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anemoni spuntano tra i primi fili d'erba
Decrescita, Libri, Sviluppo personale

Amor fati. Un percorso di cambiamento e felicità

Amor fati  è un’espressione legata alla filosofia stoica, letteralmente amore del fato, l’amare il fato. [1] Non è la semplice accettazione del destino o fato, il rassegnarsi a ciò che succede, o ancora peggio rassegnarsi a un destino che si suppone disegnato da un’entità superiore. E’ più profondamente l’amare incondizionatamente il proprio fato dopo essersi impegnati in scelte e percorsi personali, cercando la strada verso la verità, la propria personale e unica strada nel mondo. Una ricerca che può portare a momenti di caos, a momenti d’ombra, a periodi in cui tutto sembra essere sbagliato, specialmente se le decisioni passate e quello che abbiamo lasciato sembrano una perdita incolmabile.
Mi sono ritrovata in questa espressione, amor fati, in un momento in cui stavo rimettendo tutto in discussione e l’amor fati mi ha riportata sulla strada in cui pensiero e libertà danno vita al destino, alla nostra vita com’è ora. Un destino che non sempre è immediatamente comprensibile, che a volte sembra anzi l’opposto di quello che cercavamo e che invece è proprio quello che deve essere: perché il destino è l’espressione, la realizzazione dei nostri desideri più profondi, non di quelli che amiamo mostrare.

Mi spiego con un esempio: avete mai notato quante persone vorrebbero fare lo scrittore e fanno fatica a scrivere mezza pagina al giorno, a dedicarcisi più di qualche minuto? Ufficialmente vorrebbero fare gli scrittori, lo raccontano anche a sé stessi. Continue Reading

Elna Supermatic
Autoproduzione, Restauro e recupero mobili

Una nuova vecchia Elna Supermatic e la decrescita reale

Come molti sanno, a luglio si è rotta la mia adorata macchina da cucire. Ma se in questo periodo volete immaginarmi in qualche modo, pensatemi con l’espressione di questa donna del 1958 davanti alla sua macchina da cucire, una nuova Elna Supermatic, estasiata dalle infinite possibilità operative di questa solidissima macchina. Oppure immaginatemi assorta a pensare a quanto sia stupida una decrescita fatta di cose che costano poco, come mi capita spesso di vedere. La decrescita reale non sarà mai una macchina da cucire comprata per un centinaio di euro al supermercato. Quello è solo l’ennesimo pezzo di plastica e ferraglia cinese buttato in una discarica. Dura realtà ma è così.
Il perché sto pensando a questi aspetti è che spesso noto che molta gente confonde l’oggetto che costa meno con la decrescita. Non è così. La decrescita è scegliere di avere meno oggetti, solo quelli realmente utili, ma di ottima fattura e destinati a durare nel tempo.

Per anni ho utilizzato quella signora beige e rossa sotto, la Elna Supermatic del 1958. Io, per le esperte, ho la versione Plana, Continue Reading

La salvezza: cucina a legna, riscaldamento a legna, lampade a olio e candele. (immagine di dicembre)
Decrescita, Ridendoci sopra

Non è successo niente

Qui non è successo niente, davvero. Io potrei anche raccontarvi le nostre ultime avventure del sopravvivere senza acqua, luce, gas e telefoni ma sarebbe chiaramente una storia di fantasia.
Come avrete notato dai giornali, qui non è successo niente. In Emilia non succede mai niente, persino quando c’è il terremoto, dopo due giorni è tutto archiviato. Dico sul serio. Prima abitavo a Milano, se c’era una piccola scossettina guadagnavamo subito la prima pagina dei quotidiani nazionali. La signora Pina di Viale Umbria a cui era caduta dal buffet la bomboniera Capodimonte di sua cugina Maria veniva intervistata dai telegiornali per un paio di settimane. Per il terremoto del 2012 in Emilia, dopo una settimana era tutto archiviato, salvo il mega concerto in cui alcuni cantanti hanno donato parte dei diritti a non si sa chi. Fatto sta che dopo tre anni c’è ancora gente che vive in baracche decrepite con lo Stato che gli chiedegli arretrati IMU e bollette per l’elettricità da duemila euro dopo averli costretti a scaldarsi con caloriferi elettrici. Ma questa cosa si sa in pochi. Il resto della nazione pensa che in Emilia sia già tutto a posto e che non è certo stato un disastro come in altri posti. Continue Reading

hopper - girl sewing
Decrescita, Ridendoci sopra, Sviluppo personale

C’è un guru per tutto, dalla decrescita alle zuppe

Sembra che gli italiani si stiano dividendo in due settori: quelli che vogliono essere guru di qualcosa, specialmente se il qualcosa vanta più di un hashtag,  e quelli che hanno la necessità di avere un guru da venerare. Queste due parti del popolo si incontrano, si amano e scatenano guerriglie da far impallidire un dittatore del terzo mondo. Ogni guru ha il suo esercito di fan che si scannano per le questioni più stupide.
Ho visto gente insultarsi per una teoria sulla depurazione tramite digiuno. L’ha detta prima il suo guru o quello dell’altro? Intere webfarm e file di server alimentati a gasolio per dirimere l’importantissima questione. Ve lo dico io: i Giainisti di Mahavira nel VI secolo a.C. Ora la nostra vita può proseguire? Continue Reading

copertina a uncinetto
Autoproduzione, Giorno per giorno

Storia di una copertina granny hippie style

C’era una volta una bimba che doveva nascere e una mamma hippie che consultava le stelle e il microscopio.

C’era una volta una mamma hippie con un’amica che doveva fare una copertina per la bimba in arrivo.

L’amica partì alla ricerca di un materiale speciale e da un paese lontano arrivò un filato con tutti i colori dell’iride, perché la bimba avrebbe portato il nome dell’arcobaleno e della messaggera degli dei.

copertina_erbaviola_9

 

L’amica si mise al lavoro, disegnò un modello speciale che contenesse l’agurio della mamma per la bimba, cominciò a lavorare e riga dopo riga la copertina prese forma. Passarono i mesi e la bimba nasceva, la copertina cresceva e fu finalmente pronta.

Ma una volta finita, l’amica si accorse che un sortilegio terribile aveva trasformato il suo lavoro in qualcosa di diverso. Quello che ne era uscito non era la meravigliosa copertina che aveva pensato ma qualcosa di molto normale e banale. Banale il punto, tra i più utilizzati per le copertine per bambini, banale il risultato finale, banale tutto.

 

copertina_erbaviola_10

 

E la copertina finì a scaldare la brocca dello yogurt in fermentazione nelle lunghe e fredde notti d’inverno. (Se qualcuno pensa di averla vista in un libro: sì).

L’amica non si perse d’animo e ricominciò da capo. Unì altri colori a quelli dell’iride, pensò a qualcosa di davvero hippie, non si pose più limiti e così solo la fantasia, non un modello creato a tavolino, guidò le sue mani durante un inverno. Continue Reading

grazia cacciola salone del libro di torino 2014 casa cookbook
Conferenze & corsi

Di ritorno dal Salone del Libro 2014 e ringraziamenti

Dopo tanto lavoro e preparativi, dopo la bellissima giornata, è tempo di ringraziamenti.
Un grazie di cuore a tutte le belle persone intervenute, soprattutto a chi ha trovato i posti esauriti e si è adattato per terra o in piedi per un’ora, a chi ha assaggiato senza saperne nulla di cucina vegan e ha gioito entusiasta, a chi si è rassegnato agli assaggi terminati e sta comunque provando a casa a ripetere le ricette, a chi mi ha scritto la sera stessa che adesso è convinto di passare a vegan perché sarà facilissimo con i formaggi vegetali e a chi mi ha scritto email bellissime dopo lo showcooking o la chiacchierata allo stand (sto rispondendo a tutti, sono tornata stanotte!). Grazie a chi ha apprezzato la crema di formaggio messicana, il gouda vegetale, la ricotta vegan, la formaggella ai semi di lino e finocchietto selvatico e mi ha fatto avere le sue impressioni, compreso il critico del Gambero Rosso che ha esclamato “Il formaggio di soia è buonissimo!“. Sono soddisfazioni! (Era il mio gouda vegetale). Continue Reading

lavorando in giardino
Decrescita, Giardino, Giorno per giorno, Sviluppo personale

L’IMPORTANZA DI CAMBIARE PROSPETTIVA

lavorando in giardino

Foto da cellulare di questa mattina di lavoro

Oggi torno a lavorare all’aperto per qualche ora, con un piccolo pensiero soddisfatto a quando lavoravo in uffici terribili, soprattutto in uno in cui era addirittura vietato aprire le finestre! Quel tipo di ambiente non mi piaceva, i classici uffici in cemento, arredati in plastica, con grandi finestre luminose ma sigillate e ricettacolo dei pulviscoli cittadini.

Sono arrivata qui desiderandolo molto, lavorandoci tanto, studiando parecchio e avendo ben chiaro l’obiettivo. Per me il successo non era passare da quadro a dirigente o passare dall’idiosincratico open space a all’ufficio singolo. Era invece trovare il modo di fare il mio lavoro senza riunioni inutili di ore, chiusa in una gabbia di cemento con orari fissi per entrare, mangiare, parlare, affrontando tempi di trasporto che sembravano brevi ma sommati facevano giorni di vita. Liberamente, me l’avessero chiesto, non avrei mai detto “Sì, desidero passare mille giorni della mia vita seduta in treno, in aereo e in coda ai chek-in”. Eppure era quello che stavo ottenendo, quello che dovevo fare inevitabilmente per andare a lavorare. Poi iniziava il lavoro. I mille giorni erano gratis.
Esagerata?
Prendiamo un lavoratore dipendente che fa una media di un’ora al giorno per andare e tornare dal lavoro, in città è considerato un fortunato. Sono cinque ore a settimana. Venti ore al mese. Duecentoquaranta ore all’anno. Ottomilaquattrocento in trentacinque anni di lavoro. Sono esattamente settecento giorni della propria vita, ovvero quasi due anni di vita impiegati solo per andare e tornare dal lavoro.
Per me il conto era un po’ più alto: c’erano anche i viaggi di lavoro e ci mettevo più di un’ora di pendolarismo al giorno per raggiungere il posto di lavoro. Avrei superato i due anni di vita in spostamenti e forse anche i tre.
Certo, ammortizzavo i tempi leggendo, ascoltando musica, studiando (quando possibile) o annoiandomi a morte nella guida a singhiozzo imposta da una grande città. Inutile dire che avrei letto più volentieri sul divano di casa, ascoltato più volentieri musica dal vivo o da un ottimo impianto, studiato sicuramente meglio alla mia scrivania e gradito maggiormente un giro in bicicletta o una passeggiata.

Rispetto chi si trova bene in contesti di questo tipo, se li rende felici è giusto che ci stiano. Ma io non potevo essere felice così e ho deciso di cambiare le cose.

Non ero proprio felice, nonostante soddisfazioni lavorative e avanzamenti. Mi accorgevo che anno dopo anno la creatività si atrofizzava, la capacità di pensiero laterale si spegneva, le intuizioni erano sempre meno e che l’ambiente circostante aveva un peso notevole sul mio umore e su tutto il resto della mia vita.
Ci sono persone abilissime nell’entrare in questi cubicoli di cemento, lavorare il giusto, staccare e vivere una vita serena senza pensarci fino al mattino dopo, senza farsi influenzare. Buon per loro, io non ci sono mai riuscita. Forse perché il mio lavoro – i miei lavori, plurale – dipendono molto dalla creatività, dall’intuizione, non sono solo analisi logico-matematiche. Dipendono anche dallo studio, ma come si fa a concentrarsi su qualcosa quando intorno a te cento persone parlano (soprattutto di cretinate!), i telefoni suonano, gente va e viene continuamente interrompendoti? Non ho livelli così alti di autodisciplina per trascendere certi ambienti disfunzionali.
E non cito una volta che mi sono trovata a lavorare in un open space sotto un soppalco, sul quale era posizionato nientemeno che il manager più complessato che abbia mai incontrato… infatti non a caso si era posizionato su un soppalco da cui dominava l’open space al di sotto. Avete mai sentito qualcosa di più patetico? Eppure è così.
A un certo punto il suo delirio di onnipotenza è arrivato a un punto tale che ha preteso che grafici, programmatori, copywriter ecc. compilassero un foglio giornaliero segnando ora per ora cosa avevano fatto (un’idea geniale da Fiat anni ’70 che è costata all’azienda un’ora al giorno in più da pagare per ogni dipendente affinché compilasse questa tabella inutile). Ho dovuto spiegare all’amministratore delegato che questi erano metodi da paleo-catena di montaggio e che i miei collaboratori, che prima si fermavano anche fino a tarda sera solo per portare a termine i progetti, con questa bella novità staccavano invece alle cinque e fino alle sei compilavano moduli! Intanto che gli parlavo però mi chiedevo: “ma veramente sto perdendo un’ora di tempo con un progetto in scadenza a spiegare all’amministratore delegato che il suo responsabile del personale pensa di coordinare gli operai di Mirafiori nel 1960?! Davvero bisogna ancora spiegare la differenza tra un grafico e un metalmeccanico?!” (lavori entrambi degnissimi, ma decisamente diversi, non si possono contare i minuti a un creativo!). Insomma, non ce la facevo più a sprecare tempo in nome dell’incompetenza altrui.
Mi ero stancata infine anche di passare serate su serate con i tomi da studiare. Faceva parte del mio lavoro, doveva rientrare nel mio orario di lavoro, non doveva invadere anche il privato, per quanta passione ci possa essere in quello che si fa.

Non è stato facile all’inizio, lo ammetto. Sorvolo sulla questione economica, ho anche venduto l’auto e una collezione, tanto per dire. Ma qui mi preme più parlare della considerazione sociale. Di quando passi da manager a “qualcosa a casa tua”. Qualcuno mi ha considerata una che non sapeva affrontare ritmi sostenuti, sebbene lo avessi sempre fatto fino al minuto precedente. Ho sentito mormorare “burned out“… e giuro che non ero arrivata in ufficio vestita da hippie spargendo fiori sul pavimento grigio-tristezza. Burned out sono le persone che lavorano così tanto, a ritmi così sostenuti che a un certo punto si giocano le connessioni neuronali. Si racconta di broker di WallStreet che si mettono a cantare a squarciagola, di avvocati che si denudano in tribunale. Non ho fatto nulla di tutto questo. A volte, purtroppo sempre più spesso, sono burned out persino coloro che hanno affrontato vent’anni di lavori precari e si ritrovano a cercarne ancora per sopravvivere, ma completamente sfiniti. Andrà sempre peggio.

Quando, ripetendo gli stessi schemi, non migliora la situazione, è necessario un cambio di prospettive. Quando si cambiano otto lavori e la situazione alla fine è sempre uguale, ci si ritrova sempre al punto di partenza solo un po’ più sfiniti di prima, allora bisogna cambiare prospettiva. Guardare le cose in modo diverso. Se sto scavando una buca nel posto sbagliato, sarà inutile continuare a scavare o scavarla ancora più profonda. Semmai dovrò muovermi verso un altro posto se voglio ottenere la buca nel posto giusto. Fila come ragionamento? Immagino di sì.
Come fare, però? Non ho soluzioni per tutti, posso solo condividere la mia esperienza.  Riassumendo, è questa. Bisogna credere nelle proprie idee, prima di tutto. Ignorare l’opinione di chi è negativo, di chi ti vuole ingabbiato per giustificare la sua permanenza sulla ruota del criceto, ignorare chi deve darti la sua opinione contraria a tutti i costi, specialmente se non richiesta. Ascoltare chi ha fatto qualcosa di simile, chi ha realizzato quello che sognava e ascoltare chi è capace di ascoltarti. Soprattutto non provare, ma fare.
Tutto qui? Sì, tutto qui. Ma è da leggere molto attentamente. Perché, come ha scritto Henry Ford, “sia che tu pensi di fallire o di avere successo in qualcosa, in entrambe i casi avrai ragione“.  [1]

Un giorno di tanti anni fa ho piazzato un piccolo tavolino da campeggio su un balcone, ci ho messo sopra il portatile, ho cominciato a lavorare lì tutte le volte che potevo. Anche se ero a Cesano Maderno, nell’orrenda periferia brianzola, anche se la vista era sulla strada. L’ho riempito di fiori e poi di verdure, non si parlava ancora di orto sul balcone. Ho messo delle piante tra me e quello che non mi piaceva. Ho iniziato ad autoprodurre quello che mi serviva, prima poco poi sempre di più. Non è stato facile, come sa chi segue questo blog, e  per questo non mi dilungo oltre. L’importante è credere fortemente e andare nella direzione dei propri sogni.
Oggi sto scrivendo dal giardino di una casetta in mezzo al bosco, sul meraviglioso appennino tosco-emiliano. [2]

 

Note

[1] “Whether you think you can, or you think you can’t, you’re right.” Henry Ford, Samuel Crowther, My Life and Work, BN Publishing, 2008

[2] Nonostante l’idillio del posto, ho al momento una quantità di lavoro da fare. Se non bastasse il lavoro, ci si è messo il rialzo repentino delle temperature, che qui di solito arriva a fine aprile, e che ci sta facendo correre a piantare, trapiantare, seminare, tutte attività che occupano altro tempo. Mi scuso quindi per la mancata partenza del ‘concorso‘ di cui si è parlato sulla mia pagina facebook settimana scorsa. Il lato positivo è che, partendo la prossima settimana, la data di termine andrà oltre la settimana di Pasqua e qualcuno magari potrà approfittare delle ferie per partecipare!