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Sviluppo personale

Mindfulness, l’arte di essere presente che mi ha ridato la concentrazione

Se non vi è mai capitato di sentir parlare di mindfulness, potrebbe essere che non ne abbiate bisogno o che ne abbiate un bisogno estremo. In genere si tratta del secondo caso, ma solo perché ne abbiamo bisogno tutti. Pochissimi fortunati la applicano spontaneamente, senza nessuno studio, ma in genere sono menti di una semplicità estrema, piuttosto lontane da me e dai lettori di questo blog che invece amano sapere, leggere, scoprire… delle teste piene insomma.
In un’epoca in cui le informazioni sono facilmente accessibili, per noi è durissima non saltare da una cosa all’altra, farne tre insieme e pensare già a quelle che verranno, generando problemi di dispersione delle energie e diminuzione della concentrazione, nel nostro delirio iperfagico di conoscenza. Una mente che vaga, è spesso una mente infelice. Continue Reading

anemoni spuntano tra i primi fili d'erba
Decrescita, Libri, Sviluppo personale

Amor fati. Un percorso di cambiamento e felicità

Amor fati  è un’espressione legata alla filosofia stoica, letteralmente amore del fato, l’amare il fato. [1] Non è la semplice accettazione del destino o fato, il rassegnarsi a ciò che succede, o ancora peggio rassegnarsi a un destino che si suppone disegnato da un’entità superiore. E’ più profondamente l’amare incondizionatamente il proprio fato dopo essersi impegnati in scelte e percorsi personali, cercando la strada verso la verità, la propria personale e unica strada nel mondo. Una ricerca che può portare a momenti di caos, a momenti d’ombra, a periodi in cui tutto sembra essere sbagliato, specialmente se le decisioni passate e quello che abbiamo lasciato sembrano una perdita incolmabile.
Mi sono ritrovata in questa espressione, amor fati, in un momento in cui stavo rimettendo tutto in discussione e l’amor fati mi ha riportata sulla strada in cui pensiero e libertà danno vita al destino, alla nostra vita com’è ora. Un destino che non sempre è immediatamente comprensibile, che a volte sembra anzi l’opposto di quello che cercavamo e che invece è proprio quello che deve essere: perché il destino è l’espressione, la realizzazione dei nostri desideri più profondi, non di quelli che amiamo mostrare.

Mi spiego con un esempio: avete mai notato quante persone vorrebbero fare lo scrittore e fanno fatica a scrivere mezza pagina al giorno, a dedicarcisi più di qualche minuto? Ufficialmente vorrebbero fare gli scrittori, lo raccontano anche a sé stessi. Continue Reading

Grazia Cacciola - cucina a legna
Decrescita, Ridendoci sopra, Sviluppo personale

Frugalità, non povertà

La differenza tra una persona frugale e un povero? Tra povertà e frugalità? Tra mancanza di mezzi e decrescita? Chi la conosce?

Molti sembrano non afferrare questa differenza. Forse parte della colpa, parlo dell’Italia, sta nel fatto che come decrescitori si identifichino per primi certi soggetti, giornalisti e scrittori, che parlano incessantemente di decrescita ma non la attuano affatto. Oppure dipende dal fatto che il concetto è entrato a far parte di alcuni circoli radical-chic che ne hanno fatto la propria bandiera ma che continuano a vivere e apparire esattamente come prima: intellettuali benestanti e agiati, con abitazioni cittadine riscaldate a gas fossili, che al massimo fanno il pane in casa e impestano facebook con i loro “esperimenti” di panificazione gloriosa in forno elettrico… ora sì che il pianeta è salvo!

Lo dico non tanto per puntare il dito contro questi verbalizzatori della decrescita, quanto per darmi una spiegazione sulla confusione che regna tra le Continue Reading

schiscetta, bento box, ricette vegan, lavorare da casa
Giorno per giorno, Ricette, Sviluppo personale, Vita da veg

La schiscetta vegan e lavorare da casa

schiscetta, bento box, ricette vegan, lavorare da casa
Sembra un controsenso, vero? Lavoro da casa e metto il pranzo nella schiscetta. Ma come, se proprio una delle cose più belle del lavorare da casa è il pranzare a casa, quando si vuole, con i tempi lenti, senza costrizioni…

Sì, esatto, tutto bello ed esatto, per me è funzionato così fino a poco tempo fa. Ora schiscetta, porta-pranzo o come volete chiamarlo.

Io lavoro dal mio studio, al piano di sopra della mia casa. Il mio compagno ha anche lui un suo studio. Spazi separati dal resto della casa, cerco di tenere degli orari per quanto possibile e di non usare lo studio mentre non sto lavorando, di non farci entrare cose che non riguardano il lavoro: questione di sanità mentale, altrimenti c’è l’alienazione e si vive in un caos lavoro-vita in cui finisce per esserci per la maggior parte il lavoro.

Quando, ormai più di un decennio fa ho reso il mio lavoro indipendente e mi sono organizzata per lavorare da casa, una delle libertà maggiori è stata proprio quella di non essere costretta a fare una pausa pranzo in un orario stabilito da altri e spesso con l’obbligo di uscire. Oggi forse portarsi il pranzo in ufficio è un po’ più sostenibile: ci sono i divieti di fumare. Al tempo non c’erano e a me è capitato di non poter mangiare alla scrivania per direttive interne (e comunque non l’avrei fatto lo stesso: la gente ti vede mangiare e ritiene che sia il proprio il momento giusto per aggiornarti su quel tale progetto) e dovermi trasferire con la schiscetta in un’area comune. Dove, chiaramente, si riunivano anche tutti quelli che fumavano. Ho lasciato perdere molto spesso i pranzi portati da casa per questo motivo e mi sono piegata all’andare fuori consumando pasti super-veloci in posti che all’ora di pranzo erano baraonde totali. Il ritorno in ufficio con gastrite e mal di testa era comunque una garanzia.
Spesso, lavorando in ufficio, la pausa pranzo ‘obbligatoria’ veniva a sovrapporsi a riunioni o lavori in scadenza, così finiva che la saltavo ma era lavoro letteralmente regalato visto che non era retribuito: sulla carta io facevo comunque l’ora di pausa. Insomma, questa pausa pranzo per me è stata una delle ragioni maggiori di stress da ufficio insieme ai luoghi soffocanti, agli impianti di areazione con i filtri del 197o – con la raccolta completa di tutti i bacilli da allora – e le odiose finestre che non si potevano aprire. Ma tanto, le avessi anche aperte, davano su qualche strada a grande traffico di Milano.

Così, una volta a casa, finalmente ho potuto avere pasti sani, economici, tranquilli e spesso molto rilassanti. All’inizio sul balcone dell’appartamento o fuori quando ci andava, poi sul banco-bar della cucina con l’arrivo dell’inverno …e via via che cambiavano le case cambiavano anche le abitudini.

Ora sono arrivata però a un punto di saturazione in cucina. Siamo in due a lavorare prevalentemente da casa: preparare tutti i giorni pranzo e cena mi porta via troppo tempo, non era più rilassante e si era trasformato in una maratona quotidiana: almeno mezz’ora per preparare, almeno mezz’ora per mangiare, almeno mezz’ora per risistemare tutto. E dopo poche ore, via di nuovo per la cena. Basta.
In più, sapendo che lavori da casa, il pranzo diventa il momento in cui uno deve passare a salutarti, l’altro ti telefona “perché tanto starete mangiando” (ma una volta non funzionava al contrario?!), poi si fanno due chiacchiere che magari durano un’ora e insomma, alla fine tra preparare, pranzare, rigovernare la cucina passano facilmente due ore.
Oppure ti accorgi che è tardi e lasci tutto impilato nel lavandino in cucina. O, ancora, quello che sta succedendo nell’ultimo periodo: tardo fino all’ultimo perché non ho voglia di preparare, poi pranzo male magari alle tre, con qualche cosa che trovo al volo e lascio il piatto/pentola nel lavandino perché devo tornare al lavoro. Passa il secondo abitante e fa lo stesso. Finisce che alla sera uno di noi si trova con i piatti da lavare prima ancora di cucinare. E di nuovo cucinare e di nuovo pulire la cucina… l’inferno insomma!
Per non parlare del fatto che, con questo metodo, se ho mangiato solo frutta arrivo all’ora di cena con una fame blu, mentre se ho mangiato qualcosa di più consistente non ho ovviamente fame e nemmeno voglia di preparare (il classico che precede cene improvvisate a base di pane e conserve o insalata più qualcosa che ho tenuto in freezer per le emergenze).

Quell’una-due ore del pranzo potrei goderle di più se si trasformassero, invece che nella pausa pranzo, in un lavoro che finisce alle 16!

Dopo aver ripristinato altre regole da ufficio-casa che tutelino il mio lavoro e concentrazione, regole che ultimamente erano andate in vacanza, ho stabilito che da ora, nei giorni lavorativi, ognuno pranza quando gli pare con la sua schiscetta, preparata la sera prima. In questo modo io non mi faccio venire in odio la cucina e posso fare una pausa vera, più breve e senza dover preparare nulla.
Oggi c’è il sole, la mia schiscetta in giardino sotto l’ombrellone sarà perfetta e mi ricaricherà a dovere per continuare a lavorare.

Il mio sogno? Che questa tecnica della schiscetta mi permetta prossimamente, finite le urgenze, di staccare davvero alle 16 invece che alle 18 – che poi diventano le 20!

Le ovvie domande:

Perché la schiscetta e non uno snack da mangiare alla scrivania se proprio si ha fretta? Perché non voglio mangiare male, voglio solo evitare perdite di tempo inutili e molto lavoro in più.

Ok, ma sei a casa in pratica, scendi in cucina e mangia la stessa cosa in un piatto, no? No, perché comporterebbe “preparare“. Esattamente come c’è molta differenza tra il lavorare in pigiama o con i vestiti da lavoro, mentalmente l’atteggiamento è proprio diverso, nello stesso modo mangiare le stesse cose in un piatto in cucina comporterebbe: sporcare la cucina (lavoro in più), lasciare piatto, forchetta e altro nel lavandino oppure lavarli al volo (lavoro in più) e dilatare i tempi. La schiscetta la apro, mangio e riporto in cucina quando ho finito di lavorare. Le laviamo alla sera con i piatti, le riempio con il pranzo del giorno dopo e voilà: niente lavoro fino alla sera seguente e ho cucinato una volta sola.

A questo punto mi sono posta il problema di cosa mettere nel porta-pranzo visto che più di un decennio ha cancellato le poche idee che avevo sui pranzi trasportabili da ufficio.
Dopo lunghe ricerche online che mi hanno portato solo alla visualizzazione di bento box pieni di intrugli americani e al rilevamento di un paio di sindromi da stress che portano gli impiegati a fotografare con orgoglio degli inquietanti Hello Kitty di riso nel loro porta pranzo, ho fatto la cosa migliore: chiedere a voi!
Sulla mia pagina facebook sono arrivati una quantità di suggerimenti, esperienze e trucchi per riempire la schiscetta. Se volete aggiungere qui i vostri suggerimenti per una schiscetta vegan, ben vengano!

Io credo che seguirò queste combinazioni, molto semplici e bilanciate, che possono includere facilmente anche avanzi della cena:

– verdura cruda / germogli crudi + cereale o legume cotto (riso, ceci ecc., rientrano anche piatti come hummus, cous cous ecc.)
– verdura cruda / germogli crudi + verdura cotta (verdure spadellate o al vapore o amidacee come le patate)
– formaggio veg + verdura cruda

La mia metà ha chiesto invece verdura cruda + insalata di pasta integrale, il suo pranzo preferito. Ieri sera mentre cucinavo ho preparato al volo dell’insalata di pasta per tre giorni.

Oggi lavoro e nella foto sopra c’è la mia schiscetta:

primo: pomodori san marzano dell’orto con solo basilico e gomasio
secondo: verdure spadellate al curry (patate, peperoni, cipolle rosse), provenienti dalla cena di ieri sera. Fare una porzione in più della cena è stato uno dei suggerimenti più apprezzati!
Spuntini: uva (non ancora la nostra purtroppo, quest’anno è indietro!)

E voi cosa vi portate in ufficio per il pranzo vegan?

cielo a grandi nubi cariche di pioggia sull'orto di erbaviola
Giardino, Giorno per giorno, Orto, Orto sul balcone

L’ORTO ANNEGATO E I RITMI DELLA STAGIONE

cielo a grandi nubi cariche di pioggia sull'orto di erbaviola

Dopo un’estate breve che mai fu così breve, un autunno piovoso da trasformarci tutti in funghi e un inverno altrettanto piovoso ma privo di neve (è nevicato solo qualche giorno e subito la neve è stata riassorbita dal terreno), ecco: ci aspettavamo una primavera che fosse primavera! Ci aspettavamo il sole. Invece, da mesi mi sembra di essere tornata a vivere nel cuore dell’Inghilterra, al tormento di giornate fatte di nebbie, piogge e pioggerelline, intervallate da un paio di ore di sole debole, completamente inutile per chi voglia fare l’orto. E non posso nemmeno attrezzarmi di serra: ci ho provato ma con i venti di quassù resistono poco e volano via entro la settimana. Non le ha nessuno, infatti. Riproverò magari in autunno con qualcosa di più piccolo come le serre tunnel che facevo in pianura.

Testarda, ho provato ad avventurarmi lo stesso nell’orto bagnato, le semine non possono attendere. E sono sprofondata nel fango, gli stivali hanno in breve acquistato una seconda suola massiccia di terreno argilloso e zuppo, facendomi camminare come un clown barcollante. Un pagliaccio tra quelle aiuole che stanno scomparendo sotto le erbe spontanee (non tutte edibili, quindi non c’è guadagno nel loro invadermi l’orto). Quest’orto, già piccolo di suo e piatto, devastato da mesi e mesi di pioggia, sta soccombendo sotto l’erba e qualche raro cespo di cicorie tardive. Ma piantaggine in quantità, che finisce tutta nelle scorte di burger e polpette di okara insieme, spesso, alla stellaria e alla malva.
A fatica, negli unici due giorni di sole, abbiamo sistemato una parte e trapiantato i pomodori, che ora se ne stanno lì a chiedersi se l’orto sia abbandonato e in prossimità di trasformarsi in un laghetto per le papere. Le zucche sono appena appena spuntate, qualche foglia oltre i cotiledoni, ma non mi avventuro ancora a trapiantarle per la paura che mi sprofondino nel fango e marciscano. Provvisoriamente, le ho sistemate nel tavolo da orto che quest’anno è stato convertito in fragolaia: qui di fragole ne mangiamo parecchie ma è un frutto che richiede lavoro a schiena china, per questo e per una minore profondità radicale le abbiamo trasferite nel tavolo, in cortile, sotto uno dei lillà, aggiungendone qualcuna nuova. I lillà, non ci devo pensare: fioriti il venerdì prima di Pasqua, distrutte tutte le pannocchie fiorite da due grandinate nei giorni successivi. Quest’anno niente oleolito e cerco di pensare positivo per l’inverno: già ora abbiamo dovuto rinunciare a tre rami belli grossi, marciti e morti. Fortuna che dall’anno scorso è rimasto un po’ di oleolito di lillà almeno per l’estate (è meraviglioso contro i gonfiori).  E il prezzemolo? Vogliamo parlare del mio recente scorno e vergogna? E’ diventato un cespuglio più alto di me: ho rimandato troppo per tagliarlo, non avendo voglia di farmi una doccia ghiacciata visto che era sempre pieno d’acqua, ho pensato ingenuamente che al primo sole avrei raccolto, limitato e riordinato. Ma il sole non è arrivato, almeno non abbastanza e non in contemporanea alla mia presenza. Così ora chiunque passi a trovarmi mi chiede come mai tanto prezzemolo: ci volevo fare il bagnetto piemontese, ma in queste quantità mi servirà un pentolone da strega!

Confido in una ripresa almeno timida, quel tanto da poter trapiantare tutti i germogli che aspettano nella cantina-legnaia (avendo una finestra, fa anche da incubatrice e serra, una volta utilizzata la gran parte della legna).
Una ripresa che mi permetta di lavorare nell’orto e cambiare i ritmi stagionali. Non l’ho ancora fatto. In estate il lavoro dell’orto lo faccio preferibilmente al mattino, prima che il sole sia alto, per evitare la scottatura e l’intontimento da canicola visto che dopo l’orto c’è da lavorare. La sera si procede solo con l’irrigazione, non tutte le sere, solo quando necessario.
Ma con questo tempo, abbiamo ancora ritmi invernali: sveglia sotto il piumone, con poca voglia di liberarsene soprattutto se si sente la pioggia scorrere nelle grondaie. Poi le incombenze ancora invernali: colazione calda, portare in casa la legna, accendere la stufa e la cucina a legna, aprire le finestre per cambiare l’aria quel tanto prima di accendere le stufe (lo faccio in fretta mentre lui va a prendere la legna… pena altrimenti borbottii e brontolamenti per il freddo!).

L’altro giorno, scendendo in pianura dopo quasi un mese, mi stupisco delle rose già fiorite, dei gelsomini profumati e delle persone che si lamentano del ritardo. Ma come, se la mia rosa più grande ha ancora un solo bocciolo, il mio gelsomino si guarda bene dal fiorire e l’uva ha qualche fogliolina verde chiarissimo, giusto per non farsi tagliare in caso pensassimo a una sua dipartita! Il primo basilico, neanche a dirlo, è morto per il freddo.
Eppure sì. Eppure mi ricordo di anni fa quando nel pavese stavo già seminando l’orto a febbraio, mentre a maggio nell’orto si entrava nel pieno del lavoro e del raccolto. Ho ben presente un ponte di novembre in cui stavo ancora raccogliendo pomodori! Sull’appennino i ritmi sono cambiati, sia quelli dell’orto che i nostri. L’inverno è più lungo, ma meraviglioso. Il lavoro del terreno fa posto a quello del riscaldamento, della contemplazione, della riflessione. Del riposo. Si corre molto di più durante l’estate per conservare tutto il conservabile, si arriva a maggio ad aprire gli ultimi vasetti di conserve per gli amici che passano, un antipasto piemontese per completare la cena, i peperoni profumati che ricordano l’orto dello scorso anno e quello che verrà.

I miei ritmi cambiano di conseguenza: più domestici nell’inverno, più lunghi e vivaci man mano che cambia l’arco della luce, che comincio a svegliarmi sempre prima, fino alle lunghe giornate d’estate in cui non voglio perdermi un’alba o un tramonto, che cominciano con il lavoro alla scrivania, con il fresco che precede l’alba e continuano nell’orto nelle prime ore della mattina, per continuare di nuovo nel lavoro alla scrivania fino al pranzo. E il pomeriggio, dopo una pausa (quanto sono belle le sieste estive, soprattutto se accompagnate dai mici?), i mille altri impegni, domestici e non, il più possibile all’esterno, persino le letture serali che si spostano sulle sdraio, sotto la vite, con la luce discreta delle lampade solari e i mille versi del bosco come accompagnamento. Bisogna solo aspettare che questi cieli plumbei e questi meravigliosi giochi di nuvole lascino vedere l’azzurro e passare il calore di un po’ di sole. E’ la dietro, si sa e si aspetta.

lavorando in giardino
Decrescita, Giardino, Giorno per giorno, Sviluppo personale

L’IMPORTANZA DI CAMBIARE PROSPETTIVA

lavorando in giardino

Foto da cellulare di questa mattina di lavoro

Oggi torno a lavorare all’aperto per qualche ora, con un piccolo pensiero soddisfatto a quando lavoravo in uffici terribili, soprattutto in uno in cui era addirittura vietato aprire le finestre! Quel tipo di ambiente non mi piaceva, i classici uffici in cemento, arredati in plastica, con grandi finestre luminose ma sigillate e ricettacolo dei pulviscoli cittadini.

Sono arrivata qui desiderandolo molto, lavorandoci tanto, studiando parecchio e avendo ben chiaro l’obiettivo. Per me il successo non era passare da quadro a dirigente o passare dall’idiosincratico open space a all’ufficio singolo. Era invece trovare il modo di fare il mio lavoro senza riunioni inutili di ore, chiusa in una gabbia di cemento con orari fissi per entrare, mangiare, parlare, affrontando tempi di trasporto che sembravano brevi ma sommati facevano giorni di vita. Liberamente, me l’avessero chiesto, non avrei mai detto “Sì, desidero passare mille giorni della mia vita seduta in treno, in aereo e in coda ai chek-in”. Eppure era quello che stavo ottenendo, quello che dovevo fare inevitabilmente per andare a lavorare. Poi iniziava il lavoro. I mille giorni erano gratis.
Esagerata?
Prendiamo un lavoratore dipendente che fa una media di un’ora al giorno per andare e tornare dal lavoro, in città è considerato un fortunato. Sono cinque ore a settimana. Venti ore al mese. Duecentoquaranta ore all’anno. Ottomilaquattrocento in trentacinque anni di lavoro. Sono esattamente settecento giorni della propria vita, ovvero quasi due anni di vita impiegati solo per andare e tornare dal lavoro.
Per me il conto era un po’ più alto: c’erano anche i viaggi di lavoro e ci mettevo più di un’ora di pendolarismo al giorno per raggiungere il posto di lavoro. Avrei superato i due anni di vita in spostamenti e forse anche i tre.
Certo, ammortizzavo i tempi leggendo, ascoltando musica, studiando (quando possibile) o annoiandomi a morte nella guida a singhiozzo imposta da una grande città. Inutile dire che avrei letto più volentieri sul divano di casa, ascoltato più volentieri musica dal vivo o da un ottimo impianto, studiato sicuramente meglio alla mia scrivania e gradito maggiormente un giro in bicicletta o una passeggiata.

Rispetto chi si trova bene in contesti di questo tipo, se li rende felici è giusto che ci stiano. Ma io non potevo essere felice così e ho deciso di cambiare le cose.

Non ero proprio felice, nonostante soddisfazioni lavorative e avanzamenti. Mi accorgevo che anno dopo anno la creatività si atrofizzava, la capacità di pensiero laterale si spegneva, le intuizioni erano sempre meno e che l’ambiente circostante aveva un peso notevole sul mio umore e su tutto il resto della mia vita.
Ci sono persone abilissime nell’entrare in questi cubicoli di cemento, lavorare il giusto, staccare e vivere una vita serena senza pensarci fino al mattino dopo, senza farsi influenzare. Buon per loro, io non ci sono mai riuscita. Forse perché il mio lavoro – i miei lavori, plurale – dipendono molto dalla creatività, dall’intuizione, non sono solo analisi logico-matematiche. Dipendono anche dallo studio, ma come si fa a concentrarsi su qualcosa quando intorno a te cento persone parlano (soprattutto di cretinate!), i telefoni suonano, gente va e viene continuamente interrompendoti? Non ho livelli così alti di autodisciplina per trascendere certi ambienti disfunzionali.
E non cito una volta che mi sono trovata a lavorare in un open space sotto un soppalco, sul quale era posizionato nientemeno che il manager più complessato che abbia mai incontrato… infatti non a caso si era posizionato su un soppalco da cui dominava l’open space al di sotto. Avete mai sentito qualcosa di più patetico? Eppure è così.
A un certo punto il suo delirio di onnipotenza è arrivato a un punto tale che ha preteso che grafici, programmatori, copywriter ecc. compilassero un foglio giornaliero segnando ora per ora cosa avevano fatto (un’idea geniale da Fiat anni ’70 che è costata all’azienda un’ora al giorno in più da pagare per ogni dipendente affinché compilasse questa tabella inutile). Ho dovuto spiegare all’amministratore delegato che questi erano metodi da paleo-catena di montaggio e che i miei collaboratori, che prima si fermavano anche fino a tarda sera solo per portare a termine i progetti, con questa bella novità staccavano invece alle cinque e fino alle sei compilavano moduli! Intanto che gli parlavo però mi chiedevo: “ma veramente sto perdendo un’ora di tempo con un progetto in scadenza a spiegare all’amministratore delegato che il suo responsabile del personale pensa di coordinare gli operai di Mirafiori nel 1960?! Davvero bisogna ancora spiegare la differenza tra un grafico e un metalmeccanico?!” (lavori entrambi degnissimi, ma decisamente diversi, non si possono contare i minuti a un creativo!). Insomma, non ce la facevo più a sprecare tempo in nome dell’incompetenza altrui.
Mi ero stancata infine anche di passare serate su serate con i tomi da studiare. Faceva parte del mio lavoro, doveva rientrare nel mio orario di lavoro, non doveva invadere anche il privato, per quanta passione ci possa essere in quello che si fa.

Non è stato facile all’inizio, lo ammetto. Sorvolo sulla questione economica, ho anche venduto l’auto e una collezione, tanto per dire. Ma qui mi preme più parlare della considerazione sociale. Di quando passi da manager a “qualcosa a casa tua”. Qualcuno mi ha considerata una che non sapeva affrontare ritmi sostenuti, sebbene lo avessi sempre fatto fino al minuto precedente. Ho sentito mormorare “burned out“… e giuro che non ero arrivata in ufficio vestita da hippie spargendo fiori sul pavimento grigio-tristezza. Burned out sono le persone che lavorano così tanto, a ritmi così sostenuti che a un certo punto si giocano le connessioni neuronali. Si racconta di broker di WallStreet che si mettono a cantare a squarciagola, di avvocati che si denudano in tribunale. Non ho fatto nulla di tutto questo. A volte, purtroppo sempre più spesso, sono burned out persino coloro che hanno affrontato vent’anni di lavori precari e si ritrovano a cercarne ancora per sopravvivere, ma completamente sfiniti. Andrà sempre peggio.

Quando, ripetendo gli stessi schemi, non migliora la situazione, è necessario un cambio di prospettive. Quando si cambiano otto lavori e la situazione alla fine è sempre uguale, ci si ritrova sempre al punto di partenza solo un po’ più sfiniti di prima, allora bisogna cambiare prospettiva. Guardare le cose in modo diverso. Se sto scavando una buca nel posto sbagliato, sarà inutile continuare a scavare o scavarla ancora più profonda. Semmai dovrò muovermi verso un altro posto se voglio ottenere la buca nel posto giusto. Fila come ragionamento? Immagino di sì.
Come fare, però? Non ho soluzioni per tutti, posso solo condividere la mia esperienza.  Riassumendo, è questa. Bisogna credere nelle proprie idee, prima di tutto. Ignorare l’opinione di chi è negativo, di chi ti vuole ingabbiato per giustificare la sua permanenza sulla ruota del criceto, ignorare chi deve darti la sua opinione contraria a tutti i costi, specialmente se non richiesta. Ascoltare chi ha fatto qualcosa di simile, chi ha realizzato quello che sognava e ascoltare chi è capace di ascoltarti. Soprattutto non provare, ma fare.
Tutto qui? Sì, tutto qui. Ma è da leggere molto attentamente. Perché, come ha scritto Henry Ford, “sia che tu pensi di fallire o di avere successo in qualcosa, in entrambe i casi avrai ragione“.  [1]

Un giorno di tanti anni fa ho piazzato un piccolo tavolino da campeggio su un balcone, ci ho messo sopra il portatile, ho cominciato a lavorare lì tutte le volte che potevo. Anche se ero a Cesano Maderno, nell’orrenda periferia brianzola, anche se la vista era sulla strada. L’ho riempito di fiori e poi di verdure, non si parlava ancora di orto sul balcone. Ho messo delle piante tra me e quello che non mi piaceva. Ho iniziato ad autoprodurre quello che mi serviva, prima poco poi sempre di più. Non è stato facile, come sa chi segue questo blog, e  per questo non mi dilungo oltre. L’importante è credere fortemente e andare nella direzione dei propri sogni.
Oggi sto scrivendo dal giardino di una casetta in mezzo al bosco, sul meraviglioso appennino tosco-emiliano. [2]

 

Note

[1] “Whether you think you can, or you think you can’t, you’re right.” Henry Ford, Samuel Crowther, My Life and Work, BN Publishing, 2008

[2] Nonostante l’idillio del posto, ho al momento una quantità di lavoro da fare. Se non bastasse il lavoro, ci si è messo il rialzo repentino delle temperature, che qui di solito arriva a fine aprile, e che ci sta facendo correre a piantare, trapiantare, seminare, tutte attività che occupano altro tempo. Mi scuso quindi per la mancata partenza del ‘concorso‘ di cui si è parlato sulla mia pagina facebook settimana scorsa. Il lato positivo è che, partendo la prossima settimana, la data di termine andrà oltre la settimana di Pasqua e qualcuno magari potrà approfittare delle ferie per partecipare!

Nevica! La strada per arrivare a casa, attraverso il bosco innevato
Giorno per giorno, Sviluppo personale

I CAMBI DI PROGRAMMA DALL’ORTO AL DIVANO, DAVANTI AL FUOCO

Nevica! La strada per arrivare a casa, attraverso il bosco innevato

Un piccolo pensiero sui cambi di programma forzati. Causa di forza maggiore. Quelli che ti potrebbero far adirare, anche se visti da lontano sembrano sciocchezze, stupidaggini.

Oggi ho lavorato in fretta per questo banale scopo: finire il lavoro prima del previsto, tornare a casa, correre nell’orto, agguantare 5-6 rape, sedano, prezzemolo e magari qualche bieta e seguire la ricetta che Cristina mi ha scritto nei commenti dell’ultimo post. Il tutto per un post di domani a cui penso da due giorni. Mi ero persino ricordata di caricare la macchina fotografica!

Invece, mentre finivo di lavorare, iniziava a nevicare.
E’ il primo anno che non nevica da novembre a marzo, abbiamo avuto un inverno mite fino ad ora, quasi tre mesi di neve in meno rispetto il solito. Fino a oggi, almeno. Ho guardato le previsioni? Sì, per quel che può servire. Dicevano neve da domani pomeriggio. Quindi io mi ero organizzata come sopra.

Tornando a casa mi sono invece inzuppata di neve e acqua ghiacciata, questo solo per salire e scendere dalla macchina, neanche fossi andata a piedi per dieci chilometri. Una bufera, all’improvviso. Arrivata, asciugata, non ci penso proprio ad andare nell’orto adesso, in mezzo al fango e alla neve.

Allora ho fatto un ottimo tè verde con fiori d’arancio che mi è stato donato di recente, usando anche la teiera di porcellana, un tè dai tempi lenti, come ho raramente occasione di fare. Ho accantonato per il momento la ricetta di Cristina e intanto che aspetto il tè in infusione, ho infilato una zuppa di lenticchie e farro nella cucina a legna: sarà pronta per l’ora di cena senza nemmeno mescolare.
Con il tempo che mi è “avanzato” finirò quel maglione in attesa da due mesi. Lo farò davanti al fuoco, sul divano, con i gatti acciambellati vicino e guardando spesso la neve fuori che cade.

Forse, anzi sicuramente, tanti anni fa mi sarei adirata per il programma saltato, per le cose che non andavano come dicevo io, ne avrei fatto un caso di ‘sfiga’ celeste, dell’universo che ce l’ha proprio con me, di scadenze non rispettate e apoteosi di conseguenze nefaste a causa del piano andato a monte. Tanti anni fa avrei detto “hai aspettato tre mesi e proprio oggi dovevi nevicare?! Giusto per scombinarmi i piani?!”. Tanti tanti anni fa. Oggi invece sorrido e basta.

Perché adirarsi per una pianificazione che salta, quando si può semplicemente rimandare e guardare ad altro con felicità, godendosi il tempo liberato? Basta non opporsi agli eventi, cambiare direzione se necessario quando improvvisamente ci si trova davanti una strada momentaneamente interrotta. Inutile perdere altro tempo a recriminare, meglio farsi portare dalla corrente della vita verso altro.

E alla fine, vedo che il post l’ho fatto lo stesso, solo diverso, non quello che avevo programmato. Ma a me pare comunque bello.

Buon fine settimana a tutti!

p.s. la foto è dell’anno scorso, se volete immaginate la stessa strada al buio e con la bufera in corso.  Altrimenti guardiamola così che è molto più bella.