04/2012
A mia insaputa
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*Questo post è dedicato a Kia che domani deve affrontare Bologna-Milano sul Frecciarossa e che finora era scampata a questa macchina infernale.*
Negli ultimi due anni e mezzo mi sono ritrovata a prendere questi treni veloci, visto che ormai per andare da Bologna/Firenze a Milano, Roma o Torino non c’è praticamente altro. Ovvero. Ci sarebbero gli Intercity che però dopo l’avvento delle Frecce sono stati ulteriormente rallentati. Anni fa, prima delle Frecce, da Bologna a Milano con un’intercity ci volevano un paio di ore. Oggi dalle due e mezza alle tre abbondanti. Aggiungiamoci anche che, una volta scesa a Milano, a volte devo prendere i treni della transumanza disumana, ovvero il Milano-Mortara o Milano-Vercelli: un’ora minimo con corse sempre più rare, il tutto solo per fare 70 km… A quel punto, l’attuare la mia personale protesta anti-TAV e prendere l’intercity invece dei superveloci diventa solo una protesta patetica (lo è anche normalmente, visto che le ferrovie non se ne accorgeranno mai, ma è una questione di principio e di ri-appropriazione di ritmi lenti).
Morale, insomma, mi ritrovo sul Frecciarossa, uno spaccato di un’Italia che mi piace sempre meno.
La maledetta prima classe Frecciarossa
La prima classe del Frecciarossa è una perversione progettata da uno che da studente non ha mai potuto viaggiare in prima classe e ora ha trovato il modo di vendicarsi di tutti i viaggi in terza sulle littorine ghiacciate coi sedili di legno. Nella sua infanzia sfigata si rodeva e progettava la vendetta contro quelli della prima classe con riscaldamento e sedile in vellutone rosso. C’è riuscito.
Se prenoto io, evito la prima classe come la peste, ma se prenotano le aziende puoi anche supplicare in aramaico, la seconda non te la danno, sicuramente tutte le aziende con cui lavoro fanno parte della lobby del Perverso Progettista della Prima Classe Frecciarossa di cui sopra, d’ora in avanti chiamato PPPC. (Si noti il non casuale ribaltamento di CCCP – Fedeli alla linea).
La prima fondamentale vendetta che ha previsto il PPPC è che la prima classe sia sempre negli ultimi vagoni, sia che tu stia salendo o scendendo. I frecciarossa hanno in media 12-13 vagoni. Lunghissimi. Alla stazione di Bologna per salire sulla prima classe devi andare a piedi a Casalecchio di Reno, a Torino devi scalare Superga, ma a Roma Termini ti basta camminare sui binari fino a Tiburtina, sempre con valigia al seguito.
La lontananza dei vagoni prima classe è di solito inversamente proporzionale alla lunghezza delle banchine, specialmente in stazioni come Bologna dove le banchine finiscono senza logica e comincia il ghiaietto di m****, ideale per tacchi alti e valigie pesanti con rotelle. L’ultima volta che sono atterrata sul ghiaietto di m****, avevo anche una zucca di 6 kg a completare la giostra tacchi-valigia-borsa-computer. E’ più facile correre sulla spiaggia d’agosto con la tuta da sci trascinando un tronco di pino.
Ma quando sarete saliti sul vagone prima classe, vi renderete conto che questo era solo il purgatorio.
Il maledetto ristoro della prima classe Frecciarossa
La prima classe offre un servizio di piccolo rinfresco continuo, gratis, che si converte in solenne rottura di maròni, sempre gratis. Ma è uno spaccamento di maròni scientifico, articolato e studiato per non lasciarti in pace più di 5 minuti, in 5 fasi:
La cosa meravigliosamente perversa è che tutti questi passaggi si compiono ad ogni fermata. Ad ogni passaggio di carrello è impossibile muoversi, perché occupano l’intera corsia. Devi startene seduto con il tuo dirimpettaio che mastica a bocca aperta. Incarcerato nel tuo sedile. Alla prossima fermata riprenderà tutto da capo. Voce-quotidiani-da bere- snackdolcisalati-monnezza-caramella.
La cosa comica è il tratto Firenze-Bologna, 40 minuti scarsi. In questi 40 minuti, come in una comica da film muto, parte il messaggio “sei un superfigo di prima classe” e prima che sia finito passano di corsa: il carrello giornali senza Il Fatto Quotidiano, il carrello “SalitoBologna?Dabere?AcquaCocaSpumanteSuccoBianco?Succo?Perapescatropical.Dolceosalato?” con salviettina, la monnezza, il caramellaio della dottoressa Vegan e di nuovo la monnezza che strappa via i sacchetti di Fagolosi a chi cercava di mangiarli in meno di 2 minuti. Ma non è importante, perché entro 5 minuti ferma a Bologna e si riparte: carrello giornali , carrello “SalitoBologna?Dabere?AcquaCocaSpumanteSuccoBianco?Succo?Perapescatropical.Dolceosalato?” con salviettina, la monnezza, il caramellaio della dottoressa Vegan e di nuovo la monnezza. Devi rispondere a tutti. Prova a lavorare sul tuo portatile e sei morto.
Se fai Bolzano-Napoli, all’arrivo vai direttamente in auto-ricovero al manicomio di Aversa.
Il perverso portabagagli del Frecciarossa
Merita menzione d’onore. Per affrontare il frecciarossa devi aver fatto yoga e rugby. Il primo ti aiuta a sopportare stoicamente il dolore, il secondo a sfondare le valigie di m*** infilate tra i sedili.
Il PPPC infatti, nella sua perversione, ha fatto in modo che tutti fossero costretti ad usare il minuscolo vano valigie tra i sedili, infilandoci in genere delle Samsonite giganti in piombo degli anni ’80, sporgenti abbastanza da massacrarti le rotule ma non abbastanza da essere notate in tempo. L’unica per sopravvivere a questi corridoi è fermarsi all’inizio, intonare l’haka come gli All Blacks, prendere la rincorsa, chiudere gli occhi e farsi tutto il corridoio in posizione placcaggio fino al proprio posto. Poi puoi passare la seguente ora con le rotule in gola, ma vivo.
Per attuare i suoi piani senza farsi beccare, il PPPC ha inserito un vano bagagli all’entrata delle carrozze e un portabagagli sopra i sedili, così nessuno gli può dire niente. Ma sono studiati per non essere utilizzabili dalla maggioranza.
Il vano valigie all’ingresso non lo usa nessuno perché:
Nei treni di una volta, gli intercity e il Pendolino, c’era il vano porta bagagli sopra la tua testa che conteneva la tua maledetta valigia con le misure massime consentite nei voli aerei. Si sa che chi viaggia per lavoro ha i trolley di questa misura per non accodarsi alle comitive di ottantenni giapponesi al ritiro bagagli. Su questa base, nel Frecciarossa il PPPC ha progettato il re dei portabagagli inutilizzabili. Ha preso le misure massime consentite per i bagagli in aereo e ha piazzato sopra la tua testa una mensola di 3 cm più stretta. Così tu sali sul Frecciarossa e sollevi sportivamente la tua valigia con le misure massime consentite, oplà come sono agile, cerchi di infilarla e la incastri invariabilmente a metà percorso. Perché, questa sì che è progettazione perversa, la mensola è anche inclinata verso il basso, così o incastri la valigia e devi strapparla via con una tenaglia, attrezzo di cui tutti noi viaggiatori-lavoratori disponiamo come up dell’iphone. Oppure se pensi di fare il furbo come la sottoscritta e ti procuri una valigia più piccola, ti scivola giù fino in fondo e per recuperarla puoi solo sperare che la nazionale di basket viaggi con te.
La salviettina rinfrescante
La salviettina rinfrescante richiede un capitolo a parte. Merita. Primo è obbligatoria, te la schiaffano sul microtavolino oppure direttamente sul tasto canc se fai finta di non vederli. In genere il neofita pensa: “La uso, se no passo per una persona sporca“. Apre l’involucro non riciclabile con logo frecciarossa, dispiega il lenzuolo imbevuto di Mastro Lindo al limone e si sfrega energicamente le mani “eh? visto come sono pulito?“.
Dopo un minuto si accorgerà di avere le mani appiccicose come se si fosse lavato con il vinavil e di puzzare come il bagno del suo ex liceo. Si precipiterà in bagno, rendendosi conto troppo tardi che la salviettina rinfrescante è solo un abile tranello del PPPC per mandarlo in bagno e eliminarlo.
Il bagno della prima classe
Il bagno della prima classe è chic. Minimal chic. Più minimal che chic. Non ho osservato bene la tazza, perchè non ho di queste perversioni ma il lavandino lavamani sì. L’hanno fatto come il bagno di casa tua, ma in dimensione puffetta e con i materiali della casa di Barbie. Il PPPC sono sicura che sia anche nano e abbia in odio chiunque più alto del metro e cinquanta. Se ti approssimi a questo gioiello di lavamano ti accorgi prima di tutto che devi inclinarti quasi a 90 gradi per usarlo. Il che, se non sei sproporzionato, implica il dare una botta di coccige alla parete retrostante e ritrovarti seduto per contraccolpo sulla tazza o direttamente dentro. Io consiglio di inclinarsi solo a 70 gradi e usare usare un calzascarpe (anche qui una cosina che tutti portiamo in tasca) per pigiare sull’erogazione acqua. Se no dovete trasformarvi nell’uomo elastico. Attenzione perché ora vi do una dritta vitale: appena pigiato, fate un salto all’indietro! Subito! In alternativa uno schizzo potente di acqua vi decorerà la zona patta dei pantaloni e tutto il vagone penserà, nella migliore delle ipotesi, che vi siete dati a giochi onanistici nella toilette. Mentre vi state asciugando (ma sarà inutile), il controllore vi busserà alla porta per vedere se state scroccando un viaggio con la tecnica della toilette. Alcuni sostengono che ci sia un chip nel rubinetto che comunica al controllore quando passare con la maggiore discrezione.
Il wi-fi del Frecciarossa
Sorvoliamo sul fatto che io capito sempre di fronte a qualcuno che gradisce le innumerevoli bevande offerte e le parcheggia meticolosamente vicino al mio portatile, in modo che a qualsiasi evento di frenata o urto possano inondarlo. Il frecciarossa non ha i portabicchieri, solo un microtavolino liscio per far cadere meglio le bevande. Se tu hai un portatile e il tuo vicino una coca-cola gigante, è scientifico che le due realtà si congiungeranno alla prima frenata. Se invece il tuo vicino se l’è già versata sui calzoni ed è impegnato a pulirsi nel bagno di Barbie, puoi lavorare abbastanza tranquillo.
Il wifi è obbligatorio, perchè se ti colleghi con la tua internet key o con il tuo cellulare, ti salterà la connessione ogni tot e alla fine ti salterà definitivamente, mentre la sim resterà connessa consumandoti le seguenti 24 ore di connessione via roaming con l’adsl di Tokyo.
Dopo complicatissime manovre che non sto a descrivere anche perché le ho dimenticate, sono riuscita ad avere una user e password per il wifi del Frecciarossa, gratuito fino al 2012. Il funzionamento non è male, quando va, bisogna ammetterlo. Ma quando non va, ti rendi subito conto di vivere in Italia perché ti compare il seguente messaggio:
“ERRORE Spiacenti ma la sessione è scaduta. O sei stato troppo a lungo inattivo o hai disabilitato i cookies nel tuo browser oppure hai avuto problemi con la tua connessione di rete. Per favore contatta ‘Francesco Lombardi’ (‘francesco.lombardi@telecomitalia.it’) per ulteriore assistenza.”
Devo commentare? Non ho più accesso a internet e per segnalartelo posso solo mandarti una mail. Geniale. Ma soprattutto partiamo già dal presupposto che sia colpa mia, un marchio di fabbrica di Telecom e dell’assistenza clienti italiana in genere, in pratica mi sta dicendo: “o ti sei fatta i fatti tuoi invece di lavorare, o sei un terrorista che non vuole esser riconosciuto e non accetta cookies, oppure hai avuto problemi con il wifi del frecciarossa”. Di solito è la terza, ma torniamo al principio: come te la scrivo una email se ho problemi con la tua connessione da terzo mondo?!
Le offerte eterosessuali per famiglia cattolica
Succede che viaggiando tanto con il Frecciarossa, accumuli punti sulla tua bella tesserina. E ti arrivano le offerte eterosessuali per famiglia cattolica. Sabato prossimo se viaggi in due, lei non paga! Ok, e se siamo due lui? Uno si traveste da Mrs Doubtfire, se no non ci fate lo sconto?
Dal 22 del mese se viaggi con tutta la famiglia i bambini non pagano e a tua moglie paga la metà, offerta riservata a gruppi di almeno 4 familiari! E se non ho figli? Mi becco solo lo spaccamento di maròni di viaggiare su un treno pieno di pargoli?
Weekend romantico a Roma con la tua lei a 19 euro* (*= solo se siete sposati). Qui, lo ammetto, ho sospettato lo zampino di mia suocera… ma comunque: siete Trenitalia o l’ente promozione del matrimonio etero?
Un appello: il mondo, anche quello italiano, non rispecchia la famiglia cattolica e basta. Perché due amici dello stesso sesso o due fidanzati dello stesso sesso o due compagni dello stesso sesso non possono avere una buona parte di sconti? Che differenza vi fa? E che differenza vi fa se la mia famiglia sono due persone non sposate e basta?
- — 9.11.2011 A qualche giorno dalla pubblicazione di questo post, devo aggiungere una nota. Questo è un post umoristico, non è un documentario, quindi mandarmi tre pagine di spiegazioni sul perché il personale è costretto a chiedere a ognuno personalmente se vuole il giornale non ha senso. Lo so che siete obbligati, così come io mi sento obbligata a rispondere sempre “sì grazie” e “no grazie”.
Io non ce l’ho affatto con il personale di bordo del Frecciarossa. Ce l’ho semmai con quel perverso progettista che obbliga il personale a fare tutto quello elencato sotto. E di conseguenza obbliga me a farmi un paio di ore interrompendo il lavoro ogni cinque minuti per rispondere. Perché io sono una di quelli che rispondono sempre ‘grazie’ ‘prego’ ‘buongiorno’ e ‘buonasera’. E trovo barbaro e incivile che nel 2011 una persona, magari anche con una buona istruzione e una formazione professionale, sia pagata per ‘servire’ bevande su un treno, solo perché in questo Paese non c’è altro lavoro per loro. Ancora più barbaro il fatto che devono farlo spesso servendo onorevoli con meno titoli di studio di loro, che viaggiano gratis su questi treni.
Morale: se mi scrivete di nuovo una sfilza di commenti sugli obblighi del personale di bordo del Frecciarossa, vi bersaglio in fronte con le caramelline latte e miele. Siete avvisati
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Non compro casa se non conosco bene la zona. Quante volte mi sono ritrovata a spiegarlo all’agente immobiliare di turno ogni volta che arrivava la fatidica frase “ma allora perché non compra”? Conoscere la zona vuol dire viverci qualche anno, almeno. Comprare in una zona che conosci solo per sporadiche frequentazioni è una leggerezza che ho già testato, i risultati sono stati pessimi. Inoltre sono una che si adatta poco: non voglio gli inceneritori, le trivelle, la tav, alta tensione, ripetitori… e vivendo in Italia, al momento, possono piazzarmi uno di tutto di fianco a casa domattina. Quindi:
1) cerco in affitto. Quando arriva lo scempio di turno, io levo le tende in meno di un mese.
2) se dopo aver letto quanto sotto osate chiedermi “ma perché non compri?” vengo davanti a casa vostra con la lanciasassi fotovoltaica
Ordunque, sto cercando una casa con più terreno, visto che in questa zona cercare un terreno in affitto e avere un accento milanese ti manda subito nella categoria “stupido ex-cittadino da derubare”. Queste ricerche però hanno dei lati positivi: vediamo un sacco di posti meravigliosi senza avere la possibilità di andarci a vivere e incontriamo tanta gente nuova che altrimenti non frequenteremmo nemmeno sull’isola di Lost, se fosse rimasta la scelta tra loro e il mostro di fumo.
Soprattutto, quando cerchi una casa in affitto con terreno e non un semplice appartamento, hai il piacere di confrontarti con alcune tipologie di identità sociopatiche e di personalità psicopatiche. Per far progredire la ricerca scientifica, ho grossolanamente diviso gli psico-tipi dei locatori.
TIPO 1 Quelli che hanno esattamente quello che vuoi tu, perché non hanno ascoltato quello che vuoi tu ma devono convincerti che quello che hanno loro è quello che ti serve. Il Tipo 1 è la maggioranza degli agenti immobiliari e buona parte dei locatori. Tu telefoni e gli dici che cerchi una casa indipendente con terreno, anche a parte, in zona collinare o pedemontana. Loro ti portano a vedere tre loft in centro e un garage di fianco al porto.
Al Tipo1 non bisogna mai far notare che non è quello che cercavi: rischi un discorso di un’ora, venti telefonate in settimana anche a orari notturni – Sono le due di mattina, suona il cellulare e uno ti bisbiglia “E il terratetto in corso Roma? eh?”. Vi lascio immaginare le conseguenze psicologiche e di coppia.
Con il Tipo1 l’unica arma è dire “Sì, interessante. Ora ne parlo a casa e le so dire in settimana”. Saluti educatamente, poi a casa distruggi la scheda telefonica, inizi le pratiche per il cambio di nome e cerchi di entrare nel programma di protezione testimoni dell’FBI. Tutto il resto non funziona, ti ritroverà, il Tipo 1 ti ritrova sempre perché non ha finito di spiegarti che non ti serve un orto ma un garage al porto. Ti telefonerà da qui ai prossimi due anni per proporti tutto quello che gli arriva in agenzia o, se non è un agente immobiliare, insisterà con la sua casa finché non cedi o emigri in Groenlandia.
TIPO 2 Quelli che non hanno ancora deciso cosa vogliono fare della loro pietosa vita. Il Tipo 2 mette l’annuncio per affittare ovunque, su tutti i giornali locali e nazionali, su tutti i portali. Del fatto che loro vogliono affittare è arrivata notizia anche tre province più in là, anche in alcune province della Svezia, ma quando sei quasi alla firma e hai disdetto la casa in cui stai, sicura di trasferirti perché vai a firmare il contratto… si palesa il Tipo2. Il Tipo2 ti chiama mezz’ora prima della firma, mentre sei per strada a 300 km da casa tua, per avvisarti che non se ne fa nulla, ha deciso di metterla in vendita.
Tra i migliori, una tipa che si è giustificata con “ho pensato che affittare per me è troppo stressante”. Ma tu non stai bene, fatti visitare.
TIPO3 Quelli che non si fidano ovvero “ho avuto brutte esperienze”. Per affittarti quattro muri spogli vogliono due contratti di lavoro a tempo indeterminato, una fidejussione di un anno di affitto, due mesi di caparra, sei assegni in bianco e un’opzione sui tuoi reni in caso di incidente.
Fatemi parlare per lunga esperienza: quelli che chiedono troppe garanzie sono quelli che troveranno il modo di fregarti. La loro frase preferita è “ho avuto brutte esperienze“. Nel 90% dei casi non è vero, le brutte esperienze le hanno fatte passare ad altri. Per esempio ho avuto un padrone di casa così che non ha voluto aggiustare il tetto, si è allagata la casa e rovinata una quantità di mobili. Il Tipo3 ha intascato tutto il rimborso dell’assicurazione per i miei mobili e arrivederci. La caparra non me l’ha mai ridata, perché i Tipi3 sanno benissimo che fargli causa costa molto di più e ci vogliono anni. Non si fidano di te perché hanno studiano per primi come infilartela in quel posto.
TIPO4 Quelli che i figli non si fidano. Questa è una nuova categoria, che ho scoperto di recente. Non appena ti accordi con un Tipo4, compaiono i figli. I figli del Tipo4 nel migliore dei casi pensano che siate dei ladri, dei mascalzoni, degli stupratori di vecchi. Poi invece li guardate in faccia e gli leggete ben evidente la domanda “Ammesso che mia madre sopravviva a questa esperienza politraumatica di ricevere l’affitto tutti i mesi, io come posso sbatterti fuori non appena la vecchia schiatta?”. Il Tipo4 infatti è molto amato dai figli, che per il dolore il giorno stesso del funerale passano in agenzia a vendere la casa. Gli inquilini in queste situazioni sono un fastidio. Se un anziano propone una casa, bisogna assicurarsi prima che tutti i figli, i nipoti, i cugini fino al quarto grado e gli amici del bar siano d’accordo. Se no è una perdita di tempo.
TIPO5 Quelli che ti affittano tutto tranne una stanza. Spesso unisce le caratteristiche del Tipo1, Tipo3 e Tipo4. Categoria potenzialmente pericolosissima. In genere affitta tutta la casa tranne una stanza che tiene chiusa a chiave con le “sue cose”. A volte lo chiama “locale di sgombero”. Oppure affitta tutta la casa tranne il giardino perchè suo padre ci coltiva le rose (proposta ricevuta davvero). Il Tipo5 vi considera così deficienti o così poveracci da non far caso al fatto che, per quanto ne potete sapere, nella stanza chiusa a chiave può esserci la moglie mummificata o un laboratorio per la mescalina, così come non vi fa differenza se un vecchietto vestito da cacciatore dovesse transitare per casa vostra alle 5 del mattino, è solo il padre che va a coltivare le rose. Il Tipo5 è uso lamentarsi con gli amici che non riesce proprio ad affittare.
TIPO6 Quelli che ci ripensano perché devono metterci i cani. Sono super ricchi. Hanno case ovunque. Le affittano per non farle ammuffire. Pericolosissimi. Ti tengono in sospeso mesi per controllare chi sei e quando infine hanno scoperto che sei quello che abita da due anni di fronte a loro e che hai sempre pagato tutto con precisione svizzera, si accorgono che il cane ha fatto i cuccioli. Allora ci ripensano e tu potrai certo capire perché sei animalista, no? La casa con due ettari di terreno gli serve per metterci i cani, che nella loro villa palladiana in stile rococò sporcano. Ma vaff… Da evitare. Non bisogna dare soldi a questa gente, ne hanno troppi e evidentemente a forza di lifting gli è imploso il cervello.
TIPO7 Quelli che ci ripensano perché devono metterci le mucche. E’ una variante che unisce il Tipo6 e il Tipo4. Questo tipo ha un figlio che, saputo dell’affitto del rustico in pietra appena ristrutturato, obbliga la madre a telefonarti per dirti tutta mortificata e vergognosa che non può più affittare perché il figlio deve metterci le mucche. Suona così patetico che non riuscirai nemmeno a rispondergli. E ti fa anche un po’ pena perché la vecchietta lo sa che il figlio vuole la casa libera da vendere appena lei schiatta.
TIPO8 Quelli che non ti affittano perché tu non frequenti i locali giusti. Soprattutto se vivi in un piccolo paese sui colli bolognesi, devi frequentare i bar del centro. Soprattutto quelli di destra. Se invece frequenti ANCHE un locale bukowskiano da cui passano musicisti, artisti, scrittori e vecchi comunisti bolognesi, dove ti fanno sei tipi di piadina vegan e danno asilo politico all’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, sei fuori dal giro. Felice di essere fuori dal giro, io ho il mondo e voi due stanze ammuffite e vuote.
TIPO9 Quelli che non hanno ancora finito di costruire. Pubblicano l’annuncio con solo la piantina. Tu dici: ma sì, non saranno capaci di fare le foto. Sbagliato (vedi anche Tipo14), non hanno ancora finito di fare la casa, puoi visitare le fondamenta. Se c’è solo la piantina, bisogna ricordarsi di chiedere sempre se la casa è già finita. In alternativa finisci a fare 200 km per guardare la cartina dal vero, incementarti le scarpe nuove e sentire un’ora di descrizione orale su come sarà la casa. Si trasforma subito nel Tipo1. Devi emigrare o affittare da lui, non ci sono altre soluzioni.
TIPO10 Quelli che giocano all’interior designer. Sono soprattutto donne. Hanno bisogno di riempire una vita di shopping e shopping. Hanno bisogno di attenzione, tanta attenzione. Non hanno mai fatto un beatissimo niente nella vita, a parte parlare a vanvera, arredare (male) le case e comprare. Ti portano a visitare tutta la casa, perfettamente arredata. In ogni minimo angolo, ogni centimetro, non hanno trascurato niente, rischi di morire soffocata dalle nappine. Se obietti che cercavi una casa vuota perché hai i tuoi mobili, si stupiscono: impossibile che siano più belli di questi… e poi le nappine a ogni chiave le hai viste?! Ti prendono sotto braccio e ti fanno vedere la casa tre volte, ti spiegano nei particolari come hanno scelto la stoffa per le tende, quella per i cuscini del divano che si intona con le sedie in cucina, che riprende i colori del cotto, che a sua volta riprende l’interno della cappa del camino e il pulsante sul retro della centrifuga incassata, ma tu la conosci la poesia di Neruda sui pomodori? Due ore minimo di particolari, che si concludono con “cara, ci troviamo proprio bene noi due eh? Hai delle domande?” (Sì: ti ha mandata mia madre, vero?).
Pericolosissime. Si trasformano in brevissimo nel Tipo1. Non bisogna affittare mai da loro, potresti trovartele ai piedi del letto alle due di notte che urlano “scusa cara, ero passata un attimo a vedere se questa nuova tappezzeria di Mastro Raphael si intona con il divano di Etro”.
TIPO11 Quelli della trattativa riservata. Questi li odio. Profondamente. Perché mesi fa ci dev’essere stato un agente immobiliare che ha pensato che fosse più figo mettere “trattativa riservata” anche per quattro sassi diroccati, così finisci in prima pagina nelle ricerche. Altri agenti l’hanno visto e si sa… Via, tutti a mettere “trattativa riservata”, che fa figo! Così adesso sulla maggior parte dei portali se fai la ricerca per prezzo ti devi prima sciroppare 3-4 pagine di “trattativa riservata” che vanno dall’ex villa toscana del sultano del Brunei a 20 mq senza cesso in fondovalle. Se vuoi sapere quanto costa, devi telefonargli. Loro però non te lo dicono, devi prima vederla. Occhio che sono tutti di Tipo1+Tipo 12… paura!
TIPO12 Quelli che devi prima passare in agenzia. Tu magari abiti a Roma, vedi l’annuncio che ti interessa e chiami per sapere se il sabato ti possono far vedere una casa a Firenze. Risposta: “Eh no, signora, deve prima passare in agenzia”. ”Mi scusi, non posso venire direttamente in agenzia e a vedere la casa? Abito a Roma…”. Tono di superiorità “Eh no signora, prima venga in agenzia che vediamo bene di cosa ha bisogno”. (AH! Il Tipo1! Maledetto, ancora lui! Salta fuori ovunque.)
Il migliore di questa categoria mi è capitato sabato. Qui vado nei dettagli perché voglio proprio mostrarvi a cosa arriva la perversione del Tipo12.
Dovevo vedere una casa in località Goraiolo, frazione di Marliana, PT. Mentre arrivo a Marliana per una stradina scassata in salita 13% con spazio appena sufficiente per la macchina e niente guardrail, con strapiombo a contatto fiancata, il navigatore perde tutti i satelliti. Sfodero la mia cartina “Toscana” e riesco ad arrivare sulla piazza di Marliana (con i cartelli stradali arrivavo solo a “Cà di Pippo” ma Pippo non era in casa). Cerco l’agenzia all’indirizzo che mi hanno dato e non la trovo. Un vecchietto, ridendosela, mi dice che è ad altri 15 km di quella strada da infarto. Telefono in agenzia, con mezz’ora di anticipo sull’appuntamento, e chiedo se non ci possiamo vedere sulla piazza di Marliana, visto che la casa sta a Goraiolo cioè di fianco, dalla parte opposta dell’agenzia e che il mio navigatore è in coma. L’agente insiste che no, DEVO prima passare in agenzia! “Lei prima DEVE passare in agenzia! poi si va insieme a vedere la casa”.
Ora, so che qualcuno sta già ridendo mentre riporto che uno mi urla nel telefono “Lei DEVE venire prima in agenzia”. Ma spiegherò lo stesso per i neofiti che quando sono io a pagare, non DEVO proprio una cippa di niente. Io ti pago, tu mi vieni incontro. Funziona così. E senza “per favore” puoi avere solo una mia risposta: “Io non DEVO andare da nessuna parte. Finiamola qui che mi son già stufata. Arrivederci” (questo intanto che il mio augusto compagno, probabilmente discendente diretto di Giovanni della Casa, mi gesticolava di mandarlo affanculo apertamente e di dirgli che andava lui a prenderlo in agenzia per fargli fare il ritorno in valle a calci).
Per documentazione, voglio mostrare cosa voleva che facessimo. Perché questo è un caso veramente grave di Tipo12…va studiato.
Vediamo a sinistra la soluzione proposta dal Tipo12: partenza da Marliana, dirigersi per la strada inerpicata a Momigno, in agenzia. Vedere l’agenzia (senz’altro bellissima, imperdibile, sarà già sulle guide Touring), poi tornare a Goraiolo (punto C) tutti assieme allegramente, per la strada inerpicata ma ora in discesa. Totale 25 km da infarto, assolutamente inutili.
Vediamo a destra la mia soluzione idiota: sono sulla piazza di Marliana, troviamoci a Goraiolo, 5 km, e poi semmai, se mi piace la casa, vengo anche in agenzia e mi date anche in omaggio dischi e pastiglie nuove per venire a firmare il contratto.
Tipo13 Quelli del grandangolo esagerato. Dalle foto sembra una magione e il prezzo è adeguato al castello di Windsor, parco compreso. Ma quando vai a vederla scopri che è un appartamento nella Firenze della Minitalia. In cucina si entra uno alla volta, non di seguito, oppure il primo esce dalla finestra. La seconda camera è lo sgabuzzino, cieco. Il soffitto ti arriva a 20 cm dalla testa e se metti una sedia, quello che è uscito dalla finestra della cucina può solo buttarsi di sotto o restare lì imprigionato a vita.
Con il Tipo13 è inutile ogni discussione, anche perché c’è il pericolo che celi un Tipo1. Dite che richiamerete in settimana, buttate la scheda, programma testimoni ecc.
Tipo14 Quelli degli annunci senza foto. Se non ci sono le foto, è un pacco. Se va bene è orrenda, oppure si trova tra una segheria e un deposito spurghi. Lo so, lo so, anche io all’inizio ero ingenua e dicevo “magari il proprietario non sa usare la macchina digitale”. No. Non siate buonisti, il buonismo attira il Tipo14. Il Tipo14 conta su questo tuo buonismo ingenuo. Invece tutti oggi hanno una macchinetta digitale o un cellulare con fotocamera o almeno un amico con tale attrezzatura. No foto = fa schifo. E’ l’unica per evitare il Tipo14.
L’ultimo Tipo14 che ho incontrato (perché sono masochista e la casa era vicina a dove vivo) aveva metà delle finestre con i vetri rotti e aveva realizzato nel sottotetto un secondo bagno. Poi essendo provetto idraulico della domenica, il bagno si era intasato, visibilmente. 3 anni prima. Vi lascio immaginare l’odore per tutta la casa.
Tipo15 Quelli di Pistoia. Scusate, qui mi cala un po’ il rigore scientifico, vado sul personale. Negli ultimi due mesi dovevo vedere quattro case tra Pescia e Pistoia. Ho beccato: il Tipo12, ovvero il mito della piantina sopra che illustra appunto il tipo12; il Tipo13, con la casa degli gnomi; il Tipo4 che ci ha telefonato un’ora dopo l’appuntamento in cui ci ha bidonato, per farci parlare con la figlia che voleva sapere che tipo di criminali incalliti eravamo; infine il Tipo2 che dopo aver osannato la sua casa in tutte le lingue e aver spiegato venti volte la strada, ha scritto una email (sì una email!) due ore prima dell’appuntamento per dirci che aveva deciso di venderla. Con quelli di Pistoia proprio non ci si fa! (con tutta la simpatia per gli amici pistoiesi)
E ora sarei io la psicopatica? Solo perché quando mi telefonano per una casa rispondo: “Allora, abito a questo indirizzo. Venga qui, mi citofoni e ne parliamo. Se le andiamo bene, si va a vedere la casa insieme. Prima però mi deve firmare un foglio in cui si impegna a non comunicarmi a trattativa in corso che la casa le serve per i cani, per le mucche, per la riserva di marjuana o per una cosa segreta che sa solo lei. Inoltre devono firmare il consenso all’affitto anche tutti i suoi figlioli, sua moglie, il cane, il gatto, le papere, i cugini fino al quarto grado, gli amici del bar e i soci dell’Acli del suo paese. Se no, non si può fare in partenza. E se la casa non mi piace, deve prendersi questa pillolina per scordarsi le ultime 24 ore e ingoiarla insieme al biglietto con il mio indirizzo, in mia presenza“.
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Colgo l’occasione di un messaggio di Massimo nel post precedente, per spiegare un paio di cose che forse vanno spiegate. Intanto mi scuso se non ho ancora risposto a email precedenti ma lo sto facendo, purtroppo e per fortuna è stato un periodo pieno di lavoro e famiglia e belle persone e simpatici animali.
Il messaggio è il seguente, inviato a commento del post precedente:
Anzitutto grazie per voler condividere le tue esperienze e dare consigli anche pratici per un auspicabile “buen vivir”.
Tuttavia ho alcuni dubbi che vorrei sottoporre alla tua attenzione. Ho il dubbio che una pubblicazione inserita nel sistema di mercato non contribuisca alla costruzione di una società della decrescita ma, al contrario, favorisca l’incremento del pil. In una logica del dono un manuale in formato liberamente accessibile in internet sarebbe molto più coerente.
Ho anche il dubbio che alcuni lettori, presi dall’entusiasmo e messi in pratica alcuni consigli, cadano vittime del cosiddetto effetto rebound: dato il comportamento virtuoso in alcune pratiche si tende a concedersi delle soddisfazioni (es. viaggi, acquisti di prodotti eco-tecnologici ecc.) che vanno sempre nella direzione della crescita, anche se ammantata di verde.
Tutti questi argomenti dubitativi derivano dalla lettura di alcuni testi di Ellul, Latousche, Bauman. Mi interessa capire se chi, come te, ha già fatto molti passi in questo percorso, ha una visione più ampia e più chiara della mia.
Parto dalla prima. “Tuttavia ho alcuni dubbi che vorrei sottoporre alla tua attenzione. Ho il dubbio che una pubblicazione inserita nel sistema di mercato non contribuisca alla costruzione di una società della decrescita ma, al contrario, favorisca l’incremento del pil. In una logica del dono un manuale in formato liberamente accessibile in internet sarebbe molto più coerente.”
Erbaviola.com ha 11 anni, di cui 7 come blog. Ho aperto questo sito nel 1998-99 e attraverso il sito ho parlato per tre anni esclusivamente del movimento di liberalizzazione della cannabis. Nel frattempo i miei orizzonti si sono un po’ ampliati, un po’ tanto, e ho cominciato a ricercare anche su altro, a sperimentare e provare, a volte anche a fallire. Ora ci sono settimane in cui affronto testi di microbiologia per capire le muffe dei germogli, mesi in cui mi danno l’anima per capire se un terreno va zappato o lasciato a se stesso. Oppure passo ore con i manuali di ingegneria dei materiali e biologia per capire se il teflon è davvero dannoso. Poi magari lo scrivo in tono ironico e leggero, ma dietro c’è un lavoro costante di ricerca e documentazione. La diffusione ‘simpatica’, chiamiamola così, è semplicemente una questione di comunicazione: mia perché non mi piace ammorbare e annoiare la gente, stilistica perché resto convinta che con una risata si capisce più che con sei pagine di formule chimiche. Che però ci sono, oh se ci sono!
Tutto quello che capisco o che trovo, lo pubblico qui, in questo blog. Dove non ci sono banner e pubblicità, quindi non ci guadagno nulla monetariamente. E’ questo il mio ebook gratuito, un gigantesco ebook gratuito aggiornato da sette anni. Che anzi, per me ha un costo perché ho fatto la scelta di non cedere alle lusinghe di google e altri, di non avere uno spazio gratuito per finta ma asservito a multinazionali che sostengono la censura e quindi pago circa 250 euro all’anno per questa scelta. Ma sono indipendente e per il mio punto di vista è una scelta che vale quello che vale.
Il libro stampato ha altri canali di distribuzione. Arriva a persone che non conoscono né questo sito né i circuiti in cui girano parole come ‘decrescita’ e ‘autoproduzione’. Su erbaviola.com ci vieni se lo conosci o se lo trovi citato, l’ebook eventuale lo trovi se sai che esiste o se lo inserisco su questo sito ma difficilmente arriverà agli stessi utenti del libro. Sono canali diversi per parlare a persone diverse.
Il Pil. E’ molto lusinghiera la tua affermazione ma temo che il prodotto interno lordo dell’Italia non venga nemmeno sfiorato da questo libro
Primo perché è tanto se coprirà le spese di pubblicazione (ma grazie all’Editore per averci creduto!), secondo perché se chi se lo ritrova per le mani applica anche solo 1/10 di quello che c’è scritto, abbiamo fatto un grande passo verso la decrescita e il pil eventuale prodotto da questo libro è bell’e che annullato e anche il pil di altro. Anzi, a livello di economia, questo libro non è nemmeno conteggiato nel pil perché rappresenta un valore intermedio, ovvero un bene consumato e trasformato nel processo produttivo per ottenere nuovi beni e servizi. Dal libro impari l’autoproduzione e hai annullato il pil.
Questo non è un romanzetto promosso da una grande casa editrice che deve pagare reti televisive per le ospitate dell’autore e comprare premi letterari per promuoverlo. E’ un manuale che qualcuno troverà in biblioteca e qualcun altro in libreria, che si spera che serva. Il Pil non è proprio cosa.
E poi, di tutti i consumi che ci sono, vogliamo cominciare a ridurre il Pil proprio dai libri?! Ma spero che sia uno scherzo!
Ulteriore questione ebook gratuiti. Mettendo da parte il fatto che erbaviola.com è il mio gigantesco ebook gratuito per chiunque se lo voglia leggere, succede che qualcuno a volte scambi ‘gratuito’ per “questa sprovveduta ha lavorato per me”. Così trovo pezzi di erbaviola.com, scritti magari con fatica e ricerche di mesi, su testate nazionali a firma di qualche giornalista che per questi pezzi si fa anche pagare. Ora, se diffondi quello che scrivo e citi la fonte, mi fa solo piacere. Se copincolli quello che scrivo e lo vendi a una testata nazionale, mi sorge quel tanto di rabbia sufficiente a denunciarti. Devi sapere che in Italia questi ‘giornalisti’ abbondano, che di cause ne ho già seguite tre, a mie spese e che mi è andata bene che avevo scritto sul sito e che esiste la webcache. Fosse stato un ebook gratuito, privo di codice ISBN, andavo in tribunale a fare la figura della cretina. Anzi, potevano addirittura accusare me di aver copiato dall’esimio giornalista. Questa è l’Italia. (Qui trovi un pezzo gratuito dell’anno scorso su come vengono utilizzati i miei pezzi gratuiti e da chi)
Sempre a proposito di Italia: purtroppo nella nostra cultura è radicata l’idea che quando una cosa è gratis, non vale granché. Non lo dico io ma le statistiche di case editrici che hanno diffuso anche ebook gratuiti: ciò che si acquista e si paga, è un impegno materiale con sé stessi e lo si utilizza. Ciò che viene dato gratuitamente ha valore inferiore. Magari non per me o per te o per i lettori di erbaviola.com, ma per la maggioranza sì.
“Ho anche il dubbio che alcuni lettori, presi dall’entusiasmo e messi in pratica alcuni consigli, cadano vittime del cosiddetto effetto rebound: dato il comportamento virtuoso in alcune pratiche si tende a concedersi delle soddisfazioni (es. viaggi, acquisti di prodotti eco-tecnologici ecc.) che vanno sempre nella direzione della crescita, anche se ammantata di verde.”
Francamente non penso, credo che la cosa riguardi una parte minima. Tra l’altro immagino che tu non abbia letto nulla di mio, nemmeno tutto quello che di gratuito c’è su questo sito (giusto per confermare quanto ho detto sopra di quel che viene dato gratis). Altrimenti sapresti che io non sono favorevole a una retrocessione tecnologica e alla decrescita estrema del tornare a vivere nelle caverne. Chi lo vuole fare, lo faccia liberamente, anzi in questo libro un paio di persone che ho intervistato hanno fatto questo percorso. Però io sono più propensa alla strada dei minori consumi e migliore tecnologia, una tecnologia che ci permetta di eliminare l’inquinamento già esistente e di non produrne di ulteriore. Ford negli anni ’30 aveva già prodotto un’auto realizzata completamente in fibra di canapa, è al museo Ford. Se fosse vissuto in una capanna occupandosi tutto il giorno di raccogliere bacche, non l’avrebbe fatto. Ora il passo è: ridimensionare i consumi e imporre l’idea che bisogna avere una tecnologia sostenibile. Altrimenti tu gli ebook gratuiti come li leggi ? Non credo con le frasche raccolte nel bosco, devi avere un computer. O un iPad. Per leggere il libro che ho pubblicato servono 16 euro, per l’ebook a qualcuno servirebbero almeno 500 euro, una bella decrescita…
L’effetto rebound esiste, ma esiste anche la costanza della scelta, che mi capita di vedere più spesso. Qualcuno retrocede e qualcun altro molla? E’ fisiologico. Non ci sarà mai l’unanimità su nulla al mondo, bisogna accettarlo. Io comunque sarò sempre qui, casomai qualcuno ci ripensasse e avesse bisogno una spinta per riprovarci. Io delle volte ho persino bevuto la Coca Cola.
“Tutti questi argomenti dubitativi derivano dalla lettura di alcuni testi di Ellul, Latousche, Bauman. Mi interessa capire se chi, come te, ha già fatto molti passi in questo percorso, ha una visione più ampia e più chiara della mia“
Interessante citazione, questi testi. Li hai avuti come coerenti ebook gratuiti? Non mi risulta che Ellul, Latousche, Baumann distribuiscano ebook gratuiti.Però mi chiedo se hai detto anche a loro che avrebbero dovuto fare degli ebook gratuiti, farebbe crescere di molto il mio ego sapere che ricevo le stesse domande di Latouche
Jacques Ellul in Italia è edito da Mursia, in Francia da Gallimard. Son sicura che di ebook non ne ha fatti perché, poveretto, è morto nel 1994 mentre in Italia cercavamo di far partire i modem a 28.8 kb/s e a non farci sgamare a scrivere sulle bbs di nascosto dal papà che poi doveva pagare una bolletta astronomica.
Serge Latouche pubblica in Italia per Feltrinelli, Bollati Boringheri, Dedalo, Paravia, L’Hartmann Italia, Arianna Editrice. Lasciamo stare le piccole che sopravvivono a stento, parliamo semmai del Pil di Feltrinelli con i megabookstore aperti di fronte alle piccole librerie autonome, con il prezziario sul posizionamento dei libri nei suoi store, con i laureati in lettere presi a lavorare gratis con la formula stage per sei mesi e poi sostituiti con altrettanti, sempre in stage, in barba a qualsiasi legge di tutela sui lavoratori parasubordinati. Ma va bene così, secondo me, se almeno di fianco al libro del comico di turno (il pil! il pil! e quanta carta inutile!) qualcuno trova quello di Latouche e decide di andare a cercare la libreria locale indipendente. Però, francamente, da Latouche mi sarei aspettata un occhio consapevole sull’acquisto dei diritti esteri, non certo la pubblicazione da parte di Feltrinelli o Mondadori. Ma è solo una scemata di ombricola dietro a un uomo meraviglioso.
Zygmunt Bauman è edito in Italia da Laterza, Il Mulino, Erikson e qualche altro editore minore. Anche di Bauman non mi risultano ebook gratuiti e nemmeno ebook in genere.
Detto ciò, a parte la questione Feltrinelli, ma comunque anch’essa marginale, ritengo importante che queste idee vengano messe su libri a stampa e abbiano anche questo canale di diffusione. Per quanto ti parrà strano, l’80% degli italiani non legge ebook. La maggior parte di chi legge, legge libri.
In ogni caso, ho voluto tener conto del 20% di internettiani ebookomani negli ultimi 7 anni, con il sito, con il forum, con risposte costanti a email di lettori (e sono ore! e non è il mio lavoro per mangiare visto che è gratis!) e alla fine ho pensato che forse potevo arrivare anche a una parte di quel restante 80% di lettori che legge i libri di carta. La mia visione è che l’idea di decrescita va diffusa il più possibile e forse è necessario non cercare la perfezione in tutti: non c’è bisogno di guru, c’è bisogno di gente comune motivata. Non c’è bisogno di identificare un guru e spulciare tutto quello che fa per vedere dove sbaglia, c’è bisogno semmai di identificare sé stessi e vedere dove si può andare. A me piace pensare di cavarmela come persona comune motivata, resto convinta che anche accettando alcuni compromessi si possa raggiungere un migliore risultato. Non mi interessa che Latouche sia perfetto al 100%, trovo più interessante che cento persone siano convinte della decrescita per l’80%. E’ per questo che ci metto dei soldi miei ogni anno per il sito, è per questo che ci metto tanto tempo per scrivere e documentarmi, che ci metto altri soldi per comprarmi i libri che mi servono quando non sono in biblioteca ed è per questo che non me ne importa niente se i diritti d’autore non copriranno nemmeno le spese per le interviste. Io ci credo e se qualcuno ci crederà di conseguenza, è già un guadagno enorme.
Spero comunque che ti verrà voglia di leggere questo ebook gratuito
Postato in decrescita, Gatti & Co., Libri, Pro consumatori, Ridendoci sopra... | 25 Commenti

Ci sono weekend in cui non so cosa fare e mi invento delle attività. Per esempio questo weekend mi sono piazzata tra una gelateria vegan e uno stand di Sea Shepard e ho urlato per un’ora e mezza tra gente che andava e veniva, facendo a gara con cani e bambini. Ho fatto la dimostrazione dei tagliaverdura ‘già visto in tv’ e del panno magico che lava tutto, poi quando il pubblico era bello caldo ho tirato fuori il mio pezzo forte: lo sbuccia-banana a pedali. Per fortuna non se ne è accorto nessuno dell’organizzazione, loro sono convinti che fosse un laboratorio di orto sul balcone. Io invece, diabolicamente, approfittando della confusione, ho fatto la mia dimostrazione dello sbuccia-banana a pedali urlando come una pescivendola per farmi sentire nelle ultime file.
Sono stata veramente fortunata a trovare questo posto, perché altri che avevano mezza dozzina di ascoltatori sono stati piazzati in grandi spazi per conferenze e lì non ce la puoi fare a imbrogliare. Gli devi proprio fare il corso con il laboratorio. Invece io avevo la posizione ideale: alle spalle la porta del rifugio antiatomico, dove potevo scappare casomai mi beccassero a vendere il panno magico che lava tutto. Poi la zona di passaggio subito dietro gli spettatori in modo che altri passando si interessassero chi allo sbuccia banana a pedali, chi al taglia mela a pannelli solari e chi al panno magico lavatutto che, diciamocelo, ha sempre il suo porco successo. Inoltre, se qualcuno dell’organizzazione si fosse lamentato che non era un laboratorio di orto, avrei sempre potuto addurre la scusa che non era possibile farlo con metà gente in piedi e dei semi sufficienti solo per trenta persone. Sì, perché io sono più che diabolica: ho chiesto che il corso fosse a numero chiuso, massimo trenta persone. La gente, come sapete, se una cosa è esclusiva la vuole, la brama. Così con un colpo solo mi sono fatta il pubblico e la scusa per non fare il laboratorio (qualora qualcuno si fosse accorto che non avevo fatto il laboratorio).
Inoltre, io che sono una con grande esperienza di conferenze, avevo già calcolato che essendoci poche sedie, molti sarebbero stati in piedi dietro, coprendomi opportunamente alla vista degli organizzatori che magari passavano da quelle parti. Sai com’è, può sempre cadere un meteorite o sbarcare un ufo, cosa che porta gli organizzatori dalle tue parti, a dare un’occhiata a quel che fai e dici… Ma per fortuna non si sono verificati eventi inconsueti. Infatti non appena ha iniziato a formarsi un discreto capannello (di cui non posso produrre foto, se no sembra che fotografiamo i culi alla gente) io ho subito sfoderato anche la batteria di pentole in acciaio inox con la cottura che non fa ingrassare. Purtroppo verso la fine gli organizzatori se ne sono accorti lo stesso e mi hanno portato via il tavolo da sotto, proprio mentre fingevo di autografare copie del mio libro (in realtà stavo contrattando una fornitura di panni magici con un salumiere di Viareggio).
Ma io per darmi un tono ho finito di autografare le copie sull’unica sedia rimasta, seduta per terra, mentre con l’altra mano facevo una carambola di semi, germogli, sbuccia banana a pedali e panni magici sfrattati dal tavolo. Alla prossima edizione mi imbucherò per vendere tavoli e sedie, a quanto pare una merce rarissima in Piemonte, altro che panno magico! L’unica bazza è che in questa zona usano solo tavoli semoventi: quello della foto bisogna tenerlo fermo con un sacco di terra, uno scatolone di libri e un piede, preferibilmente dell’oratore. Il che però mi ha spiegato come mai il tavolo assegnatomi la sera prima fosse stato importato direttamente dal villaggio dei Puffi, era anche blu e misurava la mia coscia ma quantomeno non ballava la samba non appena appoggiavo qualcosa. Però per riequilibrare il tutto, quella sera ho proiettato le mie slide su un muro scrostato, altrimenti come facevo a distrarre i presenti? Mica si possono distrarre solo facendoli sedere per terra a settant’anni o accalcandoli sulla porta come se dentro ci fosse la dimostrazione del Folletto. Bisogna essere creativi, anche perché ormai il Folletto non vende bene, va di più lo sbuccia-banana a pedali.
La vendita comunque è andata molto bene. Io uso una tecnica di ipnosi particolare, i partecipanti al corso pensano di aver imparato come evitare i concimi non vegan e farsi da soli quelli vegetali, invece hanno comprato lo sbuccia-banana a pedali. Purtroppo non ho potuto fare solo la dimostrazione del macina-acqua elettrico perché forse, sospettando che volessi farla, mi hanno privato dell’acqua per il relatore. Così il venerdì sera mi son bevuta tutta l’acqua che avevo portato da casa e il sabato ho trovato solo una caraffina con il fondo del relatore precedente e due bicchieri sbausciati, comunque non a sufficienza per far andare il macina-acqua elettrico.
L’unico vero inconveniente è che quelli che si sono accorti che stavo facendo le dimostrazioni del taglia verdura a spaghetto e rondelle, hanno avvisato prontamente gli organizzatori della conferenza della domenica. Così sono rimasta fregata. Arrivata a Bologna, mi sono resa conto con terrore che avevano piazzato dappertutto cartelli come quello sotto. Quello sotto in particolare era altro tre metri, a prova di ipovedente. Il che rende particolarmente difficile barare sull’argomento, sulla location e sull’orario. O ipnotizzarli. (Prego anche di notare la simbolica impiccagione delle bottiglie in pvc alle spalle, sebbene loro le spaccino per lampadari ecologici)
Purtroppo della gente si è avvicinata a questa trappola micidiale che sono le informazioni dettagliate ed è stata catturata. Questi pazzi gli hanno anche messo sotto il naso che si trattava di erbaviola, così “ah, madai, c’è erbaviola!” e se anche non volevano seguire la conferenza perché sanno benissimo cos’è la stevia, son venuti a vedere il pagliaccio.
Che allocchi! Potevano stare in piedi e farsi vendere lo sbuccia-banana a pedali, invece si sono approfittati delle sedie e hanno colonizzato anche i corridoi attorno. E una volta che sei seduto su una sedia, si sa, stai comodo e non te ne vai. Il problema maggiore però sono stati il moderatore e lo staff, che si devono essere proprio allarmati al racconto di quello che ho fatto il giorno prima, così appena arrivata mi hanno subito placcata in quattro, con la scusa dei saluti. Seduta, microfonata, riempita di acqua in tre qualità …e ora prova a tirare fuori un panno magico che pulisce tutto! Mi è toccato parlargli della coltivazione naturale, dei macerati vegetali, pure della stevia… Ho tentato anche di ribaltare il tavolo ma era saldamente ancorato al pavimento. Ho tentato di urlare ma hanno repentinamente alzato il volume del microfono, non c’è stato modo di distrarli.
Così alla fine mi spiace, ma questi poveretti sono andati a casa con un casino di informazioni inutili sull’orto, gli orti sociali e come chiedere terreno al proprio comune invece che con un bello sbuccia-mela solare. Mi spiace ragazzi, non si può sempre riuscire in tutto!
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Mi scuso se questo post non sarà comprensibile a tutti. Non bisognerebbe mai scrivere per una parte soltanto, ma questa volta c’era bisogno. Io avevo bisogno di esorcizzare una grande rabbia con una risata.
Altri hanno bisogno di capire che alcuni aspetti organizzativi sono assai migliorabili, sempre con una risata.
Altri ancora hanno bisogno di sapere perché venerdì sera sono venuti da Novara a Torino apposta per la mia presentazione e sono rimasti in piedi fuori da una porta. O perché altri sono venuti domenica da Padova per fare un laboratorio che poi era un corso urlato in mezzo alla strada. Questi ultimi è un po’ più difficile farli ridere ma mi sto impegnando (aspettate di vedere quando si accorgeranno di aver comprato tre sbuccia banana a pedali e non il mio libro).
Mentre scrivo un’amica mi sta dicendo che sabato non mi ha trovata perché quando è passata nei pressi ha pensato che quella fosse solo la folla seduta fuori dalla gelateria. Sarà il decimo messaggio della giornata e questo mi fa un po’ incazzare.
A volte, è veramente difficile organizzare le cose, soprattutto se si tratta di lavoro in volontariato e se le cose da fare sono tantissime. Quando si arriva come me per soli due giorni e sembra che tutto vada a rotoli, si fa fatica a percepire un anno di lavoro dietro l’organizzazione, ma so con sicurezza che questo lavoro c’è stato. Magari un po’ migliorabile, soprattutto dal lato degli ospiti che non sono animalisti ubriaconi di origine britannica, soprattutto dal lato dei visitatori non vegan che arrivano a queste manifestazioni per altri canali, con la predisposizione giusta ad accogliere le idee antispeciste e non violente. Non rovinare questa predisposizione è un compito di tutti quelli che credono e praticano l’animalismo vero, io sto cercando di farlo con il mio modo solito: buttare sul ridere quello che non va e migliorarlo in futuro. Di solito funziona
In ogni caso, un abbraccio a tutti quelli che hanno organizzato e a quelli che sono venuti e hanno condiviso, condiviso, condiviso. Spero di aver lasciato qualcosa.
Postato in Conferenze, corsi, Orto bio, Ridendoci sopra..., Vita da veg* | 23 Commenti
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