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Restauro e recupero mobili

Il trasloco dal film The Music Box, 1932
Restauro e recupero mobili, Ridendoci sopra

L’arte sottile di traslocare in sei facili lezioni

L’arte sottile di traslocare l’ho appresa in molte lezioni, tante quante i traslochi degli ultimi anni. Sono un’organizzatrice piuttosto maniacale, così spesso vengo interpellata dagli amici in veste di esperta nell’arte di traslocare e sopravvivere a qualsiasi disastro.  In realtà, l’organizzazione è l’aspetto meno necessario in un trasloco. Spesso è quella che determina invece una perdita di tempo superiore, intendo di tempo di vita.
In questi giorni di agosto, mi sorprendo a non dover risistemare casa dopo un trasloco. Negli ultimi quindici anni ho cambiato casa e località di vita cinque volte, una media di 3 anni in ogni posto. Passati ormai 4 anni in questa casa, inizio a chiedermi se posso finalmente parlare del trasloco come di un ricordo, invece di passare l’estate a spostare scatoloni.
Così, eccolo qui. L’agognato post, quello richiesto da innumerevoli amici, follower e conoscenze casuali. Resterete delusi però, non ho nessun segreto di Fatima su come affrontare un trasloco ma magari riesco a regalarvi un po’ di leggerezza. Il post, in realtà, volevo chiamarlo “Avrei voluto sapere che potevo far tutto in un giorno e vivere felice“. Ma sarei finita come la Kondo che vi promette una vita più felice mettendo in riga le mutande. Continue Reading

Elna Supermatic
Autoproduzione, Restauro e recupero mobili

Una nuova vecchia Elna Supermatic e la decrescita reale

Come molti sanno, a luglio si è rotta la mia adorata macchina da cucire. Ma se in questo periodo volete immaginarmi in qualche modo, pensatemi con l’espressione di questa donna del 1958 davanti alla sua macchina da cucire, una nuova Elna Supermatic, estasiata dalle infinite possibilità operative di questa solidissima macchina. Oppure immaginatemi assorta a pensare a quanto sia stupida una decrescita fatta di cose che costano poco, come mi capita spesso di vedere. La decrescita reale non sarà mai una macchina da cucire comprata per un centinaio di euro al supermercato. Quello è solo l’ennesimo pezzo di plastica e ferraglia cinese buttato in una discarica. Dura realtà ma è così.
Il perché sto pensando a questi aspetti è che spesso noto che molta gente confonde l’oggetto che costa meno con la decrescita. Non è così. La decrescita è scegliere di avere meno oggetti, solo quelli realmente utili, ma di ottima fattura e destinati a durare nel tempo.

Per anni ho utilizzato quella signora beige e rossa sotto, la Elna Supermatic del 1958. Io, per le esperte, ho la versione Plana, Continue Reading

preparazione del tampone per la gommalacca
Giorno per giorno, Restauro e recupero mobili

COME RESTAURARE UN VECCHIO BAULE – Terza parte

Eravamo rimasti qui, all’applicazione dell’antitarlo sul baule, comprese le nuove doghe e i riempimenti in pasta di legno. Adesso arrivano le fasi che mi piacciono di più: colore e lucidatura a tampone!

eravamo rimasti qui, alla passata di antitarlo naturale

 

Eccoci qui dunque con il colore. Siccome il degno, dopo averlo decapato dagli orrendi strati di vernice marrone, era rimasto piuttosto slavato (ma per chi volesse tenerlo così, basta seguire le istruzioni qui). Il mio invece è un restauro filologico, lo riporto al suo colore e forma originaria. Ho preparato per prima cosa un colore a base di alcool etilico a 90°, acqua demineralizzata e pigmenti naturali. In genere uso molto i pigmenti minerali, sono ecologici e si trovano facilmente nei colorifici. In questo caso particolare, ho usato pochissima terra di Siena e … curcuma! Sì, la curcuma, proprio la spezia. Il mio maestro di restauro la usava molto per dare al legno chiaro la luminosità di fondo, l’effetto è davvero magnifico. Specialmente su legni come rovere e ciliegio, dà una lucentezza unica al lavoro finale. Io la uso come fondo anche quando lavoro sul noce, perché lo accende maggiormente quando ci batte la luce.

mordente ambra autoprodotto con pigmenti naturali

In queste foto si vede bene la differenza tra la parte trattata con il mordente naturale e il legno originario. Le doghe restano leggermente più chiare, a contrasto, un effetto voluto. Ho consultato diversi cataloghi e foto di bauli simili restaurati rispettandone forme e colori. In genere le doghe in legno sono tutte a contrasto, o più scure o più chiare.

 

mordente ambrato, la differenza tra la parte trattata e quella non trattata

Il colore, una volta asciutto, è ambrato. Non l’ho fatto più scuro perché la gommalacca per la lucidatura dà già un tono o due più scuri. Lasciato asciugare 24 ore.

il baule completamente colorato

Dopo 24 ore di asciugatura del mordente naturale (contate sempre che era piena estate, in inverno calcolerei anche 36 ore), ho proceduto alla lucidatura a tampone con gommalacca. In questo caso, trattandosi di un manufatto piuttosto rustico, ho dato solo uno strato di gommalacca, giusto per proteggerlo. Farlo lucido tipo laccatura sarebbe un errore, non era sicuramente così in origine.

Ecco qui il mio tampone per gommalacca, dall’interno verso l’esterno: 1 batuffolo di ovatta naturale (non il cotone idrofilo sbiancato!), appallottolato dentro avanzi di filati da maglia (qualsiasi colore, va benissimo anche l’acrilico, io in genere uso il bamboo perché ho più avanzi di quello, meno consigliato invece il cotone), 2 strati di panno di cotone ben pulito (ideale usare le lenzuola vecchie).

preparazione del tampone per la gommalacca

Ed ecco la gommalacca. Quando ho molti lavori da fare, la preparo io con scaglie di gommalacca e alcool etilico a 90°. Se procedete per la prima volta a un restauro, è già una bella impresa imparare lo striscio del tampone, quindi magari per la prima volta non è una cattiva idea prendere una gommalacca già pronta. Attenzione però che in commercio c’è di tutto e di più. Per mia esperienza personale, quelle che reagiscono meglio e che sono utilizzabili facilmente sia a pennello che a tampone sono la Gommalacca di Cera Novecento e la Mobi Lac (questa se usata a tampone va diluita). Altra utilità: fare sempre delle prove! Io tengo in cantina dei pezzi di legno di vario genere, persino pezzi di pallet, che uso per testare colori e gommalacca. Per la gommalacca sono ottimi i pannelli di multistrato, compensato ecc. Basta che sia legno e non impiallacciato. Soprattutto con il tampone, va fatta sempre una prova per vedere se è ben diluita e se “strappa”, ovvero se il tampone viene frenato da una consistenza troppo densa, cosa che creerebbe sul mobile delle irregolarità antiestetiche. Per evitare anche questa eventualità (ma non è evitabile del tutto se la gommalacca non è diluita bene), io metto sul tampone anche un paio di gocce di olio paglierino, fa scorrere meglio il tampone.

gommalacca e tampone per la lucidatura

Et voilà! Ecco fatta la lucidatura a tampone! Purtroppo non ho foto del durante perché quando uso la gommalacca mi chiudo, sprango tutto, non mi si può parlare o passarmi vicino e soprattutto faccio il più in fretta possibile per avere un bel risultato uniforme. Come dicevo qui ho usato un solo strato di gommalacca perché è un manufatto rustico, con i suoi segni del tempo e la sua storia, laccarlo del tutto non avrebbe avuto senso. Uno strato è stato sufficiente a esaltare il colore, le venature e dargli una finitura protettiva.

la luce inconfondibile del mobile trattato con gommalacca

Scusate il caos attorno, è la mia stanza per questi lavori!  La fase di lucidatura con gommalacca a tampone è l’unica che faccio all’interno, perché richiede meno polvere e meno luce diretta possibile.

Sono piuttosto soddisfatta del risultato, è stato recuperato bene, le doghe sembrano lì da sempre e  con la luce del sole ha dei colori caldi e antichi, esattamente quello che cercavo. Ora devo solo trovare una placchetta frontale per il buco della serratura, quella purtroppo è andata persa.

lucidatura completata, ora si aspetta l'asciugatura

Una volta finita la lucidatura, va lasciato asciugare per almeno 24 ore, 48 è l’ideale. Finito! Ecco qui un particolare di come si presenta dopo il restauro. Per le successive pulizie, uso solo uno straccio e olio paglierino, che mantiene anche elastica la lucidatura a gommalacca, evitando le screpolature del tempo. In alternativa si può usare della cera, ma io sono della scuola che sostiene che usare la cera sulla gommalacca è un po’ strano, perché allora tanto vale lucidare a cera senza gommalacca.  (Sì, lo so, c’è anche quella aberrazione della cera a mezzo poro… ma come diceva il mio maestro di restauro: è per quei restauratori improvvisati che non sanno fare le lucidature!). Insomma, dal mio punto di vista, che è poi anche il metodo antico: o si lucida a cera e si mantiene a cera, o si lucida a gommalacca e si mantiene con olio paglierino.

 

particolare delle parti nuove in legno, antichizzate
Il prima e dopo del baule: bella soddisfazione!

il baule adesso, dopo il restauro
La guida completa:
Come restaurare un vecchio baule – Prima parte
Come restaurare un vecchio baule – Seconda parte
Come restaurare un vecchio baule – Terza e ultima parte, questa pagina.

il buco nel muro chiuso con una cassetta da frutta - real bloggers
Restauro e recupero mobili

{Real bloggers}: Oltre il margine della foto, il buco nel muro

Quando Francesca e Gloria mi hanno invitata a partecipare a Real Bloggers, mi sono chiesta perché. Insomma, io non mi sentivo di essere una che fa foto patinate mostrando quello che non è o ritoccando i difetti, anzi! Ci tengo particolarmente a mostrare che non è tutto rose e fiori, dalla stufa che non funziona e ci affumica, alla frana che ci interrompe la strada!
Poi invece mi sono dovuta rendere conto che “patino” anche io. Non ritocco le foto, ma qualche volta, per sana vergogna o lavori in corso faccio in modo che lo zoom si sposti quel tanto da non inquadrare quello che tanto aulico non è.

Così, per citare le parole di Francesca, partecipo per “mostrare la vita così com’è.. alti e bassi, piccole cose semplici e meravigliose, giorni neri e giorni  splendenti, case bellissime come la mia (emhh…scusate….!!) ma vissute e vere, non da set fotografico, non tutte leccate… insomma, io alla parola REAL (vero, reale, autentico) ci sono proprio affezionata!” Continue Reading

il baule carteggiato completamente
Autoproduzione, Giorno per giorno, Restauro e recupero mobili

COME RESTAURARE UN VECCHIO BAULE – Seconda parte

baule con i pesi per prendere forma

Eravamo rimasti a questa immagine sopra, il baule con i pesi, alla fine della prima parte e del primo pomeriggio passato a restaurare. E’ passata la notte, il baule si è asciugato del tutto e l’ho riportato fuori con le assi superiori perfettamente in forma e aderenti alle sponde laterali, come si vede dalla foto sotto.

il baule decapato pronto per la carteggiatura

Come si vede dalla foto, lo sverniciatore non è stato sufficiente a togliere tutti gli strati vecchi di vernici marrone, così si sono rese necessarie un paio di passate di carta vetrata, cominciando con quella a grana media. Solo a questo punto, prima di carteggiare, ho tolto maniglie e viti originali. In questo modo, ho evitato che i buchi delle viti si deformassero a causa dell’umidità provocata dal lavaggio dello sverniciatore e successivamente della piegatura a vapore dei legni superiori (vedi prima parte).

maniglie e viti, divise in scatole diverse

Una cosa che faccio sempre in questi casi è di togliere una maniglia per volta e raccoglierla insieme alle sue viti in una scatolina. Poi altra scatola, altra maniglia e altre viti. Questo evita di passare ore, rimontando, a trovare la vite giusta o a spannare inutilmente i buchi, soprattutto con vecchie viti e maniglie forgiate a mano che non hanno la stessa precisione millesimale nei buchi rispetto a quelle moderne. Queste maniglie, per esempio, differiscono di pochi millimetri una dall’altra. Qui son solo due quindi non un grande lavoro, ma vi assicuro che tenere questa abitudine sempre aiuta quando si restaurano comò con 6-8 maniglie o cassettiere piene di pomelli e serrature.

carteggiatura con carta vetrata fine

Seconda passata di carteggiatura con carta vetrata finissima, in modo da levigare bene alcune parti scheggiate e spigoli vivi. Ho insistito il più possibile ma la maledetta vernice marrone era stata in parte assorbita dal legno, ho optato quindi per una finitura più rustica, che si adatta meglio anche al baule e al suo uso originario.

 

il baule carteggiato completamente

Premessa a questa foto: lo so che alcune amanti dello stile shabby chic lo terrebbero così, un perfetto baule shabby. Sono gusti, se vi piace, il vostro restauro è finito qui. Io in questo caso, volendo tenerlo con un aspetto decapé ma protetto, utilizzerei prima un antitarlo ecologico (vedi sotto) e una volta asciutto farei una passata di cera delicata e una di cera decorativa bianca. Visto che nei commenti della prima parte mi avete chiesto i nomi specifici degli sverniciatori ecologici, mi porto avanti con il lavoro: se non siete contrari a usare la cera d’api, l’abbinamento migliore qui è una passata di Cera Delicata Novecento trasparente e poi una passata di Cera decorativa bianca della stessa marca, che dà un bellissimo effetto cérusé.

Se invece siete contrari all’uso della cera d’api perché di origine animale, l’unica soluzione è usare della cera di soia biologica diluita con poco burro di karité. Per la colorazione bianco opaco si potrebbe usare un pigmento naturale, ma non avendo mai fatto test in questo senso non mi sento di dare consigli. La cera di soia, però, va data in strati leggerissimi, giusto una velatura, altrimenti ci mette troppo ad asciugare essendo più oleosa della cera d’api. Per questo motivo però Continue Reading

Il baule com'è ora, in compagnia di un altro restauro, la macchina da cucire Oper di fine ottocento
Giorno per giorno, Restauro e recupero mobili

COME RESTAURARE UN VECCHIO BAULE – Prima parte

Il baule com'è ora, in compagnia di un altro restauro, la macchina da cucire Oper di fine ottocento

Avevo promesso questo post sul restauro di un vecchio baule molto tempo fa ma essendo molto lungo e pieno di foto, l’ho accantonato per parecchio tempo tra lavori per restaurare la casa (ancora in corso!) e mille altre cose interessanti da scrivere subito. Visto però che nel post precedente si è parlato del perché è meglio evitare di riempirsi la casa con i mobili in materiali sintetici, truciolato o laccati con vernici tossiche, nei commenti è saltato fuori il discorso del recupero di vecchi mobili in legno massello che volendo è un sistema piuttosto economico ed ecologico per arredare casa con materiali naturali.

Ecco quindi il prima e dopo il restauro del baule:

il baule prima e dopo il restauro - fronte

Oggi questo baule, in una zona di passaggio che porta alla cucina, ospita gran parte della mia scorta di conserve per l’inverno e man mano che si utilizzano, si ripongono qui i vasetti vuoti e puliti, pronti per il riempimento estivo. In questo modo non occupano spazio nei pensili della cucina (ce ne vorrebbero almeno tre!) e soprattutto stanno lontane dalla cucina a legna che scalda tutto il giorno.
Inutile chiedersi dove l’ho comprato, non l’ho comprato: era della nonna di mia suocera, l’ho scovato nell’ormai celebre soffitta di mia suocera, il mio ‘negozio’ di brocantage preferito! Purtroppo in condizioni pessime, tanto che era stato lasciato in garage e utilizzato persino per riporre i vasi da giardino! E’ un classico baule da biancheria o baule della dote, di quelli molto utilizzati tra fine ‘800 e primi del ‘900. Ho dovuto quasi implorare per farmelo dare: mia suocera lo riteneva così in pessime condizioni da offrirmi piuttosto il suo già restaurato… insomma, era così mal messo che riteneva offensivo darmelo! Io però vedevo un po’ oltre gli orrendi strati di vernice marrone… e così sono riuscita a portarlo qui!

 

il baule prima del restauro e dopo il restauro - lato

L’ho restaurato l’estate scorsa e chiacchierando su facebook era saltato fuori che molti hanno un baule simile in cantina e lo riutilizzerebbero volentieri: si può usare per riporre copertepiumoni, persino per tenere in modo molto chic la legna per la stufa, come fa la mia vicina di casa. Inizialmente volevo farlo anche io e l’avevo preso per questo motivo, poi visto che non abbiamo ancora trovato/costruito la cassapanca che serve per tenere le conserve, al momento il mio fa da ‘dispensa alternativa’.

Come si vede, esa stato dipinto con una vernice marrone. Penso verso gli anni ’50-’60 quando vai a sapere perché alla gente è venuta questa mania di pitturare mobili e porte di vernice marrone… misteri! Un mio amico sostiene che lo facevano per rendere lavabili i mobili… ma io non ho mai avuto queste difficoltà a pulire mobili di legno. Secondo me poteva essere più una moda del momento, un po’ come adesso con lo shabby chic e tutti quei mobili dipinti di bianco e rovinati apposta per sembrare vecchi e logori. Continue Reading

Autoproduzione, Restauro e recupero mobili

AMO LA LUCE DELL’ALBA (e le cose recuperate)


Amo la luce dell’alba, così ambrata e calda, il silenzio e il tempo per lavorare e pensare.
In questo momento sembra vertere tutto sul recupero: lavorativo prima di tutto, ma anche di tempi, di ritmi e di oggetti. Recupero il lavoro dopo la pausa forzata di trasloco, frattura coccige e adsl ballerino. Son corse forsennate. Ma intanto ogni mattina, quando scendo per la colazione, mi godo questa luce della prima alba e il suo calore confortante sulle cose che di casa in casa, di scelta in scelta, mi hanno accompagnata o sono entrate a far parte di questa nuova avventura. Le condivido, sperando così di soddisfare anche la curiosità di chi mi ha richiesto tante volte (soprattutto su facebook) foto, foto, foto della nuova location. La ‘location’ è una casina abitata da qualche quadrupede e due persone che sono: una convintissima che non si butta via niente e tutto si recupera, l’altro terrorizzato che tutta la sua tecnologia finisca in un’ambientazione “da cascina”  (non intendendo con questo le modaiole cascine ristrutturate dai milanesi nell’Oltrepò, ma le concrete cascine prive di ogni comfort dei contadini della Lomellina negli anni ’50).

Insomma, un po’ per soddisfare le richieste di foto, un po’ per anticipare i prossimi argomenti, un po’ per un filo di leggerezza in una pausa al volo, tra un lavoro e l’altro.

La prima luce dell’alba che vedo ogni mattina è quella che colora il grande armadio nel mio studio.  Dal balcone della camera da letto c’è una vista magnifica e probabilmente una luce meravigliosa, ma temo che verrei fucilata sul posto se osassi spalancare le imposte a quell’ora. Mi consolo aprendo tutte le altre.

 

Quando scendo, una delle prime cose che vedo è il vecchio comò dei miei trisnonni, che con la luce dell’alba assume i toni mogano che amo di più. L’ho restaurato io più di dieci anni fa e ora avrebbe bisogno una ripresa, dopo tanti traslochi e la sua lunghissima storia. Una delle prime cose che faccio, prima ancora di preparare la colazione, è accendere qualche candela di soia profumata con oli essenziali naturali. Di solito le faccio io, ma siccome ultimamente di tempo ne ho avuto proprio zero, sto usando quelle acquistate dalla mia amica Cecilia. Oltre ad essere un’erborista vera (il che è fondamentale visto che io ho il terrore degli improvvisati che usano oli & c. senza competenze, rischiando magari di intossicarmi), ha delle manine sante e una bottega che è uno spettacolo per i sensi.
Questa delle candele di prima mattina è una nuova abitudine, nata per caso.
(Notare che non ho photoshoppato la polvere sul mobile e nemmeno l’ho tolta prima della foto… mi piace il realismo, e il realismo è che, all’alba, casa mia non è spolverata. E’ così.)

 

Le candele, chi mi conosce lo sa, mi seguono un po’ dappertutto, ecologiche, quasi sempre in cera di soia e raramente in stearina vegetale, ne lascio ovunque per profumare. La luce calda e avvolgente dell’alba gli dona colori quasi infuocati, specialmente alla mia ciotola in cera, una produzione di qualche anno fa, che non penso ripeterò a breve, data la macchinosità e lunghezza del procedimento. Certo non pensavo però che durasse così tanto! Stagione dopo stagione, invece, assume colori sempre più belli e intensi. Le altre nella foto sono semplici candele di soia fatte tempo fa, con le tonalità delicate che dà solo questa cera. (Le ricette per le candele e la ciotola sono tutte nel mio libro Crea le tue candele naturali, ma ci sono anche un po’ di ricette ‘gratis’ in questo video qui, soprattutto per chi vuole cominciare. Non guardate me, però, perché in quella puntata avevo influenza, febbre e giramenti di testa… sembro Belfagor).

 

 

E poi mi piace la luce dell’alba che batte in modo diverso sulle nostre cose, apparentemente in ordine casuale ma con un ordine assolutamente sensato per noi, di cose costruite, discusse, accumulate, adottate e capitate negli anni.

 

 

Adoro come la luce del mattino entra dalla finestra del soggiorno e va a illuminare direttamente l’interno del grande camino. Gli alari sono molto datati, non quanto il camino, ma hanno la loro bella età e li abbiamo lasciati con la loro patina originale, li trovo meravigliosi, sicuramente non li cambierei mai con quei cosi superlucidi che producono adesso. Di fianco i lunghi chiodi fatti a mano che sono saltati fuori con la pulizia della canna fumaria: servivano a reggere il paiolo. In casa è in atto la discussione tra la fazione “butta via almeno i chiodi arrugginiti! Sono chiodi! Arrugginiti poi! Sei allergica alla ruggine del ferro!” e la fazione “Ma sono antichi! Fatti a mano! Pensa quante persone li hanno curati e usati! Sono bellissimi!“.
(Non gli ho ancora detto che li voglio riattaccare e appenderci il paiolo, con questo post gli verrà un’infarto).

 

 

E poi c’è questa credenzina degli anni ’40-’50, che ha subito analoga discussione. Ma cosa devo farci, io l’adoro. E una volta messa a posto (anche qui lasciandole la sua patina e i suoi segni del tempo ma riportandola a uno stato utilizzabile), ‘qualcuno’ ha già proposto di affiancargliene un’altra simile. Miscredente redento!
Ma non è bellissima con il primo chiaro del mattino e quei giochi di luce che la riscaldano?

 

 

E le tante piccole cose, il rito del té al pomeriggio (quando si può), una vecchia tovaglia all’uncinetto, il té Dammann Freres, il portacandela francese regalato da un’amica tanti anni fa, cose leggere e vaganti. (Sì qui stiamo scadendo pericolosamente nel radical chic, per salvarmi dirò che sono tutte cose recuperate, regalate, raccolte, amate).

 

 

E infine il mio ultimo grande amore, in fase finalissima di restauro: la cucina a legna che prende proprio in pieno le prime luci del mattino. Sempre che la Bibi non venga a rapirla e una mattina io trovi solo i condotti dei fumi.
Ne parlerò diffusamente nei prossimi post, con tutte le fasi di restauro e… prove tecniche! Sappiate infatti che il 31 agosto con 34 gradi noi abbiamo acceso la stufa per provarla! La mattina dopo si schiattava ancora dal caldo, ma era necessario.
Per chi è esperto di design, ebbene sì, è proprio un’originale L’Americana di Angelo Po, del 1950. E’ il mio attuale orgoglio di restauratrice della domenica!
(Anche se qui ho fatto più il direttore dei lavori perché causa infortunio e lavoro non proprio ‘femminile’, la mia metà e un bravissimo vicino di casa si sono accollati il trasporto, la pulizia canna fumaria, l’installazione tubi e tutti gli annessi).

E ora torno al lavoro, di corsa!