COME FARE IL LATTE DI SOIA CON LA CENTRIFUGA

22
01/2011

COME FARE IL LATTE DI SOIA CON LA CENTRIFUGA

fare il latte di soia con la centrifuga

Non avete la Soya-joy, la VeganStar, la VegMilkyPlus? Troppo tempo per farlo a mano? Una centrifuga ce l’avete? :D  Ecco qui più di un litro di latte di soia e 30 minuti in tutto tra cottura e centrifuga!

Chiaramente, trattandosi di una centrifuga, se ne possono fare anche 10 litri insieme, basta aumentare le dosi, niente di più semplice e veloce. A seconda della quantità di acqua che si mette, il latte di soia viene più o meno denso. La scoperta l’ho fatta casualmente, grazie alla nuova centrifuga che ha un attrezzo apposito per infilare i fagioli e i cereali. Ma si può fare benissimo anche senza questo pezzo, vedi di seguito. Passiamo subito alla pratica che per oggi ho già scritto abbastanza.

Ingredienti per 1 lt abbondante di latte di soia:

100 gr di fagioli di soia reidratati 24 ore in acqua (il peso è quello dei fagioli secchi)
1 lt di acqua
1 pizzico di sale integrale
5 cm di alga kombu (facoltativo)
2-3 cucchiai di sciroppo d’agave  (facoltativo)

centrifuga e fagioli di soia

Cuocere i fagioli di soia in acqua (due volte il loro volume) per 25 minuti, con un pizzico di sale e l’alga kombu. L’alga facilita la cottura, è ricca di calcio, ferro, magnesio e rilascia una mucillagine che rende il latte più cremoso, senza aggiungere alcun sapore particolare. Io uso la varietà Saccharina japonica che è più dolce. L’altra varietà di alga kombu che si trova in Italia, la Laminaria digitata, mi sembra più aspra e meno adatta al latte di soia. Però, anche qui, va a gusti ;)

Non è necessario togliere la schiuma che si forma man mano durante la cottura.

cottura fagioli di soia con alga kombu

Dopo una decina di minuti dall’inizio dell’ebollizione, vengono a galla le pellicine dei fagioli di soia. Io consiglio di toglierle, è un’operazione facilissima da fare con una schiumarola passandola a filo d’acqua. Il motivo è che danno al latte di soia un gusto troppo ‘fagioloso’, ma è appunto una questione di gusto. Se le lasciate, non c’è problema, verranno sminuzzate dalla centrifuga.

raccolta pellicine fagioli di soia

Dopo 25 minuti di cottura, scolare i fagioli di soia. E’ meglio non farla raffreddare troppo tra questa fase e la centrifugazione perché più si raffredda e più indurisce, con conseguente difficoltà di triturazione per le centrifughe più datate.

fagioli di soia scolati

Nel frattempo che i fagioli di soia cuociono, si prepara la centrifuga. Nel mio caso è già dotata di un suo imbuto a coppa per i fagioli, perché questo tipo particolare di centrifuga va messa in moto venti secondi prima di cominciare a centrifugare. Per questo ha un tappo che permette di avviare la centrifuga e poi stappare al momento di far scendere i fagioli.

Un imbuto del genere è facilmente sostituibile con un imbuto per marmellate, quelli che servono per versare la marmellata nei vasetti e hanno l’imboccatura grande. Siccome non esiste uno standard nell’imboccatura delle centrifughe, bisogna che guardiate che diametro ha l’apertura della vostra. In ogni caso, non è difficilissimo infilare i fagioli servendosi di un cucchiaio ;)

1 lt di acqua, centrifuga e recipiente per raccolta latte soia

L’imbuto con tappo. La cordicella serve per toglierlo dopo aver versato i fagioli.

coppa di raccolta per fagioli di soia

Eccoci pronti per ottenere il latte di soia: fagioli nella coppa sopra, pronti per scendere nella centrifuga. Un litro di acqua a temperatura ambiente. Una bacinella di raccolta in cui ho rimesso l’alga kombu usata per la cottura. Io lascio sempre l’alga ancora per almeno una decina di minuti dentro al latte prima di travasarlo, così faccio un latte di soia addizionato di ferro, calcio, iodio e magnesio di cui è ricca (ricordo si usa anche in cottura).

fagioli di soia nella centrifuga

Avviare la centrifuga, inserire i fagioli e versare il litro di acqua. Se non usate l’imbuto, inserite un po’ di fagioli e un po’ di acqua, un po’ di fagioli e un po’ di acqua …finché non finiscono :)  Ed ecco qui il delizioso succo bianco che scorre!

uscita del latte di soia

E dietro, nel cesto di raccolta, cosa rimane? L’okara ovviamente! Se non sapete cosa farvene di questo alimento iperproteico, qui ci sono diverse ricette con l’okara :D  (sì lo so, devo mettere ancora la ricetta delle mie polpette di okara, ormai me l’hanno detto in mille ‘assaggiatori’ ma… mi dimentico sempre :P Scusate! )

cestello raccolta okara

Aggiungo poi succo concentrato di agave, ne bastano 3-4 cucchiai. E’ dolce e ha una consistenza cremosa, secondo me è meglio dei malti per dolcificare il latte di soia. Dopo anni di esperimenti, sono arrivata a questa conclusione, ma magari tra qualche tempo troverò altre soluzioni :D

addolcire con sciroppo di agave

E infine… imbottigliare! Una bottiglia di vetro, un semplicissimo imbuto, et voilà! Più di un litro di latte di soia. Ovviamente se si usano per esempio 4 litri di latte di soia a settimana si può fare lo stesso procedimento quadruplicando le dosi sopra e si ottiene la scorta per tutta la settimana. Il latte di soia fatto in casa, infatti, può essere conservato fino a 7-8 giorni in frigo.

bottiglia di vetro e imbuto per travasare

Ecco qui la mia dose settimanale (ok lo ammetto… ne ho bevuto un po’ prima di fare la foto :P ). Eh sì, perché ultimamente in questa casa si sta seguendo una dieta 80% crudista e il latte di soia è una delle pochissime concessioni, quel 20% che la mia magister crudista dice che ci può stare, per non traumatizzarmi troppo, contando che siamo in inverno e ying e yang vanno riequilibrati :D

1 lt abbondante di latte di soia

Vi abbraccio tutti e vado ad autoprodurre un po’ di serenità per la domenica!

smack

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12/2010

BUON 1 a.A. !

In questi giorni mi torna spesso in mente una poesia di Giuseppe Ungaretti scritta a Napoli 94 anni fa, in questo periodo di feste.

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade.

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle.

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata.

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono.

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

E’ così, nel caldo buono e fuori dal gomitolo di strade, che passerò questa serata, per me priva di significati. Non che disdegni la compagnia degli amici, ma a volte si ha bisogno un po’ di pace dopo tanto girare e correre. I percorsi portano a vedere paesaggi diversi e da qualche anno nel panorama c’è la perplessità verso l’obbligo del festeggiamento di massa. Se c’è, a livello ideologico, un progetto consolatorio nel fare tutti la stessa cosa alla stessa ora dello stesso giorno, è anche vero che per farlo si è imposta come obbligo una struttura narrativa che lo rispecchia e lo promuove, e che presenta anche dei vantaggi per la struttura consumistica imperante.
In parole povere, da un rito pagano in cui si faceva al massimo un falò con le sterpaglie vecchie e si beveva un bicchiere di vino, si è arrivati alla necessità indotta a forza di bere un determinato tipo di vino, acquistare abiti, organizzare feste, spaccare i timpani con polvere da sparo.

Nulla in contrario alla catarsi dell’urlo liberatorio, ma che liberazione è quando una struttura narrativa che ci impone di farlo il dato giorno alla data ora? Che liberazione è se viene indotta la necessità di spendere, consumare, apparire? Perché, parliamoci chiaro, se non festeggi capodanno sei uno sfigato. Un alienato. Uno senza i contatti giusti, il vestito giusto, alla festa giusta.

Ho passato anni a feste di amici. Quest’anno, siccome ho fatto il pieno di giri e amici e viaggi e cose nuove luccicanti (ma non sono paillettes), ho deciso per qualcosa di diverso. Un po’ di decrescita, si potrebbe dire. Secondo me è fare quel che mi pare invece di quello che dicono gli altri.
La mia casa, la neve fuori, il silenzio della montagna, le luci lontane della valle, una cenetta vegan preparata con cura e amore, buone cose da bere, forse il rito pagano della vecchia bruciata nella piazza del paesino (ma anche no).

E poi, per somma volontà di spirito contraddittorio, ho deciso di fare solo un proposito per l’anno nuovo e di non avere bisogni indotti di compilare liste di buoni propositi.
Ho deciso che entrerò non nel 2011 ma nel 1 a.A. L’idea è venuta chiacchierando con qualche amico su quella maledizione di social network che dev’essere diventato obbligatorio in tutti gli uffici, viste le ore che gli impiegati ci passano a caricare note di cui mi arriveranno i commenti più idioti da qui all’eternità.
Ma, tornando a noi, il mio capodanno 1 a.A.: visto che insistono con sta storia che nel 2012 arrivano gli alieni, da qui al 2012 lo considererò solo 1 a.A. (avanti alieni) e dopo, se sarò ancora viva, farò dei progetti per lo 0 d.A. (dopo alieni).

Questo mi pare adeguatamente surreale e sufficientemente illogico da sembrare un vero proposito per il nuovo anno.

Buona serata a voi! :D

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12/2010

BOLOGNA VEGETARIANA & VEGAN

Premessa: questa lista non pretende di essere esaustiva. Sono solo i posti in cui vado io, che ho scovato senza difficoltà in un anno e mezzo di vicinanza a questa città. “Bologna la grassa e l’umana, già un poco Romagna e in odor di Toscana“, come canta Guccini. Contate anche che io vado raramente in città, più che altro per prelevare qualche amico alla stazione, andare in banca (purtroppo la nostra ha la sede più vicina lì), prendere un treno per il nord o il sud. Quindi alla fine vedo quasi esclusivamente il centro.

Premessa di mezzo: c’è da sfatare qualche leggenda metropolitana su Bologna.

Prima leggenda da sfatare: non è vero che lo strutto è ovunque. E’ come dire che a Napoli la sugna è ovunque. Sono stata debitamente terrorizzata da amici vegan, non bolognesi, che sostenevano l’inclusione dello strutto in ogni prodotto da forno. Invece la maggior parte delle piadinerie ha l’alternativa della piadina con olio, spesso anche l’alternativa con olio al farro, o integrale. Lo stesso dicasi per le tigelle. L’importante è non limitarsi mai a leggere i menu ma chiedere, questo vale in tutto il mondo. Io chiedendo ho trovato anche posti sui colli in cui mangiare le crescentine fritte nell’olio invece che nello strutto. I bolognesi hanno un bellissimo carattere, cosa che riguarda praticamente tutta l’emilia-romagna: chiedere, chiedere, chiedere e sarete i benvenuti.

Seconda leggenda metropolitana da sfatare: mangiare vegan o crudista a Bologna è difficile. Balle, quelli sotto sono solo i posti che ho trovato io e non ne avevo trovati così tanti nemmeno a Milano. Certo, se poi uno pretende di vedere il ristorante in centro che pubblicizza l’hamburger di soia… succede solo a Los Angeles, rassegnatevi.

Terza leggenda metropolitana da sfatare, che si ricollega alla prima: nelle pizze a Bologna c’è lo strutto. E per quale diavolo di motivo i pizzaioli di Bologna, in gran parte del sud, dovrebbero fare una cosa del genere?! Non so da dove si sia originata questa panzana, ma la questione è sempre la stessa: chiedere. Io ritengo che la pizza sia sempre un’ottima alternativa vegan e chiedo. A Bologna chiedo sempre perché mi era arrivata voce di queste pizze con lo strutto ma non ho ancora trovato nessuno che mi rispondesse che c’è lo strutto nella sua pizza, ergo… non ce lo mettono. Ma chiedere è sempre gratis.

Non ho elencato tutte le pizzerie, altrimenti facciamo un post di tre km. Mi limito a nominare le mie preferite, da cultrice della pizza napoletana: “Regina Margherita” di Via Santo Stefano, 40, gestione napoletana verace, una decina di pizze a menù senza cadute di stile,  e ”Un posto al sole” a San Lazzaro di Savena: la pizza di Ciro e Alfredo non si può spiegare a parole, è esperienziale. Per i vegan è consigliatissima la “povera al tagliere” ma si può scegliere tra almeno tre-quattro e comunque è sempre possibile chiedere varianti.

Premessa quasi-finale: non ho elencato i ristoranti cinesi anche se sono parecchi. Io non ci vado e non solo a Bologna. Ogm a parte, la loro soia, così come il resto dei prodotti, arriva dalla Cina, dove tutto viene coltivato con pesticidi che da noi non si potevano più usare già negli anni ’50. Inoltre quando scrivevo questo libro qui sui germogli, mi sono fatta una cultura sulla produzione italiana di fresco per i ristoranti cinesi e sui sequestri dei NAS. Sapete che in tutti i laboratori in cui vengono coltivati germogli per i ristoranti cinesi in Italia, laboratori gestiti da cinesi, i germogli vengono coltivati negli stracci dei pavimenti? Sì, esatto, negli stracci che noi usiamo per i pavimenti, quelli grigi a nido d’ape. Ammonticchiati sono ottimi per tenere umidi i germogli. Non vengono sterilizzati a ogni utilizzo e spesso sono ammucchiati per terra. I rischi? escherichia coli e altre simpatiche eventualità. Se poi volete farvi una cultura su quello che vi servono nei ristoranti cinesi italiani suggerisco questo articolo, uno su tutti ma ce ne sarebbero moltissimi. Quindi da me zero indirizzi di ristoranti cinesi, ci tengo alla vostra salute :D

Premessa finale: vengo da Milano, in cui molto di quello che è veg è anche caro. Ma proprio caro da far partire un embolo quando vedi il conto e delle volte già quando vedi il menu. E sono stata anni in Lomellina, zona pavese, dove di ‘veg’ c’è ben poco, praticamente vicino allo zero e quando esci con gli amici è tanto se riesci ad avere un riso in bianco (nel risotto ci mettono brodo di carne) e verdure alla griglia. Le verdure alla griglia e la pizza rossa mi sono uscite dagli occhi.

Quindi, se passate da Bologna e dintorni, questa è la mia listarella di indirizzi provati e testati. Se volete segnalarmene altri, siete i benvenuti! (e aspetto sempre gli indirizzi veg per Firenze, visto che sto a metà strada tra le due! fatevi avanti!). Se poi passate da Bologna e volete farmi un fischio, magari è un giorno che passo di lì.

* * *

CENTRO NATURA – Vegetariano, vegano, macrobiotico senza pesce, qualcosa per crudisti e fruttariani.



Via degli Albari, 6, nell’ex ghetto ebraico che tra l’altro è pieno di negozietti deliziosi. Da Piazza Maggiore son proprio due passi.

La prima volta che ci sono andata, sono uscita senza prendere nulla. Mi avevano detto che era un ristorante biologico-vegan-vegetariano e ho trovato invece un self service. Siccome eravamo in compagnia e la serata al self service non mi pareva il caso, abbiamo ripiegato sulla sicurezza totale, il Clorofilla poco distante (vedi sotto). Poi ci sono tornata di giorno, per una pausa pranzo, ed è stato Amore. Adesso è uno dei miei posti preferiti. Il locale è molto carino, con tre sale con tavoli in legno, soffitti a travi, obbligo di spegnere i cellulari (urrà, li adoro!). Io preferisco le due salette interne, più intime e silenziose, con la luce calda delle lampade al sale.
La cucina è ottima, tutto è da agricoltura biologica, viene preparato fresco di giornata e c’è solo l’imbarazzo della scelta. Facilissimo mangiare vegan, i piatti vegetariani con latticini sono pochissimi e ben segnalati. Qualche scelta cruda ma di solito limitata a frutta fresca e insalata. Strepitoso lo spezzatino di seitan con patate, morbidissimo, infatti spero sempre di capitare in un giorno da spezzatino :P  Molto buoni anche il cous cous con verdure e i piatti unici in genere. Ogni giorno c’è un cereale scondito diverso, da condire se volete al tavolino, fornitissimo: gomasio, alghe, sale integrale, olio extra vergine, shoyu, umeboshi… quello che volete, c’è. C’è sempre anche l’insalata scondita, la ciotola la compongono al momento, non ci sono quelle stucchevoli insalate incartapecorite dei self service normali. Comunque se andate al Centro Natura con tutto quel meraviglioso menu e prendete solo l’insalata, siete proprio delle persone tristi!
I prezzi secondo me sono ottimi ma consiglio di spendere cinque minuti a capire il loro sistema della composizione di piatti e porzioni, altrimenti rischiate di spendere 20 euro dove potevate spenderne 6-7. Se non c’è molta gente, comunque, vi aiutano anche sui prezzi… e sulle composizioni!  Guai a prendere due piatti di carboidrati o di proteine, te lo fanno notare! Fantastici! :D  Di solito prendo un piatto unico di quelli ovali, mono-porzione, vi assicuro che è molto abbondante + pane ai cereali integrale + acqua naturale e spendo Euro 6,20. In un posto che, risottolineo, è veramente carino, pulito, sereno e in centro! Il ristorante è incluso nel Centro Natura, in cui si tengono lezioni di yoga, reiki e tanto altro… se volete sapere cosa si muove a Bologna sul tema naturale, la loro bachecona all’ingresso è una tappa fondamentale. Unico neo: i dolci. Come dice Yari, nella migliore tradizione dei ristoranti veg …grande profusione di “creme di vaniglia” in diretta dai brik Provamel. Gelatine degne del ricovero per anziani. Si potrebbe fare di meglio ;)  Aperto a pranzo dal lunedì alla domenica, a cena dal lunedì al sabato, chiuso la domenica sera. Qui il loro sito.  (Nella foto sopra, il bancone del self-service).

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CLOROFILLA – Pesce-vegetariano (!) con molti piatti per vegani e qualcosa per crudisti e fruttariani

Strada maggiore, 64/c , sotto i portici dalla parte dell’università, per arrivare in centro.
Il mio preferito per cenette carine e pranzi con ospiti. E’ il locale vegetariano ‘storico’ di Bologna. Anche qui, è il caso di spendere un po’ di tempo a guardare il menu e i piatti del giorno sulla lavagna. Io vado sempre sui piatti del giorno, di solito c’è un piatto unico sugli 11 euro che, vi garantisco, sazia a sufficienza. L’ultimo che ho preso era composto da seitan in bechamel di soia, riso basmati, insalata mista e un’altra verdura che non ricordo. Come prezzo lo trovo onesto, trattandosi comunque di un ristorante in centro, non di un self service e nemmeno di un posto in periferia. Al Clorofilla, attenzione agli ingredienti, anche da parte dei vegetariani: sebbene sia presentato come locale vegetariano, ha dei piatti di pesce vero. Pessima scelta ma a quanto pare c’è una torma di indecisi che si considera vegetariana mangiando pesce, quindi i ristoratori pur di non chiudere vanno dietro anche a questi. No comment. Anche qui unico neo i dolci e la profusione di “creme di vaniglia” direttamente dai brik Provamel. Ma a volte si trovano fette di torta abbordabili anche da vegani… raramente.
Noticina: tempo fa c’erano online un sacco di recensioni che dicevano che chi ci lavora si comporta in modo antipatico. Forse le recensioni negative sono servite per aggiustare il tiro, ultimamente sono molto molto gentili e empatici! Non hanno ancora un sito. (Nella foto sopra, un super-abbondante piatto unico).

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ZAZIE – Vegetariano, vegan, crudista & fruttariano

Via Malcontenti 13/A, parallela di via Indipendenza, nel cuore del centro di Bologna. Per chi è pratico di Bologna, è nella via dietro Altero (con quelle pizzacce bisunte e molli… bleah! Se come me avete il culto sacro della pizza napoletana, non andate da Altero a Bologna, è un po’ meglio lo Spizzico dell’Autogrill). Ma dicevo… Zazie!!  E’ stata una scoperta magnifica! Frullati, centrifugati, milk-shake e macedonie di frutta. Locale piccolissimo ma di gusto, ideale per una pausa o un veloce pasto crudista. Per frullati e centrifugati basta affidarsi alla fantasia del banconista del giorno: sono tutti simpatici, attenti e creativi!  Si prepara tutto con le cassette di frutta di giornata, che siano fichi d’india della Sicilia o mele del Trentino. Io di solito individuo un frutto che mi piace sul bancone, per esempio l’uva rossa, e chiedo “Cosa mi fai con l’uva?” E via lista di possibilità! Oppure se ho voglia di pranzare o di qualcosa di più corposo, prendo un frullato con latte di soia o di riso. Per i vegetariani, il latte vaccino “è quello delle mucche di Guglielmo”. Io però fossi in voi approfitterei per una scelta vegan e per lasciare in pace le mucche di Guglielmo, che il latte in natura lo fanno per i vitelli, non per voi. O, in alternativa, voi andate ad allattare i vitelli e la mucca vi dà il suo latte, cosa ne dite? Più equo ;)
Comunque Zazie è un bellissimo lillipuziano localino, lo adoro! I miei preferiti sono i “mix Vitamino“: frutta e verdura con zucchero brasiliano prodotto nelle cooperative autonome di produzione e lavoro, zenzero, semi di papavero, guaranà. Una sferzata di energia! I crudisti ci pranzano tranquillamente con 2-6 euro.
Tutti i giorni dalle 09.30 alle 21.00 e la domenica per il brunch dalle 10.30 alle 19. Hanno un Sito internet (Nella foto sopra, centrifughe e spremiagrumi al lavoro. in primo piano alcuni dei ‘condimenti’ di libero uso sul bancone).

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TAJ-MAHAL – Vegetariano e vegano, cucina indiana, niente per crudisti e fruttariani

A un tiro dal centro, si trova in Via San Felice 92/a, sotto i portici. Classico ristorante indiano ma in stile bollywood, secondo me scelta simpatica piuttosto che il finto elegante indiano della maggioranza. So che il giovedì sera con 20 euro si mangia a buffet, ma non ho mai provato. In compenso come ristorante per cenette tranquille, mi sembra molto buono il  rapporto qualità-prezzo, c’è una scelta ampia per vegetariani e discreta per vegan (a patto di conoscere già i piatti della cucina indiana…). Hanno davvero il tandoori.  Non sono rare le serate con danze indiane e per chi abita in città c’è anche la consegna a domicilio. Costa comunque più di quelli elencati sopra, ma stiamo parlando di un ristorante in centro. Molto indovinata l’idea di dare un’atmosfera soft  e tranquilla alla sala con tavoli da 2-3 persone e tenere ben separati in un’altra sala i tavoli da più persone. Oltre al sito hanno anche un video di presentazione. (Nella foto, pakora di verdure: verdure miste in pastella di ceci)

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DIETASANA – Grande negozio con prodotti vegetariani, vegan, macrobiotici & erboristeria.

ERBORISTERIA DIETASANA di Mirella Baldi  - Via Farini, 21/D. Se siete in centro e non volete fermarvi a mangiare al tavolo ma gradite piuttosto uno snack sano e veloce, questo è il posto. Ci si trovano tutti i grandi classici degli snack vegan, dai biscotti alle barrette. Potreste magari approfittarne per uno shopping veloce, dal miso alle alghe, ai cosmetici non testati su animali: i prezzi sono concorrenziali e inferiori al NaturaSì, Hanno anche un fornitissimo sito, dal quale compravo già prima di trasferirmi da queste parti: chi ci lavoro è gentilissimo e competente, il rapporto molto umano e quello che non si trova esposto sul sito si può sempre chiedere via email.

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IL RISTORANTE DELL’IKEA – Vegetariani, vegan, crudisti & fruttariani

L’Ikea a Bologna fa sia il panino Vegetariano che il panino Vegan, più delle insalate e macedonie di frutta fresca buonissime. Tempo fa avevo protestato con l’Ikea dicendo che potevano metterci almeno una salsa, altrimenti è un blob di glutine che si impasta in bocca e tiene compagnia nello stomaco per il resto della giornata. Indovinate? L’Ikea non solo mi ha risposto, ma ha anche messo la salsa di sesamo nel panino vegan! Vale la pena quindi di segnalarli. E poi io quando sono in zona Casalecchio vado anche solo per mangiare. Sì lo so che è grande distribuzione ma con un’etica e un occhio all’ambiente tutto sommato accettabili, anzi. Comunque se siete in zona o dovete andarci per altro, panino vegano e acqua fanno 4,30 euro, caffé offerto da Ikea. (Nella foto orrenda causa luci Ikea e mia imperizia, il panino vegan).
P.S. Non menatemela per l’Ikea. Gli unici che possono muovere commenti a me sulla gdo, al momento, sono gli elfi di gran burrone e la tribù delle noci sonanti. Chi non ha colpa, scagli la prima pietra, insomma. Accanto ai miei mobili vecchi, riciclati e autoprodotti ci sono anche dei mobili nuovi dell’Ikea. Rabbrividiamo!  Vorrei proprio vedere cos’hanno in casa quelli che criticano e basta ;)

Non ho ancora provato:

  • L’indiano in via dell’Inferno, il Moghul, ma ne ho sentito parlare bene.
  • Il bio-ristorante pizzeria del NaturaSì… mi sono fermata un paio di volte a leggere il menu e abbiamo deciso di rinunciare. Tra l’altro il posto da fuori non è un granché, per prezzi di quel livello voglio un ristorante vero. Comunque, se volete provare, è di fianco al NaturaSì di via Po.
  • La maggior parte dei negozietti e locali etnici, Bologna ne è piena, soprattutto in centro.
  • Il ristorante macrobiotico Un punto macrobiotico, Via Alessandro Tiarini, 1. Però abbiamo in comune un fornitore di verdure e frutta biologica, quindi posso garantire che in questo ristorante utilizzano davvero frutta e verdura bio, non di serra, a km zero.
  • Quelli che mi indicherete voi… :D

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11/2010

Treplut Pathé

E’ una bellissima locuzione, non trovate? Treplut Pathé!

Cosa hai fatto oggi? Un sacco di cose, Treplut Pathé. Cosa vorresti farne dei cacciatori? Un grande Treplut Pathé! Cosa c’è al MoMA? Un artistico Treplut Pathé!

Ci sono dei giorni che proprio ti serve una parola per indicare il tutto e te ne arrivano due. A me ieri è arrivata in aiuto questa bellissima onomatopea, Treplut Pathé, per l’appunto.

Non si spaventi nessuno, non ho alcuna intenzione di entrare nei meandri semiologici di segno e significante anche perché di solito mi ci perdo e finisco come quel mio professore che voleva spiegarci il formalismo russo con un esempio su “i mattoni del duomo”. Con il risultato che per trattenermi dal dire “ehi? hallooo? siamo a Milano, il duomo è in marmo!” persi il filo e dovetti aspettare ancora un po’ di tempo per capire il formalismo russo. Ignoro tuttora cosa avesse da spartire con duomo e mattoni fantasma … Treplut Pathé! E’ l’esatto segno per il significante di questo periodo. (Se qui state esclamando Lupus in fabula! sappiate che potreste venir colpiti dall’eco di ritorno, se invece state esclamando “Paroemia est accommodatum rebus temporibusque proverbium, ut adversum stimulum calces et lupus in fabula” farò finta di non sentire, per la vostra e mia sanità mentale. Soprattutto per la vostra, vi voglio bene, smack).

Etimologicamente, Treplut Pathé deriva dalla recensione di Jacopo Fo al mio ultimo libro (sì, lo sto dicendo solo per spararmi delle pose). Mentre rispondevo a un commento alla recensione, è comparsa questa meravigliosa locuzione, prontamente raccolta e utilizzata. Proprio mentre sto scrivendo, ho risposto a un messaggio di un’amica con “buona passeggiata e Treplut Pathé!” Ma non bisogna abusarne. A un’altra amica bloccata in aeroporto ho inviato solo “Treplut Pathé!” e l’ho gettata nel panico.

Treplut Pathé è l’Espressione. Il Tutto.
(Se a questa affermazione avete esclamato esultanti “Treplut Pathé!” siete sulla strada giusta).

E’ Treplut Pathé la ricetta dei falafel che ho sperimentato ieri, ma attenzione, non sono falafel regolari. Sono Falafel Treplut Pathé! Si amalgamano 100 gr di ceci cotti e schiacciati con una forchetta, 50 gr di farina di ceci, 50 gr di pangrattato, una cipolla rossa tagliata finissima e sminuzzata, mezzo spicchio di aglio triturato finissimo, 2 cucchiaini da caffé di cumino, un pizzico di coriandolo, un cucchiaino di sale integrale, acqua tiepida quanto basta per formare un impasto. Si lascia riposare una decina di minuti, poi si formano palline che si rotolano nei semi di sesamo. Si friggono in padellino, a immersione, in olio di arachidi (quindi meglio prepararne tanti per sfruttare l’olio di semi.) Si conservano fino a tre giorni in frigo, sei mesi in congelatore. Ottimi sia caldi come pietanza accompagnati da insalata o come antipasto freddo, finger food o come volete chiamarli. In mezz’ora, cottura dei ceci a parte, sono pronti. Quelli che avanzano, li tengo in freezer per avere una scorta di finger food per amici di passaggio o per cene improvvisate. L’olio è da riciclare nell’apposita raccolta, non c’è bisogno che lo sottolinei, eh?

E’ Treplut Pathé il tempo autunnale e anche il terreno argilloso. Ci lotto dal mio trasferimento qui con il terreno argilloso: soffoca le radici, non fa passare l’acqua o la fa ristagnare o rimane perennemente bagnato o si spacca a zolle dopo due giorni di sole. Il terreno di questa parte d’Appennino, come scrive Andrea De Carlo, è una grana notevole. Ma sono una testa dura. Ho piantato anche dei rizomi e dei rosai a radice nuda, ma temo che questo Treplut Pathé di terreno finirà per cementare tutto in un unico blob sul quale sopravvive solo gramigna, muschio, qualche solitaria e ostinata cicerchia. Ma io continuo a provarci, miglioro il terreno con foglie, sfalci, macerato di equiseto… Se non ce la faccio nemmeno così, mi darò alla modellazione dell’argilla, perché bisogna accogliere positivamente i segni del destino. Se non posso coltivare verdure, farò terrecotte da barattare con verdure! (e morirò di fame visto che sono ferma al posacenere con il Das delle elementari).
Per ora vivo nella certezza che sbocceranno le rose, treplut pathé! Non consideratele abbellimenti puri, coltivazioni inutili. Primo, sono qualità profumate, quindi attireranno insetti. Secondo, sono diversamente profumate, quindi attireranno diversi insetti. Terzo, le userò per i miei oleoliti autoprodotti, quindi scopi pratici ne hanno. Non bastasse tutto ciò, sono anche belle e io ho bisogno un angolino bello per lavorare d’estate all’aperto. Ah, dimenticavo, sono anche a chilometro quasi-zero, le ho prese da un vivaio di Pistoia che ibrida in proprio. Un grande lavoro artigianale di ibridazione, ne vale la pena. Mi commuove sempre un po’ sapere che un grande lavoro di decenni dietro a qualcosa di vivo e organico che puoi portare nel tuo giardino con pochi euro. Temo che quelli del vivaio non sarebbero altrettanto commossi di sapere che queste rose non sono finite in un perfetto giardino all’inglese ma in un delirio semi-selvatico.

E’ Treplut Pathé l’incontro che si terrà domenica 28 novembre con il Movimento della Decrescita Felice. Non è una cosa solo mia, ci saranno anche Giuseppe Leoni, coordinatore circoli MDF Italia Settentrionale, Fabio Cremascoli, Presidente MDF Milano, Filippo Schillaci, autore di “Vivere la Decrescita”, Edizioni MDF, Stefano Piroddi, autore di “Gli angoli remoti del presente”, Edizioni La Riflessione e Fiorenza Da Rold, responsabile Comunicazione MDF Milano.
E’ una presentazione partecipata, un dibattito, un incontro, una merenda e soprattutto un Treplut Pathé di idee, intenti, fini e neuroni allo sbaraglio. Se venite, fatevi riconoscere al grido di Treplut Pathé! :D   Qui la locandina con tutte le info, l’ingresso è gratuito e la simpatia doverosa.

E’ Treplut Pathé, ma soprattutto Pathé, l’attuale situazione italiana. Non che in altri momenti fosse idilliaca, ma ora siamo all’assurdo, da qualunque parte siate schierati. Quello che mi strappa l’anima e mi arriva come un pugno nello stomaco è che, in mezzo a questo caos, a quanto pare le forze dell’ordine sono tornate alle cariche del ’77 menando senza ritegno studenti, operai, impiegati, insegnanti, terremotati. Ora che l’ho scritto mi viene in mente che più che il 1977 dovrei ricordare il 1939. Ma senza andar troppo lontano basterebbe ricordare un G8 di pochi anni fa.
Sull’argomento “cittadini manganellati”, mi ha commossa profondamente, fatta arrabbiare e ancora commossa un post di qualche giorno fa di MissKappaLo so, lo sappiamo, che viviamo in uno stato dove la libertà di espressione viene repressa. Dove la libertà individuale esiste solo se ti uniformi al pensiero unico. Dove la maggior parte delle persone a quel pensiero si uniforma. Ma viverlo, riviverlo, constatarlo ancora una volta, sulla propria pelle, anche se hai sulle spalle tante primavere, è desolante. Eravamo pochi, un centinaio. Sotto la pioggia. Gli striscioni, i cartelli, le carriole con le macerie della nostra città, un orinatoio che evocava Duchamp e facsimili di banconote tagliuzzati, a mo’ di coriandoli: queste le nostre pericolose armi. Aspettavamo l’imperatore, in seconda passerella del giorno, dopo quella veneta. Ma è vietato dimostrare. E lo abbiamo capito subito. Loro, i celerini, erano più di noi. E determinati. E i poliziotti locali, quelli che , a volte, ci hanno mostrato la faccia buona, erano scuri in volto. La consegna era quella di picchiare. E lo hanno fatto. (…) [Il sindaco dell'Aquila] che consente che i suoi concittadini vengano trattati come delinquenti, dopo aver garantito, non più di quattro mesi fa, in una pubblica assise,che non avrebbe mai più permesso che qualcuno sollevasse le mani sui terremotati.”.
Picchiare gli studenti lo fanno in tutti i paesi e da ex studentessa, posso anche ammettere che qualche volta, anche se poche, rompevamo veramente il pathé. Ma picchiare i terremotati. Picchiare gli insegnanti. Ma che uomini siete?

E’ Treplut Pathé una serata al cinema per vedere Scott Pilgrim vs the world, passato inosservato in Italia, paese di vanziniane boiate. In sala solo sei persone: noi due, una coppia giovane, una coppia di anziani. Ci chiediamo se la coppia di anziani abbia sbagliato sala. Il film è geniale, lo storyboard geniale, fotografia notevole, crossreference da annientare Tarantino,  i personaggi presentati con tag da videogioco, accompagnati da loader del Nintendo DS infrangi-tabù (la Pee Bar mi ha fatta davvero ridere) e vite extra da utilizzare. Gli sconfitti esplodono in punteggi e cascate di monete stile Super Mario, un supereroe è imbattibile perché vegano, è anche andato all’Università Vegana, è più forte di tutti perché “il 90% del mio corpo non è intasato da tossine della carne e siero di latte” (riferimento a Fable, in cui se sei vegetariano hai più punti, doh!).
E i due anziani? Avranno sbagliato sala allora? No.
Usciamo nella nebbia, loro si avviano piano sorridendo e chiacchierando, ci sono solo le nostre macchine nel parcheggio, casualmente parcheggiate vicine. Ridono e commentano, salgono in macchina salutandoci, come tra compagni che hanno condiviso qualcosa di davvero divertente e un po’ esclusivo. Saliamo anche noi e continuiamo a salutarci a vicenda con la mano, ciao ciao. A Milano avrebbero pensato che eravamo due drogati che volevano rapinarli. Sarebbero stati a casa a vedere il Grande Fratello o Un posto al sole o altra roba da mummificazione neuronale. Qualcuno mi spiega perché 500 km più giù è così diverso?

E’ Treplut Pathé tutto questo periodo un po’ fuori dalla norma, in cui succedono cose inaspettate, ne nascono di previste e ne arrivano di attese. E’ Treplut Pathé Bologna, sporca da far schifo ma viva e pulsante, piena di posti in cui mangiare vegan senza farsi rapinare (vi servono indirizzi? ne faccio un elenco?), di posti per pensare, per vedere, leggere e vivere. E’ Treplut Pathé Firenze, ben più pulita ma sommersa dai negozi souvenir, grandi catene, grandi librerie in cui si trova solo quello che hanno deciso di farci leggere. O che ci hanno convinti che vogliamo leggere. Dove per ora riesco a mangiare vegan solo a casa di amici (ma se avete indirizzi, ho pronta carta e penna!!! grazie!!!).

E’ Treplut Pathé questo post di accumulo di tante cose, un po’ così come son venute o come capitano.

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10/2010

La lezione di Fukuoka è anche “soltanto vivere, qui e ora.”

Qualunque cosa la gente mangi per vivere, qualunque cosa la gente creda di dover mangiare per vivere, è solo una cosa pensata. Il mondo che c’è è tale che se la gente mettesse da parte la propria volontà umana e invece si lasciasse guidare dalla natura non ci sarebbe nessuna ragione per aver paura di morire di fame.

Soltanto vivere, qui e ora: questa è la vera base della vita umana. Quando un’ingenua conoscenza scientifica diventa il fondamento dell’esistenza, la gente si mette a vivere come se dipendesse solo dagli amidi, dai grassi e dalle proteine, e le piante dall’azoto, dal fosforo e dal potassio. E gli scienziati, quanto più profondamente indagano la natura, quanto più lontano ricercano, alla fine arrivano solo a rendersi conto come sia perfetta e misteriosa in realtà. Credere che con la ricerca e l’invenzione l’umanità possa creare qualcosa di meglio della natura è un’illusione.

Masanobu Fukuoka, La rivoluzione del filo di paglia, 1975

Così ho chiuso il libro, frullato un po’ di frutta di stagione e sono uscita a vedere cosa facevano le nuvole e le luci sui colori autunnali. Ho incontrato piccole radure illuminate dall’ultimo sole  di un pomeriggio già autunnale, cavalli allo stato brado, campanule delicate, more selvatiche un po’ asprigne per merenda, caprette, funghi, fate e gnomi, luci, luci, luci e nuvole che verso casa hanno creato un tramonto magico. E qualche spunto divertente da un percorso ammazza-ciclisti.

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