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ricetta kimchi vegan
Autoproduzione, Ricette

Come fare il kimchi coreano vegetale

Il kimchi è un fermentato coreano, probabilmente il piatto più conosciuto della cucina coreana e una preparazione che io amo molto nella sua forma totalmente vegetale. Un fermentato dalle mille virtù, ritenuto un vero elisir per la salute e forse uno dei fermentati più studiati. Oggi sappiamo infatti che la tradizione millenaria coreana che ha tramandato il kimchi come alimento energetico e curativo aveva ragione.

I benefici del kimchi per la salute sono quelli dei fermentati di brassicacee e dei fermentati vegetali in genere: è un alimento molto ricco di probiotici naturali, ormai eliminati dall’industria alimentare con i processi di pastorizzazione. Consumando cibi ricchi di batteri benefici, come gli insalatini fermentati di cui parlavo tempo fa, si aiuta l’equilibrio batterico intestinale da cui dipende gran parte del nostro sistema immunitario. Consumare regolarmente dei fermentati naturali, migliora la salute, l’energia e anche la digestione. Aiuta anche il metabolismo di vitamine e oligoelementi: molti studi hanno ormai verificato che una dieta bilanciata ricca di vegetali e probiotici naturali aiuta nell’assorbimento dei nutrienti, Continue Reading

crumble di mele con te
Libri, Ricette

Crumble di mele con Happy Vegan Kitchen

Cosa si cucina dopo un periodo di lavoro tosto e trasferte in giro per l’Italia? Una torta di mele! Non c’è nulla che dia la sensazione di calore buono della casa, accoglienza e armonia come una torta di mele. In questo caso un crumble di mele, ispirato alla ricetta del libro Happy Vegan Kitchen di Francesca Bresciani, che sicuramente molti conoscono come la dolcissima penna di Briciole di Cesca*QB. E’ un libro molto personale, come piacciono a me, con le ricette di casa e i pensieri di chi le ha realizzate, con le indicazioni per sostituire qualcosa e le fotografie vere, non artefatte. E’ un libro che trasmette calore non appena lo sfogli e spesso ti sembra di parlare con Francesca mentre segui una ricetta.
L’ho anche già regalato a un paio di amiche che sono alle prime armi con la cucina vegetale e se ne sono innamorate anche loro. E’ a prova di tutti: chi cucina bene troverà tanti spunti in più, chi ha appena cominciato troverà un’amica che li guida passo passo tra piatti molto vari e realizzabili in poco tempo.

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Backstage libro "Orto e cucina. Coltivare naturale, cucinare vegetale", Moka Libri, 2016 - Foto www.alicemartini.com
Libri, Orto, Orto sul balcone, Ricette

La saudade dello scrittore

Ogni volta che finisce il lavoro di un libro, c’è un po’ di vuoto, una sensazione di assenza nostalgica tra il piacevole e il sottilmente insopportabile. Molti si immaginano che alla fine della stesura di un libro, delle correzioni, della quantità di lavoro di editing, ci sia solo la soddisfazione. Per me la soddisfazione arriva sempre dopo, quando arriva – raramente. Non sono mai soddisfatta, potevo sempre fare di meglio.
Ma alla fine del lavoro, comunque, la soddisfazione non c’è mai. C’è semmai una sorta di saudade dello scrittore. Io qui assumo anche una certa drammaticità e la pronuncio “saudadsgii” [sawˈdadʒi], come Pessoa e Tabucchi, che di saudade nutrivano la scrittura. Questa saudade dello scrittore è un senso di assenza e nostalgia per tutto quello che si è tirato fuori, spesso a fatica e tra mille dubbi, mettendo a nudo o donando parti intime di sé stessi, sapendo di perderne il controllo. Non sai in quale casa andranno, chi leggerà, che uso se ne farà. Continue Reading

crauti rossi insalatini
Ricette

Insalatini o crauti rossi, fermentati con shoyu o tamari

Vorrei che questo articolo sugli insalatini o crauti rossi fosse così breve come lo è stato il farli. Francamente sono indecisa se chiamarli insalatini o crauti, perché il procedimento ha una tempistica troppo lunga per i primi e troppo corta per i secondi. L’acidità che si ottiene in questi fermentati con shoyu o tamari è quella dei crauti, leggermente meno piccante il gusto, ma come qualità organolettica sono insalatini, non crauti. E’ infatti una fermentazione davvero veloce, seppur ottima e già ricca di meravigliosi probiotici.

L’idea mi è venuta per caso giorni fa, avevo davanti la bottiglia di uno shoyu non pastorizzato e così l’ho usato al posto del sale negli insalatini e i risultati sono stati ottimi. Si può utilizzare altrettanto bene anche il tamari che ha il vantaggio di essere senza glutine. Oppure l’acidulato di umeboshi, ma in dosi omeopatiche perché è salatissimo. Io lo sto usando per gli insalatini con fermentazione di 2-4 ore ed è ottimo.
L’importante è che siano salse non pastorizzate, in modo da avere dei fermenti vivi. Continue Reading

schiscetta, bento box, ricette vegan, lavorare da casa
Giorno per giorno, Ricette, Vita da veg

La schiscetta vegan e lavorare da casa

schiscetta, bento box, ricette vegan, lavorare da casa
Sembra un controsenso, vero? Lavoro da casa e metto il pranzo nella schiscetta. Ma come, se proprio una delle cose più belle del lavorare da casa è il pranzare a casa, quando si vuole, con i tempi lenti, senza costrizioni…

Sì, esatto, tutto bello ed esatto, per me è funzionato così fino a poco tempo fa. Ora schiscetta, porta-pranzo o come volete chiamarlo.

Io lavoro dal mio studio, al piano di sopra della mia casa. Il mio compagno ha anche lui un suo studio. Spazi separati dal resto della casa, cerco di tenere degli orari per quanto possibile e di non usare lo studio mentre non sto lavorando, di non farci entrare cose che non riguardano il lavoro: questione di sanità mentale, altrimenti c’è l’alienazione e si vive in un caos lavoro-vita in cui finisce per esserci per la maggior parte il lavoro.

Quando, ormai più di un decennio fa ho reso il mio lavoro indipendente e mi sono organizzata per lavorare da casa, una delle libertà maggiori è stata proprio quella di non essere costretta a fare una pausa pranzo in un orario stabilito da altri e spesso con l’obbligo di uscire. Oggi forse portarsi il pranzo in ufficio è un po’ più sostenibile: ci sono i divieti di fumare. Al tempo non c’erano e a me è capitato di non poter mangiare alla scrivania per direttive interne (e comunque non l’avrei fatto lo stesso: la gente ti vede mangiare e ritiene che sia il proprio il momento giusto per aggiornarti su quel tale progetto) e dovermi trasferire con la schiscetta in un’area comune. Dove, chiaramente, si riunivano anche tutti quelli che fumavano. Ho lasciato perdere molto spesso i pranzi portati da casa per questo motivo e mi sono piegata all’andare fuori consumando pasti super-veloci in posti che all’ora di pranzo erano baraonde totali. Il ritorno in ufficio con gastrite e mal di testa era comunque una garanzia.
Spesso, lavorando in ufficio, la pausa pranzo ‘obbligatoria’ veniva a sovrapporsi a riunioni o lavori in scadenza, così finiva che la saltavo ma era lavoro letteralmente regalato visto che non era retribuito: sulla carta io facevo comunque l’ora di pausa. Insomma, questa pausa pranzo per me è stata una delle ragioni maggiori di stress da ufficio insieme ai luoghi soffocanti, agli impianti di areazione con i filtri del 197o – con la raccolta completa di tutti i bacilli da allora – e le odiose finestre che non si potevano aprire. Ma tanto, le avessi anche aperte, davano su qualche strada a grande traffico di Milano.

Così, una volta a casa, finalmente ho potuto avere pasti sani, economici, tranquilli e spesso molto rilassanti. All’inizio sul balcone dell’appartamento o fuori quando ci andava, poi sul banco-bar della cucina con l’arrivo dell’inverno …e via via che cambiavano le case cambiavano anche le abitudini.

Ora sono arrivata però a un punto di saturazione in cucina. Siamo in due a lavorare prevalentemente da casa: preparare tutti i giorni pranzo e cena mi porta via troppo tempo, non era più rilassante e si era trasformato in una maratona quotidiana: almeno mezz’ora per preparare, almeno mezz’ora per mangiare, almeno mezz’ora per risistemare tutto. E dopo poche ore, via di nuovo per la cena. Basta.
In più, sapendo che lavori da casa, il pranzo diventa il momento in cui uno deve passare a salutarti, l’altro ti telefona “perché tanto starete mangiando” (ma una volta non funzionava al contrario?!), poi si fanno due chiacchiere che magari durano un’ora e insomma, alla fine tra preparare, pranzare, rigovernare la cucina passano facilmente due ore.
Oppure ti accorgi che è tardi e lasci tutto impilato nel lavandino in cucina. O, ancora, quello che sta succedendo nell’ultimo periodo: tardo fino all’ultimo perché non ho voglia di preparare, poi pranzo male magari alle tre, con qualche cosa che trovo al volo e lascio il piatto/pentola nel lavandino perché devo tornare al lavoro. Passa il secondo abitante e fa lo stesso. Finisce che alla sera uno di noi si trova con i piatti da lavare prima ancora di cucinare. E di nuovo cucinare e di nuovo pulire la cucina… l’inferno insomma!
Per non parlare del fatto che, con questo metodo, se ho mangiato solo frutta arrivo all’ora di cena con una fame blu, mentre se ho mangiato qualcosa di più consistente non ho ovviamente fame e nemmeno voglia di preparare (il classico che precede cene improvvisate a base di pane e conserve o insalata più qualcosa che ho tenuto in freezer per le emergenze).

Quell’una-due ore del pranzo potrei goderle di più se si trasformassero, invece che nella pausa pranzo, in un lavoro che finisce alle 16!

Dopo aver ripristinato altre regole da ufficio-casa che tutelino il mio lavoro e concentrazione, regole che ultimamente erano andate in vacanza, ho stabilito che da ora, nei giorni lavorativi, ognuno pranza quando gli pare con la sua schiscetta, preparata la sera prima. In questo modo io non mi faccio venire in odio la cucina e posso fare una pausa vera, più breve e senza dover preparare nulla.
Oggi c’è il sole, la mia schiscetta in giardino sotto l’ombrellone sarà perfetta e mi ricaricherà a dovere per continuare a lavorare.

Il mio sogno? Che questa tecnica della schiscetta mi permetta prossimamente, finite le urgenze, di staccare davvero alle 16 invece che alle 18 – che poi diventano le 20!

Le ovvie domande:

Perché la schiscetta e non uno snack da mangiare alla scrivania se proprio si ha fretta? Perché non voglio mangiare male, voglio solo evitare perdite di tempo inutili e molto lavoro in più.

Ok, ma sei a casa in pratica, scendi in cucina e mangia la stessa cosa in un piatto, no? No, perché comporterebbe “preparare“. Esattamente come c’è molta differenza tra il lavorare in pigiama o con i vestiti da lavoro, mentalmente l’atteggiamento è proprio diverso, nello stesso modo mangiare le stesse cose in un piatto in cucina comporterebbe: sporcare la cucina (lavoro in più), lasciare piatto, forchetta e altro nel lavandino oppure lavarli al volo (lavoro in più) e dilatare i tempi. La schiscetta la apro, mangio e riporto in cucina quando ho finito di lavorare. Le laviamo alla sera con i piatti, le riempio con il pranzo del giorno dopo e voilà: niente lavoro fino alla sera seguente e ho cucinato una volta sola.

A questo punto mi sono posta il problema di cosa mettere nel porta-pranzo visto che più di un decennio ha cancellato le poche idee che avevo sui pranzi trasportabili da ufficio.
Dopo lunghe ricerche online che mi hanno portato solo alla visualizzazione di bento box pieni di intrugli americani e al rilevamento di un paio di sindromi da stress che portano gli impiegati a fotografare con orgoglio degli inquietanti Hello Kitty di riso nel loro porta pranzo, ho fatto la cosa migliore: chiedere a voi!
Sulla mia pagina facebook sono arrivati una quantità di suggerimenti, esperienze e trucchi per riempire la schiscetta. Se volete aggiungere qui i vostri suggerimenti per una schiscetta vegan, ben vengano!

Io credo che seguirò queste combinazioni, molto semplici e bilanciate, che possono includere facilmente anche avanzi della cena:

– verdura cruda / germogli crudi + cereale o legume cotto (riso, ceci ecc., rientrano anche piatti come hummus, cous cous ecc.)
– verdura cruda / germogli crudi + verdura cotta (verdure spadellate o al vapore o amidacee come le patate)
– formaggio veg + verdura cruda

La mia metà ha chiesto invece verdura cruda + insalata di pasta integrale, il suo pranzo preferito. Ieri sera mentre cucinavo ho preparato al volo dell’insalata di pasta per tre giorni.

Oggi lavoro e nella foto sopra c’è la mia schiscetta:

primo: pomodori san marzano dell’orto con solo basilico e gomasio
secondo: verdure spadellate al curry (patate, peperoni, cipolle rosse), provenienti dalla cena di ieri sera. Fare una porzione in più della cena è stato uno dei suggerimenti più apprezzati!
Spuntini: uva (non ancora la nostra purtroppo, quest’anno è indietro!)

E voi cosa vi portate in ufficio per il pranzo vegan?

Pentole Bionatural nuove, la casseruola da 20 cm e la olla da 25 cm
Consumo consapevole, Cucina a legna, Giorno per giorno, Ricette

LE PENTOLE BIO IN ARGILLA E PIETRA REFRATTARIA (Bionatural)

Pentole Bionatural nuove, la casseruola da 20 cm e la olla da 25 cm

Uso da anni le pentole in argilla rossa e pietra refrattaria, che ogni tanto sono apparse in questo blog e hanno sollevato qualche domanda. Ma poi non ricordavo mai di scrivere qualcosa a tema come promesso. Ne approfitto ora, visto che recentemente ho postato la foto sopra su facebook e ricevuto millemila domande su queste pentole.

Più o meno un mese fa, con la scusa che un’altra pentola mi si era crepata, sono arrivate a casa nuove nuove queste due bellezze. Da lì è partito il dramma. Sì, forse farei meglio a dire la “drammatizzazione della mia follia”. La foto sopra, un po’ miserina perché fatta con un cellulare, l’ho postata sulla pagina facebook ammettendo che le mie pentole stavano diventando… complementi d’arredo! Erano così belle, appena arrivate, che da una settimana le guardavo e le spolveravo, ma le lasciavo su un ripiano della cucina inutilizzate!
A nulla sono valse persino le incitazioni di chi ha la stessa casseruola delle foto… niente da fare, un po’ con la scusa che non era mai il momento giusto, un po’ ammettendo che mi piacevano anche solo da guardare, le lasciavo lì. “Ancora un pochino...”, mi dicevo, tanto ne ho altri due ‘pezzi’ di altre misure che uso costantemente da anni (la paelliera e il piatto).

In questa allegra drammatizzazione della follia che prende ogni amante della cucina davanti all’oggetto del desiderio, è successo però che molte persone mi hanno chiesto informazioni su questo tipo di pentole, dal perché le uso ai dubbi sulla facilità o meno di cucinare. Così eccomi qui, l’altra sera non solo ho messo in uso la casseruola, ma approfittando del clima ancora fresco e della cucina a legna ancora accesa, mi sono prodotta anche in qualche foto a corredo delle spiegazioni.

Chiarisco subito che non sono pentole esclusive per la cucina a legna: si possono usare su qualunque tipo di piano cottura tranne mi pare quelle elettriche. Ma dove c’è fiamma, si possono usare. Io le uso indifferentemente sulla cucina a legna (senza togliere i cerchi, le appoggio direttamente sulla ghisa) e sui fuochi normali, anzi anni fa ho cominciato a usarle su quattro fuochi che chiamavo “la cucina di Barbie” tanto erano piccoli e scomodi. Quindi le Bionatural vi assicuro personalmente che vanno proprio ovunque. Le mie sono passate ormai per cinque diverse cucine.

 

Pentole Bionatural sulla cucina a legna

Come dicevo, la mia storia con queste pentole comincia tanti anni fa, quando la casa sull’appennino e la cucina a legna erano ancora molto lontani.
Al tempo stavo cercando delle pentole in coccio che fossero fatte artigianalmente e controllate, senza uso di smaltatura con metalli pesanti, piombo in particolare. Purtroppo le pentole in coccio oggi in circolazione, soprattutto quelle a basso costo, sono quasi sempre prive di certificazioni e le aziende non rispondono affatto sulla questione della smaltatura atossica.
Su un forum una ragazza mi consigliò le Bionatural e da quel momento mi si aprì un mondo! La settimana dopo mi feci procurare dalla bottega bio dove facevamo la spesa la mia prima Bionatural, la paelliera. A distanza di una decina di anni la sto ancora usando ed è quella che uso di più  probabilmente .

Sono pentole fatte a mano con cura e perizia artigianale, ogni pentola è diversa dall’altra e quando si prende in mano si capisce davvero la qualità di questi oggetti. A me piace molto anche il pensiero che, al contrario delle pentole di acciaio, se un giorno dovessero rompersi o essere dismesse per qualche motivo, non andrebbero certo a riempire una discarica: sono materiali naturali, biodegradabili, non inquinanti. Un pensiero che mi piace molto quando compro qualcosa di utile! E poi non so, mi sembrano proprio le ‘mie’ pentole ideali, bellissime, ruvide e rustiche, con la sicurezza totale che niente di tossico venga rilasciato durante la cottura. Quando le guardo nella mia cucina, sembrano lì da sempre, non oggetti freddi e estranei ma qualcosa che mi parla dei tanti pranzi passati, delle serate a tavola con gli amici, del calore buono e del profumo della legna. Fanno parte del mio cucinare con amore.

 

risotto ai funghi casseruola Bionatural

Una delle domande che mi hanno posto più di frequente è se siano facili da usare. La risposta è semplice: si usano come tutte le altre pentole. L’unica differenza è il risultato: il cibo è molto più saporito, i sapori sono più rotondi, danno quell’idea di pienezza che io ho sperimentato solo con la lionese di ferro dopo mesi di utilizzo. Insomma, oltre che per la salute, fanno sicuramente la differenza per il gusto!

Se vi va, potete seguirmi qui di seguito nella preparazione di un risotto ai funghi porcini, una ricetta classica che possono seguire tutti facilmente per vedere l’uso della pentola. Purtroppo la rete non mi permette di farvi sentire il sapore nettamente diverso ed esaltato, rispetto sia alla pentola di acciaio che al tegame di rame stagnato (quello che prima usavo per i risotti). Chiamo però a testimone chi è passato dalla mia tavola e se ne è reso conto di questa differenza! 😉

Si parte dal soffritto (foto sopra), poi riso, sfumatura con brodo di funghi porcini, ancora brodo man mano che il riso assorbe, pochi minuti prima della fine cottura aggiungo i funghi porcini precedentemente saltati due minuti, termino la cottura e faccio mantecare.

fasi del risotto ai funghi con la casseruola Bionatural

L’unica differenza tra le pentole normali e le Bionatural è che bisogna scaldarle da 5 a 15 minuti prima di utilizzarle, ma ugualmente, io vi consiglio di spegnere la fiamma 5-10 minuti prima di terminare la cottura perché mantengono molto il calore e vanno avanti a cuocere anche a fiamma spenta. Se poi usate la cucina a legna, c’è da tenere la fiamma bassa (io ho messo solo un ciocco di castagno sulle braci e mezza apertura della canna fumaria, così da avere la ‘fiamma bassa’) perché la refrattaria sulla ghisa scalda subito.
Come vedete dall’ultima foto della cottura, 10 minuti prima del termine ho spostato la pentola sul treppiede per staccarla dalla ghisa: ha terminato di cuocere senza ricevere altro calore diretto.
Sui fornelli normali è sufficiente spegnere la fiamma 10 minuti prima della fine cottura e andare avanti a cucinare. 5 minuti prima per preparazioni meno delicate del risotto.

Ho scelto il risotto come esempio anche perché è una delle cose più antipatiche da pulire nelle pentole. Ma qui non attacca! Almeno, dovete impegnarvi proprio tanto per bruciare un risotto sul fondo con le Bionatural! Sono facilissime da usare anche per questo motivo… all’interno il cibo non attacca, in modo del tutto naturale! Infatti l’invetriatura è fatta con silicati di sodio e calcio, totalmente atossici e inerti.

casseruola bionatural a raffreddare sulle pietre del camino

Così, una volta finita anche la mantecatura, abbiamo riempito i piatti e la casseruola è rimasta a raffreddare sulle refrattarie del camino (avevo i poggiapentola impegnati per altro!). Visto come non ha attaccato nemmeno il risotto?

Le misure. Dipende molto da come e quanto cucinate, c’è gente che fa 50 g a testa di riso, chi ne fa 100. Con questa casseruola di diametro 20 delle foto, io faccio un risotto fino a otto persone, quello che vedete nella foto in cottura sono 350 g per 5 persone.

Un altro uso che adoro di questa casseruola è nel forno della cucina a legna: metto dentro gli ingredienti di una zuppa di legumi o anche solo i fagioli, l’acqua e la infilo nel forno alla sera quando restano solo le braci. Alla mattina trovo la zuppa già fatta (o i fagioli già cotti!)… e poi venitemi a parlare di slow cooking con le pentole elettriche! 😉

Un’ultima cosa, che mi era piaciuta tanto e ho scoperto non essere cambiata negli anni… quando dovevo acquistare la prima Bionatural e cercavo informazioni, scrissi al distributore italiano, Tempobiologico, con tutte le mie domande noiose e pignole. Ho ricevuto una delle rarissime risposte italiane davvero puntuali e precise da parte di un’azienda. Niente marketing e dichiarazioni “siamo bio” dall’ufficio comunicazione, ma una bella email con tutte le informazioni dettagliate e l’invito a telefonare o passare in negozio se volevo altri chiarimenti. Questa è una cosa che capita davvero raramente, così ad anni di distanza resto convinta di aver fatto la scelta giusta. Oggi c’è il sito che è già molto ricco di informazioni ma… si può sempre chiedere. E’ bello quando non risponde un call center.

E il risotto? Il risotto era squisito, ce lo siamo mangiato tutto. La foto è impietosa, scusate, ma i commensali erano impazienti!

risotto ai funghi con casseruola Bionatural

 

 

Formaggio di tofu alla senape di Digione - Maillé Dijion Originalle - Formaggi Veg
Ricette

CENE VELOCI E CREMA DI TOFU ALLA SENAPE DI DIGIONE

 

Formaggio di tofu alla senape di Digione - Maillé Dijion Originalle - Formaggi Veg

Gennaio è un mese a dir poco terribile, pieno di corse e progetti che cominciano, la testa piena di cose da fare e da imparare, riunioni in tutte le salse: di persona, al telefono, videoconferenza… mi sembra di essere la dea Kalì che fa il giocoliere tra telefoni, computer, tablet… molto downshifting eh?
Lo so, per quanto io cerchi di fare una vita pacifica, il lavoro tende all’entropia e invade un po’ questa vita. Poco, comunque, rispetto a tanti anni fa e solo in pochi periodi (quando la mia metà leggerà questa affermazione, verrà a vedere a che punto è arrivato il mio naso da Pinocchio!).
Ho delle fantasie di vita lenta, insomma, un po’ come capita a tutti. A volte le realizzo, a volte no. Ecco, questo è più realistico.

Non bastasse il lavoro, a tutto questo caos di ripresa si è aggiunta la nuova edizione di Formaggi Veg. Ecco, questa è la prima volta che mi capita il libro esaurito a soli due mesi dall’uscita! Sono felice eh, anzi ringrazio tutti quelli che l’hanno apprezzato e tutte le persone fantastiche che sto conoscendo semplicemente scambiandoci ricette, pareri e modifiche.
Però ammetto che sono quasi caduta dalla sedia quando me l’hanno comunicato… la seconda edizione degli altri libri è arrivata uno o due anni dopo o più… e in un mese come questo, lavorare ancora a un libro bello tosto e complicato ha significato fare i salti mortali. E le ore piccole. Certo, non è che lavoro in miniera e non mi lamento affatto, il massimo della mia stanchezza è star piegata due ore a fotografare (l’inclinazione a settanta gradi è un balsamo per la schiena!) o picchiarmi sulla testa con il manuale di microbiologia per restare sveglia e finire di controllare i dati (in realtà volevo metterlo sullo scaffale ma mi è ripiombato in testa, ottima sveglia… ho lavorato altre due ore!). Un po’ di foto nuove a sostituire alcune vecchie un po’ orride, un po’ di testi integrativi per spiegare più dettagliatamente (per chi ha già il libro non preoccupatevi: le parti nuove le metterà a disposizione l’editore sul sito… e permettetemi il commento: questo è aver cura dei propri lettori! 😉 )

Così le nostre cenette lente e piene di chiacchiere, che di solito devono tanto all’orto e alle mia autoproduzione, si sono ridotte a… panini! Ottimi panini, eh, con pane di farro e pasta madre, formaggi vegetali, insalata bio della cooperativa. Oppure fette di segale e formaggi veg spalmabili, quelli più semplici e veloci tipo la crema messicana, le creme di tofu ecc.
Complice poi un regalo di Natale di un cliente, con selezione di vari tipi di senape francese, uno dei miei panini preferiti al momento è diventato quello con crema di tofu spalmabile alla senape di Digione (nella foto e ricetta sotto), lattuga e pane di farro. Semplice semplice.
La crema di tofu spalmabile è veloce da preparare e si può tenere in frigo anche 6-7 giorni, in un contenitore ermetico. Io la metto anche in tavola nei ciotolini e la gustiamo con crudité di stagione: carote, sedano, cavolfiore (sì io lo mangio crudo, è ottimo e non odora come da cotto… l’unione con i gusti aciduli della senape è fantastica!).

Con tutto questo super-lavoro, l’orto di gennaio piange. Ho una piccola distesa di bietole, prezzemolo, sedano, carote e rape. Rape rosse a profusione. Ho seminato rape come se non ci fosse un domani… a volte semino con la testa nelle nuvole ed esagero.
Ora regalo rape a chiunque venga a trovarci, a breve perderò delle amicizie o riceverò ricette ottime per le rape! Spero la seconda… anzi, se ne avete, soprattutto di veloci, sono benvenute!

 Crema di tofu alla senape di Digione
(ricetta tratta da Formaggi Veg, pag. 117, nella lista di quelli facili!)

Ingredienti

200 g di tofu (ricetta a p. 75-79 oppure un tofu industriale non troppo duro)

2 cucchiai da tavola di senape di Digione

50 ml di maionese vegetale (ricetta a p. 161)

1 pizzico di sale integrale

Procedimento

Tagliate il tofu a cubetti, versatelo in una casseruola e copritelo di acqua. Portate a ebollizione e fate bollire 5 minuti. Salate e fate riposare nell’acqua altri 5 minuti.

Scolate il tofu cotto, asciugatelo con un canovaccio e attendete che si raffreddi.

Versate il tofu nel mixer e utilizzate la lama per triturarlo 2 minuti. Quando avrete ottenuto una consistenza cremosa, cambiate la lama, utilizzando quella per amalgamare. Unite la maionese e la senape, amalgamate 5 minuti a bassa velocità.

Potete conservarlo in frigorifero 5-7 giorni, in un contenitore ermetico.

Vi saluto con una segnalazione culinaria importante e di cui sono fierissimo araldo: Alice, amica impareggiabile oltre che cuoca vegan sopraffina e fotografa eccezionale, terrà un corso di cucina vegan sui dolci fatti in casa a Verona, il 7 febbraio. Per informazioni scrivere a: corsovegan@gmail.com

Per chi non la conosce ancora, Alice Martini è una cuoca vera, non uno chef autonominatosi online. Ha lavorato anni in un ristorante e poi in una gastronomia vegan, ha un’ampia base tecnica e la passione per le sperimentazioni. Crea ricette proprie, originali, con molta perizia e passione. Raramente ho trovato persone così competenti dal punto di vista tecnico che non perdono però di vista la creatività e … la gola! Mi sento di consigliarvi questo corso con il cuore e con la testa, perché Alice oltre che una cara amica è anche una persona con cui collaboro, ne conosco bene sia le capacità che l’approccio rigoroso ma molto gentile.
(Leggendo sarà andata a nascondersi sotto il tavolo, perché è anche molto modesta, ma giuro che per il giorno del corso sarà uscita! In caso contrario le faccio vedere una delle mie foto sovraesposte e scappa fuori 😛 )