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Vita da veg

gatto Koi a 20 giorni
Conferenze & corsi, Giorno per giorno, Orto, Vita da veg

Settembre nell’orto e i prossimi appuntamenti, con gattino!

Come sempre, nei periodi in cui ho molti impegni e sono in giro quasi tutti i fine settimana per presentare i libri, finisco per fare all’ultimo minuto un post-memo sui prossimi appuntamenti e varie. Perciò questa settimana va così. Sono anche un po’ in crisi da lavoro: da una parte tante cose bellissime, occasioni magnifiche, progetti interessanti e dall’altra sono veramente stanca e desiderosa di rallentare un po’. Le due cose si scontrano quasi ogni giorno, così alla sera raccolgo i pezzi e mi dispero su come far fronte a tutti gli impegni del giorno dopo. Più, chiaramente, gli imprevisti.

Insomma, a volte fare un lavoro che piace molto rischia di assorbirti completamente, è storia antica. Ma sono in attesa di dicembre e delle mie sanissime ferie in cui ho in programma di spegnere completamente il computer e prendermi una pausa mentale. Per non cadere in tentazione, mi sto preparando un angolo lettura molto accogliente al piano di sotto (lontanissima dal computer) e una lista di restauri per la casa che mi terranno impegnata quando non avrò voglia di uscire e nemmeno di oziare.

orto di erbaviola settembre 2014

Scusate per la pessima foto, ma l’ho fatta lunedì mattina al volo, sporgendomi dalla finestra, in una delle rare giornate di sole di questa estate. L’orto quest’estate è stato un po’ più povero del solito ma comunque sufficiente per noi, anzi, abbiamo fatto anche molti vasi di conserve per l’inverno  e sughi pronti con l’abbondanza di pomodori di fine agosto. Ora siamo nella fase di ultima raccolta di prodotti estivi e cambio colture con quelle più invernali. Il weekend ci vedrà alle prese con il trapianto di un po’ di crucifere e nella semina di altre biete, spinaci e catalogna… sì, per la mia schiscetta quotidiana! Intanto nell’orto,  in questo pezzo che si vede in foto – da sinistra a destra: mele, tarassaco, portulaca, piantaggine e stellaria (sotto il melo), pomodori san marzano e ciliegini (legati con bamboo, quasi finita la stagione), zucchine Milano e trombetta di Albenga (quasi finito il ciclo), zucche Hokkaido (una fa capolino arancione), rucola, biete, pezzo solo terra che verrà seminato questa settimana a catalogna, spinaci e radicchi, poi di fianco una fila di peperoncini, due di peperoni (questi con le bacchette perché sono così carichi che si piegavano a terra le piante), striscia in attesa di cavolfiori da trapiantare, poi cicorino, lattughino, basilico, melograno (nell’angolo), pesco (quello al centro), more (lungo due lati della bordura, si intravede la fine in basso, per l’anno prossimo sarà una recinzione completa tutta di more e lamponi)- Mi pare tutto. Infine, dietro il melo c’è il compost

 

vivi consapevole 38 grazia cacciola

E’ già uscito il nuovo numero di ViviConsapevole, rivista gratuita online e nella mia rubrica per questi mesi si parla di iperico, ricci e… scopritelo!

miveg2014_erbaviola

28 Settembre 2014 – MiVeg – Festival Vegan all’Idroscalo – Milano
11.00 – Preparare Formaggi Veg sani e gustosi. Durante lo showcooking verrà presentata la seconda edizione del volume e verranno preparate dal vivo alcune nuove ricette di formaggi vegetali.
16.00 – Coltivare e cucinare i germogli, il super-cibo. Durante lo showcooking verrà presentato in anteprima il volume “Il grande manuale dei germogli“, Macro edizioni, e verranno mostrate dal vivo alcune tipologie e tecniche di coltivazione dei germogli.

notte veg rimini 2014

4 ottobre 2014 – NOTTE VEG a Rimini – Sala Conferenze Palazzo del Podestà, dalle 18.30. Showcooking Formaggi Veg a ingresso libero, a seguire Apericena vegan. Tutte le informazioni nella locandina sopra.

altromercato grazia cacciola

25 ottobre 2014 – DECRESCITA E DOWNSHIFTING ALLA CITTA’ DELL’ARTE DI BIELLA con Altromercato, presso Cafeteria LuogoComune, Città dell’arte. (orario in corso di definizione, tardo pomeriggio)
Conferenza “Autoproduzione e decrescita: la rivoluzione autonoma per una battaglia globale.
A seguire apericena veg a cura di Altromercato nella Cafeteria della Città dell’arte.

gatto Koi a 20 giorni

E infine, nota di gaudio! Non cercavamo di allargare la famiglia ma, come si sa, queste cose capitano quindi eccovi il bellissimo Koi a 20 giorni, 300 grammi di fluffosità e fame, in braccio alla sua salvatrice Valentina che lo sta accudendo amorevolmente dopo che il piccolino è stato abbandonato, ha perso mamma e fratelli. Quindi a breve farà un viaggetto per arrivare a casa Erbaviola e conquistare tutti.

 

schiscetta, bento box, ricette vegan, lavorare da casa
Giorno per giorno, Ricette, Sviluppo personale, Vita da veg

La schiscetta vegan e lavorare da casa

schiscetta, bento box, ricette vegan, lavorare da casa
Sembra un controsenso, vero? Lavoro da casa e metto il pranzo nella schiscetta. Ma come, se proprio una delle cose più belle del lavorare da casa è il pranzare a casa, quando si vuole, con i tempi lenti, senza costrizioni…

Sì, esatto, tutto bello ed esatto, per me è funzionato così fino a poco tempo fa. Ora schiscetta, porta-pranzo o come volete chiamarlo.

Io lavoro dal mio studio, al piano di sopra della mia casa. Il mio compagno ha anche lui un suo studio. Spazi separati dal resto della casa, cerco di tenere degli orari per quanto possibile e di non usare lo studio mentre non sto lavorando, di non farci entrare cose che non riguardano il lavoro: questione di sanità mentale, altrimenti c’è l’alienazione e si vive in un caos lavoro-vita in cui finisce per esserci per la maggior parte il lavoro.

Quando, ormai più di un decennio fa ho reso il mio lavoro indipendente e mi sono organizzata per lavorare da casa, una delle libertà maggiori è stata proprio quella di non essere costretta a fare una pausa pranzo in un orario stabilito da altri e spesso con l’obbligo di uscire. Oggi forse portarsi il pranzo in ufficio è un po’ più sostenibile: ci sono i divieti di fumare. Al tempo non c’erano e a me è capitato di non poter mangiare alla scrivania per direttive interne (e comunque non l’avrei fatto lo stesso: la gente ti vede mangiare e ritiene che sia il proprio il momento giusto per aggiornarti su quel tale progetto) e dovermi trasferire con la schiscetta in un’area comune. Dove, chiaramente, si riunivano anche tutti quelli che fumavano. Ho lasciato perdere molto spesso i pranzi portati da casa per questo motivo e mi sono piegata all’andare fuori consumando pasti super-veloci in posti che all’ora di pranzo erano baraonde totali. Il ritorno in ufficio con gastrite e mal di testa era comunque una garanzia.
Spesso, lavorando in ufficio, la pausa pranzo ‘obbligatoria’ veniva a sovrapporsi a riunioni o lavori in scadenza, così finiva che la saltavo ma era lavoro letteralmente regalato visto che non era retribuito: sulla carta io facevo comunque l’ora di pausa. Insomma, questa pausa pranzo per me è stata una delle ragioni maggiori di stress da ufficio insieme ai luoghi soffocanti, agli impianti di areazione con i filtri del 197o – con la raccolta completa di tutti i bacilli da allora – e le odiose finestre che non si potevano aprire. Ma tanto, le avessi anche aperte, davano su qualche strada a grande traffico di Milano.

Così, una volta a casa, finalmente ho potuto avere pasti sani, economici, tranquilli e spesso molto rilassanti. All’inizio sul balcone dell’appartamento o fuori quando ci andava, poi sul banco-bar della cucina con l’arrivo dell’inverno …e via via che cambiavano le case cambiavano anche le abitudini.

Ora sono arrivata però a un punto di saturazione in cucina. Siamo in due a lavorare prevalentemente da casa: preparare tutti i giorni pranzo e cena mi porta via troppo tempo, non era più rilassante e si era trasformato in una maratona quotidiana: almeno mezz’ora per preparare, almeno mezz’ora per mangiare, almeno mezz’ora per risistemare tutto. E dopo poche ore, via di nuovo per la cena. Basta.
In più, sapendo che lavori da casa, il pranzo diventa il momento in cui uno deve passare a salutarti, l’altro ti telefona “perché tanto starete mangiando” (ma una volta non funzionava al contrario?!), poi si fanno due chiacchiere che magari durano un’ora e insomma, alla fine tra preparare, pranzare, rigovernare la cucina passano facilmente due ore.
Oppure ti accorgi che è tardi e lasci tutto impilato nel lavandino in cucina. O, ancora, quello che sta succedendo nell’ultimo periodo: tardo fino all’ultimo perché non ho voglia di preparare, poi pranzo male magari alle tre, con qualche cosa che trovo al volo e lascio il piatto/pentola nel lavandino perché devo tornare al lavoro. Passa il secondo abitante e fa lo stesso. Finisce che alla sera uno di noi si trova con i piatti da lavare prima ancora di cucinare. E di nuovo cucinare e di nuovo pulire la cucina… l’inferno insomma!
Per non parlare del fatto che, con questo metodo, se ho mangiato solo frutta arrivo all’ora di cena con una fame blu, mentre se ho mangiato qualcosa di più consistente non ho ovviamente fame e nemmeno voglia di preparare (il classico che precede cene improvvisate a base di pane e conserve o insalata più qualcosa che ho tenuto in freezer per le emergenze).

Quell’una-due ore del pranzo potrei goderle di più se si trasformassero, invece che nella pausa pranzo, in un lavoro che finisce alle 16!

Dopo aver ripristinato altre regole da ufficio-casa che tutelino il mio lavoro e concentrazione, regole che ultimamente erano andate in vacanza, ho stabilito che da ora, nei giorni lavorativi, ognuno pranza quando gli pare con la sua schiscetta, preparata la sera prima. In questo modo io non mi faccio venire in odio la cucina e posso fare una pausa vera, più breve e senza dover preparare nulla.
Oggi c’è il sole, la mia schiscetta in giardino sotto l’ombrellone sarà perfetta e mi ricaricherà a dovere per continuare a lavorare.

Il mio sogno? Che questa tecnica della schiscetta mi permetta prossimamente, finite le urgenze, di staccare davvero alle 16 invece che alle 18 – che poi diventano le 20!

Le ovvie domande:

Perché la schiscetta e non uno snack da mangiare alla scrivania se proprio si ha fretta? Perché non voglio mangiare male, voglio solo evitare perdite di tempo inutili e molto lavoro in più.

Ok, ma sei a casa in pratica, scendi in cucina e mangia la stessa cosa in un piatto, no? No, perché comporterebbe “preparare“. Esattamente come c’è molta differenza tra il lavorare in pigiama o con i vestiti da lavoro, mentalmente l’atteggiamento è proprio diverso, nello stesso modo mangiare le stesse cose in un piatto in cucina comporterebbe: sporcare la cucina (lavoro in più), lasciare piatto, forchetta e altro nel lavandino oppure lavarli al volo (lavoro in più) e dilatare i tempi. La schiscetta la apro, mangio e riporto in cucina quando ho finito di lavorare. Le laviamo alla sera con i piatti, le riempio con il pranzo del giorno dopo e voilà: niente lavoro fino alla sera seguente e ho cucinato una volta sola.

A questo punto mi sono posta il problema di cosa mettere nel porta-pranzo visto che più di un decennio ha cancellato le poche idee che avevo sui pranzi trasportabili da ufficio.
Dopo lunghe ricerche online che mi hanno portato solo alla visualizzazione di bento box pieni di intrugli americani e al rilevamento di un paio di sindromi da stress che portano gli impiegati a fotografare con orgoglio degli inquietanti Hello Kitty di riso nel loro porta pranzo, ho fatto la cosa migliore: chiedere a voi!
Sulla mia pagina facebook sono arrivati una quantità di suggerimenti, esperienze e trucchi per riempire la schiscetta. Se volete aggiungere qui i vostri suggerimenti per una schiscetta vegan, ben vengano!

Io credo che seguirò queste combinazioni, molto semplici e bilanciate, che possono includere facilmente anche avanzi della cena:

– verdura cruda / germogli crudi + cereale o legume cotto (riso, ceci ecc., rientrano anche piatti come hummus, cous cous ecc.)
– verdura cruda / germogli crudi + verdura cotta (verdure spadellate o al vapore o amidacee come le patate)
– formaggio veg + verdura cruda

La mia metà ha chiesto invece verdura cruda + insalata di pasta integrale, il suo pranzo preferito. Ieri sera mentre cucinavo ho preparato al volo dell’insalata di pasta per tre giorni.

Oggi lavoro e nella foto sopra c’è la mia schiscetta:

primo: pomodori san marzano dell’orto con solo basilico e gomasio
secondo: verdure spadellate al curry (patate, peperoni, cipolle rosse), provenienti dalla cena di ieri sera. Fare una porzione in più della cena è stato uno dei suggerimenti più apprezzati!
Spuntini: uva (non ancora la nostra purtroppo, quest’anno è indietro!)

E voi cosa vi portate in ufficio per il pranzo vegan?

Stand ecovillaggio campanara scarpine elfiche - erbaviola.com
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UN MERCATINO ARTIGIANO VERO E ORIGINALE A BOLOGNA

Domenica passo per caso a Bologna, zona stazione centrale. Da giorni la provincia di Bologna è investita da grandi annunci di “Mercatino francese”, “Mercatini di Natale” e persino “Mercato dell’artigianato”. Visto che abbiamo tempo, andiamo a fare un giro, tra l’altro mi mancano giusto un paio di pensierini e come dicevo nel precedente post, meglio l’artigianato vero.

Il “Mercatino di Natale francese“. Delusione e, devo ammetterlo, schifo. Non sono una che usa la parola schifo: in genere la trovo ineducata, ma qui va usata e non ci sono sinonimi possibili. Il “Mercatino francese” sono dei capanni in legno a pochi passi dalla stazione. Già dal piazzale della stazione sono stata investita da una puzza allucinante di pesce e di cibo bruciato non identificato. Sinceramente, non sto facendo una battuta, proprio sinceramente: ho pensato fosse esploso l’inceneritore di Granarolo. Arrivati lì abbiamo goduto la vista per nulla francese di gente che mangia vongole e patatine fritte su tavolacci posti sul marciapiede, altra gente che deve passare con le valigie e gliele rulla nelle ginocchia  (mavà?! c’è solo la stazione!), grandi pentoloni simili alle lionesi in una patetica quanto puzzolente simulazione di un’improbabile bouillabaisse.
Butto uno sguardo al resto delle casette in legno in affitto: poliestere cinese a chili, finte tovaglie provenzali ovviamente cinesi, saponi ‘artigianali’ che parevano un po’ troppo duri e stampati per essere artigianali (ma magari mi sbaglio), poi dolci, spezie e té sfusi all’aria, nella migliore tradizione di raccolta di peli, sputacchi di passanti e quant’altro ci possa finire dentro se li esponi in uno dei più trafficati incroci di Bologna.
Mercatino francese?! Ma per carità, ho girato abbastanza la Francia da sapere che questo “Mercatino francese” rasenta l’incidente diplomatico.

Il comune di Bologna a questo mercatino fa tantissima pubblicità, questo fatto appuntatevelo per dopo.

Gli amici (secondo me masochisti) vogliono passare anche nel “Mercatino di S.Lucia” o “Fiera di S.Lucia“, il mercatino di Natale tradizionale di Bologna, come recita la pubblicità: “La Fiera di Santa Lucia è antichissima: prima del 1796 aveva luogo davanti all’omonima Chiesa; in seguito è stata spostata nell’attuale sede sotto il porticato […] è un appuntamento tradizionale che regala ai bolognesi ed ai visitatori lo spirito più antico del Natale“.
Interessante. Ho imparato visitando questa ‘fiera’ che Bologna doveva avere delle tradizioni incredibili, doveva essere più fornita e internazionale della Venezia di Marco Polo! A quanto pare la tradizione di Bologna comprende: bigiotteria cinese al nickel (scoperto infatti nel 1751 e qui declinato a uno dei suoi impieghi più intelligenti: l’allergia da contatto); presepi cinesi e vietnamiti con tutti i personaggi fuori scala e San Giuseppe vestito da sith; caramelle e dolciumi ai coloranti ma con una freschezza che potrebbe essere davvero del 1700; candele “artigianali” in paraffina degli stessi artigiani di altre mille città (saranno gli operosi folletti di Babbo Natale); zucchero filato rosa se per caso al banco dolci vi foste persi l’occasione di un figlio iperattivo; poi collane cinesi, artigianato con perline cinesi, sciarpe cinesi, cappelli cinesi…
Bologna batte la Venezia di Marco Polo cento a uno.
A margine, direi anche che chiamare “fiera” una decina di stand sotto un portico è un tantinello esagerato…
Il comune di Bologna a questo mercatino fa tantissima pubblicità, è il più pubblicizzato di tutti, questo fatto appuntatevelo per dopo.

Nota positiva invece per il tendone del Commercio Equo e Solidale, davanti a San Petronio, anche abbastanza affollato. Resto dell’idea che si può fare a meno delle noci dell’Amazzonia, eque e solidali ma trasportate con gli stessi cargo e navi degli altri, però se proprio il medico ce le ha prescritte … è meglio se le prendiamo da chi non sfrutta le popolazioni locali con paghe da fame e irrorandole di pesticidi. E l’artigianato è artigianato, anche se dell’altra parte del mondo.

Non ho recensioni da fare, invece per il Mercatino dell’Artigianato sotto il gazebo bianco. All’ingresso ho addocchiato le caramelle settecentesche di cui sopra e ho tirato dritto, rifiutando di entrare. Sono peggio dei bambini capricciosi quando mi ci metto, ma vedere anche la seconda fiera dell’import cinese… no, grazie!
Questo è un altro mercatino pubblicizzato dal comune di Bologna. Anche questo appuntatevelo per dopo.

A tal punto di scoramento, in mezzo alla ressa di gente piena di pacchettini della Maison du Monde con la cornicetta scrostata per finta e la tendina in poliestere finto-pizzo francesce, ho vissuto il senso di oppressione che ti può dare solo il capire di essere immersa nel frutto di un precipitato storico culturale di dimensioni globali.
Comunque, mentre cercavo di emergere dalla folla che si smutanda davanti alle riproduzioni di mobili gustaviani in MDF e truciolato, ho implorato di andare dalla parte opposta, verso le viette interne che hanno qualche bottega artigiana e librerie indipendenti.

Casualmente – e vorrei sottolineare mille volte “casualmente”, a fronte di tutte le note sopra su cosa è pubblicizzato dal Comune di Bologna, perché questo non lo è! – arrivo nella piazzetta in fondo a via S. Giuseppe.

E incontro:

I ragazzi dell’ecovillaggio di Torre Campanara, di cui avevo già parlato in Scappo dalla città. Ditemi che non è una meraviglia questo banco, è tutto artigianato fatto da loro. I prezzi sono ottimi (occhio solo ai vegan per le cose in lana, ma c’è molto altro di accessibile nel mercatino). Le scarpine elfiche sono così carine…!

Stand ecovillaggio campanara - erbaviola.com
Stand ecovillaggio campanara  scarpine elfiche - erbaviola.com

 

A fianco a loro, una presentazione di un gruppo per la costruzione delle case in paglia, Amici per la paglia. Il manifesto ricorda molto la Maknovicina, esperienza purtroppo finita anni fa.

amici della paglia - case di paglia - erbaviola.com

Amici della paglia - case di paglia - erbaviola.com

Poi tanti artigiani e artigiane, quasi tutti dietro i loro banchi a continuare a lavorare, chi con l’uncinetto, chi con i ferri, chi montando gioielli e chi chiacchierando gentilmente con i clienti.

Poi un incontro bellissimo! Quando passiamo, questo ragazzo è seduto dietro la sua originale bicicletta-stand e distribuisce un libro autoprodotto… sull’autoproduzione!
Mi fermo per il bel titolo “Manuale sagrado del fai da te. Ricette per cucina, casa, corpo, spirito e relazioni“. Chiacchieriamo un po’ con lui, ci spiega il libro e trovo una filosofia di vita molto vicina alla nostra. “Oltre il vegan” come ci dice Elia Inlakesh Bosi, ma anche oltre tutti i luoghi comuni sul saper fare e la spiritualità del fare con cura.
Se vi accontentate della mia parola, il libro è bello, molto consapevole e vissuto, è un ottimo regalo per voi e gli amici, vegan e non.
Se non vi accontentate, aspettate giovedì e arriva una recensione per il Giovedì del libro di cucina di Annalisa. Ci sono infatti molte ricette e con mia somma felicità anche senza glutine!
A Bologna il libro lo trovate adesso presso il mercatino (istruzioni di seguito) oppure alla Libreria Naturista (quella vicino al Centro Natura), costo: “offerta suggerita 7 euro” e ne vale molti di più, soprattutto se mettete in pratica. La copertina è con colore a scelta, io sono andata senza farci caso a quella arancione. Elia ci ha sorriso: sappiamo. Svadhistana, il chakra legato all’arancioil piacere e la gioia di vivere, espressa al massimo delle sue potenzialità. Evidentemente, dopo le esperienze sopra, in questo posto mi è tornata la gioia di vivere!

Elia Inlakesh Bosi - erbaviola.com

 

Il mercatino nelle foto sopra, non pubblicizzato dal Comune di Bologna, é un mercatino artigiano vero in via San Giuseppe, che solo in alcuni periodi unisce DecoMela Art e San Giuseppe Colors, i due mercatini artigianali. Dal 6 al 24 dicembre lo trovate appunto in via San Giuseppe, angolo corso Indipendenza. Sicuramente di sabato-domenica si trovano più espositori che in settimana. Non ho chiesto, ma dubito che stiano a Bologna anche durante la settimana. Se qualcuno ha questa informazione, mi scriva!

Siamo usciti dal mercatino più bello di Bologna e davvero artigianale con un bel libro, un paio di caldissimi calzari veg per me (due giorni che non ho freddo ai piedi, urrà!) e un berretto a maglia con pon pon per la mia metà (perché purtroppo quello fatto da me si è consunto e ora ce l’ha il gatto Mako in uno dei suoi cestini-cuccia).

(Mi scuso per le foto pietose, non sapevo di doverne fare e avevo solo il cellulare.)

macchina per latte vegetale Veganstar erbaviola.com
Autoproduzione, Consumo consapevole, Giorno per giorno, Vita da veg

COME SCEGLIERE LA MACCHINA PER IL LATTE VEGETALE

Vegan Star macchina per latte vegetale Veganstar erbaviola.com

Dopo la pubblicazione di Formaggi veg e spesso al termine degli showcooking su latte e formaggi vegetali, ricevo domande sulle caratteristiche delle macchine per fare in casa le bevande vegetali o macchine per latte vegetale. Prima di riassumere tutto quello che ho imparato in questi anni di uso delle macchine per latte vegetale, vorrei fare una premessa, per me doverosa: si può anche fare senza. Ovviamente ognuno ha le sue esigenze e ognuno di noi ha dei consumi diversi e un modo personale di cucinare.

Io devo dire che visto l’alto consumo che facciamo di latte di soia, riso, avena, mandorle e i miei esperimenti, la macchina è molto utile ed è stata ammortizzata in breve tempo, nonostante in casa siamo solo in due. In effetti, per il mio caso, il procedimento manuale è un risparmio solo quando devo fare cinque litri per un po’ di scorta di tofu, ma quando devo fare un litro per un formaggio veg o per il consumo quotidiano, con la macchina sporco meno pentole, consumo meno acqua e l’elettricità consumata è simile visto che l’alternativa alla macchina è il frullatore a boccale o a immersione.

Valutazione dell’acquisto sulle quantità prodotte

Per fare più litri insieme, è più funzionale il frullatore a immersione, perché le macchine in genere lavorano su 100 gr di legume o cereale e 800-900 ml circa di acqua per ottenere un litro abbondante di bevanda vegetale. Se si consuma un litro ogni due giorni, la macchina è un buon investimento. Se si consumano due litri al giorno, bisogna valutare personalmente se è più impegnativo fare un ciclo a mano o due con la macchina, perché ne serviranno appunto due.

latte di soia, quali costi con la macchina per il latte vegetale erbaviola.com

La differenza tra procedimento manuale e con macchine

In generale il procedimento con la macchina è molto veloce e non sporca la cucina. Si inserisce tutto nella macchina, acqua e legume/cereale nelle dosi indicate, si aziona e in massimo venti minuti si ha un litro abbondante di bevanda vegetale senza ulteriori interventi da parte nostra. Il vantaggio è ulteriore se, come nel caso delle macchine con filtro interno, troveremo anche l’okara già separata dal latte, senza doverla filtrare con il telo o il colino.
La bollitura in pentola del procedimento manuale viene sostituita dalla cottura che fa la macchina. La frullatura con frullatore a immersione del procedimento manuale viene sostituita dalla frullatura interna della macchina, durante la cottura. Le macchine non vanno aperte durante tutto il processo, non c’è pericolo di tracimazioni per eccessivo bollore perché la temperatura viene mantenuta costante dal sensore interno o da un sensore meccanico.

La differenza fondamentale tra macchine per latte vegetale: con filtro interno o filtro esterno

Le macchine a filtro interno trattengono il legume/cereale nel cestello. Viene cotto e sminuzzato nel cestello interno, mentre l’acqua passando fuori e dentro le maglie del filtro si trasforma nella bevanda vegetale.

soyajoy erbaviola.com macchina per latte vegetale filtro interno Soya Joy

Nelle macchine con filtro esterno, la soia viene introdotta insieme all’acqua nella caraffa, senza restarne separata. La macchina effettua una cottura e frullatura della soia e all’apertura si trova una “zuppa” che va filtrata, di solito con un colino a maglie fitte contenuto nella confezione della macchina stessa. Nel colino resta l’okara, quello che passa attraverso il colino è la bevanda vegetale.

veganstar Vegan Star erbaviola.com macchina per latte di soia a filtro esterno

Le caratteristiche di una buona macchina

Negli anni e nell’uso di più di una di queste macchine, la visione di prodotti acquistati da amiche e le informazioni che ho ricevuto da alcune gentilissime lettrici, ho messo insieme questi punti fondamentali per l’acquisto di una buona macchina.

Devono essere in acciaio: il blocco motore, il supporto lame, le lame, la caraffa e il filtro se interno. Le macchine con boccale/caraffa in plastica costano molto meno ma rendono anche molto meno. Si rompono più facilmente, durano poco, hanno una scarsa capacità di mantenere costante il calore o di trattenerlo. Inoltre se prodotte in Cina, potrebbero avere un tipo di plastica che diventa pericolosa con il riscaldamento, liberando in qualche caso delle diossine.

Per quanto riguarda le altre parti in plastica: si usurano presto e in generale non reggono velocità alte, quindi di solito le macchine con boccali e parti in plastica raggiungono velocità inferiori, dando come risultato una triturazione imperfetta o molto grossolana. La conseguenza più classica è un latte di soia con un sapore molto “fagioloso” che lascia la bocca con una sensazione di asciutto o di aver bevuto un frullato di carta bagnata. E’ appunto il legume cotto male e tritato in modo troppo grossolano. La conseguenza è peggiore con l’utilizzo di cereali: fanno dei pastoni impossibili da filtrare o un effetto viscido per la liberazione di mucillagini dovute alla eccessiva permanenza di alcuni cereali in acqua senza che vengano tritati adeguatamente. Un caso classico è quello del latte di avena, che senza una buona macchina è veramente difficile ottenere.

Il motore deve avere una prestazione di almeno 200 W (non il consumo che è da 600 a 800W, ma la potenza del motore). Le macchine con motore da 250W sono in genere quelle che funzionano meglio perché possono garantire un numero di giri sufficienti alle lame per sminuzzare tutto nel modo migliore e più sottile. Se volete capire la differenza, mettete 50 gr di soia e 500ml di acqua in una ciotola, lo stesso in un’altra ciotola. Prendete il minipimer e usatelo su velocità 1 nella prima ciotola. Poi nella seconda ciotola utilizzatelo con la velocità massima, io ho quello della Braun ed è 15. La differenza, come vedete, è notevole. (Non fatelo con frullatori a immersione poco potenti, perché ovviamente si ripresenta lo stesso problema che con la macchina per il latte vegetale: se ha poca potenza, la frullatura non è adeguata). Così come c’è frullatore e frullatore, così c’è macchina per il latte vegetale e macchina per il latte vegetale. Francamente io riterrei opportuno che i produttori indicassero il numero di giri del motore, così come si fa per le centrifughe e alcuni frullatori, ma nelle macchine per latte vegetale è un dato che manca quasi sempre.

latte di orzo e latte di avena erbaviola.com

Quanto consuma una macchina per latte vegetale?

Dipende molto dalla macchina. Ce ne sono che restano accese durante tutto il ciclo, alcune che si spengono al raggiungimento della temperatura, altre che per mantenerla costante stanno sempre accese. Dipende molto dal produttore. In linea di massima però sono macchine da 700-800 W  con motori da 200-250 W quindi il consumo è grossomodo paragonabile a quello di un asciugacapelli professionale, contando però che il phon li consuma costantemente quando è acceso, mentre la macchina usa alternativamente la resistenza per scaldare e il motore per frullare, il tutto per 20-30 minuti. Contando un consumo di 0,8 Euro l’ora (tariffe Enel in fascia massima, ma voi siate bravi e usatela in fascia risparmio), per fare un litro di latte vegetale si consumano Euro 0,3/0,4 a seconda del ciclo della propria macchina.

La spesa e in quanto tempo si ammortizza il costo della macchina per latte vegetale.

Non scendo nel merito del giusto o sbagliato sui costi, però secondo me vale sempre la pena di comprare elettrodomestici che durano tanto, anche se si spende qualcosa di più. E’ un risparmio personale, una qualità migliore e soprattutto non si riempiono le discariche di oggetti utilizzati poco tempo e non riciclabili. Le macchine con le caratteristiche di cui sopra oscillano tra i 150 e i 200 euro di spesa, nuove. Usate si trovano tra i 20 e gli 80 euro (vedi sotto i consigli per risparmiare sull’acquisto). Il conto di un litro di latte di soia da agricoltura biologica fatto con la macchina è presto fatto:

Euro 0,30    Energia elettrica

Euro 0,34    100 gr di soia gialla bio prodotta in Italia

Euro 0,01    1 litro di acqua del sindaco

_______

Tot. Euro 0,65 per litro.

Costo medio del latte di soia confezionato da agricoltura biologica: Euro 2,20.
Risparmio medio per ogni litro di latte vegetale prodotto: Euro 1,55

Ne consegue che dopo 100-120 litri avremo ammortizzato il costo della macchina e da lì in poi sarà solo risparmio. Quanto tempo ci si mette, dipende dalla famiglia e dal consumo. Ipotizzando 7 litri a settimana (colazione-cucina-formaggi veg), in 4 mesi al massimo il costo della macchina è ammortizzato.

Altre caratteristiche che possono/devono influire sulla scelta. 

E’ già noto che io non amo attrezzarmi di oggetti mono-uso, ma anni fa le macchine per latte vegetale facevano solo quello. Oggi ci sono macchine di nuova generazione che fanno molto di più e possono sostituire altri attrezzi in cucina, quindi può essere utile per chi deve valutare l’acquisto sapere che alcune macchine sono multifunzione e oltre al latte vegetale e all’okara, fanno anche: frullati a freddo, creme di verdura a caldo, creme di verdura crudiste (40°C), cioccolata e bevande calde varie, crema di riso, omogeneizzati, dado vegetale, porridge, tritatura dei semi oleosi e persino macina-caffé. Quando si acquista, vale la pena di valutare anche queste funzioni.

 

latte di riso erbaviola.com

Le macchine che utilizzo io e la mia esperienza.

Premessa: ne ho due solo perché mi servivano per scrivere il libro Formaggi veg  e per gli  showcooking su latte e formaggi vegetali (ormai rari) che tengo. Altrimenti ne avrei una sola e avrei già rivenduto/barattato/regalato una delle due.

SoyaJoy. E’ stata la mia prima macchina e compie 10+x anni. Quasi undici anni con me e x-anni con i precedenti proprietari, è stata comprata usata. Funziona ancora benissimo. Fa il latte da legumi e da cereali. Ha una funzione per ulteriore riscaldamento e ulteriore tritatura, ottima quando si vuole fare il latte con procedimento “forte” del libro di cui sopra. L’okara esce strizzato molto bene e bello asciutto. Oggi esistono versioni di questa macchina con più funzioni, tipo la SojaJoy Power G4 che fa tutto, ma anche questa versione base è ottima. L’uso passo passo di questa macchina si può vedere in qui.

VeganStar VR100 L’ho adottata dopo lunghe valutazioni sulla meccanica e le funzioni, secondo me è la migliore, ma l’opinione è ovviamente personale. E’ a filtro esterno, l’okara viene molto morbida e umida, per averla ben asciutta bisogna strizzare a mano. Questo secondo me è l’unico ‘contro’, piccolissimo, della serie Veganstar. Il resto è fantastico: fa i frullati, le zuppe crudiste, le creme di verdura normali, creme di riso, gli omogeneizzati e il dado vegetale. Io con il tempo sono diventata intraprendente, andando oltre il manuale: ci faccio anche i budini e qualche formaggio, facendo cagliate e misture direttamente nel boccale, appena finito di fare il latte. La uso anche negli showcooking perché mi permette di fare diverse preparazioni senza portarmi dietro un fornello elettrico.

Altre macchine che ho provato e mi sono sembrate molto buone:

Solo latte vegetale: la SoyaQuick e la SoyaJoy G4

Multifunzione: la Soyabella (o Veganstar DR280, la sorella minore della VeganStar VR100), la SoyaPower G4 

 

latte di soia con centrifuga erbaviola.com

Come risparmiare sull’acquisto delle macchine per latte vegetale.

L’acquisto, come visto sopra, se a prezzo pieno è facilmente ammortizzabile con 3-4 mesi di uso.
Si può risparmiare ulteriormente acquistando una macchina usata. Io per esempio ho comprato la SoyaJoy su Ebay per 29 euro, in condizioni perfette e come dicevo è durata altri 10 anni. A volte vedo girare queste macchine anche su siti di acquisto e vendita usato, o di baratto. Mi è capitato di vederne un paio in mercatini dell’usato in franchising.
Alle fiere del biologico, yoga, vivere sano ecc. ci sono spesso aziende che applicano sconti sul prezzo di vendita in occasione della fiera, qui di solito le vedo scontate del 20-30%.
Se acquistate online, ci sono negozi che applicano degli sconti, per esempio Macrolibrarsi ha la Soyabella a 170 euro invece di 189, con spedizione inclusa.  E’ solo un esempio, ma valido perché è davvero difficile trovare scontate queste macchine quando sono nuove (io in realtà alla data di questo post ho trovato solo lì il prezzo scontato).
Magari il vostro negozio/erboristeria di fiducia può procurarvi la macchina che volete con uno sconto cliente.
Cito infine anche il fatto che chi ha già un’ottima centrifuga, può fare il latte vegetale con quella (vedi questo articolo sul latte di soia con centrifuga)

In questa puntata di Geo&Geo, Rai3, dimostro in diretta il funzionamento di una macchina, in questo caso la SoyaJoy.

 

 

 

 

Autoproduzione, Decrescita, Giorno per giorno, Sviluppo personale, Vita da veg

L’AUTOPRODUZIONE E’ LA VERA RIVOLUZIONE

Questa è una risposta a due amiche. Una è E., l’altra è Fiore, due persone distanti anni luce e vicinissime, che hanno la capacità di stimolare riflessioni e azioni, che chiedono e che fanno, soprattutto.

E., dopo aver rivoluzionato la sua vita, il lavoro, aver iniziato ad autoprodurre tutto il possibile mi chiede “Ma secondo te l’autoproduzione ha ancora senso?“.

Sono rimasta un po’ stupita dalla domanda, lo ammetto. Poi mi sono accorta che avevo cominciato a dare per scontate parecchie cose che faccio quotidianamente, forse perché stanca o forse perché le riverso tutte in altri contenitori, tra rubriche, libri ecc.

L’autoproduzione è fondamentale. Può trasformare radicalmente il bilancio mondiale, può alterare gli equilibri di potere, può essere realmente un’azione sovversiva, probabilmente la principale. Non essere più dipendenti dal supermercato perché il pomodoro cresce coltivato da noi e con i semi che noi abbiamo conservato è una possibilità reale, è lì, una realtà concreta, vuol dire aver già intrapreso una rivoluzione di indipendenza e aver fatto una dichiarazione pubblica di non accettare il controllo dell’industria alimentare. Perché è da questa che parte tutto. Dal fatto che 60 anni fa, tra voi e il vostro pomodoro c’era al massimo un contadino, un grossista e un bottegaio, mentre oggi ci sono fino a venti passaggi e ricarichi. Questi ricarichi che sono mediatori, grossisti, autotrasportatori, autostrade, confezionamento, smistamento, certificazione ecc., fanno sì che il vostro pomodoro invece di costarvi l’equivalente di due minuti del vostro lavoro, ve ne costi quindici e che quindi per acquistare quello che vi serve davvero e quello che vi faranno credere che vi serva, finirete a lavorare quelle 40-60 ore settimanali senza vivere mai davvero. E’ una moderna forma di schiavismo, che al contrario delle precedenti nella storia è molto più allargata.
L’unica via reale, praticabile e urgente è l’autoproduzione: produrre il più possibile in proprio, consumare il resto scegliendo criticamente. E diffondere, diffondere, diffondere. Perché solo così possiamo uscire da questo schiavismo moderno, da questo controllo del mondo che passa attraverso il controllo del cibo.

Alla mail di E. però non ho ancora risposto, rimando, sono stanca di parlare di autoproduzione. Finché lei mi scrive: “la domanda che ti ho fatto è importante…che senso ha scrivere e riempire il cuore della gente di sogni se poi non ci credi???
E’ questo quindi quello che appare? Che non ci credo più? Accidenti… In realtà è solo che scrivo meno sul blog, ma continuo a fare e divulgare altrove.

Sì, ci credo, non ho smesso mai di crederci. Ci credo sempre di più, ma sono un po’ stanca. E’ una cosa che capita a tutti, prima o poi, non si può essere sempre a mille, altrimenti si diventa conferenzieri americani da cinquanta euro a testa per spiegare agli aspiranti new rurals che fare l’orto è la nuova rivoluzione. Il vero sovversivo non è mai monocorde. E’ abbastanza critico da spaventarsi, ripensarci, inventare, gioire, difendere, argomentare e stancarsi. La stanchezza è fisiologica. Se ti dai completamente, credendoci, a un certo punto alzi la testa e sembra che intorno a te non sia cambiato poi molto. E arriva un po’ di stanchezza.

Sono stanca per esempio di vedere anni di propaganda sulla stevia ridicolizzati e vanificati dalla multinazionale che dopo aver avvelenato la gente con il cancerogeno aspartame, fa il dolcificante alla stevia e lo vende come salutare. La salute non gli interessava però finché vendeva tonnellate di aspartame a ignari consumatori con problemi di peso e diabete.

Sono stanca anche di evitare imballaggi e prodotti inquinanti ma vedere con quanta leggerezza e felicità si godono la vita i genitori di pargoli che consumano pannolini usa-e-getta fino anche ai tre anni e oltre. Tutta pipì santa che gli ricadrà in testa in formato diossina cancerogena, ci pensano mai i loro allegri genitori?

Sono stanca anche di cose più sottili. Per esempio sono stanca anche del manipolo di uomini che pontificano sulla decrescita senza nemmeno coltivarsi un basilico per l’insalata. Avete mai notato che le voci ‘filosofico-economiche’ sulla decrescita sono tutte di uomini? Sono perplessa e delusa dall’ambiente estremamente maschilista che si è creato intorno all’argomento in Italia, dove sono le donne a fare l’autoproduzione e gli uomini a discorrere. Se sei un maschio con dei pensieri appena sufficienti, puoi star sicuro che ti chiamano persino dal Collettivo Anarchico di Frittole per una conferenza sulla decrescita dal punto di vista economico. Ma se sei una donna puoi aver studiato trent’anni, puoi saperne il decuplo e aver scritto cento volte tanto, ma ti chiameranno solo per spiegargli come si fa il pane e il detersivo marsiglia liquido. Non è sempre così ma nella maggioranza dei casi questa è la situazione italiana.

Per non parlare di quanto sono stanca di quelli che copiano tutto in blocco e se ne attribuiscono meriti e onori.
Stanca di quelli ‘avrei un progetto‘ con scritto in fronte che sarà tuo il lavoro e la spesa ma loro il guadagno. Stanca di quelli che ti chiamano perché “porti tanta gente” ma poi ti presentano un elenco di cose da non dire in formato guida telefonica.
Stanca degli animalisti che passano tutto il tempo a litigare tra loro e di quelli che si auto-proclamano i più grandi del pianeta (ma almeno questi ultimi fanno ridere).

Così finisce che mi stanco di spiegare la duecentomilionesima volta come si fa il detersivo marsiglia liquido e mi ritiro nel mio mondo di casa-studio-orto-montagne-erbe. Perché alla fine è logorante spiegare sempre come si fa l’orto sul balcone e non perché l’agribusiness è diventata la leva mondiale di controllo, perché si tratti di un disegno politico preciso, non di casualità evolutiva.

Ma se vivi in una nazione in cui quando scrivi con uno pseudonimo maschile ti cita il quotidiano di economia, mentre quando scrivi con il tuo nome vero è tanto se ti si fila la sora Cesira (che chiaramente vuole solo sapere come si fa il marsiglia liquido), ti trovi troppo spesso a fare i conti con quello che potresti fare e quello che ti lasciano fare. E ti stanchi, è inevitabile. Per me è così. (e sì, lo pseudonimo lo saprete solo dopo la mia morte, non prima).

Poi ci si rialza. Perché, sì, cambiare è una grande idea sovversiva. L’autoproduzione è una grande idea sovversiva. E’ sovversiva persino all’interno di quelli che si considerano culturalmente i sovversivi, perché prima o poi la dovrete piantare di parlare e basta, dovrete ficcare nella terra quelle manine che conoscono solo la tastiera e piantarvi il vostro cibo!
E prima o poi, in un futuro fantascientifico, il Collettivo Anarchico di Frittole chiamerà anche una donna a parlare degli aspetti economici della decrescita e di come si può cambiare il mondo, ci sono già alcuni visionari, anzi, che lo fanno. Ma questa è proprio roba da rivoluzionari illuminati…

Fiore, davanti a questa discussione sul maschilismo imperante, stravolta di fatica, mi ha scritto ma io vado avanti lo stesso. (…) non mollo, ma non per ambizioni politiche, non voglio più sentir parlare di sigle. solo per passione personale e per amore nei confronti del mondo, perché spero tanto che guarisca. forse la crisi tremenda che ci avvolge sarà la strada...

Ecco, questa per quanto semplice è la strada. Una strada solo per persone che ci credono davvero, con una mano sulla tastiera e l’altra a impastare il pane, rivoluzionari e visionari, sognatori e ribelli, siano essi uomini o donne. Perché la rivoluzione funziona solo se tutti identificano un bene comune superiore.

(L’immagine sopra l’ho creata appositamente per farmi invitare dal Collettivo Libertario Anarchico di Frittole, avete capito bene)

Conferenze & corsi, Consumo consapevole, Orto, Orto sul balcone, Vita da veg

SIAMO TUTTI ANIMALI. Due giorni di critica allo specismo e alla società dei consumi

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Una ricchissima due giorni di dibattiti, laboratori, mercatini, baratti e foodbombing nella ex caserma Del Fante occupata, a Livorno, il 3 e 4 marzo.

Organizzato dagli infaticabili, etici e creativi del gruppo Veganzo (Nicola, Miriam, Paolo, Chiara e Lorenzo).
Due giorni dedicati all’antispecismo e all’autoproduzione, per pesare meno sul pianeta.
Il programma sarà molto ricco e interessante come potete vedere dalla locandina, vi invito a fare un salto e a non perdervi i laboratori, i dibattiti e tutte le iniziative. Per qualsiasi informazione qui c’è la pagina dell’evento [AGGIORNAMENTO 19.07.2017: il sito linkato non esiste più] insieme alla mappa per arrivarci.

IO CI SONO SABATO 3 MARZO, ALLE 15.00 PER
DOWNSHIFTING, DECRESCITA E AUTOPRODUZIONE: COME ORGANIZZARE UN PERCORSO PERSONALE FELICE

Scappo dalla città o imparo a renderla sostenibile? Comune o ecovillaggio? Autoproduco tutto o in parte? Come mi organizzo? Come si pianifica un cambio di vita radicale? E come si trova casa in campagna senza un soldo? Bisogna essere figli di papà per fare il downshifting? Come si organizza un orto sul balcone?