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Decrescita, Sviluppo personale

Lavorare da casa e la forma mentale diversa

Lavorare da casa è questione di forma mentale in due modi: richiede una forma mentale diversa per farlo e ha bisogno che la forma mentale della società nei confronti del lavorare da casa si evolva.
Una delle affermazioni che mi sento rivolgere più di frequente quando dico di aver ottimizzato la mia attività per lavorare da casa e riuscire così a vivere a basso impatto è: “Beata te!“. Oppure passano subito a chiedermi “Quali lavori si possono fare da casa?“. Ecco, questo credo che sia indicativo sia di un desiderio diffuso di sottrarsi ai ritmi del pendolarismo, ma anche di un atteggiamento mentale dipendente da vecchi retaggi ideologici di molte generazioni fa. Io credo che oggi ci siano molte possibilità di lavorare da casa, ma che farlo resti appannaggio di pochi perché in Italia manca la cultura giusta per farlo, mancano le possibilità e spesso l’impegno per cambiare la propria forma mentale nei confronti del lavoro.

Giorni fa parlavo per caso di questo argomento con alcuni colleghi e collaboratori che hanno fatto la mia stessa scelta di lavorare da casa e tutti eravamo concordi su un punto: è difficile farsi prendere sul serio, soprattutto da chi lavora magari da trent’anni con un’impostazione vecchio stile. Per vecchio stile intendo chi concepisce ancora solo il lavoro da dipendente con un’ora minimo di traffico, obbligo di soggiorno in un ufficio dove negli anni ci si sente incarcerati, un’altra ora minimo per Continue Reading

albero cavo nel castagneto
Sviluppo personale

Mindfulness, l’arte di essere presente che mi ha ridato la concentrazione

Se non vi è mai capitato di sentir parlare di mindfulness, potrebbe essere che non ne abbiate bisogno o che ne abbiate un bisogno estremo. In genere si tratta del secondo caso, ma solo perché ne abbiamo bisogno tutti. Pochissimi fortunati la applicano spontaneamente, senza nessuno studio, ma in genere sono menti di una semplicità estrema, piuttosto lontane da me e dai lettori di questo blog che invece amano sapere, leggere, scoprire… delle teste piene insomma.
In un’epoca in cui le informazioni sono facilmente accessibili, per noi è durissima non saltare da una cosa all’altra, farne tre insieme e pensare già a quelle che verranno, generando problemi di dispersione delle energie e diminuzione della concentrazione, nel nostro delirio iperfagico di conoscenza. Una mente che vaga, è spesso una mente infelice. Continue Reading

anemoni spuntano tra i primi fili d'erba
Decrescita, Libri, Sviluppo personale

Amor fati. Un percorso di cambiamento e felicità

Amor fati  è un’espressione legata alla filosofia stoica, letteralmente amore del fato, l’amare il fato. [1] Non è la semplice accettazione del destino o fato, il rassegnarsi a ciò che succede, o ancora peggio rassegnarsi a un destino che si suppone disegnato da un’entità superiore. E’ più profondamente l’amare incondizionatamente il proprio fato dopo essersi impegnati in scelte e percorsi personali, cercando la strada verso la verità, la propria personale e unica strada nel mondo. Una ricerca che può portare a momenti di caos, a momenti d’ombra, a periodi in cui tutto sembra essere sbagliato, specialmente se le decisioni passate e quello che abbiamo lasciato sembrano una perdita incolmabile.
Mi sono ritrovata in questa espressione, amor fati, in un momento in cui stavo rimettendo tutto in discussione e l’amor fati mi ha riportata sulla strada in cui pensiero e libertà danno vita al destino, alla nostra vita com’è ora. Un destino che non sempre è immediatamente comprensibile, che a volte sembra anzi l’opposto di quello che cercavamo e che invece è proprio quello che deve essere: perché il destino è l’espressione, la realizzazione dei nostri desideri più profondi, non di quelli che amiamo mostrare.

Mi spiego con un esempio: avete mai notato quante persone vorrebbero fare lo scrittore e fanno fatica a scrivere mezza pagina al giorno, a dedicarcisi più di qualche minuto? Ufficialmente vorrebbero fare gli scrittori, lo raccontano anche a sé stessi. Continue Reading

Grazia Cacciola - cucina a legna
Decrescita, Ridendoci sopra, Sviluppo personale

Frugalità, non povertà

La differenza tra una persona frugale e un povero? Tra povertà e frugalità? Tra mancanza di mezzi e decrescita? Chi la conosce?

Molti sembrano non afferrare questa differenza. Forse parte della colpa, parlo dell’Italia, sta nel fatto che come decrescitori si identifichino per primi certi soggetti, giornalisti e scrittori, che parlano incessantemente di decrescita ma non la attuano affatto. Oppure dipende dal fatto che il concetto è entrato a far parte di alcuni circoli radical-chic che ne hanno fatto la propria bandiera ma che continuano a vivere e apparire esattamente come prima: intellettuali benestanti e agiati, con abitazioni cittadine riscaldate a gas fossili, che al massimo fanno il pane in casa e impestano facebook con i loro “esperimenti” di panificazione gloriosa in forno elettrico… ora sì che il pianeta è salvo!

Lo dico non tanto per puntare il dito contro questi verbalizzatori della decrescita, quanto per darmi una spiegazione sulla confusione che regna tra le Continue Reading

schiscetta, bento box, ricette vegan, lavorare da casa
Giorno per giorno, Ricette, Sviluppo personale, Vita da veg

La schiscetta vegan e lavorare da casa

schiscetta, bento box, ricette vegan, lavorare da casa
Sembra un controsenso, vero? Lavoro da casa e metto il pranzo nella schiscetta. Ma come, se proprio una delle cose più belle del lavorare da casa è il pranzare a casa, quando si vuole, con i tempi lenti, senza costrizioni…

Sì, esatto, tutto bello ed esatto, per me è funzionato così fino a poco tempo fa. Ora schiscetta, porta-pranzo o come volete chiamarlo.

Io lavoro dal mio studio, al piano di sopra della mia casa. Il mio compagno ha anche lui un suo studio. Spazi separati dal resto della casa, cerco di tenere degli orari per quanto possibile e di non usare lo studio mentre non sto lavorando, di non farci entrare cose che non riguardano il lavoro: questione di sanità mentale, altrimenti c’è l’alienazione e si vive in un caos lavoro-vita in cui finisce per esserci per la maggior parte il lavoro.

Quando, ormai più di un decennio fa ho reso il mio lavoro indipendente e mi sono organizzata per lavorare da casa, una delle libertà maggiori è stata proprio quella di non essere costretta a fare una pausa pranzo in un orario stabilito da altri e spesso con l’obbligo di uscire. Oggi forse portarsi il pranzo in ufficio è un po’ più sostenibile: ci sono i divieti di fumare. Al tempo non c’erano e a me è capitato di non poter mangiare alla scrivania per direttive interne (e comunque non l’avrei fatto lo stesso: la gente ti vede mangiare e ritiene che sia il proprio il momento giusto per aggiornarti su quel tale progetto) e dovermi trasferire con la schiscetta in un’area comune. Dove, chiaramente, si riunivano anche tutti quelli che fumavano. Ho lasciato perdere molto spesso i pranzi portati da casa per questo motivo e mi sono piegata all’andare fuori consumando pasti super-veloci in posti che all’ora di pranzo erano baraonde totali. Il ritorno in ufficio con gastrite e mal di testa era comunque una garanzia.
Spesso, lavorando in ufficio, la pausa pranzo ‘obbligatoria’ veniva a sovrapporsi a riunioni o lavori in scadenza, così finiva che la saltavo ma era lavoro letteralmente regalato visto che non era retribuito: sulla carta io facevo comunque l’ora di pausa. Insomma, questa pausa pranzo per me è stata una delle ragioni maggiori di stress da ufficio insieme ai luoghi soffocanti, agli impianti di areazione con i filtri del 197o – con la raccolta completa di tutti i bacilli da allora – e le odiose finestre che non si potevano aprire. Ma tanto, le avessi anche aperte, davano su qualche strada a grande traffico di Milano.

Così, una volta a casa, finalmente ho potuto avere pasti sani, economici, tranquilli e spesso molto rilassanti. All’inizio sul balcone dell’appartamento o fuori quando ci andava, poi sul banco-bar della cucina con l’arrivo dell’inverno …e via via che cambiavano le case cambiavano anche le abitudini.

Ora sono arrivata però a un punto di saturazione in cucina. Siamo in due a lavorare prevalentemente da casa: preparare tutti i giorni pranzo e cena mi porta via troppo tempo, non era più rilassante e si era trasformato in una maratona quotidiana: almeno mezz’ora per preparare, almeno mezz’ora per mangiare, almeno mezz’ora per risistemare tutto. E dopo poche ore, via di nuovo per la cena. Basta.
In più, sapendo che lavori da casa, il pranzo diventa il momento in cui uno deve passare a salutarti, l’altro ti telefona “perché tanto starete mangiando” (ma una volta non funzionava al contrario?!), poi si fanno due chiacchiere che magari durano un’ora e insomma, alla fine tra preparare, pranzare, rigovernare la cucina passano facilmente due ore.
Oppure ti accorgi che è tardi e lasci tutto impilato nel lavandino in cucina. O, ancora, quello che sta succedendo nell’ultimo periodo: tardo fino all’ultimo perché non ho voglia di preparare, poi pranzo male magari alle tre, con qualche cosa che trovo al volo e lascio il piatto/pentola nel lavandino perché devo tornare al lavoro. Passa il secondo abitante e fa lo stesso. Finisce che alla sera uno di noi si trova con i piatti da lavare prima ancora di cucinare. E di nuovo cucinare e di nuovo pulire la cucina… l’inferno insomma!
Per non parlare del fatto che, con questo metodo, se ho mangiato solo frutta arrivo all’ora di cena con una fame blu, mentre se ho mangiato qualcosa di più consistente non ho ovviamente fame e nemmeno voglia di preparare (il classico che precede cene improvvisate a base di pane e conserve o insalata più qualcosa che ho tenuto in freezer per le emergenze).

Quell’una-due ore del pranzo potrei goderle di più se si trasformassero, invece che nella pausa pranzo, in un lavoro che finisce alle 16!

Dopo aver ripristinato altre regole da ufficio-casa che tutelino il mio lavoro e concentrazione, regole che ultimamente erano andate in vacanza, ho stabilito che da ora, nei giorni lavorativi, ognuno pranza quando gli pare con la sua schiscetta, preparata la sera prima. In questo modo io non mi faccio venire in odio la cucina e posso fare una pausa vera, più breve e senza dover preparare nulla.
Oggi c’è il sole, la mia schiscetta in giardino sotto l’ombrellone sarà perfetta e mi ricaricherà a dovere per continuare a lavorare.

Il mio sogno? Che questa tecnica della schiscetta mi permetta prossimamente, finite le urgenze, di staccare davvero alle 16 invece che alle 18 – che poi diventano le 20!

Le ovvie domande:

Perché la schiscetta e non uno snack da mangiare alla scrivania se proprio si ha fretta? Perché non voglio mangiare male, voglio solo evitare perdite di tempo inutili e molto lavoro in più.

Ok, ma sei a casa in pratica, scendi in cucina e mangia la stessa cosa in un piatto, no? No, perché comporterebbe “preparare“. Esattamente come c’è molta differenza tra il lavorare in pigiama o con i vestiti da lavoro, mentalmente l’atteggiamento è proprio diverso, nello stesso modo mangiare le stesse cose in un piatto in cucina comporterebbe: sporcare la cucina (lavoro in più), lasciare piatto, forchetta e altro nel lavandino oppure lavarli al volo (lavoro in più) e dilatare i tempi. La schiscetta la apro, mangio e riporto in cucina quando ho finito di lavorare. Le laviamo alla sera con i piatti, le riempio con il pranzo del giorno dopo e voilà: niente lavoro fino alla sera seguente e ho cucinato una volta sola.

A questo punto mi sono posta il problema di cosa mettere nel porta-pranzo visto che più di un decennio ha cancellato le poche idee che avevo sui pranzi trasportabili da ufficio.
Dopo lunghe ricerche online che mi hanno portato solo alla visualizzazione di bento box pieni di intrugli americani e al rilevamento di un paio di sindromi da stress che portano gli impiegati a fotografare con orgoglio degli inquietanti Hello Kitty di riso nel loro porta pranzo, ho fatto la cosa migliore: chiedere a voi!
Sulla mia pagina facebook sono arrivati una quantità di suggerimenti, esperienze e trucchi per riempire la schiscetta. Se volete aggiungere qui i vostri suggerimenti per una schiscetta vegan, ben vengano!

Io credo che seguirò queste combinazioni, molto semplici e bilanciate, che possono includere facilmente anche avanzi della cena:

– verdura cruda / germogli crudi + cereale o legume cotto (riso, ceci ecc., rientrano anche piatti come hummus, cous cous ecc.)
– verdura cruda / germogli crudi + verdura cotta (verdure spadellate o al vapore o amidacee come le patate)
– formaggio veg + verdura cruda

La mia metà ha chiesto invece verdura cruda + insalata di pasta integrale, il suo pranzo preferito. Ieri sera mentre cucinavo ho preparato al volo dell’insalata di pasta per tre giorni.

Oggi lavoro e nella foto sopra c’è la mia schiscetta:

primo: pomodori san marzano dell’orto con solo basilico e gomasio
secondo: verdure spadellate al curry (patate, peperoni, cipolle rosse), provenienti dalla cena di ieri sera. Fare una porzione in più della cena è stato uno dei suggerimenti più apprezzati!
Spuntini: uva (non ancora la nostra purtroppo, quest’anno è indietro!)

E voi cosa vi portate in ufficio per il pranzo vegan?

cielo a grandi nubi cariche di pioggia sull'orto di erbaviola
Giardino, Giorno per giorno, Orto, Orto sul balcone

L’ORTO ANNEGATO E I RITMI DELLA STAGIONE

cielo a grandi nubi cariche di pioggia sull'orto di erbaviola

Dopo un’estate breve che mai fu così breve, un autunno piovoso da trasformarci tutti in funghi e un inverno altrettanto piovoso ma privo di neve (è nevicato solo qualche giorno e subito la neve è stata riassorbita dal terreno), ecco: ci aspettavamo una primavera che fosse primavera! Ci aspettavamo il sole. Invece, da mesi mi sembra di essere tornata a vivere nel cuore dell’Inghilterra, al tormento di giornate fatte di nebbie, piogge e pioggerelline, intervallate da un paio di ore di sole debole, completamente inutile per chi voglia fare l’orto. E non posso nemmeno attrezzarmi di serra: ci ho provato ma con i venti di quassù resistono poco e volano via entro la settimana. Non le ha nessuno, infatti. Riproverò magari in autunno con qualcosa di più piccolo come le serre tunnel che facevo in pianura.

Testarda, ho provato ad avventurarmi lo stesso nell’orto bagnato, le semine non possono attendere. E sono sprofondata nel fango, gli stivali hanno in breve acquistato una seconda suola massiccia di terreno argilloso e zuppo, facendomi camminare come un clown barcollante. Un pagliaccio tra quelle aiuole che stanno scomparendo sotto le erbe spontanee (non tutte edibili, quindi non c’è guadagno nel loro invadermi l’orto). Quest’orto, già piccolo di suo e piatto, devastato da mesi e mesi di pioggia, sta soccombendo sotto l’erba e qualche raro cespo di cicorie tardive. Ma piantaggine in quantità, che finisce tutta nelle scorte di burger e polpette di okara insieme, spesso, alla stellaria e alla malva.
A fatica, negli unici due giorni di sole, abbiamo sistemato una parte e trapiantato i pomodori, che ora se ne stanno lì a chiedersi se l’orto sia abbandonato e in prossimità di trasformarsi in un laghetto per le papere. Le zucche sono appena appena spuntate, qualche foglia oltre i cotiledoni, ma non mi avventuro ancora a trapiantarle per la paura che mi sprofondino nel fango e marciscano. Provvisoriamente, le ho sistemate nel tavolo da orto che quest’anno è stato convertito in fragolaia: qui di fragole ne mangiamo parecchie ma è un frutto che richiede lavoro a schiena china, per questo e per una minore profondità radicale le abbiamo trasferite nel tavolo, in cortile, sotto uno dei lillà, aggiungendone qualcuna nuova. I lillà, non ci devo pensare: fioriti il venerdì prima di Pasqua, distrutte tutte le pannocchie fiorite da due grandinate nei giorni successivi. Quest’anno niente oleolito e cerco di pensare positivo per l’inverno: già ora abbiamo dovuto rinunciare a tre rami belli grossi, marciti e morti. Fortuna che dall’anno scorso è rimasto un po’ di oleolito di lillà almeno per l’estate (è meraviglioso contro i gonfiori).  E il prezzemolo? Vogliamo parlare del mio recente scorno e vergogna? E’ diventato un cespuglio più alto di me: ho rimandato troppo per tagliarlo, non avendo voglia di farmi una doccia ghiacciata visto che era sempre pieno d’acqua, ho pensato ingenuamente che al primo sole avrei raccolto, limitato e riordinato. Ma il sole non è arrivato, almeno non abbastanza e non in contemporanea alla mia presenza. Così ora chiunque passi a trovarmi mi chiede come mai tanto prezzemolo: ci volevo fare il bagnetto piemontese, ma in queste quantità mi servirà un pentolone da strega!

Confido in una ripresa almeno timida, quel tanto da poter trapiantare tutti i germogli che aspettano nella cantina-legnaia (avendo una finestra, fa anche da incubatrice e serra, una volta utilizzata la gran parte della legna).
Una ripresa che mi permetta di lavorare nell’orto e cambiare i ritmi stagionali. Non l’ho ancora fatto. In estate il lavoro dell’orto lo faccio preferibilmente al mattino, prima che il sole sia alto, per evitare la scottatura e l’intontimento da canicola visto che dopo l’orto c’è da lavorare. La sera si procede solo con l’irrigazione, non tutte le sere, solo quando necessario.
Ma con questo tempo, abbiamo ancora ritmi invernali: sveglia sotto il piumone, con poca voglia di liberarsene soprattutto se si sente la pioggia scorrere nelle grondaie. Poi le incombenze ancora invernali: colazione calda, portare in casa la legna, accendere la stufa e la cucina a legna, aprire le finestre per cambiare l’aria quel tanto prima di accendere le stufe (lo faccio in fretta mentre lui va a prendere la legna… pena altrimenti borbottii e brontolamenti per il freddo!).

L’altro giorno, scendendo in pianura dopo quasi un mese, mi stupisco delle rose già fiorite, dei gelsomini profumati e delle persone che si lamentano del ritardo. Ma come, se la mia rosa più grande ha ancora un solo bocciolo, il mio gelsomino si guarda bene dal fiorire e l’uva ha qualche fogliolina verde chiarissimo, giusto per non farsi tagliare in caso pensassimo a una sua dipartita! Il primo basilico, neanche a dirlo, è morto per il freddo.
Eppure sì. Eppure mi ricordo di anni fa quando nel pavese stavo già seminando l’orto a febbraio, mentre a maggio nell’orto si entrava nel pieno del lavoro e del raccolto. Ho ben presente un ponte di novembre in cui stavo ancora raccogliendo pomodori! Sull’appennino i ritmi sono cambiati, sia quelli dell’orto che i nostri. L’inverno è più lungo, ma meraviglioso. Il lavoro del terreno fa posto a quello del riscaldamento, della contemplazione, della riflessione. Del riposo. Si corre molto di più durante l’estate per conservare tutto il conservabile, si arriva a maggio ad aprire gli ultimi vasetti di conserve per gli amici che passano, un antipasto piemontese per completare la cena, i peperoni profumati che ricordano l’orto dello scorso anno e quello che verrà.

I miei ritmi cambiano di conseguenza: più domestici nell’inverno, più lunghi e vivaci man mano che cambia l’arco della luce, che comincio a svegliarmi sempre prima, fino alle lunghe giornate d’estate in cui non voglio perdermi un’alba o un tramonto, che cominciano con il lavoro alla scrivania, con il fresco che precede l’alba e continuano nell’orto nelle prime ore della mattina, per continuare di nuovo nel lavoro alla scrivania fino al pranzo. E il pomeriggio, dopo una pausa (quanto sono belle le sieste estive, soprattutto se accompagnate dai mici?), i mille altri impegni, domestici e non, il più possibile all’esterno, persino le letture serali che si spostano sulle sdraio, sotto la vite, con la luce discreta delle lampade solari e i mille versi del bosco come accompagnamento. Bisogna solo aspettare che questi cieli plumbei e questi meravigliosi giochi di nuvole lascino vedere l’azzurro e passare il calore di un po’ di sole. E’ la dietro, si sa e si aspetta.