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una zanzariera autoprodotta
Autoproduzione, Decrescita

La semplicità e l’autoproduzione di zanzariere

Ho chiesto un preventivo per delle zanzariere per le undici finestre di casa e ho realizzato che con la stessa cifra potevamo fare un viaggio di un mese in India. Circa un paio di mesi delle mie entrate per delle zanzariere… onestamente non ho proprio intenzione di lavorare due mesi della mia vita per bloccare l’accesso alle mosche. Dovevano esserci per forza altre soluzioni.
La cosa però mi ha fatto molto riflettere su quanto investiamo sulle nostre case. Anni fa, in un’altra casa più grande ma di proprietà, spesi una cifra astronomica per far cambiare la retina consumata a tutte le zanzariere. Lo feci sospirando ma come una di quelle cose che vanno fatte, come la revisione dell’auto e imbiancare le pareti ogni tanto.
Passati molti anni, davanti al preventivo ho avuto una reazione del tutto diversa. Ma davvero?! Cioè, parliamo sul serio?! Capisco le finestre quadrupli vetri, isolate ecc. perché non deve entrare la neve, il freddo, il vento … ma questa cifra per non far entrare le mosche?!
No, non ci sto, stiamo davvero esagerando. Stiamo rendendo eccessivamente articolati e lavorati degli oggetti che sono già funzionali quando sono semplicissimi. In più questa è una casa in affitto, per quanto amata non ho intenzione di investire in strutture che non posso reimpiegare in un’altra casa. Ma quello che mi ha spinta più di tutto a trovare una soluzione all’autoproduzione non è la non trasferibilità di una struttura fissa – infatti ho cambiato le piastrelle di bagno e cucina senza pensarci troppo –  ma il costo davvero spropositato per un Continue Reading

bosco con foglie cadute che formano un manto rosso
Conferenze & corsi, Decrescita, Sviluppo personale

Autunno, cambiamenti e una nuova strada

È quasi sera, poco prima della cena, in una sera d’autunno, ancora tiepida e densa di cambiamenti. Scrivo di fianco alla cucina a legna, avvolta dal profumo resinoso delle cortecce ancora umide che scoppiettano nel fuoco. Scrivo nel raccoglimento che segue un’estate molto intensa. Nei boschi fuori si affaccia il crepuscolo autunnale che un giorno dopo l’altro ci abituerà alle lunghe sere invernali. Dentro, sulla ghisa della cucina a legna, la cottura lenta e leggera della cena. L’attesa silenziosa. L’arrivo del mondo delle ombre e di quell’altro silenzio, quello nebbioso e ovattato della notte. Continue Reading

Il trasloco dal film The Music Box, 1932
Restauro e recupero mobili, Ridendoci sopra

L’arte sottile di traslocare in sei facili lezioni

L’arte sottile di traslocare l’ho appresa in molte lezioni, tante quante i traslochi degli ultimi anni. Sono un’organizzatrice piuttosto maniacale, così spesso vengo interpellata dagli amici in veste di esperta nell’arte di traslocare e sopravvivere a qualsiasi disastro.  In realtà, l’organizzazione è l’aspetto meno necessario in un trasloco. Spesso è quella che determina invece una perdita di tempo superiore, intendo di tempo di vita.
In questi giorni di agosto, mi sorprendo a non dover risistemare casa dopo un trasloco. Negli ultimi quindici anni ho cambiato casa e località di vita cinque volte, una media di 3 anni in ogni posto. Passati ormai 4 anni in questa casa, inizio a chiedermi se posso finalmente parlare del trasloco come di un ricordo, invece di passare l’estate a spostare scatoloni.
Così, eccolo qui. L’agognato post, quello richiesto da innumerevoli amici, follower e conoscenze casuali. Resterete delusi però, non ho nessun segreto di Fatima su come affrontare un trasloco ma magari riesco a regalarvi un po’ di leggerezza. Il post, in realtà, volevo chiamarlo “Avrei voluto sapere che potevo far tutto in un giorno e vivere felice“. Ma sarei finita come la Kondo che vi promette una vita più felice mettendo in riga le mutande. Continue Reading

zona pranzo
Giorno per giorno, Sviluppo personale

Minimalismo concreto e minimalismo apparente

I miei lavori di semplificazione in casa si sono arrestati a beneficio di giorni di intenso, intensissimo, lavoro. Molti progetti stanno arrivando a termine, molti impegni tendono ad accavallarsi e devo essere sempre pronta per far fronte a tutto. Periodi che capitano e che affronto ormai con la serenità mentale di chi sa che arrivano a un termine e ci sarà tempo per occuparsi di altro. A tal proposito, ho aggiornato la pagina degli eventi con le prossime date, ci incroceremo da qualche parte?

Intanto penso e osservo quanta strada ho percorso e le nuove mete da raggiungere. Ormai mi sembra sempre più imperativo semplificare maggiormente tutto, vita e lavoro, cose concrete e pensieri, gli attrezzi della cucina come il modo di affrontare la giornata, il lavoro, i progetti.

Ho già semplificato molto negli anni e so per esperienza che semplificare non è un lavoro conclusivo. Ci saranno sempre periodi in cui, come appena successo, mi renderò conto di aver accumulato troppe cose e che queste mi stanno dando un senso di oppressione. Perché le cose non occupano solo spazio fisico, occupano anche e soprattutto spazio mentale. Sapere cosa si ha. Se lo si ha. Come funziona. Dove è stato riposto. Tutti slot mentali che vengono occupati da oggetti, magari utili e funzionali. Ridurli al minimo necessario è il mio traguardo attuale.

mobile in legno massello restaurato

Poi c’è quello che io chiamo “minimalismo apparente“. Case all’apparenza ordinatissime e ripiani privi di oggetti inutili, linearità ovunque. Salvo aprire ante e armadi scoprendo che ci sono otto frullatori dimenticati, cinquanta vestiti non indossati da anni, libri mai letti… e la mente continuamente impegnata nell’identificazione di questa massa di oggetti ogni volta che si cerca qualcosa.

Sto tendendo pericolosamente a un minimalismo zen? Non credo. Per quanto possa essere affascinata dal design contemporaneo e dalle linee pulite e nette di certi ambienti, non mi sentirei mai a casa in un posto del genere.
Ho bisogno di un ambiente caldo, colorato, che mi rispecchi sia nell’uso che nel gusto. Ho bisogno fibre naturali, legno, luci calde, oggetti recuperati e tutto ciò che mi fa sentire a mio agio.

zona pranzo

Il minimalismo concreto per me è non avere nulla di più di quello che mi serve e mi piace, ma nulla di più di quello che può stare in casa senza renderla scomoda.
Sembra una meta semplice da raggiungere ma tutti tendiamo a non buttare l’orrenda statuetta regalata da qualcuno di affettuoso. Alcuni come me la chiudono in un cassetto, salvo poi trovarsi con più cassetti pieni di gingilli assurdi che non rispecchiano il proprio gusto o l’ambiente. (E questa, tra l’altro, è una delle ragioni per cui, salvo richieste specifiche, regalo solo cibo o cose utili, mai soprammobili, quadri e cose da esporre, lo trovo ineducato).

Poi in Italia abbiamo altre usanze che tendono ad estirpare il minimalismo da ogni casa: per esempio le bomboniere. Sebbene tutti siano convinti che la propria bomboniera sia superlativa, la verità è che qualunque bomboniera infligge un duro colpo al gusto e alla pazienza di almeno metà degli invitati. Ho adorato l’idea di due amiche per il loro matrimonio: una piantina di limone in un bel vasetto per una e un sapone artigianale alla lavanda in una scatolina di legno per l’altra. E i miei cassetti felicemente leggeri.

Non avere nulla di più di ciò che ci piace… in Italia è un lavoro di pubbliche relazioni in cui non si deve offendere la zia che ci ha regalato una cassettina porta chiavi da muro che a lei piaceva tanto, mentre tu detesti anche solo l’idea dell’oggetto e non ci sarà mai una forma o un colore in grado di convincerti all’esposizione di tale ammennicolo (l’esempio è squisitamente personale). Ma è un lavoro di mediazione che va fatto. Se avessi appeso quel portachiavi, avrei una pessima sensazione ogni volta che entro in casa.
Magari qualcuno può pensare che io sia superficiale, che si possa vivere ovunque benissimo. Secondo me non è così. Plasmiamo il nostro ambiente circostante e ne subiamo l’influenza in un gioco continuo di dare e avere.
Alcuni lo plasmano in modo che si uniformi al gusto comune, perché la paura di non piacere a chi entra è preponderante. Purtroppo, se l’esigenza è quella di ricevere l’approvazione della massa, finiremo per avere una casa uniformata e lo sarà anche il nostro pensiero. Difficilmente chi ha un pensiero creativo e indipendente può trovarsi a suo agio in una casa conformata alle regole borghesi dell’arredamento. Più facilmente, si troverà a suo agio in una casa in cui colori e oggetti sono scelti in base al suo pensiero, al suo sentire, ai suoi bisogni.

Ma la vita è complicata, le cose tendono ad accumularsi soprattutto se si vive in coppia, così ogni tanto c’è da ricordarsi quali benefici si traggono da una casa davvero minimalista. Ho deciso di appuntarmeli a lavori in corso, per ricordarmi.

Mako alla finestra con le sue tendite crochet
Questa è la mia lista e, come vedete dalle foto, la mia casa non si può definire minimalista nel senso dell’interior design, ma rispecchia me, l’uso che ne faccio e il senso di pace e tranquillità che ne traggo vivendoci. Questo è il minimalismo concreto, reale, quello che preferisco.

Benefici della riduzione di oggetti e di un minimalismo concreto della casa

  1. Serenità mentale. Gli oggetti che non ci piacciono davvero o di cui non siamo convinti, sono una distrazione continua per la mente. Meno ne abbiamo, meno saremo inconsciamente stressati dal fatto che ci vengono continuamente riportati alla mente e la mente, che lo vogliamo o no, si sofferma a pensare “Che brutta quella roba, devo trovare una soluzione, devo devo devo…“.
  2. Facilità di vita domestica. Avere solo le cose che servono vuol dire trovarle subito quando se ne ha bisogno. Avere un cumulo di cose che “potrebbero servirmi un giorno” o di cose non utilizzate da anni è solo un ostacolo tra noi e la serenità mentale, perché ogni volta che cercheremo qualcosa dovremo scalare la montagna dei “potrebbero servirmi” nella lunga ricerca dei “mi serve ora ma non lo trovo“.
  3. Più tempo libero. Pensiamo di faticare a trovare un oggetto una volta a settimana, per cinque minuti. “Dove sono le forbici? chi ha preso le forbici? Dovrebbero essere qui oppure qui…“. Cinque minuti passano in fretta. Ma sono più di 4 ore all’anno e 6 giornate lavorative ogni 10 anni. L’idea di passare un’intera settimana di lavoro ogni 10 anni a cercare oggetti in casa la trovo un’ottima motivazione per liberarmi di quello che non uso o non mi piace! Preferisco una settimana di vacanza, voi no?
  4. Una casa che ci rispecchia. Che sia piena zeppa di ninnoli o vuota come un monastero buddista, l’importante è che il luogo in cui abitiamo ci rispecchi. Ma se è piena di ninnoli perché dobbiamo esporre le bomboniere dei nostri cento parenti che non oseremmo mai contrariare, oppure se è liscia e lineare perché la moda o l’architetto vogliono così, o perché vogliamo essere valutati come persone di stile sperando che lo stile di un mobile sovrascriva la percezione della nostra persona, questa non sarà mai una casa rilassante e confortevole. Per la nostra mente sarà un continuo esercizio di sopravvivenza e questo tipo di esercizi sul lungo periodo sono i più stressanti, anche se non ce ne rendiamo conto.
  5. Accettazione di sé. Permettere alle persone l’ingresso in una casa che ci rispecchia ma che non rispecchia gli ultimi dettami dell’interior design è un atto di coraggio ma anche l’affermazione che non si ha necessità di assomigliare a nessuno per esistere. Ogni volta che apriamo la nostra casa a qualcuno, gli permettiamo di vedere una parte importante del nostro mondo. Quello che mostriamo può essere omologazione alla massa o concretizzazione del nostro gusto e pensiero. E’ una nostra scelta che va ben oltre lo stile dell’arredo.
trasloco palloncini
Decrescita, Giorno per giorno

Andare via dall’Italia? Quando la frugalità non basta

Potrebbe essere una possibilità. Nessuno si spaventi, c’è un punto di domanda.

Sono un po’ assente perché sto recuperando giorni e giorni di lavoro perso per l‘avventura di ritorno alla preistoria di cui vi raccontavo nel precedente post. Approfitto dell’occasione per aggiornarvi, avendo ricevuto diverse email di persone che volevano sapere com’era andata a finire.
Quindi, prima di passare al resto, eccovi l’aggiornamento in tre simpatici punti elenco, una cosa da non fare mai al di fuori dei testi tecnici. Ma io sono io.

1) L’Enel ha risposto alle richieste di tutti, privati, commercianti e aziende con un’unica email preconfezionata in cui si dice che siamo stati colpiti dalla celebre “neve collosa“. Voi sapete cos’è? No? Nemmeno io.
Purtroppo non è presente in nessuno dei miei libri. Voi direte, ma che libri hai? Meteorologia? Sì, anche, perché come molti ricorderanno, tra le mie avventure di vita in Italia c’è stato anche insegnare inglese per la navigazione aerea in un istituto aeronautico. Questa esperienza mi ha lasciato qualche competenza sui cumulonembi e qualche volume di navigazione aerea e meteorologia. Devo quindi fare un appunto a tutti gli autori dei sopracitati volumi per l’imperdonabile assenza della voce “neve collosa“. Cosa sia, lo sa solo l’Enel. Comunque ci informano che, a causa della neve collosa, la colpa dei disservizi non può essere imputata a Enel. La quale pertanto non rimborserà nulla. Fine della discussione.
No, non è uno scherzo, chi vuole può richiedermi una foto della lettera dell’Enel sulla neve collosa.

casa assediata UP!

2)  Tutti i giornali a cui abbiamo scritto hanno inspiegabilmente ignorato la questione. “Inspiegabilmente” è ironico in questo contesto, dato che in Italia abbiamo molto amore per la condivisione dei consigli di amministrazione, dai giornali alle partecipate statali, alle aziende.
E sì, signori, ho scritto anche Il fatto quotidiano e Il manifesto, non pensiate che abbia scritto solo a Topolino. Su suggerimento di alcuni che commentavano nello scorso post e mi sollecitavano via email, ho scritto anche personalmente a questi quotidiani proponendo la mia noiosa prosa.
Zero risposte, nemmeno un vaffa.
Questa è la considerazione della lamentosissima editoria italiana per i propri lettori. Sono troppo impegnati ad auto-compiangersi per la mancanza di fondi e chiederne a noi altrettanti per gli spauracchi della chiusura. Ho scritto anche a Peter Gomez che, quando scrivevo con uno pseudonimo maschile su materie economiche, si era iscritto ai miei tweet. Ma come lettrice donna sull’Appennino mi sono declassata, non interesso. O gli è finita l’email nella cartella spam, anche se di norma succede solo alle aziende quando mando delle fatture.
Quindi, noi 80mila senza servizi primari per una settimana resteremo uno dei tanti misteri italiani. Non siamo mai esistiti. Un po’ come la neve collosa. Io ve l’avevo detto che non era successo niente!
Guardiamo però il lato positivo, è un risparmio in più: i soldini per questi giornali vanno nel mucchio per i progetti futuri.
Secondo me, comunque, da Topolino mi avrebbero almeno risposto. Prossima volta scrivo a Nonna Papera. Se non mi risponde, ho almeno la scusa che è un personaggio di fantasia.

3) Stanno ancora aggiustando qualcosa, quindi la corrente va e viene. L’Enel nega. In pratica segnalo dei guasti che non ci sono. Siamo un paese di visionari. Poi ci sono giorni che il centralino delle segnalazioni guasti è irraggiungibile, perché siamo così visionari che abbiamo tutti le stesse allucinazioni collettive e telefoniamo in massa all’Enel.
Una delle poche volte che sono riuscita a parlare con un addetto Enel, ho chiesto come fare per il rimborso del termostato del frigorifero che è morto all’ennesima scarica di ritorno. Mi hanno risposto che devo chiamare un tecnico, farlo aggiustare e farmi scrivere che il termostato si è rotto per colpa dell’Enel.
Il tecnico mi ha risposto che lui non è il RIS di Parma e che non c’è nessuna possibilità di dimostrare che il termostato si sia rotto per quello e non, per ipotesi, perché ho lasciato l’asciugacapelli acceso dentro il congelatore o usato il No-frost per raffreddare la polenta. In ogni caso non può rilasciare perizie scritte sulle dinamiche di rottura, come sa benissimo anche l’Enel, ma solo scrivere che pezzo si è rotto e cosa ha sostituito.
Quindi per i rimborsi… ciaone.

up-volo

Gente, io però ve lo dico dal profondo del cuore: piuttosto che andare a far parte delle schiere di expat che si leggono sulla stampa italiana (specialmente quella di cui sopra) mi farei un’altra settimana in balia dell’Enel.
Gli expat della stampa italiana li detesto. Ma, grazie alle mancate risposte dei giornali sopra, ora non li leggerò più. Che sollievo.
Per chi non lo sapesse gli expat della stampa italiana, sono tutti casi reali e vicini a noi, del tipo: Continue Reading

Brioche vegan farcite con marmellata di pesche - erbaviola.com
Autoproduzione, Cucina a legna, Giorno per giorno, Ricette

BRIOCHE VEGAN VELOCI E CASA DOLCE CASA

Brioche vegan farcite con marmellata di pesche - erbaviola.com

Stamattina un timidissimo raggio di sole ha deliziato per un attimo breve e intenso la nostra colazione domenicale, con brioche vegan ripiene di marmellata di pesche, l’ultimo vasetto della mia produzione estiva. Queste brioche le faccio da così tanti anni che ormai è diventato un lavoretto veloce, infornate mentre faccio altro e gustate ancora tiepide.
Veloce fare la sfoglia?!
E chi ha detto che faccio la sfoglia? 😀
La ricetta è sotto, le brioche non si fanno solo con la pasta sfoglia!

E’ ritornata poi la nebbia fitta con pioggerellina noiosa e gelida, ma noi intanto ci eravamo coccolati adeguatamente con questa colazione.

cucina a legna - erbaviola.com

Ieri mattina mi sono data alle pulizie generali, così mi sono sfogata un po’ dalla settimana stressante causa frana. Cose che capitano, non è che la vita si fermi per quello.
Pulizie qui vuol dire anche pulizia della cucina a legna e, credetemi, è un lavoretto che fa dolere le braccia per un paio di giorni se comprende anche lo smontaggio e pulizia della canna fumaria! Speravo di poter aspettare la primavera inoltrata, quando verrà spenta, ma mi sono accorta che tirava un po’ meno e non sarebbe bastato pulire solo lei, andavano puliti anche i tubi.
Così ho dato il via anche alla pulizia dei tubi di tiraggio, visto che hanno annunciato il ritorno della neve in Emilia, da stanotte. Tra il calore buono e asciutto che ci regala e le pietanze che ci fa cucinare sopra, è stata la compagna più affidabile di tutto l’inverno, alla faccia della stufa nuova del piano sopra e della caldaia che andava per i fatti suoi.

piano di lavoro cucina - erbaviola.com
Alcuni mi hanno scritto chiedendo come facciamo a resistere a questa infilata di contrattempi e problemi. Un po’ ce lo aspettavamo: quando si cambia casa ci vuole qualche tempo prima che le cose si assestino e funzioni tutto bene.
Cerco di guardare soprattutto i lati positivi: quest’anno abbiamo speso pochissimo e solo in legna, per scaldare una casa di due piani. Abbiamo speso circa la metà che a scaldare un appartamento di 80 mq con il metano. Con buona pace anche dell’inquinamento.
Tra i vari lati positivi che guardo c’è l’altra cucina, quella non a legna, che è quasi finita, abbiamo terminato di montare i pensili alti in cui ho infilato un bel po’ di cose, togliendole dal piano di lavoro. C’è ancora un po’ di lavoro da fare, ma almeno ho il piano quasi sgombro e utilizzabile velocemente, mentre prima dovevo spostare tutto se volevo anche solo fare un impasto.
Non ho due locali cucina, non fraintendetemi: la cucina vera e propria è troppo piccola per farci stare anche la cucina a legna e l’avrebbe resa rovente, così l’abbiamo messa nella zona pranzo: da lì scalda meglio il piano terra e non manda a fuoco chi cucina.

Portamestoli in smalto per cucina a legna, antico - erbaviola.com

Utilizzando davvero la cucina a legna e non come oggetto d’arredo, mi sono resa conto presto che non c’è un posto per appoggiare i mestoli, cucchiai e altro. Per le spezie ho rimediato con delle mensoline volanti di recupero, ma appoggiare il mestolo o il cucchiaio era diventato un problema, tutto il piano è in ghisa rovente e vicino non c’è altro: correvo avanti e indietro dalla cucina con una mano sotto il mestolo.
Poi è stata la volta della sedia con sopra un poggiamestolo, ma la gatta Kiki, non vedendolo da sotto, è saltata sulla sedia per sedersi vicina al teporino della cucina a legna e ha fatto volare via tutto.

Ma insomma, cosa diavolo usavano le bisnonne per appoggiare il cucchiaio di legno?!
Eccolo, il portamestoli da parete con raccogli-gocce.
L’ho trovato al Mercatino della ruggine e del tarlo, a San Giorgio di Piano, BO (si tiene ogni terza domenica del mese e non hanno “i prezzi da madamìn in cerca del pitale per metterci i fiori“, come dice una mia amica).
Non uso ovviamente i mestoli sbeccati e un po’ arrugginiti che erano insieme, ho messo invece un piattino ovale dentro il raccogligocce e ci appoggio il mestolo e il cucchiaio di legno mentre cucino. Poi è facile prelevare per il lavaggio e passare un cencio.

Così ieri, già che c’ero, ho finito di sistemare anche questo spazio: le spezie su vecchi supporti riciclati hanno fatto spazio al portamestoli in alluminio smaltato di inizio novecento (per un po’ era rimasto solo appoggiato) e sotto i ferri da stiro in ghisa che vengono dal mio rigattiere preferito: la soffitta della nonna e della bisnonna del mio compagno.  Completi di ‘poggiaferro‘, un pezzo che mi dicono ormai rarissimo. Comunque sono quelli che usavano e ho messo appositamente vicino alla cucina a legna, perché è lì che si scaldavano. Se ne usava più di uno, perché intanto che con uno stiravano, ne mettevano un altro paio a scaldare. Quello più grande con manico in legno, invece, era per ‘stirature pesanti’ come le lenzuola in canapa: si mettevano dentro le braci della cucina o del focolare e restava più caldo e più a lungo.

Ovviamente dopo questa nuova aggiunta, la mia metà è sempre più timoroso che prima o poi la casa diventi così.

cucina a legna antica - Archivio Shorpy - www.shorpy.com

Cucina a legna antica – Archivio Shorpy – www.shorpy.com

O, come dice lui, trasformi la casa nel “Museo della vita contadina“, citando un museo che abbiamo visto anni fa in Belgio e nel quale per tutto il tempo lui ha continuato a scuotere la testa e dire “sembra la soffitta di mia nonna”. Ma io lo tranquillizzo, non è affatto la mia idea di decrescita. Io amo vivere con cura, in modo sostenibile ma con agio.

Non ha ancora capito che il mio ideale è semmai così, il cottage inglese. Bassi consumi, rispetto per l’ambiente, riciclo e recupero, caldo tepore e profumo di dolci appena sfornati. Profumo di casa.

Antica cucina a legna restaurata - Country Living- www.countryliving.co.uk

Antica cucina a legna restaurata – Country Living – www.countryliving.co.uk


Ho divagato anche troppo e devo tornare al lavoro per recuperare quello che non ho fatto questa settimana. Vi lascio con un abbraccio e con la ricetta delle mie brioche, buone e senza troppa fatica

Brioche vegan veloci - erbaviola.com

BRIOCHE VEGAN VELOCI ALLA MARMELLATA DI PESCHE

Ingredienti:

▪ 250 gr di farina integrale di grano tenero
▪ 50 gr di farina di manitoba
▪ 175 ml di acqua tiepida
▪ 60 ml di olio di semi di girasole spremuto a freddo

Procedimento:
Impastare la farina integrale con olio e acqua q.b. fino a formare un panetto un po’ molle. Aggiungere la manitoba e impastare nuovamente, aggiungendo l’acqua quando serve. Io uso l’impastatrice e faccio lavorare l’impasto per dieci minuti. Formare un panetto e metterlo a riposare sotto un canovaccio un quarto d’ora, a temperatura ambiente (salvo se sopra i 25°C, perché in quel caso l’olio trasuda. In questi casi cercate un posto fresco e non metterlo mai in frigo, la temperatura è troppo bassa).
Stendere la pasta con il mattarello, fino a uno spessore di 2-3 millimetri. Tagliare in triangoli della misura che si preferisce per le brioche. Mettere in ogni triangolo un cucchiaio generoso di marmellata di pesche e chiudere bene arrotolando e dando la forma della brioche.
Cuocere in forno statico a 180°C per 10 minuti. Non è necessario lucidarle prima di infornare perché l’impasto è fatto con olio, come vedete dalle foto risulta bello lucido e croccante.

Si possono preparare la sera prima o giorni prima, congelarle senza cuocerle e poi cuocerle direttamente congelate al bisogno. Non è un procedimento sano, ma ogni tanto può servire per un té senza troppo lavoro o per deliziare gli ospiti a colazione, cosa che io adoro fare 😉