrestato da fasi di freddo. Quando la banana si stacca dalla pianta, raggiunge il minimo climaterico, quando il contenuto (respirazione) di etilene si abbassa improvvisamente. Da questo momento l’etilene comincia ad essere prodotto dalla banana in auto-sintesi fino a raggiungere il massimo con la maturazione completa o picco climaterico. Le banane sono mature quando cominciano ad apparire sulla buccia delle piccole macchioline marroni. Sono acerbe quando la buccia è giallo chiaro con striature verdi e molto dura.

La Natura ha fatto una cosa fantastica, ancora una volta: ha previsto che alcuni frutti, i climaterici appunto, potessero maturare lontano dalla pianta con una perdita organolettica minima, una perdita dovuta solo al distacco prematuro dalla pianta, non al freddo. In zone ventose o soggette a tempeste di sabbia come quelle in cui crescono queste piante della famiglia delle Musaceae, è utilissimo che i loro frutti possano maturare anche se staccati dalla pianta.
Altri frutti climaterici sono le albicocche, le pesche, le mele, i kiwi, i meloni e i pomodori (sì, i pomodori sono frutti). Il che non vuol dire che vadano raccolti apposta quando sono acerbi, quella è solo una depravazione della grande distribuzione. Vuol dire solo che questi frutti, se non sono ancora maturi, possono comunque maturare bene lontano dalla pianta.

Il freddo di un frigorifero, meglio se ventilato, può rallentare il processo di maturazione delle banane per breve tempo, giorni, senza perdite organolettiche, perché è la Natura che ha previsto per le banane e gli altri frutti climaterici questa possibilità ulteriore. In particolare, se le banane vengono tenute sul ripiano più alto del frigo, meglio se vicino al sistema di ventilazione (se presente), rallentano la maturazione ma non si “rovinano”. Come vedete dalla foto, le mie sono proprio lì. Quello che non vedete dalla foto è che le due che ho mangiato ieri e oggi erano fuori a maturare e via via ne prendo ogni giorno una per il giorno dopo (avendo ancora le stufe accese e 20 gradi di media in casa, maturano in massimo 24 ore).
E’ meglio non tenerle per molti giorni vicino ad altra frutta e mai molto vicino alle mele, un altro frutto climaterico che emette molto etilene facendo accelerare la maturazione di altri frutti vicini.

Pensate che la bufala sia tutta qui? No, purtroppo. Ce ne sono altre due.

C’è la bufala delle banane che non marciscono se si avvolge l’estremità nella pellicola da cucina*. Questa è creativa, eh? Io l’ho trovata divertente, perché mai avvolgendo un’estremità non dovrebbero maturare? Mistero. Tutta la buccia della banana emette etilene. Ci ho pensato per un po’, poi ho ipotizzato questo, che potrebbe essere una spiegazione verosimile. Probabilmente è una tecnica usata da chi raccoglie le banane perché in quel momento e solo in quello, la banana ha una concentrazione maggiore di etilene in quel punto, poi va subito in autolisi e lo sintetizza da tutta la buccia, fine dell’utilità di avvolgere il picciolo.

Poi c’è sua sorella, la bufala delle banane che non marciscono se si avvolge una parte marcia nella pellicola da cucina*. Direi che ora che sapete cosa succede dal punto di vista biochimico alla buccia della banana, potete capire da soli che è una sciocchezza, anzi, fa in modo che l’etilene si concentri maggiormente in quel punto invece di disperdersi nell’aria.

Postille.

La domanda per alcuni sorgerà spontanea: perché ti sei messa improvvisamente a parlare di banane? Perché ho pubblicato una foto del mio frigo su facebook, con l’unica intenzione di mostrare la quantità di verdura e frutta che si può acquistare con una cifra ridotta se si compra dai produttori e non nei supermercati. Sono arrivati i difensori delle banane, urlando all’oltraggio perché c’erano le banane nel frigo, in realtà in modi veramente antipatici: puntando il dito e senza alcuna base scientifica. Sono le conseguenze dell’ignoranza dilangante, cosa ci volete fare, bisogna avere pazienza… 😉

Per la cronaca del frigorifero, prima che arrivino i paladini del vivere senza frigo (poi attenzione, loro ce l’hanno, ma gli piace un sacco fare i saccenti dietro il monitor 😉  ): come tutti quelli che seguono questo blog sanno già, ho un frigorifero esterno, non elettrico, costituito da un semplice armadietto da esterni in cui tengo frutta e verdura finché fa freddo (qui molti mesi l’anno, siamo a 800 mt).
Quando comincia ad alzarsi la temperatura, accendo un frigo a basso consumo, ventilato. Poi l’orto comincia a produrre abbastanza da poter raccogliere tutti i giorni solo quel che serve, non c’è più bisogno di mettere frutta e verdura nel frigorifero. In autunno si riparte con il frigo-no-frigo.

Quando non avete idea di quale sia il processo biochimico dietro a un evento naturale, in questo caso la maturazione delle banane, e avete solo sentito la nonna o qualche simil-guru di internet che declamava sul tema senza fornire spiegazioni scientifiche, andate a cercare le spiegazioni scientifiche da soli. E’ un consiglio. Io per esempio lo faccio spesso, è divertente essere curiosi, rende la vita molto più bella ed evita tante figure di cacca 😉

*pellicola da cucina. E’ plastica, inquina molto. Se ne può fare a meno, non esiste un contesto casalingo in cui è indispensabile.

mobile in legno massello restaurato
Appelli & Boicottaggi, Consumo consapevole, Giorno per giorno

I TRE COMPOSTI CHIMICI DA ELIMINARE SUBITO DALLA CASA (BFR, PBB e PBDE)

mobile in legno massello restaurato

 

A fronte ci circa 80mila composti chimici che possiamo trovare in ogni normale casa, utilizzati dai produttori di mobili, vernici e supellettili, vorrei parlare dei tre più dannosi che sono spesso anche i più sconosciuti e i più insidiosi.

Infatti, chi penserebbe mai di venire intossicato dal proprio divano o che i bambini possano andare incontro a un deficit di apprendimento per quel pigiama così carino?

Tra i composti chimici più tossici che entrano nelle nostre case, ci sono i ritardanti di fiamma brominati (BFR), dei composti che hanno un effetto inibitore per l’accensione di materiale combustibile, in pratica sono quello che rende un po’ meno infiammabile una materia artificiale. Vengono utilizzati per plastica, tessuti sintetici, elettronica, abiti anche per bambini, giocattoli e mobili in vari materiali tra cui quelli laccati sinteticamente e i truciolati della grande distribuzione. Il loro impiego è dovuto al fatto che le materie sintetiche impiegate per la costruzione di questi oggetti sono altamente infiammabili ed è obbligatorio utilizzare in concomitanza un componente che riduca l’infiammabilità.

La tossicità dei BFR è ormai accertata da numerosi studi e una lunga casistica, ma vengono tutt’ora impiegati perché non ci sono altre soluzioni, soprattutto non a basso costo, per ridurre l’infiammabilità di oggetti in fibra sintetica. I BFR sono neurotossici, ovvero hanno un’alta tossicità soprattutto per il sistema nervoso umano e animale. Pensiamo quindi alla terribile esposizione che si può ottenere con materassi e cuscini in fibra sintetica trattati con i BFR, oppure alla testata del letto, ai comodini se laccati o rivestiti con materiale sintetico. E’ infatti l’esposizione più grave, perché avviene per una media di 8 ore al giorno, a stretto contatto, in un ambiente chiuso. Ancora peggio poi, se la stanza è tappezzata con parati in vinile o con l’uso di colle da tappezzeria sintetiche.

Parte dei BFR sono ancora più tossici, è il caso dei bifenili polibromurati (PBB) e degli eteri di difenile polibromurati (PBDE), due composti che vengono aggiunti ai polimeri plastici sempre come ritardanti di fiamma. Questi in particolare hanno dimostrato di essere particolarmente tossici per il sistema endocrino, tanto da interromperne le normali attività ormonali. Se molto presenti in casa, possono addirittura essere il motivo di tossicità epatica e tiroidea. Anche la minima esposizione in periodi critici dello sviluppo può causare un deficit di apprendimento e danni al sistema riproduttivo.
Ma c’è di peggio. I PBDE sono chimicamente slegati dai prodotti in cui vengono applicati e per questo motivo possono facilmente fuoriuscirne. Per questa caratteristica, si è creato un inquinamento anche ambientale, tanto che i ritardanti di fiamma sono stati trovati in bioaccumulo nella catena alimentare e non sono assolutamente facili da abbattere a livello ambientale. Di conseguenza, sono diventati inquinanti diffusi e sono ormai presenti comunemente nei prodotti latteo-caseari, nella carne e nel pesce. (Altro ottimo motivo per non consumarli, non bastassero già questi).
Attualmente il loro uso è limitato solo dalla normativa comunitaria RoHS e solo nel campo dell’elettronica per lo smaltimento dei rottamati elettronici, ma in realtà però con poco successo visto che si tratta solo di una direttiva e non di una legge. Alcuni paesi la applicano, altri no. Vi lascio indovinare l’Italia…

 

Come ci si può proteggere da BFR, PBB e PBDE? 10 regole.

1. Evitare i tessuti sintetici, specialmente quelli dichiarati ignifughi. Piuttosto allontanate il divano dal camino, ma non sceglietelo con un rivestimento ignifugo, perché sicuramente contiene BFR;

2. Evitare il più possibile la plastica, soprattutto nei giocattoli per bambini, nelle camerette e negli articoli per la cucina e la tavola;

3. Preferire mobili in legno massello non trattati oppure trattati con vernici naturali certificate. Evitare il più possibile gli arredi in truciolato rivestito, anche se costano meno e lo stile nordico è così di moda: lo stesso distributore giallo-blu  ha anche pezzi in legno massello certificati esenti da BFR, scegliamo quelli semmai;

4. Utilizzare cuscini, materassi e piumoni con imbottiture naturali e certificate. Non utilizzare lenzuola con parti sintetiche. La camera da letto è il posto in cui siamo più esposti a queste intossicazioni perché ci stiamo otto ore ogni giorno, a stretto contatto con questi tessuti e imbottiture. Lo stesso vale per i pigiami, soprattutto quelli dei bambini: solo fibre naturali;

5. Preferire abiti e rivestimenti in tessuti naturali, come il 100% cotone o lino certificati bio, anche per la questione formaldeide di cui avevo parlato molto tempo fa. No alla lingerie sintetica;

6. Non comprare produzioni di dubbia provenienza, soprattutto da paesi dichiaratamente allergici a normative ambientali e salutari. Tra questi la Cina, ma anche i più recenti paesi UE e i paesi dell’est Europa. Continue Reading

Stand ecovillaggio campanara scarpine elfiche - erbaviola.com
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UN MERCATINO ARTIGIANO VERO E ORIGINALE A BOLOGNA

Domenica passo per caso a Bologna, zona stazione centrale. Da giorni la provincia di Bologna è investita da grandi annunci di “Mercatino francese”, “Mercatini di Natale” e persino “Mercato dell’artigianato”. Visto che abbiamo tempo, andiamo a fare un giro, tra l’altro mi mancano giusto un paio di pensierini e come dicevo nel precedente post, meglio l’artigianato vero.

Il “Mercatino di Natale francese“. Delusione e, devo ammetterlo, schifo. Non sono una che usa la parola schifo: in genere la trovo ineducata, ma qui va usata e non ci sono sinonimi possibili. Il “Mercatino francese” sono dei capanni in legno a pochi passi dalla stazione. Già dal piazzale della stazione sono stata investita da una puzza allucinante di pesce e di cibo bruciato non identificato. Sinceramente, non sto facendo una battuta, proprio sinceramente: ho pensato fosse esploso l’inceneritore di Granarolo. Arrivati lì abbiamo goduto la vista per nulla francese di gente che mangia vongole e patatine fritte su tavolacci posti sul marciapiede, altra gente che deve passare con le valigie e gliele rulla nelle ginocchia  (mavà?! c’è solo la stazione!), grandi pentoloni simili alle lionesi in una patetica quanto puzzolente simulazione di un’improbabile bouillabaisse.
Butto uno sguardo al resto delle casette in legno in affitto: poliestere cinese a chili, finte tovaglie provenzali ovviamente cinesi, saponi ‘artigianali’ che parevano un po’ troppo duri e stampati per essere artigianali (ma magari mi sbaglio), poi dolci, spezie e té sfusi all’aria, nella migliore tradizione di raccolta di peli, sputacchi di passanti e quant’altro ci possa finire dentro se li esponi in uno dei più trafficati incroci di Bologna.
Mercatino francese?! Ma per carità, ho girato abbastanza la Francia da sapere che questo “Mercatino francese” rasenta l’incidente diplomatico.

Il comune di Bologna a questo mercatino fa tantissima pubblicità, questo fatto appuntatevelo per dopo.

Gli amici (secondo me masochisti) vogliono passare anche nel “Mercatino di S.Lucia” o “Fiera di S.Lucia“, il mercatino di Natale tradizionale di Bologna, come recita la pubblicità: “La Fiera di Santa Lucia è antichissima: prima del 1796 aveva luogo davanti all’omonima Chiesa; in seguito è stata spostata nell’attuale sede sotto il porticato […] è un appuntamento tradizionale che regala ai bolognesi ed ai visitatori lo spirito più antico del Natale“.
Interessante. Ho imparato visitando questa ‘fiera’ che Bologna doveva avere delle tradizioni incredibili, doveva essere più fornita e internazionale della Venezia di Marco Polo! A quanto pare la tradizione di Bologna comprende: bigiotteria cinese al nickel (scoperto infatti nel 1751 e qui declinato a uno dei suoi impieghi più intelligenti: l’allergia da contatto); presepi cinesi e vietnamiti con tutti i personaggi fuori scala e San Giuseppe vestito da sith; caramelle e dolciumi ai coloranti ma con una freschezza che potrebbe essere davvero del 1700; candele “artigianali” in paraffina degli stessi artigiani di altre mille città (saranno gli operosi folletti di Babbo Natale); zucchero filato rosa se per caso al banco dolci vi foste persi l’occasione di un figlio iperattivo; poi collane cinesi, artigianato con perline cinesi, sciarpe cinesi, cappelli cinesi…
Bologna batte la Venezia di Marco Polo cento a uno.
A margine, direi anche che chiamare “fiera” una decina di stand sotto un portico è un tantinello esagerato…
Il comune di Bologna a questo mercatino fa tantissima pubblicità, è il più pubblicizzato di tutti, questo fatto appuntatevelo per dopo.

Nota positiva invece per il tendone del Commercio Equo e Solidale, davanti a San Petronio, anche abbastanza affollato. Resto dell’idea che si può fare a meno delle noci dell’Amazzonia, eque e solidali ma trasportate con gli stessi cargo e navi degli altri, però se proprio il medico ce le ha prescritte … è meglio se le prendiamo da chi non sfrutta le popolazioni locali con paghe da fame e irrorandole di pesticidi. E l’artigianato è artigianato, anche se dell’altra parte del mondo.

Non ho recensioni da fare, invece per il Mercatino dell’Artigianato sotto il gazebo bianco. All’ingresso ho addocchiato le caramelle settecentesche di cui sopra e ho tirato dritto, rifiutando di entrare. Sono peggio dei bambini capricciosi quando mi ci metto, ma vedere anche la seconda fiera dell’import cinese… no, grazie!
Questo è un altro mercatino pubblicizzato dal comune di Bologna. Anche questo appuntatevelo per dopo.

A tal punto di scoramento, in mezzo alla ressa di gente piena di pacchettini della Maison du Monde con la cornicetta scrostata per finta e la tendina in poliestere finto-pizzo francesce, ho vissuto il senso di oppressione che ti può dare solo il capire di essere immersa nel frutto di un precipitato storico culturale di dimensioni globali.
Comunque, mentre cercavo di emergere dalla folla che si smutanda davanti alle riproduzioni di mobili gustaviani in MDF e truciolato, ho implorato di andare dalla parte opposta, verso le viette interne che hanno qualche bottega artigiana e librerie indipendenti.

Casualmente – e vorrei sottolineare mille volte “casualmente”, a fronte di tutte le note sopra su cosa è pubblicizzato dal Comune di Bologna, perché questo non lo è! – arrivo nella piazzetta in fondo a via S. Giuseppe.

E incontro:

I ragazzi dell’ecovillaggio di Torre Campanara, di cui avevo già parlato in Scappo dalla città. Ditemi che non è una meraviglia questo banco, è tutto artigianato fatto da loro. I prezzi sono ottimi (occhio solo ai vegan per le cose in lana, ma c’è molto altro di accessibile nel mercatino). Le scarpine elfiche sono così carine…!

Stand ecovillaggio campanara - erbaviola.com
Stand ecovillaggio campanara  scarpine elfiche - erbaviola.com

 

A fianco a loro, una presentazione di un gruppo per la costruzione delle case in paglia, Amici per la paglia. Il manifesto ricorda molto la Maknovicina, esperienza purtroppo finita anni fa.

amici della paglia - case di paglia - erbaviola.com

Amici della paglia - case di paglia - erbaviola.com

Poi tanti artigiani e artigiane, quasi tutti dietro i loro banchi a continuare a lavorare, chi con l’uncinetto, chi con i ferri, chi montando gioielli e chi chiacchierando gentilmente con i clienti.

Poi un incontro bellissimo! Quando passiamo, questo ragazzo è seduto dietro la sua originale bicicletta-stand e distribuisce un libro autoprodotto… sull’autoproduzione!
Mi fermo per il bel titolo “Manuale sagrado del fai da te. Ricette per cucina, casa, corpo, spirito e relazioni“. Chiacchieriamo un po’ con lui, ci spiega il libro e trovo una filosofia di vita molto vicina alla nostra. “Oltre il vegan” come ci dice Elia Inlakesh Bosi, ma anche oltre tutti i luoghi comuni sul saper fare e la spiritualità del fare con cura.
Se vi accontentate della mia parola, il libro è bello, molto consapevole e vissuto, è un ottimo regalo per voi e gli amici, vegan e non.
Se non vi accontentate, aspettate giovedì e arriva una recensione per il Giovedì del libro di cucina di Annalisa. Ci sono infatti molte ricette e con mia somma felicità anche senza glutine!
A Bologna il libro lo trovate adesso presso il mercatino (istruzioni di seguito) oppure alla Libreria Naturista (quella vicino al Centro Natura), costo: “offerta suggerita 7 euro” e ne vale molti di più, soprattutto se mettete in pratica. La copertina è con colore a scelta, io sono andata senza farci caso a quella arancione. Elia ci ha sorriso: sappiamo. Svadhistana, il chakra legato all’arancioil piacere e la gioia di vivere, espressa al massimo delle sue potenzialità. Evidentemente, dopo le esperienze sopra, in questo posto mi è tornata la gioia di vivere!

Elia Inlakesh Bosi - erbaviola.com

 

Il mercatino nelle foto sopra, non pubblicizzato dal Comune di Bologna, é un mercatino artigiano vero in via San Giuseppe, che solo in alcuni periodi unisce DecoMela Art e San Giuseppe Colors, i due mercatini artigianali. Dal 6 al 24 dicembre lo trovate appunto in via San Giuseppe, angolo corso Indipendenza. Sicuramente di sabato-domenica si trovano più espositori che in settimana. Non ho chiesto, ma dubito che stiano a Bologna anche durante la settimana. Se qualcuno ha questa informazione, mi scriva!

Siamo usciti dal mercatino più bello di Bologna e davvero artigianale con un bel libro, un paio di caldissimi calzari veg per me (due giorni che non ho freddo ai piedi, urrà!) e un berretto a maglia con pon pon per la mia metà (perché purtroppo quello fatto da me si è consunto e ora ce l’ha il gatto Mako in uno dei suoi cestini-cuccia).

(Mi scuso per le foto pietose, non sapevo di doverne fare e avevo solo il cellulare.)