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giveaway erbaviola #2 Un libro semina idee
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Giveaway “Formaggi Veg” – Un libro semina idee #2

Riparte oggi Un libro semina idee, con un regolamento tutto nuovo e una finalità: far nascere da un libro un’occasione per diffondere idee positive. Le modalità sono state concordate con un sondaggio pubblico sulla mia pagina facebook e ha vinto l’idea del dar vita a qualcosa di nuovo e di impegnarsi.
Non è un giveaway in cui basta cliccare qui e là o dove ci sono estrazioni a sorte. Non voglio dilungarmi oltre sulle ragioni, che sono comunque state espresse bene da molti e leggibili sulla mia pagina facebook per chi fosse interessato a conoscerle. Continue Reading

La scena finale di "Tempi moderni" di Chaplin
Decrescita

LAVORO, POSTO FISSO, STIPENDIO E ALTRE MITOLOGIE

La scena finale di "Tempi moderni" di Chaplin

Dal 2009, quando è uscita la prima edizione di “Scappo dalla città. Manuale pratico di downshifting, decrescita, autoproduzione“, continuo a ricevere email di persone che, leggendo questo libro, riescono a cambiare vita, non per forza uscendo dalla città, ma cambiando forma mentale nei confronti di molti aspetti importanti del quotidiano: il lavoro è quello che citano di più.
Io credo che tutte queste persone in realtà abbiano già dentro ciò che li può far vivere meglio, ma come tutti abbiano bisogno di sentirlo, dargli una forma, un’organizzazione o di sapere che non sono da soli, che si può fare, che c’è chi l’ha fatto.

Mi capita però anche di ricevere email a cui è davvero difficile dare una risposta gentile. Per esempio, a un impiegato a tempo indeterminato che ti scrive “per te è stato sicuramente più facile perché sei partita anni fa quando non c’era questa crisi” …cosa rispondergli? “No, sei solo tu che stai cercando di darti delle giustificazioni al tuo non provarci, ti stai boicottando da solo“?
Non lo capirebbe, le scelte di vita sono lunghi viaggi e l’autocommiserazione è un bagaglio imponente di cui è necessario liberarsi. Ognuno di noi ha una storia diversa e ognuno ha le sue personali difficoltà. E ha le sue risorse per farcela e tenere duro: bisogna tirarle fuori.

Io ho vissuto, lavorativamente, esperienze bellissime come l’essere assunta dall’università cinque minuti dopo aver discusso la tesi, così come esperienze devastanti tipo tre anni e mezzo a contratti precari che potevano cessare da un giorno all’altro, letteralmente, dicendomi “da domani stia a casa perché rientra Tizia“.
Senza nessun aiuto dalla famiglia (non per scarsità di mezzi, anzi, ma per pura presa di posizione contro qualsiasi mia scelta… purtroppo i genitori cretini capitano a molti, me compresa) e con affitto e bollette da pagare da sola, non è stata davvero una passeggiata.
Non ho mai avuto un contratto a tempo indeterminato, pur avendo avuto anche contratti da quadro: andava già di moda sfruttare le sostituzioni maternità. Vivendo da sola, vuol dire davvero vivere come un equilibrista su un filo che improvvisamente cede: per dei mesi sei ricca, poi ti ritrovi da un giorno all’altro a mandare i curriculum e a fare i conti di quanto puoi resistere a casa senza lavorare. Ti ritrovi a dipendere dagli altri, da chi ti dà il lavoro e da chi te lo darà in futuro, a essere sempre gentile perché nell’ambiente ci si conosce un po’ tutti. Per esempio, a non reagire a parolacce quando dai le dimissioni dopo aver accettato un’altra offerta e solo allora ti viene offerto un super contratto a tempo indeterminato con le stesse cifre e benefit dei dirigenti uomini. Motivo: non c’è nessun altro in grado di seguire i progetti che hai in corso. E così ti senti ancora più sfruttata per tutti quegli anni in cui hai buttato le tue capacità e competenze in un sistema che ti ha sottopagato pur sapendo che valevi più di altri che venivano invece stra-pagati.

Quindi cosa posso rispondere quando qualcuno mi fa notare che per me è stato più facile perché non c’era “questa crisi”? Che ho mangiato per due mesi riso in bianco e mele perché mi erano rimasti 42 euro e 27 servivano per l’abbonamento dei mezzi per andare al lavoro? O che sono dovuta stare zitta tante volte, come quando il vicepresidente di una società, per un errore della sua segretaria, si è messo a urlare che le donne devono “stare a casa a fare la calza e crescere i figli“? O di un dirigente di un ente parastatale che ha urlato, davanti a me e un’altra ventina presenti, che non avrebbe più permesso l’assunzione di donne “perché poi stanno a casa in maternità cent’anni“? (Ciao, mi vedi? Ti ricordo che io sarei quella con il contratto che non può stare a casa in maternità… yu-hu, ti ricordi? L’hai già fatto, caro il mio arteriosclerotico isterico!).
Eh sì, erano veramente tempi d’oro!

Cos’è cambiato da allora? Il concetto di stipendio. E arrivo al perché di questa citazione sotto. Tra le tante persone che mi hanno scritto e con cui continuano discorsi davvero interessanti, ultimamente ho ricevuto la recensione di un amico e un invito di un’amica.
L’amico un giorno mi scrive un sms “Il tuo libro mi sta prendendo a calci nel culo ad ogni pagina“. Ed è, credo, una delle migliori recensioni che io abbia mai ricevuto!
Un’amica mi scrive poi: “I discorsi sul lavoro li devi scrivere anche sul blog, se no sembri una mantenuta che sta a casa a raccogliere i fiorellini!“.
Non sia mai! Allora, per la cronaca: non sono mantenuta da nessuno, lavoro e anche tanto, ho solo cambiato tipo di lavoro e atteggiamento nei confronti di questo.

Il discorso che è piaciuto a loro sul concetto di lavoro è quello di seguito, un po’ ridotto. Lo lascio qui, mi pare il giorno giusto, magari qualcuno troverà lo spunto per riorganizzare i suoi pensieri e la sua vita… cambiamo il mondo, una persona alla volta, partendo da noi stessi.

 

Siamo mossi da un falso mito, quello dello stipendio. Siamo convinti che solo lo stipendio possa farci sopravvivere, che senza saremmo persi, moriremmo di fame e di freddo. Siamo convinti che per avere un chilo di frutta dobbiamo dare in cambio dei soldi, decurtati dal nostro stipendio, proveniente dalla vendita del nostro lavoro a terzi. Non è un grande affare se ci pensate bene. Sul vostro lavoro ci deve guadagnare prima di tutto il vostro datore di lavoro. Sul chilo di frutta che comprate in città ci deve guadagnare il coltivatore, il mediatore, il grossista, il trasportatore, il supermercato. In pratica, tra voi e il vostro kilo di frutta, c’è un esercito da mantenere. Con il vostro stipendio. Non è un grande affare, no? Non starete lavorando per troppe persone?
Negli anni, dopo aver cambiato completamente il mio modo di vivere e lavorare, ho incontrato molte persone che come me hanno cambiato totalmente vita andando a vivere in campagna. Uno degli aspetti che accomunano queste persone è l’aver cambiato radicalmente la propria mentalità nei confronti del denaro e del lavoro. Sebbene eliminare la dipendenza psicologica dall’entità “stipendio” sia difficilissimo, è pur sempre possibile. In fondo, se vi apprestate a leggere un libro sull’autosufficienza, qualcosa in voi è già cambiato.
In pochi però godono della libertà mentale che porta a decidere per una vita parzialmente o totalmente autosufficiente. Di non avere intermediari tra loro e il chilo di frutta. Alcuni di questi arrivano a questa libertà mentale con una folgorazione e scappano immediatamente dalla città, riconoscendo nel sistema di vita cittadino un grosso limite alla loro vita. Altri ci mettono anni, capiscono esperienza dopo esperienza che qualcosa non va, che qualcos’altro si può cambiare e cominciano ad allontanarsi per gradi. Tutti i metodi sono validi ed è giusto che varino a seconda di aspirazioni e possibilità.

(…)

Chi è nato tra gli anni ‘50 e gli anni ‘90 è stato sottoposto all’adorazione di due figure mitologiche: Posto fisso e Stipendio. Mi è capitato di sentir parlare con deferenza del Posto Fisso persino in casa di commercianti decisamente più abbienti dei destinatari di qualsiasi Posto Fisso. In passato, si era abituati a essere fedeli tutta la vita a una stessa azienda. Ora è diverso. In media, sappiamo che dovremo cambiare almeno quattro posti di lavoro in trentacinque anni. Se va bene.
Un italiano su cinque ha cambiato lavoro da tre a cinque volte prima di riuscire a trovare l’impiego che occupa attualmente. E la percentuale sale ancora di più se ci si sofferma sul segmento di chi ha un’età compresa tra 25 e 34 anni (il 24 per cento). Sono questi alcuni dei risultati resi noti dall’indagine “L’Italia del Lavoro oggi. Condizioni e aspettative dei lavoratori” presentata da Ires Cgil nel 2007. Poi è arrivata la crisi e i tagli consistenti.
La precarizzazione progressiva e inarrestabile del lavoro ha portato alcuni, ormai, a cambiare lavoro ogni pochi mesi. In questa ottica, cosa stiamo salvaguardando? La nostra possibilità di svendere competenze e voglia di crescere a un centinaio di aziende prima di raggiungere un’età pensionabile in cui saremo stanchi e abbruttiti dall’insoddisfazione? Insomma, quello che teoricamente perdiamo lasciando il sicuro lavoro di città, ha davvero un valore così alto? Oppure ha il valore che noi gli vogliamo attribuire, sognando a occhi aperti che quel posto di lavoro sarà nostro per sempre, che l’azienda non chiuderà mai e che non troveremo niente di così ‘sicuro’ altrove?
Vogliamo percorrere una provinciale gustandoci il panorama e svoltando quando ci pare, oppure preferiamo l’autostrada che teoricamente va veloce ma che al primo problema ci obbliga a stare lì fermi e vivercelo tutto, dall’inizio alla fine, senza possibilità di uscirne e di svoltare?

(…)

Il discorso sull’abolizione del concetto di lavoro si ricollega in parte anche ai discorsi di decrescita e semplicità volontaria. A livello personale, molti hanno fatto la scelta di dissociarsi dal sistema imposto e di crearsi un lavoro da gestire indipendentemente, senza mediatori. Siamo così abituati a chiamare lo stipendio ‘guadagno’ che abbiamo perso di vista il valore reale delle nostre competenze. Gli stipendi non sono altro che parti infinitesimali del guadagno – quello sì, reale – che ottengono le aziende attraverso la vendita del nostro lavoro. Le aziende hanno contribuito su vasta scala alla fine della valorizzazione dell’individuo e l’apertura delle frontiere, la globalizzazione, ci ha mostrato come sia semplice, in assenza di valorizzazione del lavoratore, spostare la produzione all’estero con lavoratori di analogo valore ma inferiore costo. L’unico fine in questa operazione è il maggiore margine di guadagno dell’azienda, su prodotti che tra l’altro finirà per acquistare il lavoratore il cui lavoro è stato svalorizzato.
Per uscire da questa macchina di svalorizzazione dell’individuo e iper-produzione delle merci, molti hanno scelto di lavorare per sé stessi. In versione molto semplicistica, se so piantare le patate e raccogliere i pomodori, non vado a farlo per venti euro al giorno con una cooperativa. Pianto le mie patate, raccolgo i miei pomodori e invece di comprarli al supermercato me li mangio. E’ la soluzione dell’autosufficienza. In pratica fare della vita il proprio lavoro, una vita in cui coltivare o raccogliere il proprio cibo, produrre i propri vestiti, il carburante e l’energia utile al proprio fabbisogno faccia parte della vita, in cui il baratto sia una forma economica e sociale di scambio, in cui le persone abbiano un valore e ne siano consapevoli quindi non più disponibili a svendere le proprie competenze.

da “Scappo dalla città. Manuale pratico di downshifting, decrescita, autoproduzione” (è una pubblicità? Sì, dei contenuti, delle idee libere. E’ un libro che trovate anche gratis in tantissime biblioteche)

 

 

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Crochet therapy - motivo per top estivo smeraldo - Erbaviola.com
Autoproduzione

CROCHET THERAPY

Crochet therapy - baby blanket - granny style Erbaviola.com


Anni fa era una cosa da nonne.
L’ho imparato quasi a forza, pensando che servisse solo per i centrini (e io detesto i centrini!), quindi mi sono disinteressata presto. Mia nonna no, lavorava e chiacchierava per ore con le sue amiche, con un motto che poi è diventato il mio: “intant te fé ‘ndà i man” (intanto fai andare le mani). Mia nonna era una grande maestra in coperte e copriletti, da quelle in stile folk di cui ho goduto da piccola fino a certi copriletti con lavori precisissimi quanto piccolissimi. Ma non credevo che l’uncinetto andasse molto oltre questo, era soprattutto roba da vecchie signore. Coperte a parte, che si possono fare anche in altri modi, non aveva neanche una grande utilità, a parte le giacchette primaverili stile chanel delle vecchie signore di cui sopra.

Crochet therapy - crochet granny style - Erbaviola.com

Poi mi ci sono riavvicinata, in un modo un po’ insolito. A Londra, prima di un concerto ho visto Jude Abbott, la cantante dei Chumbawamba, geniale musicista ma anche donna di grande stile, che uscita dal backstage si era seduta sugli scalini dietro il palco e aveva tirato fuori una sportina di tela da cui erano usciti uncinetti e un filo multicolore. Una mia amica aveva sentenziato “fa crochet therapy!”. Così ho scoperto che tra le ragazze inglesi il crochet non era una cosa da nonne e ci si divertivano anche parecchio, oltre a distendersi e rilassarsi. Niente centrini, ma tutto il resto, dagli accessori, ai vestiti, borse, coperte, cuscini. Un mondo che con gli accostamenti di colore giusti e un po’ di modelli attuali aprivano un mondo di autoproduzione divertente e rilassante.
Sì perché non si è ancora capito il motivo, ma il crochet è davvero una terapia naturale anti-stress! Forse la ripetizione sistematica di schemi numerici fissi, forse la certezza che ad azione A corrisponde risultato B, forse la felicità di creare qualcosa con le proprie mani. O magari tutte le ragioni insieme. Di sicuro, ci sono studi che hanno accertato il rilascio di endorfine mentre si lavora a crochet.

Io per esempio ho problemi a staccare dal lavoro. Magari preparo una serata rilassante con un bel film e invece mi ritrovo a metà film che è dal decimo minuto che penso a tutt’altro. Il crochet aiuta molto. Mani impegnate, film davanti e il mio cervello usurato non ha altri slot liberi per infilarci anche i pensieri di lavoro! In più viene gratificato anche il mio lato utilitarista: ok rilassarsi, ma alla fine hai anche un golfino nuovo! 😛
Intanto fai andare le mani“. Dopo anni, in effetti, riesci a lavorare senza guardare quasi cosa fanno le mani e molto spesso seguendo un film! Se proprio sto facendo qualcosa di difficile che deve essere guardato, metto della musica o ascolto la radio.

Crochet therapy - composizione della coperta a quadri granny style - Erbaviola.com

Gli strumenti. Uno dei lati positivi del crochet è che il costo è veramente basso. Un uncinetto costa da 1 a 4 euro, a seconda del tipo di impugnatura e del materiale. I meno costosi sono quelli in leghe di metallo, ma da allergica al nichel vi anticipo che sono un tormento e vi ritrovate in breve con una mano gonfia e pulsante. Durano comunque una vita. Seguono gli uncinetti in acciaio, che si trovano facilmente anche di seconda mano e anche questi sono economici e durano per sempre.
So che ci sono in vendita borse, borsine e kit già pronti ma il mio consiglio è ovviamente di riciclare altro e magari partecipare ai baratti per filati. Nel mio caso, una vecchissima borsa da spiaggia, quella che vedete in foto, è il contenitore di tutto, è ottima per la presenza di tasche interne e pochette collegata, altrimenti l’avrei già persa mille volte.

Crochet therapy - gli strumenti: una borsa grande, uncinetti e libro di modelli - Erbaviola.com
Il set di uncinetti in acciaio delle foto l’ho preso in Inghilterra, dove oltre ai prezzi molto inferiori all’Italia, hanno anche più scelta sulle misure… provate infatti a chiedere un uncinetto 0.25 o uno 0.60 in una merceria italiana se volete vedere una faccia allibita! Questo set in UK è molto comune, più o meno come la bustina di aghi per cucito di diverse misure qui da noi. In questo set, gli uncinetti in acciaio sono i più sottili, per cotone e filati estivi, mentre quelli colorati sono per filati invernali o molto grossi. Per gli uncinetti in metallo bisogna solo fare attenzione che non abbiano segni della colata di stampo, di solito una riga in rilievo sotto l’uncino, una maledizione che tirerà tutti i fili con cui verrà in contatto. Di solito il set è venduto con qualche spazio libero per inserire altre misure di preferenza… ehm… a me non ci sta più nulla.

Di recente mi sono anche regalata un piccolo set di uncinetti in bamboo, perché oltre ad essere un materiale naturale e completamente biodegradabile, ha il vantaggio di essere leggerissimo e prendere man mano la forma dell’impugnatura della mano che ci lavora. Non ci ho ancora lavorato molto con quelli di bamboo (salvo che con il n. 4.50 che vedete in queste foto) perché avevo in sospeso altri lavori sopra iniziati con gli uncinetti di acciaio. Ed è fondamentale non cambiare uncinetto a metà lavoro: diverso uncinetto, diversa tensione del filo e impostazione della mano, si vedrà la differenza. Non vedo l’ora però di fare qualcosa con il n. 8 o 9, sono cicciottissimi e estremamente leggeri… al contrario del n.8 di metallo che mi massacra il dito indice e non reggo più di mezz’ora.
La misura più piccola degli uncinetti in bamboo mi risulta essere il n. 1,50. Io non l’ho presa, perché già il n. 2.00 mi sembra sottilissimo e poco resistente… ma proverò. Di sicuro per i lavori sotto il n. 1,50 bisogna usare il metallo.

Crochet therapy - Set di uncinetti - Erbaviola.com

Esistono anche uncinetti in legno, ma non sono così facili da trovare e costano generalmente un bel po’ di più. Il vantaggio è anche qui quello del materiale naturale ma vanno scelti con estrema cura. Mi permetto un piccolo suggerimento: se trovate gli uncinetti di legno a prezzi bassi evitate di acquistarli, perché quelli di bassa qualità sono di importazione cinese e fatti per durare veramente poco, oltre ad essere spesso levigati male: ho visto diverse amiche disperate perché a metà di un lavoro complicato l’uncinetto scheggiava e incastrava continuamente i fili. I passaggi di carta vetrata finissima non sono serviti a nulla. Da buttare e lavoro da rifare.

 

Crochet therapy - motivo per top estivo smeraldo - Erbaviola.com

Il libro che vedete nella foto (perché so già che me lo chiederanno in molte!) è Beyond the Square Crochet Motifs: 144 Circles, Hexagons, Triangles, Squares, and Other Unexpected Shapes.
Un bellissimo regalo ricevuto per Yule, che ho già utilizzato abbondantemente. Ci sono 144 schede con altrettanti schemi di forme geometriche, ma ogni schema ha infinite possibilità, sia per variazioni di qualche punto, sia per abbinamenti di colori. Per esempio, con lo schema #95 ho fatto tutti i quadrati di una copertina folk per la bimba di un’amica. E’ quella cosa rosa e bianca ancora in corso d’opera…

Per esempio, con lo schema che vedete nella foto sto facendo il davanti di un top estivo (cotone avanzato da un altro lavoro). Il disegno e l’esempio del libro sembra diversissimo dal risultato ma in realtà è stato variato solo il colore e lo spessore del filato. Con questo schema ho fatto anche altro e il risultato è sempre diverso a seconda di colori e consistenze.

Non so indicarvi invece un libro per cominciare, (so che arriverà anche questa domanda e prevengo!) come mi aveva già chiesto qualcuno, quelli che ho sono un po’ complessi e il 90% in inglese. Secondo me, però, il metodo migliore è cominciare con un’amica, una nonna, una vicina… in un pomeriggio si possono imparare tutti i punti base e cominciare subito a creare qualcosa da un filo (e rilassarsi!).

In genere la mia ‘crochet therapy’ è relegata alle ore serali, oppure a qualche pomeriggio di domenica piovosa, ma è raro. A volte mi ci fiondo in pausa-pranzo, magari dopo una mattinata difficile. Uno dei vantaggi di pranzare a casa 😀 Divano+crochet+buona musica funziona come cella di decompressione. Basta mezz’ora!
Chiaramente, sempre che una certa gattina non vi tenga d’occhio per giocare con i fili non appena vi alzate per una tazza di tisana! Non conto le volte che ho rincorso gomitolo e lavoro su per le scale, mentre la ladra di fili scappava con il malloppo 😀

E voi, vi rilassate con il crochet? O vi rilassano di più altri lavori? 😀